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Isole Flannan – I guardiani del faro scomparsi nel nulla

Isole Flannan – I guardiani del faro scomparsi nel nulla

Nei giorni vicini all’ultimo Natale del XIX secolo, su un’isola remota e dimenticata da Dio, tre uomini scomparvero nel nulla. Le leggende locali e la superstizione rivendicano tale isola come luogo ricco di storie connesse con il mondo del soprannaturale. Le isole Flannan sono un piccolo gruppo di sette isole situate a poco più di 100 chilometri a nord-ovest dalla Scozia e fanno parte delle Ebridi Esterne, una serie di isole al largo della costa occidentale della Scozia, separate da quest’ultima dalle Ebridi Interne da uno stretto estremamente burrascoso. Le sette isole prendono il nome da St Flannan, un predicatore irlandese del VII secolo. L’isola più grande del gruppo, Eilean Mor, è la culla di un mistero vecchio di oltre un secolo che riguarda tre uomini, i guardiani del faro situato sull’isola, scomparsi senza lasciare nessuna traccia.

Per secoli Eilean Mor ha avuto una reputazione a dir poco inquietante tra i marinai, sono numerose le leggende che si raccontano su di essa, in particolare tra gli abitanti delle isole vicine. Si narra di un gruppo di “Piccole persone” con poteri magici che abiterebbe Eilean Mor da secoli, per comunicare tra di loro usano uno strano dialetto, sono molto schivi e non si fanno mai vedere dagli esseri umani verso la quale sono molto diffidenti. Altri raccontano che l’isola sia la casa di una particolare razza di volatili giganti e che gli abitanti li utilizzavano per spostarsi tra un atollo all’altro. Sono molti i marinai convinti di aver avvistato questi grossi volatili e quei piccoli esseri, ovviamente oggi si ritiene fosse tutto semplicemente frutto della fantasia di un popolo che ancora credeva in fate, elfi e folletti, ma come mi piace ogni volta ricordare: le leggende hanno sempre un fondo di verità. Quel che di sicuro non è leggenda è che nel 1896 si cominciò a costruire su Eilean Mor un faro che avrebbe dovuto essere il punto di riferimento per gli impavidi che si inoltravano tra le acque impervie del nord della Scozia. I lavori durarono tre anni e il 7 dicembre 1899 il faro cominciò e gettare la sua luce all’orizzonte come un’ancora di salvezza per i marinai. Prima che il faro venisse costruito furono numerose le navi e i vascelli che affondarono, inoltre sull’isola erano presenti solo le rovine di una cappella. Situato sul punto più alto di Eilean Mor, il faro si erge imponente con i suoi ventitré metri d’altezza, con una luce visibile da oltre 30 chilometri di distanza, costruito per resistere ai più temibili venti di burrasca.

Thomas Marshall, James Ducat, Donald MacArthur e Joseph Moore. Questi erano i nomi dei guardiani del faro scelti con estrema attenzione, infatti per compiere quel lavoro erano necessari un forte carattere, nervi saldi, facilità nell’adattarsi in ogni situazione e soprattutto, cosa più importante, una forte resistenza alla solitudine. Ai quattro uomini venne imposto che dovevano esserci sempre tre guardiani a presidiare il faro e i quattro si accordarono per turni di sei settimane. Un anno dopo che il farò entrò in funzione, accadde qualcosa che ancora oggi è considerato un vero e proprio mistero. La luce di quel faro eseguiva un giro completo ogni 30 secondi, ma la notte del 15 dicembre 1900 non fu così. Quella notte il mare era stranamente tranquillo, ma a permeare l’atmosfera di quel velo di paura e mistero c’era una fittissima nebbia. Di passaggio c’era un vascello inglese diretto a Edimburgo che però non venne accolto dalla luce rassicurante del faro di Eilean Mor. Era tutto spento, tuttavia il vascello riuscì comunque a raggiungere la sua meta tre giorni più tardi riferendo la stranezza alle autorità portuali, per qualche ragione però il rapporto non venne consegnato alla Northern Lighthouse Board, l’ente pubblico responsabile di tutti i fari in quelle isole.

Il 26 dicembre arrivò sull’isola una nave di soccorso in ritardo di quasi una settimana a causa delle forti burrasche avvenute nei giorni precedenti, a bordo c’era Joseph Moore pronto per sostituire uno dei suoi colleghi, ignaro però che non li avrebbe mai più visti. Joseph notò fin da subito qualcosa di strano, solitamente loro erano molto impazienti di vedere un compagno tornare per scambiare due parole prima di tornare alla solitudine del loro lavoro, ma quel giorno sulla banchina non c’era nessuno, allora il capitano della nave di soccorso suonò la sirena nella speranza di ricevere qualche risposta, ma il silenzio regnava sovrano. Preoccupato Joseph corse al faro, lo trovò chiuso ma la porta era comunque sbloccata. Si diresse subito in cucina dove trovò solo il nulla più assoluto, tutto era meticolosamente al suo posto, solo una sedia era ribaltata, come se chi vi fosse seduto sopra si fosse alzato repentinamente per correre via. L’orologio era fermo, le lampade ad olio appena riempite e il pasto era stato consumato a metà. Nessun letto era stato sistemato e negli armadietti mancavano solo due impermeabili, il terzo era ancora al suo posto, fatto strano dato che le regole imponevano ai guardiani che ogni volta che uscivano dovevano sempre indossare tutti gli impermeabili. Joseph gridò e gridò a squarciagola il nome dei suoi compagni uno a uno più volte, ma poteva udire solo le onde che s’infrangevano sugli scogli.

A questo punto Joseph e alcuni marinai della nave di soccorso cominciarono ad ispezionare l’intera isola, fortunatamente non era molto grande, ma dei tre guardiani nessuna traccia. Il diario riportava che fino all’ora di pranzo del 15 dicembre, tutto era tornato alla normalità dopo la violenta tempesta dei giorni precedenti, dunque dagli indizi quali il pasto mezzo consumato e i letti ancora da sistemare, si ipotizzò che qualsiasi cosa fosse accaduta doveva essere avvenuta probabilmente quello stesso pomeriggio. Qualche giorno dopo la Northern Lighthouse Board avviò un’indagine. Si scoprì che la zona ovest dell’isola mostrava violenti segni del passaggio di una terribile tempesta. Una cassa era andata completamente distrutta, alcuni tratti delle rotaie che portavano al faro erano stati scardinati dal cemento e un masso di oltre una tonnellata vi si è schiantato in mezzo. Si venne alla conclusione che i tre uomini avessero lasciato insieme il faro trascurando il protocollo di sicurezza per far fronte ai disastri che il maltempo stava procurando, per poi essere investiti da un’onda anomala mentre stavano lavorando che li inghiottì per sempre nell’Oceano Atlantico spezzando in un attimo le loro vite. Questa fu la conclusione ufficiale che tuttavia non convince per due principali motivi: il primo è che secondo recenti studi l’onda che avrebbe dovuto inghiottire i tre uomini sarebbe dovuta essere alta più di 30 metri, fatto assolutamente improbabile. In secondo luogo negli armadietti mancavano solo due impermeabili, vuol dire che il terzo uomo non aveva mai lasciato il faro. Tuttavia nonostante queste incongruenze, la Northern Lighthouse Board accettò questa spiegazione in fretta forse per non gettare troppo fango su se stessa o forse perché aveva trovato qualcosa che non voleva assolutamente divulgare mettendo in pratica una vera e propria opera di insabbiamento.

Come per ogni mistero esistono diverse teorie avanzate nel corso degli anni per cercare di dare una spiegazione a quei punti a cui la spiegazione ufficiale non riesce a dare risposta. In primo luogo venne suggerito che molti degli aspetti dell’intera faccenda furono “sensazionalizzati” dalla stampa con l’avanzare del tempo. Molti concordano con la spiegazione della Northern Lighthouse Board, altri invece avanzano spiegazioni ben più azzardate, come quella che vede protagonista l’omicidio. Uno dei tre uomini durante un momento di follia avrebbe gettato i corpi in mare dei suoi compagni per poi buttarsi tra le quelle stesse onde divorato dai sensi di colpa, ma dalle minuziose ispezioni dell’isola non furono trovate tracce di sangue, inoltre i corpi sarebbero dovuti tornare a riva a causa delle correnti. Altra teoria è quella che ha come protagonista un enorme serpente di mare, giunto sull’isola per divorare i poveri guardiani. Non mancano, ovviamente, teorie molto più fantasiose: dal rapimento alieno ai mostri marini, passando per la leggenda del Fantasma dei Sette Cacciatori, che viaggia fra le isole del piccolo arcipelago in cerca di uomini da reclutare.

Oggi le isole Flannan sono completamente deserte e il faro Eilean Mor è stato totalmente automatizzato a partire dagli anni 70, forse però non sono così deserte, magari gli spiriti dei tre guardiani sono le uniche anime che stanno ancora vagando con l’idea di vegliare sul faro.

 

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Frederick Valentich – Una trasmissione radio inquietante

Frederick Valentich – Una trasmissione radio inquietante

In questo video torneremo indietro nel tempo al 1978, quando il giovanissimo pilota Frederick Valentich affittò un Cessna monomotore volando letteralmente verso il tramonto senza essere mai più visto. Purtroppo fin qui non c’è nulla di strano, non sono poi così rare le tragedie che riguardano piccoli aerei. Questa volta però c’è qualcosa di diverso. Il caso di Frederick Valentich è tornato più volte alla ribalta nel corso degli anni ed è di certo il caso più misterioso che riguarda l’aviazione australiana, non perché un uomo è semplicemente scomparso, ma perché le trasmissioni radiofoniche finali hanno fatto intendere che il pilota avesse avvistato un UFO. Da allora molti, tra cui lo stesso padre di Frederick, credono che il pilota sia stato vittima di un rapimento alieno e che possa essere ancora vivo da qualche parte. Il Dipartimento Dei Trasporti Australiano, nella sua relazione finale a seguito delle indagini sull’incidente, ha liquidato il tutto scrivendo solamente una riga: “La ragione della scomparsa del velivolo non è stata determinata.” e questo è tutto, uno scarno epitaffio sulla tragedia che ha riguardato un uomo e una famiglia.

Frederick aveva solo 20 anni il giorno della tragedia. Membro del Training Corps Air, un programma di giovani cadetti volontari promosso dalla Royal Australian Air Force, aveva da poco meno di un anno ottenuto la licenza di pilota privato e possedeva una discreta esperienza di volo. Viveva con i suoi genitori e da tutti era conosciuto come un bravo ragazzo, felice e soddisfatto della carriera intrapresa. Un giorno di ottobre del 1978 si presentò presso l’aeroporto di Moorabbin a Melbourne per affittare un aereo e volare fino a King Island, un giro di circa 560 chilometri che lo avrebbero tenuto occupato per oltre tre ore. Tuttavia quel giorno si stava avvicinando una grossa tempesta e non gli fu concesso il volo, così il giovane ritornò due giorni più tardi e questa volta partì con il suo Cessna 182L, ignaro che quello sarebbe stato il suo ultimo volo…

Decollò il 21 ottobre poco dopo le sei di sera per intraprendere il suo primo e unico volo notturno sopra le acque. Le condizioni meteorologiche erano buone. King Island è a circa metà strada tra l’isola principale della Tasmania e l’Australia. Per volare lì da Melbourne, in genere i piloti non eseguono una linea retta perché ciò significherebbe volare sopra l’oceano per quasi tutta la strada e ovviamente è più rischioso che sorvolare la terraferma. Dunque in genere i piloti vanno da Melbourne a Cape Otway lungo la costa sud-ovest, che è il punto più vicino alla terraferma a King Island. Questo percorso è in gran parte su terra, tuttavia anche questa strada comprende un tratto di 85 chilometri su acqua.

Frederick stava volando senza particolari complicazioni e circa venti minuti dopo il tramonto si allontanò dalla costa ad un’altitudine di 4.500 piedi iniziando così il lungo tratto sopra l’acqua. Fu in quel momento che fece la sua prima chiamata alla torre radio dell’aeroporto di Melbourne. Esistono svariate registrazioni della conversazione radiofonica, ma per qualche motivo nessuna copia è stata resa pubblica. Esistono diverse trascrizioni, non sappiamo con certezza se quella che vi stiamo per mostrare corrisponde a quella originale, comunque rispecchia fedelmente le trascrizioni che si trovano in giro:

F: Qui è Delta Siera Juliet. Rilevate traffico sotto i 5.000 piedi?

M: No, non rileviamo nulla

F: Sembra che ci sia un grosso velivolo sotto i 5.000 piedi

M: Che tipo di velivolo è?

F: Non sono sicuro. Vedo quattro bagliori, mi sembrano luci delle lui di atterraggio… Il velivolo è appena passato sopra di me ad almeno 1.000 piedi. C’è qualche aereo militare nelle vicinanze?

M: No, nessun velivolo è stato rilevato nelle vicinanze

F: Sembra che stia giocando. Sta volando sopra di me… Non è un aereo. È…

M: Puoi descrivere il velivolo?

F: Non appena mi è passato sopra, ho visto una forma allungata… Non posso dire di più… È stato velocissimo… È davanti di me proprio ora, Melbourne.

M: E quanto sarebbe largo questo oggetto?

F: Sembra stazionario. Sto mantenendo l’orbita e quella cosa sta facendo la stessa cosa sopra di me. Ora ha una luce verde e sembra essere di metallo. È molto lucente. È appena sparito… Quello strano velivolo sta stazionando sopra di me ancora. Sta stazionando e NON È UN AEREO.

“NON È UN AEREO”. Queste sono state le sue ultime parole registrate alle 19:12 e 28 secondi. Valentich era un pilota esperto che avrebbe dovuto essere in grado di identificare un altro aeromobile. Successivamente Melbourne diramò un’allerta che si tramutò in situazione di emergenza circa venti minuti più tardi.

Al di là di storie che riguardano alieni e UFO, sono numerosi i fatti strani che circondano questa storia dall’inizio alla fine. Il primo è che Frederick ha mentito a tutti sul perché stesse andando a King Island, infatti disse in aeroporto che doveva prendere dei passeggeri, ma non vi era nessuno da prelevare. Disse alla fidanzata e alla sua famiglia che stava andando a raccogliere gamberi, ma su King Island questi crostacei sono assenti. Disse inoltre che sarebbe tornato per le 7:30 di sera, un orario che era chiaramente impossibile. Niente di quello che raccontò fu vero, ma perché l’avrebbe fatto? Nessuno lo sa con certezza. Frederick sapeva benissimo che sarebbe arrivato ben dopo il tramonto, sapeva anche che la pista di atterraggio a King Island non era sotto un controllo diretto, il che significa che non c’era una torre di controllo e quindi nessuno dall’altra parte alla radio. Per questo motivo avrebbe dovuto chiamare in anticipo per avere le luci della pista accese, ma dai registri non risultò che questa chiamata fosse mai stata fatta.

A fronte di tutte queste stranezze molti hanno avanzato l’ipotesi che Frederick abbia mentito a tutti per commettere il gesto estremo, per togliersi la vita nel modo forse considerato il migliore per lui: mentre guidava un aereo, la sua passione. Detto questo i familiari e chi lo conosceva bene si sentirono di escludere categoricamente l’ipotesi del suicidio dato che Frederick era particolarmente entusiasta del suo percorso di vita e non c’era nulla in lui che potesse far pensare ad atti così estremi. In particolare il padre, Guido Valentich, premeva sull’ipotesi del rapimento alieno e che suo figlio fosse ancora vivo da qualche parte. In seguito si scopre infatti che i due erano da tempo forti sostenitori riguardo l’esistenza di UFO e alieni. Forse Frederick, troppo condizionato da queste storie, ha corso troppo con la fantasia mentre forse c’erano ben altri problemi durante il volo? L’ipotesi ad oggi più accreditata è che Frederick fosse stato vittima di disorientamento spaziale, non a caso contattò la stazione radio proprio non appena iniziò il tratto sul mare aperto. Purtroppo il disorientamento spaziale è una condanna a morte virtuale. C’è un ammonimento tra i piloti che insegna che il tempo medio tra il divenire spazialmente disorientati e la morte è di soli 178 secondi, forse proprio gli stessi secondi che sono costati la vita a Frederick Valentich.

A questo punto c’è da chiedersi come mai Frederick abbia chiamato la torre di controllo per segnalare l’avvistamento di un oggetto non identificato. Forse era in preda ad allucinazioni e le sue ferme convinzioni su UFO e alieni hanno ingannato il suo cervello su un fenomeno del tutto naturale. Ipotesi questa suggerita da molti scettici, gli stessi che sottolineano di come solamente un anno prima dell’incidente fosse uscito il film Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo. C’è una scena del film infatti che mostra la conversazione tra un pilota di un aereo e la torre di controllo in cui si parla di oggetti non identificati in avvistamento, conversazione che forse avrebbe potuto aver condizionato il giovane pilota. Tutte ipotesi queste, ma la realtà su cosa sia successo quella sera nei cieli sopra le acque australiane rimane un mistero, un grande puzzle il cui ultimo pezzo una foto scatta da Roy Manifold. L’uomo aveva installato una fotocamera per i timelapse col fine di catturare il tramonto al largo della costa, ma quando sviluppò le foto non vide solo degli splendidi raggi arancioni che al tramonto baciano il mare, ma qualcosa di strano nel cielo, un oggetto inspiegabile. Il fatto curioso è che questi scatti sono stati eseguiti solamente venti minuti prima dell’ultima trasmissione di Frederick. Gli esperti che analizzarono le foto conclusero che l’oggetto ripreso doveva avere una velocità di almeno 320 km/h.

Cinque anni dopo la scomparsa, parte di un cofano di un Cessna 182L venne trovato sulle rive di Flinder Island in Tasmania, su questo cofano erano presenti dei numeri che corrispondevano alle prime cifre del numero di serie dell’aeroplano. Le analisi successive dimostrarono di come quelle cifre iniziali corrispondessero a quelle del Cessna 182L affittato da Frederick cinque anni prima! Ovviamente non poteva essere una coincidenza, quello era proprio un pezzo della carcassa di quell’aereo emerso forse dalle profondità marine trasportato dalla corrente. Quello fu l’unico pezzo ritrovato, l’aereo e soprattutto il corpo sono ancora da qualche parte su questo pianeta… O forse no?

 
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Pubblicato da su 24 ottobre 2016 in Contatti exraterrestri

 

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Zigmund Adamski – Enigmi tra sparizioni e UFO

Zigmund Adamski – Enigmi tra sparizioni e UFO

Quante volte ci è capitato di sentire notizie in cui persone scompaiono misteriosamente senza lasciare traccia. Ossessive sono le indagini che vengono svolte nei giorni, mesi e a volte anni seguenti. Queste misteriose sparizioni il più delle volte sono messe in atto dalla crudele mano dell’essere umano e sono rari i casi in cui le indagini si concludono nel migliore dei modi. Purtroppo quasi la totalità di queste sparizioni rimane un vero e proprio rompicapo, nonché un mistero destinato a rimanere tale per sempre. La storia che vi stiamo per raccontare ha a che fare esattamente con questa categoria di sparizioni, la sparizione di Zigmund Adamski rimane sicuramente ancora ad oggi una delle più contorte ed enigmatiche della storia.

Zigmund Jan Adamski era un minatore che viveva a Tingley, una piccola cittadina dello Yorkshire, nei pressi di Wakefield. Polacco di nascita, viveva in Inghilterra dal 1960 insieme alla moglie Leokadia Kowalska, conosciuta anche come Lottie, la quale soffriva di sclerosi multipla. Zigmund e Leokadia, sposati da quasi 30, erano una coppia perfettamente normale e senza pretese. Tutto ciò rese la scomparsa e la successiva morte di Zigmund un mistero, nonché un vero e proprio rompicapo per gli investigatori. Collegamenti con strane storie riguardanti UFO arricchiscono inoltre questa storia ancor più di fascino e mistero. Alle tre e mezza di pomeriggio del 6 giugno 1980, il 56enne Zigmund uscì di casa a piedi per acquistare delle patate in un negozio vicino. Mentre lasciava l’abitazione salutò anche il vicino di casa che lo vide allontanarsi in direzione del negozio. Tutto sembrava esattamente come doveva essere quel pomeriggio di estate, ma il signor Adamski non venne mai più visto… Vivo… E per cinque giorni le sue sorti rimasero un mistero.

Cinque giorni dopo, mercoledì 11 giugno, venne rinvenuto il suo corpo privo di vita disteso sulla cima di un mucchio di carbone, poco distante da un deposito di carbone nei pressi di una linea ferroviaria a Todmorden, a pochi chilometri dall’abitazione della vittima. La macabra scoperta venne fatta alle 3:45 di pomeriggio da Trevor Parker, il figlio del proprietario del deposito. Venne subito allertata la polizia e sul posto giunse l’ufficiale Alan Godfrey che, insieme a un collega, procedette ad esaminare la scena del crimine. Fin da subito si scopre qualcosa di strano: il corpo era stato trovato alle 15:45, mentre la chiusura del deposito era avvenuta alle 11:00. Quella si trattava di una zona altamente trafficata, quindi era impossibile che il cadavere si trovasse lì quel mattino, dunque Alan giunse alla conclusione che il corpo doveva essere stato scaricato lì per forza tra quelle quattro ore. Un primo esame sul corpo di Adamski constatò che probabilmente era morto a causa di un attacco cardiaco, ma ciò che aumentava il mistero erano degli strani segni di bruciatura presenti sul collo e sulle spalle, coperti da una strana sostanza gelatinosa che, a seguito di analisi, risultò composta da una materiale sconosciuto. Tutto si complica ulteriormente quando vengono controllati i vestiti: l’uomo è perfettamente vestito, ma non indossa la maglia, rimossa probabilmente da qualcuno. Ciò fece pensare che questo qualcuno l’abbia spogliato e rivestito senza accorgersi della mancanza. A sostegno di quest’ipotesi c’erano anche le scarpe allacciate al contrario, il giubbotto abbottonato non correttamente e la patta dei pantaloni aperta. Sui suoi vestiti, inoltre, non vi era alcuna traccia di polvere, fatto molto strano per un corpo lasciato in un deposito di carbone. Difatti tutt’intorno, per centinaia di metri, il suolo è ricoperto di polvere nerastra. Adamski sembrava completamente fuori luogo, come se fosse riapparso lì, su quella pila di carbone, dal nulla. A conferma di tutto ciò vi era anche la totale mancanza di tracce di carbone sotto le dita o sulla pelle, segno che l’uomo non si era arrampicato volontariamente su quella pila di carbone. Le stranezze però non erano finite qua e i medici legali che esaminarono il cadavere nei giorni successivi rimasero decisamente perplessi. Si scoprì che Adamski, nonostante fosse scomparso per ben cinque giorni, non soffrì né la fame né il sonno. Il corpo non presentava nessun segno di violenza, fatta eccezione per le bruciature sul collo e sulle spalle. I medici confermarono che morì per un arresto cardiaco tra le 11 di mattino e l’una del giorno del ritrovamento, mentre quelle strane bruciature vennero fatte un paio di giorni prima. Una delle cose più strane però la troviamo nell’aspetto dell’uomo avvolto in una terribile smorfia di terrore, come se fosse stato preda di una grande paura prima di morire, ma sul volto di Adamski c’era un’altra stranezza: la lunghezza della barba. Questa infatti non coincideva, era cresciuta troppo poco, come se il giorno prima del ritrovamento la vittima avesse avuto modo di radersi, cosa abbastanza difficile da credere se veramente l’uomo era stato rapito da qualcuno.

Sembrava che non vi fosse alcuna ragione per l’improvvisa scomparsa di Adamski. Venne riferito anche che il giorno dopo la sua scomparsa sarebbe dovuto partire per partecipare a un matrimonio di famiglia, evento a cui non vedeva l’ora di partecipare. Tuttavia, a seguito di un’indagine avvenuta nel 2005 per conto della BUFORA, la British UFO Research Association, in base alle testimonianze raccolte all’epoca del caso, sembrava che Adamski non avesse alcuna intenzione di partecipare al matrimonio previsto a causa di tensioni familiari con altri due invitati, marito e moglie, che avevano ottenuto contro di lui un ordine restrittivo. Si credette dunque che proprio queste due misteriose persone siano state gli artefici del rapimento, rinchiudendo Adamski in un capannone dove poi sarebbe stati colpito da un attacco cardiaco. Tutto questo potrebbe anche essere la spiegazione del mistero, d’altronde sentiamo spesso di famiglie in cui si consumano vere e proprie tragedie, anche ben più gravi di questa. Tuttavia dobbiamo chiudere non un occhio, bensì tutti e due per poter considerare chiuso il mistero con questa spiegazione, difatti sono parecchi i conti che ancora non tornano. Ad esempio da dove provenivano quegli strani segni di bruciatura sul corpo? Che cos’era quella sostanza sconosciuta che ricopriva quei segni? Inoltre, che senso aveva per i rapitori spogliare il corpo per poi rivestirlo? Tutte domande a cui moltissime persone oggi rispondono con un’unica parola: alieni!

Proprio gli anni 80 furono teatro di numerosissimi avvistamenti UFO in Inghilterra e Todmorden era considerato un vero e proprio hotspot. Il primo a mettere in gioco gli extraterrestri fu lo stesso Alan Godfrey, l’ufficiale di polizia che per primo arrivò sulla scena, che alcuni mesi prima, secondo la sua descrizione, venne addirittura rapito da entità aliene. Il 28 novembre 1979, a notte fonda, Godfrey viene inviato dal distretto ad indagare su una mandria di mucche sparita nel nulla. Alle 5:00 del mattino sta guidando lungo la Burnley Road A646 di Todmorden, a circa un chilometro e mezzo dal deposito di carbone, quando vede qualcosa ai bordi della strada. A prima vista sembrava trattarsi di un autobus a due piani uscito dalla carreggiata, così l’agente accese le sirene deciso ad andare a controllare ed eventualmente prestare aiuto. Una volta avvicinato però la paura prese il possesso del suo corpo. Di fronte a lui c’era un disco volante che aleggiava ad un metro da terra, emettendo una debole luce e nessun rumore, la forma ricordava vagamente un diamante, con la parte superiore fissa e quella inferiore che ruotava lentamente su sé stessa. Spaventato, corre a chiedere aiuto via radio, ma questa non funziona, così come la sua automobile di pattuglia.  Poi, d’improvviso, si ritrovò a decine di metri dal luogo dell’incontro. Il fatto strano è che erano passati 45 minuti senza che Godfrey se ne accorgesse, l’uomo aveva avuto un buco temporale di oltre mezz’ora. Confuso per quello che era successo, per essere certo di non essere impazzito, decise di tornare sul luogo dove avvistò lo strano oggetto, ma una volta giunto scoprì solo un’enorme chiazza asciutta nel bel mezzo della strada bagnata dalla pioggia. Dopo alcuni attimi di terrore, Godfrey tornò alla stazione di polizia dove, con l’aiuto di alcuni colleghi, partì nuovamente alla ricerca della mandria di mucche sparite. Infine la trovarono in un campo il cui unico accesso era un cancello chiuso a chiave e anche se aveva piovuto da poco, non c’era nessuna impronta sul terreno fangoso. Come con Adamski, la mandria di mucche sembrava riapparsa dal nulla. Il giorno seguente Godfrey fece rapporto su quanto accaduto e scoprì che una persona quella sera aveva allertato la polizia di Todmorden perché, mentre stava guidando sulla stessa strada, vide una luce bianca volteggiare a qualche chilometro di distanza. Una settimana dopo la vicenda di Godfrey trapelò alla stampa che contribuì a diffonderla. Tutto ciò causò grande imbarazzo per la polizia e Godfrey venne infine allontanato e sollevato dal suo incarico.

Godfrey decise di sottoporsi a un’ipnosi regressiva sotto la supervisione della BUFORA. Sotto ipnosi raccontò i tipici avvenimenti dei rapimenti alieni, come una luce brillante avvolgere la sua auto. Disse che si ritrovò in una stanza arredata come in una qualsiasi casa, c’era un cane nero e un uomo con la barba accompagnati da due piccole figure simili a dei robot. L’uomo con la barba gli comunicò per via telepatica dicendo di chiamarsi Yosef e che lui e Godfrey si conoscevano già. Godfrey continuò il racconto dicendo che il misterioso uomo lo invitò a sdraiarsi su un tavolo dove i robot gli tolsero le scarpe. Vennero posti degli strumenti sulle sue gambe e braccia provocandogli un grosso fastidio, inoltre un cattivo odore penetrò le sue narici. Oltre a quest’esperienza, sembra che Alan Godfrey abbia avuto una vita colma di strane esperienze. Da bambino vide una palla di luce apparire nella sua camera da letto. Nel 1965, all’età di 18 anni, mentre stava tornando a casa con la sua ragazza verso le 2 del mattino, vide una donna con un cane camminare in mezzo alla strada e quando scese dall’auto per verificare le condizioni della donna, non c’era più nessuno. All’arrivo a casa si rese conto che sia lui che la sua ragazza avevano un buco temporale di due ore. Godfrey disse inoltre di aver già visto in più occasioni quel cane nero che descrisse durante l’ipnosi regressiva e che non era altro che un cane che viveva nei pressi della sua proprietà, morto però due anni prima del suo presunto rapimento. Uno degli aspetti più sinistri di questo rapimento è che qualche tempo dopo venne vista una persona distribuire volantini nella zona con l’annuncio dell’omicidio di Alan Godfrey. La polizia venne subito allertata, ma di quella persona non vi era più traccia.

Ritornando alla morte di Zigmund Adamski, l’inchiesta venne abbandonata quello stesso anno e ci fu immediatamente un giro di vite sulle notizie che trapelavano proibendo anche alla stampa di parlarne. Molti anni dopo, nel 1993, James Turnbull, il medico che esaminò il corpo di Adamski, disse che quel caso l’aveva estremamente disorientato e affermò di non escludere l’ipotesi UFO. Col senno di poi, l’autunno del 1980 sembra essere stato un momento importante nella storia dell’ufologia, che porta fino a eventi straordinari come quello della foresta di Rendlesham. Alieni o no, questa sparizione rimane una delle più misteriose e a tratti inquietanti della storia.

 
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Pubblicato da su 18 gennaio 2016 in Contatti exraterrestri

 

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