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Madeleine McCann – Una bambina scomparsa nel nulla

Madeleine McCann –  Una bambina scomparsa nel nulla

Sono trascorsi più di dieci anni e molti ricordano ancora questa vicenda con molta chiarezza, soprattutto perché sono davvero tanti gli elementi discordanti delle testimonianze fornite dai personaggi di questa tragedia. Madeleine McCann, una bambina di soli tre anni, si trovava in vacanza nel sud del Portogallo insieme alla sua famiglia a partire dal 28 aprile 2007. La famiglia della piccola era allora composta dai suoi genitori Kate e Gerry McCann, entrambi medici, e dai suoi fratelli Amelie e Sean. Madeleine era la primogenita e, come i suoi fratelli, era nata grazie alla fecondazione in vitro. I McCann trascorrevano le loro vacanze insieme ad altre tre famiglie. La loro era una vacanza molto spensierata e tranquilla… fino al 3 maggio, giorno nel quale i McCann avevano deciso di fare una cena solo tra adulti e quindi avevano lasciato i bambini nelle camere. Quella fatidica sera, infatti, Madeleine si trovava nella camera da letto dell’appartamento 5A insieme ai suoi fratelli, completamente incustoditi e con le porte scorrevoli aperte. I McCann si trovavano nel ristorante chiamato Tapas all’interno del complesso che distava pochi metri dal loro appartamento, perciò secondo la ricostruzione, i padri di famiglia ogni tanto andavano a visionare la situazione nelle rispettive camere. Quindi, ogni venti o trenta minuti, uno dei due coniugi si alzava dal tavolo e andava a controllare se i loro figli stessero ancora dormendo. Secondo la versione data alle autorità, l’ultimo a vedere la bambina ancora sana e salva è stato il padre di Madeleine, il quale si era recato intorno alle 21.05 in camera. Un’ora dopo, verso le 22, Kate McCann, sotto shock e in preda ad un attacco di panico, era tornata nel ristorante urlando “Maddie non è più qui, l’hanno portato via!”.

A quanto pare Kate recandosi nell’appartamento aveva trovato le porte e le finestre aperte e Madeleine era sparita. Immediatamente dopo l’inquietante scoperta, i due genitori cercarono disperatamente la piccola in tutto il complesso. Cercarono sotto le macchine, tra i cespugli, nella piscina e anche nei cassonetti, ma niente. Quindi vennero contattate le autorità britanniche e portoghesi. Quella stessa notte centinaia di poliziotti e cani rastrellarono tutta l’area, nel frattempo gli investigatori interrogarono i genitori della bambina e gli amici dei McCann. Frutto di nervosismo o per qualche altra ragione tutti caddero in notevoli contraddizioni che portarono gli investigatori a seguire diverse piste che poi negli anni si rivelarono del tutto false. Una delle contraddizioni più strane di questa vicenda proviene proprio dalla testimonianza della madre di Madeleine, che disse di aver visto sia la porta che la finestra aperte, cosa che invece venne smentita da un altro testimone il quale disse di aver visto solo la porta aperta. Nei giorni seguenti ai fatti, questo caso divenne internazionale, in particolar modo perché nel complesso si trovavano diversi turisti di varie nazioni e perché molte delle persone della zona stessa erano francesi, olandesi, tedeschi e altri inglesi, persone che si erano trasferite dopo la pensione a Praia da Luz.  L’Interpol emise un avviso internazionale per la scomparsa il 9 maggio 2007 e da quel giorno le foto di Madeleine con la faccia sorridente e con i suoi occhi rotondi e verdastri continuano a fare il giro del mondo.

A circa ottanta metri dall’appartamento 5A dell’Ocean Club si trova la villa di Robert Murat, che fu il primo e principale sospettato della scomparsa della bambina. A quel tempo Robert aveva 34 anni ed era separato, aveva una figlia della stessa età di Madeleine e fin dall’inizio si offrì ai McCann come traduttore nelle conversazioni con la polizia portoghese. Secondo il Sunday Mirror è apparso diverse volte anche davanti alla stampa addirittura come portavoce della famiglia. Questo suo “strano interesse” lo mise immediatamente sotto i riflettori e fu il primo sospettato ufficiale nelle indagini. Gli investigatori portoghesi lo hanno interrogato diverse volte, perquisito la sua residenza e sono addirittura stati fatti degli scavi nel suo giardino, ma non hanno mai trovato prove del suo coinvolgimento. Il procuratore portoghese cancellò il suo nome dalla lista dei sospetti circa un anno dopo la scomparsa della bambina. I giornali britannici, che diverse volte lo hanno chiaramente indicato come il colpevole della scomparsa di Maddie, hanno dovuto risarcirlo con 715.000 € per diffamazione nei suoi confronti.

Nel 2007 più di mille agenti portoghesi furono coinvolti nella ricerca. Quella notte e per alcune settimane il confine con la Spagna era stato chiuso e la sorveglianza dei porti e degli aeroporti del paese vennero intensificati. Il Regno Unito trasferì anche cani in Portogallo, specializzati nel rilevamento di resti di sangue e odore di cadavere. Il 6 luglio 2007, due mesi dopo la scomparsa della ragazza, gli investigatori iniziarono a so spettare dei genitori perché i cani avevano identificato tracce di sangue e altri fluidi di Maddie nell’appartamento dell’Ocean Club in cui alloggiavano e anche in una macchina che i McCann avevano affittato due settimane dopo la scomparsa della loro figlia. Dopo i risultati degli esami, gli investigatori britannici e portoghesi ammisero per la prima volta che Maddie potrebbe essere stata uccisa. L’ipotesi fatta allora sarebbe quella della “morte accidentale”, ma dopo sedici ore di interrogatorio, la polizia portoghese non riuscì a ricavare altre informazioni dalla coppia i quali non diedero nemmeno una giustificazione plausibile sul perché quelle tracce di sangue furono rinvenute diversi giorni dopo la scomparsa di Maddie. Qualche giorno dopo i McCann decisero di lasciare il Portogallo insieme ai loro gemelli e si stabilirono in Inghilterra. Il procuratore portoghese dovette chiudere il caso un anno dopo per mancanza di ulteriori prove per incriminarli. Gonçalo Amaral fu il commissario che si occupò dell’indagine dal primo minuto e ha sempre sostenuto che la bambina fosse morta e che la polizia britannica aveva collaborato con i McCann per nascondere l’omicidio. Quando lasciò la polizia del suo paese, Amaral pubblicò il suo libro “Maddie: la verità della menzogna”, un best seller in Portogallo e nel Regno Unito. In questo libro l’ex agente punta direttamente il dito contro i genitori della piccola. Dice che Maddie è morta in maniera accidentale per colpa dei genitori quella stessa notte, la prova sarebbe il sangue umano trovato dietro un divano, Gerry avrebbe poi nascosto il corpo di sua figlia in una spiaggia vicina e pochi giorni dopo la sua morte l’avrebbe spostata in un altro luogo, di cui nessuno conosce la posizione. Nel 2013, la polizia britannica riaprì il caso su insistenza della coppia McCann, quindi Scotland Yard decise di stanziare undici milioni di sterline annunciando anche quattro nuove linee di ricerca.

Diverse sono le teorie sorte negli anni, dal rapimento su commissione da parte di una banda di zingari, fino alla teoria del furto fallito secondo la quale dei ladri sarebbero entrati nell’appartamento credendo che non ci fosse nessuno e quando videro Madeleine decisero di prenderla. Questa teoria è supportata dal fatto che c’erano stati diversi tentativi di furto nell’appartamento 5L e 5G nei giorni precedenti, che si trovano nello stesso blocco in cui risiedevano i McCann. Durante questi anni ci sono state molte segnalazioni di persone che avrebbero visto Madeleine in Spagna, Francia, Marocco, Malta e Stati Uniti, ma tutte risultarono puntualmente infruttuose. Addirittura qualche settimana fa una studentessa inglese di nome Harriet Brookes avrebbe confessato di essere Madeleine McCann. Sui suoi social network, infatti, questa ragazza aveva postato diverse foto dichiarando non soltanto l’incredibile somiglianza con Madeleine, ma di avere anche la caratteristica macchia marrone intorno all’iride degli occhi e un neo sulla coscia descritti dai genitori della bambina. Ovviamente si tratta solo di una strana coincidenza dato che, se fosse ancora in vita, Madeleine avrebbe 14 anni mentre Harriet Brookes è una studentessa universitaria di Manchester.

La polizia prosegue con le ricerche, ma i fondi stanziati stanno per finire e probabilmente il caso, a meno di risvolti inaspettati, verrà chiuso nel 2018 senza un colpevole e i fatti accaduti quel maledetto 3 di maggio resteranno per sempre un mistero…. Questo caso sembrerebbe una storia tratta da un romanzo di Agatha Christie, solo che questa è la realtà… e la realtà il più delle volte è molto più crudele di qualunque racconto di fantasia.

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Pubblicato da su 11 dicembre 2017 in Casi macabri e misteriosi

 

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Cindy James – Una persecuzione paranormale

Cindy James – Una persecuzione paranormale

L’8 giugno 1989, un’infermiera canadese di 44 anni di nome Cindy James è stata trovata morta a Richmond, un sobborgo di Vancouver, Canada. Era stata drogata, strangolata e le mani e i piedi erano legati dietro la schiena. È stata trovata in un cortile di una casa abbandonata a un chilometro e mezzo da un piccolo centro commerciale dove era parcheggiata la sua auto rinvenuta il 25 maggio, giorno della sua scomparsa. C’era sangue sulla portiera del conducente e il suo portafogli era sotto l’auto. Quando il suo corpo fu scoperto nel cortile, sembrava che Cindy fosse stata uccisa brutalmente. Una calza di nylon era stata legata stretta intorno al collo e l’autopsia scoprì che nel corpo della donna vi erano ingenti quantità di morfina e altri farmaci. La Royal Canadian Mounted Police, credeva che la sua morte fosse stata un incidente o un suicidio, tuttavia il coroner di Vancouver stabilì che la morte di Cindy non era dovuta da suicidio, incidente o omicidio… piuttosto sostenne che morì a causa di un “evento sconosciuto”. In ogni caso la storia di Cindy James inizia sette anni prima quando cominciò a segnalare diversi incidenti e molestie nei suoi confronti dopo quattro mesi il divorzio da suo marito.

Cindy era la maggiore di sei fratelli. All’età di 19 anni si sposò con il dottor Roy Makepeace, diciotto anni più grande di lei. Grazie all’aiuto del marito trovò impiego come infermiera e aiutava spesso i bambini che avevano dei problemi emotivi, cosa che amava fare. La sua vita pareva perfetta, ma quando decise di divorziare nel 1982, tutto le crollò addosso e la sua vita divenne un inferno. La donna aveva un rapporto abbastanza buono con i suoi genitori e proprio a loro cominciò a confidare le prime storie di molestie nei suoi confronti, dopodiché si rivolse alla polizia quando ricevette vere e proprie minacce di morte via telefono o per posta da parte di un’entità sconosciuta. Molestia dopo molestia, la salute mentale e fisica di Cindy si sgretolava sempre di più. Un giorno quando tornò a casa trovò tre gatti morti appesi nel suo giardino, le luci del portico frantumate e la linea telefonica tagliata. Strani biglietti venivano trovati quotidianamente davanti alla sua porta e quasi ogni giorno Cindy segnalava alla polizia violenti attacchi fisici. Una notte, un’amica di Cindy, decise di andare a trovarla, ma quando bussò alla porta non ricevette risposta. Preoccupata cominciò a fare il giro della casa per raggiungere la porta sul retro e di certo non si sarebbe mai immaginata a cosa avrebbe assistito. Cindy era accovacciata a terra nel suo garage aperto con una calza di nylon legata intorno al collo. Alla richiesta di spiegazioni da parte dell’amica, Cindy affermò che qualcuno l’aveva tramortita per poi fuggire quando sentì l’amica bussare.

Per Cindy il terrore non era che all’inizio. Vennero lasciate foto sul parabrezza della sua auto ritraenti cadaveri in obitorio. Della carne cruda veniva consegnata a casa sua e un giorno Cindy trovò il suo cane in evidente stato di terrore seduto accanto alle proprie feci con un cordone legato stretto al collo. Nel frattempo la polizia intensificò i controlli direttamente fuori casa della donna dopo le sue numerose segnalazioni, ma non riuscì mai a identificare nulla degno di nota, cominciando a pensare che Cindy fosse semplicemente pazza e che fosse proprio lei ad architettare tutte quelle terribili cose, forse in preda alla depressione a causa del divorzio. Cindy, ormai stremata e con l’accusa di essere semplicemente una matta, decise di trasferirsi in una nuova casa, ridipingere l’auto e cambiare addirittura il cognome. Assunse anche Ozzie Kaban, un investigatore privato, che a aveva spesso problemi nel comunicare con Cindy in quanto rifiutava di fornire informazioni dettagliate riguardo i suoi incidenti ed era sempre vaga, tuttavia la famiglia giustificava questo comportamento perché pensava che Cindy fosse direttamente minacciata di morte nel caso avesse riferito qualsiasi qualcosa.

L’investigatore privato installò diverse luci nella residenza della donna, le diede anche una radio e un pulsante che se premuto avrebbe chiamato direttamente la polizia che regolarmente sorvegliava la sua nuova casa. Una notte Ozzie sentì strani suoni provenire dalla radio e si precipitò a casa di Cindy. Quando arrivò la trovò distesa sul pavimento con un coltello conficcato nella sua mano, con accanto un biglietto che diceva “Sei morta, stronza”. La donna venne immediatamente ricoverata in ospedale, mentre la polizia non fece nulla stanca di tutte queste storie che circondavano Cindy, tuttavia Ozzie era convinto che mai nessuno avrebbe potuto auto-infliggersi una cosa del genere. Le donna venne sottoposta a diverse sessioni di ipnosi regressiva per cercare di andare più a fondo, tuttavia la mente di Cindy era troppo “traumatizzata” per considerare quei test attendibili. Una volta tornata a casa, il terrore per Cindy non era ancora finito: telefonate minatorie continuavano a perpetrarsi a ogni ora del giorno senza che si riuscisse mai a rintracciarle perché troppo brevi. Una cosa strana è che la polizia, quando era impegnata a sorvegliare la casa di Cindy ventiquattr’ore su ventiquattro, non sentiva mai squillare il telefono e non riusciva mai ad assistere a qualcosa di strano, un motivo in più per loro per credere che Cindy si stava semplicemente inventando tutto, ma un giorno, come se non bastasse, Cindy venne trovata distesa in un fosso a dieci chilometri da casa sua, indossando un indumento da lavoro e un guanto di un uomo. Stava soffrendo di ipotermia e aveva tagli e contusioni su tutto il corpo e ancora una volta aveva una calza di nylon nera intorno al collo, ormai divenuto un marchio dei suoi presunti attacchi.

Tutta questa vicenda stava assumendo una sfumatura quasi paranormale fin quando un giorno scoppiò un incendio nel seminterrato della casa della povera donna. Dopo aver capito che il telefono non funzionava, Cindy corse si fuori per avvisare i vicini e vide un uomo al quale chiese di chiamare i vigili del fuoco, ma l’uomo, invece di prestare aiuto, fuggì. La polizia stabilì che il fuoco era stato avviato dall’interno della casa perché non fu rinvenuto niente che potesse far intendere a un’effrazione, dunque si pensò che Cindy stessa avesse messo in scena l’incidente. La salute mentale e fisica di Cindy si stava deteriorando sempre di più e i genitori erano molto preoccupati. Spaventati dall’idea che potesse commettere qualcosa di molto più strano, il suo medico la portò in un reparto psichiatrico da dove uscì dieci settimane dopo senza che venne riscontrato nulla di particolare. La domanda che si stavano ponendo tutti era: Cindy era veramente perseguitata da qualcuno o stava inscenando tutto perché impazzita? Cindy era convinta che la figura dietro tutte queste molestie non fosse altri che il suo ex marito, ma ovviamente quest’ultimo negò ogni cosa. La svolta definitiva alla storia avvenne il 25 maggio quando Cindy andò al centro commerciale per fare la spesa e quella fu l’ultima cosa che fece… ora c’è da chiedersi, se fosse stato veramente un suicidio, come mai inscenare una cosa tanto elaborata? Perché non morire semplicemente nel suo letto di casa e dare alla sua famiglia meno dolore?

L’ipotesi del suicidio non regge molto anche per la posizione in cui venne rinvenuta Cindy, con mani e piedi legati… come avrebbe potuto da sola? Ci sono tante cose che non tornano. Il suo ex marito credeva che Cindy fosse affetta dal disturbo di personalità multipla e che a causare tutte quelle terribili cose fosse una sua personalità di cui la vera Cindy non ne era a conoscenza, d’altronde abbiamo già dimostrato nel nostro video dedicato a Billy Milligan, come in questi casi la mente umana sia in grado di fare cose straordinarie e all’apparenza impossibili, ad ogni modo questa fu solo una teoria non tanto accreditata, l’unica cosa certa in questa storia è che Cindy soffrì immensamente durante i suoi ultimi sette anni di vita, venne torturata sia fisicamente che mentalmente, o da un sadico pazzo assassino, oppure dalla sua stessa mano. Il padre di Cindy morì nel 2010 e sua madre nel 2012 ed entrambi, fino al loro ultimo respiro, erano convinti che Cindy non avrebbe mai e poi mai potuto commettere suicidio. L’unica persona che ad oggi sta ancora cercando la verità è la sorella Melanie che ha scritto un libro al riguardo, intitolato “Who Killed My Sister, My Friend”. In quelle pagine si può percepire lo strazio di una famiglia e di una sorella che sicuramente non scoprirà mai la verità…

 
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Pubblicato da su 20 novembre 2017 in Casi macabri e misteriosi

 

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Jack lo Squartatore – Il killer più folle e spaventoso

Jack lo Squartatore – Il killer più folle e spaventoso

Egli è senza dubbio il più famoso killer di tutti tempi e forse una delle più infami figure cult della storia. Non appena si menziona il suo nome si fanno smorfie di orrore al solo pensiero delle sue brutali azioni. L’identità dell’individuo, o per meglio dire, del mostro responsabile di alcuni orribili e orrendi delitti commessi nel tardo XIX secolo a Londra, è avvolta sotto una fitta nebbia di mistero ancora oggi. Per oltre un secolo, professionisti e dilettanti hanno cercato di trovare un minimo comun denominatore a quella scia di efferati delitti, ma nessuno è mai stato definitivamente in grado di rispondere ad alcune domande. Una tra le tante era: che tipo di persona sarebbe in grado di commette atti così terribili nei confronti di povere donne innocenti? La leggenda di Jack lo Squartatore e delle sue orripilanti azioni è tanto terribile quanto affascinante e fino ad oggi la serie raccapricciante di delitti avvenuti nel quartiere londinese di Whitechapel nel 1888 rimane il giallo più famoso di tutti i tempi.

Jack lo Squartatore è uno pseudonimo dato ad un serial killer che si nascondeva nei quartieri poveri ad est di Londra nell’autunno del 1888. Questo soprannome deriva da una lettera scritta al momento delle uccisioni da parte di un qualcuno che sosteneva di essere l’assassino. Le vittime di Jack lo Squartatore sono state tutte donne che risiedevano nelle baraccopoli del degradato quartiere di Whitechapel. Queste erano donne che a causa della povertà estrema si erano spinte a prostituirsi al fine di mantenersi. Quasi tutte le sfortunate vittime erano donne sulla quarantina fatta eccezione per una, Mary Jane Kelly, che era nel fiore dei suoi 25 anni al momento dell’omicidio. Non è chiaro cosa abbia alimentato la sua sete selvaggia di sangue, ma tutti gli omicidi sembravano essere metodici e calcolati. Il numero preciso delle vittime dello Squartatore non è definito, generalmente vengono riconosciute come sue vittime cinque donne, tutte prostitute che fecero davvero una brutta… brutta fine. Le gole delle vittime venivano quasi completamente recise, spesso seguivano mutilazioni addominali tra cui la rimozione degli organi in alcuni casi. Per la precisione dei tagli, si pensò che lo Squartatore avesse conoscenze chirurgiche, ma vediamo nel dettaglio tutte le sue vittime accertate…

31 agosto 1888 – Mary Ann Nichols – 44 anni. Mary Ann fu la prima vittima accertata. Venne ritrovata a Buck’s Row, di fronte a uno dei tanti mattatoi del quartiere. La vittima presentava la gola tagliata fin quasi alla decapitazione e tagli sul ventre, dai quali fuoriusciva l’intestino. Gli organi genitali presentavano gravissime ferite da taglio.

8 settembre 1888 – Annie Chapman – 46 anni. Il suo corpo fu ritrovato in un cortile al numero 29 di Hanbury Street a Whitechapel. La gola era squarciata e la testa era quasi del tutto recisa dal busto. Il ventre era aperto: gli intestini erano appoggiati sulla spalla destra, mentre l’utero e due terzi della vescica erano stati asportati. Il giorno dopo una bambina riferì alla polizia di aver visto una striscia di sangue in un cortile poco distante dal luogo del delitto: gli investigatori conclusero che probabilmente era la traccia lasciata dall’assassino, che era solito portare con sé un macabro trofeo asportato alla vittima. L’identità del killer rimaneva ignota e la polizia brancolava nel buio. Le ipotesi più probabili vedevano coinvolti fanatici o maniaci sessuali.

30 settembre 1888 – Elizabeth Stride – 44 anni. Fu trovata intorno all’una di mattina in Berner Street. Presentava un profondo taglio alla gola dal quale, al momento del ritrovamento, fuoriusciva ancora del sangue. La polizia ne concluse che lo Squartatore fuggì poco prima che venisse scoperto il cadavere, senza ultimare il suo macabro lavoro.

30 settembre 1888 – Catherine Eddowes – 46 anni. Il cadavere venne trovato lo stesso giorno di Elizabeth in un lago di sangue. L’assassino, probabilmente non essendo riuscito a ultimare il suo martirio su Elizabeth, sfogò tutta la sua pazzia su Catherine. La faccia era sfregiata: naso e lobo dell’orecchio sinistro erano stati tagliati, così come la palpebra dell’occhio destro. Il volto era sfigurato con un taglio a “V” sulla parte destra e con numerosi tagli sulle labbra, tanto profondi da mostrare le gengive. Il corpo era sventrato da un enorme e unico taglio che dall’inguine arrivava fino alla gola: lo stomaco e gli intestini erano stati estratti e appoggiati sulla spalla destra, il fegato appariva tagliuzzato, il rene sinistro e gli organi genitali erano stati portati via. La vittima come le altre era stata sgozzata quasi fino alla completa decapitazione. Vennero rinvenute tracce di sperma.

9 novembre 1888 – Mary Jane Kelly – 25 anni. È l’ultima vittima attribuita a Jack lo squartatore. Questo è considerato di certo l’omicidio più efferato di tutti. Il corpo di Mary Jane venne trovato sul letto della camera dove la donna viveva al numero 13 di Miller’s Court. La gola era squarciata, il viso severamente mutilato e irriconoscibile, il petto e l’addome aperti, molti organi interni tra cui il cuore erano stati rimossi, il fegato giaceva tra le gambe e l’intestino arrotolato presso le mani, la carne che ricopriva gli arti era stata asportata.

Ora sapete perchè Jack lo Squartatore è così tanto conosciuto. Le sue diaboliche azioni erano sulla bocca di tutti e in tutta la Londra dell’epoca aleggiava un clima di terrore puro soprattutto tra le donne che avevano paura di uscire di casa ed essere orribilmente mutilate da un pazzo di cui non si conosceva assolutamente nulla. In quel periodo si fecero centinaia di supposizioni, si ipotizzò che l’assassino fosse una donna, che fosse uno straniero, ma non si venne realmente mai a capo di nulla, inoltre durante il periodo degli omicidi la polizia ricevette centinaia di lettere da parte di ignoti che fornivano informazioni utili per la cattura dell’assassino, anche se la maggior parte di essere vennero considerate inutili. La cosa più inquietante tuttavia furono alcune lettere firmate da colui che si dichiarava l’assassino! Molte vennero considerate semplicemente come scherzi di cattivo gusto, ma altre fecero rabbrividire gli agenti di polizia non tanto per quello che c’era scritto… Ma per quello che accompagnava tali lettere. La più famosa è la lettera “From Hell” o “Dall’inferno” ricevuta il 16 ottobre 1888. La lettera era accompagnata da una piccola scatola contenente la metà di un rene umano, conservato in alcol etilico. Uno dei reni della vittima Catherine Eddowes era stato rimosso dal cadavere e il medico che lo esaminò determinò una certa somiglianza con quello sottratto alla donna.

Nel corso degli anni e dei decenni seguenti sono stati fatti talmente tanti nomi per identificare Jack lo Squartatore che si potrebbero riempire pagine e pagine, tuttavia una svolta avvenne ben 126 anni dopo gli orribili fatti. 2014. Dalle macchie di sangue e sperma ancora presenti sullo scialle di Catherine Eddowes è stato possibile risalire al DNA dell’assassino e confrontarlo con quello dei discendenti di entrambi. Venne fuori un nome: Aaron Kominski, un barbiere di origini polacche. Quest’uomo era già noto alla polizia del tempo e si ripeteva molte volte fra i documenti e le ricostruzioni di Scotland Yard. Kominksi con ogni probabilità, era affetto da una grave forma di schizofrenia, che gli causava forti istinti omicidi. Nel 1891 venne ricoverato in un manicomio. Morì nel 1919 proprio in quell’istituto. Dopo 126 anni dunque è stata finalmente svelata la vera identità di Jack lo Squartatore? A quanto pare no poiché un’equipe di esperti di DNA rivelò che i calcoli, alla base della teoria che aveva indicato il giovane barbiere polacco, erano sbagliati, dunque è tutto da rifare. A questo punto con ogni probabilità la vera identità di Jack lo Squartatore che negli anni ha assunto una figura quasi soprannaturale, rimarrà avvolta nel mistero per sempre.

 
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Pubblicato da su 11 aprile 2017 in Personaggi sinistri

 

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Isole Flannan – I guardiani del faro scomparsi nel nulla

Isole Flannan – I guardiani del faro scomparsi nel nulla

Nei giorni vicini all’ultimo Natale del XIX secolo, su un’isola remota e dimenticata da Dio, tre uomini scomparvero nel nulla. Le leggende locali e la superstizione rivendicano tale isola come luogo ricco di storie connesse con il mondo del soprannaturale. Le isole Flannan sono un piccolo gruppo di sette isole situate a poco più di 100 chilometri a nord-ovest dalla Scozia e fanno parte delle Ebridi Esterne, una serie di isole al largo della costa occidentale della Scozia, separate da quest’ultima dalle Ebridi Interne da uno stretto estremamente burrascoso. Le sette isole prendono il nome da St Flannan, un predicatore irlandese del VII secolo. L’isola più grande del gruppo, Eilean Mor, è la culla di un mistero vecchio di oltre un secolo che riguarda tre uomini, i guardiani del faro situato sull’isola, scomparsi senza lasciare nessuna traccia.

Per secoli Eilean Mor ha avuto una reputazione a dir poco inquietante tra i marinai, sono numerose le leggende che si raccontano su di essa, in particolare tra gli abitanti delle isole vicine. Si narra di un gruppo di “Piccole persone” con poteri magici che abiterebbe Eilean Mor da secoli, per comunicare tra di loro usano uno strano dialetto, sono molto schivi e non si fanno mai vedere dagli esseri umani verso la quale sono molto diffidenti. Altri raccontano che l’isola sia la casa di una particolare razza di volatili giganti e che gli abitanti li utilizzavano per spostarsi tra un atollo all’altro. Sono molti i marinai convinti di aver avvistato questi grossi volatili e quei piccoli esseri, ovviamente oggi si ritiene fosse tutto semplicemente frutto della fantasia di un popolo che ancora credeva in fate, elfi e folletti, ma come mi piace ogni volta ricordare: le leggende hanno sempre un fondo di verità. Quel che di sicuro non è leggenda è che nel 1896 si cominciò a costruire su Eilean Mor un faro che avrebbe dovuto essere il punto di riferimento per gli impavidi che si inoltravano tra le acque impervie del nord della Scozia. I lavori durarono tre anni e il 7 dicembre 1899 il faro cominciò e gettare la sua luce all’orizzonte come un’ancora di salvezza per i marinai. Prima che il faro venisse costruito furono numerose le navi e i vascelli che affondarono, inoltre sull’isola erano presenti solo le rovine di una cappella. Situato sul punto più alto di Eilean Mor, il faro si erge imponente con i suoi ventitré metri d’altezza, con una luce visibile da oltre 30 chilometri di distanza, costruito per resistere ai più temibili venti di burrasca.

Thomas Marshall, James Ducat, Donald MacArthur e Joseph Moore. Questi erano i nomi dei guardiani del faro scelti con estrema attenzione, infatti per compiere quel lavoro erano necessari un forte carattere, nervi saldi, facilità nell’adattarsi in ogni situazione e soprattutto, cosa più importante, una forte resistenza alla solitudine. Ai quattro uomini venne imposto che dovevano esserci sempre tre guardiani a presidiare il faro e i quattro si accordarono per turni di sei settimane. Un anno dopo che il farò entrò in funzione, accadde qualcosa che ancora oggi è considerato un vero e proprio mistero. La luce di quel faro eseguiva un giro completo ogni 30 secondi, ma la notte del 15 dicembre 1900 non fu così. Quella notte il mare era stranamente tranquillo, ma a permeare l’atmosfera di quel velo di paura e mistero c’era una fittissima nebbia. Di passaggio c’era un vascello inglese diretto a Edimburgo che però non venne accolto dalla luce rassicurante del faro di Eilean Mor. Era tutto spento, tuttavia il vascello riuscì comunque a raggiungere la sua meta tre giorni più tardi riferendo la stranezza alle autorità portuali, per qualche ragione però il rapporto non venne consegnato alla Northern Lighthouse Board, l’ente pubblico responsabile di tutti i fari in quelle isole.

Il 26 dicembre arrivò sull’isola una nave di soccorso in ritardo di quasi una settimana a causa delle forti burrasche avvenute nei giorni precedenti, a bordo c’era Joseph Moore pronto per sostituire uno dei suoi colleghi, ignaro però che non li avrebbe mai più visti. Joseph notò fin da subito qualcosa di strano, solitamente loro erano molto impazienti di vedere un compagno tornare per scambiare due parole prima di tornare alla solitudine del loro lavoro, ma quel giorno sulla banchina non c’era nessuno, allora il capitano della nave di soccorso suonò la sirena nella speranza di ricevere qualche risposta, ma il silenzio regnava sovrano. Preoccupato Joseph corse al faro, lo trovò chiuso ma la porta era comunque sbloccata. Si diresse subito in cucina dove trovò solo il nulla più assoluto, tutto era meticolosamente al suo posto, solo una sedia era ribaltata, come se chi vi fosse seduto sopra si fosse alzato repentinamente per correre via. L’orologio era fermo, le lampade ad olio appena riempite e il pasto era stato consumato a metà. Nessun letto era stato sistemato e negli armadietti mancavano solo due impermeabili, il terzo era ancora al suo posto, fatto strano dato che le regole imponevano ai guardiani che ogni volta che uscivano dovevano sempre indossare tutti gli impermeabili. Joseph gridò e gridò a squarciagola il nome dei suoi compagni uno a uno più volte, ma poteva udire solo le onde che s’infrangevano sugli scogli.

A questo punto Joseph e alcuni marinai della nave di soccorso cominciarono ad ispezionare l’intera isola, fortunatamente non era molto grande, ma dei tre guardiani nessuna traccia. Il diario riportava che fino all’ora di pranzo del 15 dicembre, tutto era tornato alla normalità dopo la violenta tempesta dei giorni precedenti, dunque dagli indizi quali il pasto mezzo consumato e i letti ancora da sistemare, si ipotizzò che qualsiasi cosa fosse accaduta doveva essere avvenuta probabilmente quello stesso pomeriggio. Qualche giorno dopo la Northern Lighthouse Board avviò un’indagine. Si scoprì che la zona ovest dell’isola mostrava violenti segni del passaggio di una terribile tempesta. Una cassa era andata completamente distrutta, alcuni tratti delle rotaie che portavano al faro erano stati scardinati dal cemento e un masso di oltre una tonnellata vi si è schiantato in mezzo. Si venne alla conclusione che i tre uomini avessero lasciato insieme il faro trascurando il protocollo di sicurezza per far fronte ai disastri che il maltempo stava procurando, per poi essere investiti da un’onda anomala mentre stavano lavorando che li inghiottì per sempre nell’Oceano Atlantico spezzando in un attimo le loro vite. Questa fu la conclusione ufficiale che tuttavia non convince per due principali motivi: il primo è che secondo recenti studi l’onda che avrebbe dovuto inghiottire i tre uomini sarebbe dovuta essere alta più di 30 metri, fatto assolutamente improbabile. In secondo luogo negli armadietti mancavano solo due impermeabili, vuol dire che il terzo uomo non aveva mai lasciato il faro. Tuttavia nonostante queste incongruenze, la Northern Lighthouse Board accettò questa spiegazione in fretta forse per non gettare troppo fango su se stessa o forse perché aveva trovato qualcosa che non voleva assolutamente divulgare mettendo in pratica una vera e propria opera di insabbiamento.

Come per ogni mistero esistono diverse teorie avanzate nel corso degli anni per cercare di dare una spiegazione a quei punti a cui la spiegazione ufficiale non riesce a dare risposta. In primo luogo venne suggerito che molti degli aspetti dell’intera faccenda furono “sensazionalizzati” dalla stampa con l’avanzare del tempo. Molti concordano con la spiegazione della Northern Lighthouse Board, altri invece avanzano spiegazioni ben più azzardate, come quella che vede protagonista l’omicidio. Uno dei tre uomini durante un momento di follia avrebbe gettato i corpi in mare dei suoi compagni per poi buttarsi tra le quelle stesse onde divorato dai sensi di colpa, ma dalle minuziose ispezioni dell’isola non furono trovate tracce di sangue, inoltre i corpi sarebbero dovuti tornare a riva a causa delle correnti. Altra teoria è quella che ha come protagonista un enorme serpente di mare, giunto sull’isola per divorare i poveri guardiani. Non mancano, ovviamente, teorie molto più fantasiose: dal rapimento alieno ai mostri marini, passando per la leggenda del Fantasma dei Sette Cacciatori, che viaggia fra le isole del piccolo arcipelago in cerca di uomini da reclutare.

Oggi le isole Flannan sono completamente deserte e il faro Eilean Mor è stato totalmente automatizzato a partire dagli anni 70, forse però non sono così deserte, magari gli spiriti dei tre guardiani sono le uniche anime che stanno ancora vagando con l’idea di vegliare sul faro.

 

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Caso YOG’TZE – Una paranoia mortale

Caso YOG’TZE – Una paranoia mortale

La Germania è un paese dove di certo si sono verificati molti casi di delitti irrisolti o macabri eventi, alcuni dei quali hanno già trovato spazio nel nostro canale come il caso della fattoria Hinterkaifeck o la raccapricciante storia di Armin Meiwes, meglio noto con il nome cannibale di Rotenburg. Oggi vi parleremo di un ennesimo caso tanto inquietante quanto strano, il caso YOG’TZE. Questa parola sembra un’accozzaglia di lettere messe a caso, tuttavia è stato l’unico criptico indizio di una morte alquanto sconcertante che ancora oggi non ha trovato una risposta.

Germania, 1984. Günther Stoll è un ingegnere alimentare disoccupato. La sua situazione finanziaria è molto precaria, ma un’ombra molto più grande incombe sulla sua vita: un caso preoccupante di paranoia clinica e la convinzione di essere preso di mira da una presenza sinistra. Capitava spesso che Günther raccontasse queste sue sensazioni alla moglie, che però non prendeva molto sul serio a causa della sua condizione clinica… e forse fu proprio questa superficialità da parte della moglie e dei medici a condannare l’uomo che raccontava di essere seguito da delle figuri indistinte a cui si riferiva sempre con il pronome “loro”. “Loro” sono stati qui, “loro” mi seguono. Chiunque fossero queste entità, Günther diceva sempre che presto gli avrebbero fatto molto, molto male.

La sera del 25 ottobre Günther è a casa nella sua camera da letto, seduto su una sedia pensieroso. Poi senza preavviso fa uno scatto, si alza e grida in tedesco “Ora ho capito!”. Comincia a rovistare nei cassetti, prende carta e penna e scarabocchia 6 lettere: “YOGTZE”, l’opinione dei ricercatori si spacca sulla lettera G che molti considerano sia in realtà il numero sei. Poco dopo Günther lancia via il biglietto su cui aveva scritto quel criptico messaggio e scappa di casa. È tardi ma l’uomo ha bisogno di riflettere e di un drink. Sale sulla sua Volkswagen Golf e si dirige alla vicina città di Wilnsdorf dove ordina una birra nel suo pub preferito. Prima che potesse fare il primo sorso, Günther crolla a terra ferendosi al volto. I testimoni rimasero sorpresi da quell’incidente anche perché Günther non aveva ancora bevuto e quindi non poteva essere ubriaco. Questo strano episodio si verificò intorno alle undici di sera, ma la notte era tutt’altro che finita. Dopo aver ripreso conoscenza Günther lascia il bar e cosa avesse fatto o dove fosse stato nelle due ore successive rimane un mistero. Quello che è noto è che dopo queste due ore di buio, all’una di notte, l’uomo si stava dirigendo con la sua auto nella sua città natale di Haigerseelbach, a circa 10 km da Wilnsdorf. Li cerca una donna, una sua vecchia amicizia, e la trova a casa sua, tuttavia la donna non lo lascia entrare e Günther parte con un monologo interminabile in cui avverte di un imminente “incidente orribile”. La donna lo ascolta da dietro la porta impaurita dopodiché invita Günther a tornare a casa da sua moglie credendolo ubriaco. L’uomo è sempre più spaventato e invece di seguire il consiglio della sua amica d’infanzia, prende la sua Golf e scompare per altre due ore, altre due ore di buio… Questa volte le ultime ore della sua vita.

26 ottobre, 3:00 del mattino. Due camionisti stanno percorrendo l’autostrada A45, un’autostrada lunga 257 km da Dortmund a Aschaffenburg, quando scorgono in lontananza un’auto finita fuori strada vicino all’uscita di Hagen-Süd, a circa 100 km da Haigerseelbach. Si fermano per verificare cosa fosse successo e notano che l’auto è una Volkswagen Golf, dentro c’è un uomo nudo e sanguinante accasciato sul sedile anteriore del passeggero e appena cosciente. Quell’uomo era Günther Stoll. Uno dei due camionisti chiamò subito l’ambulanza mentre l’altro cercò di capire cosa fosse accaduto parlando con Günther il quale biascicava dapprima parole incomprensibili e poi disse che stava viaggiando con quattro sconosciuti che lo picchiarono fino quasi alla morte per poi abbandonarlo nella sua auto. Poco dopo arriva l’ambulanza e si precipita in ospedale, ma per Günther era ormai giunta l’ora e morì durante il tragitto a causa delle profonde ferite sul suo corpo. I due camionisti vennero interrogati nello stesso momento, ma in due sessioni diverse ed entrambi dissero che poco prima del loro arrivo notarono un uomo ferito con una giacca bianca in fuga dalla Volkswagen Golf fuori strada, inoltre vicino all’uscita di Hagen-Süd videro anche uno autostoppista. Questo dettaglio complicò una scoperta sconcertante già fatta dalla polizia: le ferite di Günther non erano per niente riconducibili alla dinamica ricostruita dell’incidente, le ferite non coincidevano e sembravano causate più che altro da delle percosse, inoltre la posizione in cui era stato trovato era strana, sembrava quasi che si fosse ferito in un altro posto per poi raggiungere la sua auto, o che come molti pensano, sia stato messo lì da qualcuno che voleva simulare l’incidente.

Vennero spese molte energie per cercare di dare un senso a tutto ciò che apparentemente non ne aveva su quell’episodio. Semplice incidente? Omicidio premeditato? Nessuno lo sa ancora con certezza. La teoria popolare spiega come la sigla YOGTZE o YO6TZE, non fosse nient’altro che la targa di un’auto, magari lo stesso mezzo che usavano quelle figure che stando a quanto Günther diceva lo inseguivano e spiavano. Questa teoria afferma anche che quella stessa auto avrebbe poi causato l’incidente e il fatto che Günther avesse scritto la targa su un foglietto potrebbe essere stata una sorta di presentimento o intuizione. Ma perché non parlarne con la moglie o qualcuno… Forse l’uomo si era semplicemente rassegnato dato che tutti l’avevano ormai preso per pazzo, una situazione di certo frustrante. D’altro canto se escludiamo l’omicidio, tutto quello che è successo a Günther la notte tra il 25 e 26 ottobre 1984, è spiegabile semplicemente con una paranoia estrema andata fuori controllo. Un biglietto con lettere senza senso, uno svenimento in pubblico, la ricerca di una vecchia conoscenza e il vagare senza meta nel mezzo della notte, sono tutti atti che potrebbero essere attribuiti a una perdita di sanità mentale.

Un’altra teoria vede come protagonista l’omicidio involontario con occultamento di cadavere. Non è raro per coloro che non sono sani di mente togliersi i vestiti. Forse un veicolo colpì Günther mentre vagava nudo per le strade di notte. Coloro che avrebbero investito l’uomo, colti dal panico potrebbero aver riportato Günther nella sua auto portandolo poi fuori strada, tuttavia il perché abbiano deciso di abbandonarlo al largo della trafficata autostrada A45 resta complicato da spiegare. La pista che ad oggi ha più senso vede l’uomo al centro della malavita o di complotti, forse era venuto a conoscenza di qualcosa che non doveva assolutamente sapere. Gli inquirenti non riuscirono a capire il significato della parola YOGTZE e non pensarono che forse lo stassero leggendo dal lato sbagliato, se infatti si gira il biglietto di 180 gradi non si ha più a che fare con una stringa di lettere senza senso, ma con un numero: 027,906. Secondo una teoria questo insieme di cifre si riferisce al numero di catalogo di un acido usato nel trattamento alimentare e ricordiamo che Günther era un ingegnere alimentare… Coincidenze? Forse l’uomo aveva davvero scoperto qualcosa che non doveva scoprire.

Queste sono tutte speculazioni. Il fatto è che la morte di Günther è stata ufficialmente catalogata come omicidio da parte della polizia tedesca che ha archiviato il caso senza fornire nessuna risposta. Persone di tutto il mondo continuano a speculare sul caso YOGTZE, uno dei più intriganti cold case degli archivi della Germania.

 
 

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John Wayne Gacy – The Killer Clown

John Wayne Gacy – The Killer Clown

Nato il 17 marzo 1942 a Chicago, Illinois, ha fin da subito affrontato un’infanzia difficile e combattuto con conflitti riguardo la sua sessualità. Dopo essere stato condannato per violenze sessuali nel 1968, si scoprì anni più tardi che uccise la bellezza di trentatré giovani tutti maschi, seppellendo la maggior parte di essi sotto casa sua. Nel 1980 venne riconosciuto colpevole e la sentenza comprendeva molteplici condanne a morte. Venne giustiziato tramite iniezione letale il 10 maggio 1994. Questa è solo una breve sinossi del serial killer di cui vi stiamo per parlare ma fa già rabbrividire! Ecco la storia di John Wayne Gacy, Jr. noto con lo pseudonimo di Killer Clown.

Questo purtroppo famoso serial killer era figlio di genitori danesi e polacchi e insieme ai suoi fratelli venne cresciuto prevalentemente dal padre, un uomo violento che spesso tornava a casa ubriaco picchiando moglie e figli. Non era raro che l’uomo usasse rasoi e cinture per infliggere pesanti danni fisici ai figli non appena si fossero comportati male, ma in quel caso i danni più che fisici erano psicologici, danni che si ripercuoteranno pesantemente soprattutto nella vita di Gacy. La vita a scuola inoltre non era delle migliori, il ragazzo non riusciva a legarsi con gli altri a causa di una condizione cardiaca congenita che non gli permetteva di fare eccessivi sforzi e quindi giocare con i ragazzi della sua età, senza contare che questa sua condizione gravava ancor di più a casa in quanto il padre lo considerava un fallimento per questo. Durante la fase della sua adolescenza Gacy si rese conto che era attratto da altri uomini e quello per lui fu un periodo molto turbolento.

All’età di diciotto anni Gacy trovò lavoro in una catena di fast-food e iniziò anche a interessarsi di politica, lavorando come assistente del candidato del Partito Democratico del suo quartiere e nel 1964 si sposò. Ben voluto nella sua comunità Gacy era spesso chiamato a fare il clown alle feste dei bambini, difatti era membro di un “Jolly Joker Clown Club” i cui membri volontari, tutti mascherati da pagliacci, si esibivano regolarmente senza scopo di lucro in varie manifestazioni di beneficenza e negli ospedali dove davano spettacoli per i bambini malati. Insomma, fin qui abbiamo raccontato la vita di una persona a modo seppur con un’infanzia estremamente difficile, eppure sulle spalle di Gacy grava una storia ben più inquietante. Venne condannato nel 1968, all’età di ventisei anni, a un periodo di reclusione di dieci anni a seguito di una presunta violenza sessuale a danno di due ragazzi adolescenti. Il giorno stesso della condanna la moglie di Gacy chiese il divorzio. In prigione si rivelò un detenuto modello. Dopo diciotto mesi di carcere, il 18 giugno 1970, venne liberato sulla parola con dodici mesi di libertà condizionata, ma l’anno successivo la polizia lo arrestò nuovamente per l’accusa di un’altra violenza sessuale ai danni ancora una volta di un ragazzo adolescente, tuttavia le accuse caddero quanto il ragazzo non si presentò al processo. Anni più tardi venne scoperto che il suo primo omicidio si consumò nel 1972 prendendo la vita dell’adolescente Timothy McCoy dopo averlo attirato a casa sua. Nel corso di un’intervista a seguito dell’arresto, Gacy asserì che immediatamente dopo aver ucciso McCoy, si era reso conto di aver avuto un orgasmo completo nell’atto di uccidere il giovane, inoltre aggiunse: “Fu allora che realizzai che la morte era l’emozione più grande”.

Furono proprio gli anni 70 in cui Gacy commise i suoi più efferati crimini. Nel 1976 la seconda moglie di Gacy chiese il divorzio e otto mesi dopo iniziò a uccidere più di frequente avendo la casa tutta per sé. Tra l’aprile e l’agosto 1976 il killer uccise un minimo di otto giovani, due dei quali mai identificati. Sette di questi ragazzi furono seppelliti nella cantina di Gacy, quattro dei quali in una fossa comune sotto il locale lavanderia. Gli anni successivi furono costellati di sparizioni di giovani ragazzi, era Gacy che continuava a consumare la sua follia omicida.

Il 12 ottobre 1978 la polizia diramò l’avviso di una scomparsa: Robert Piest, un ragazzo di quindici anni le cui tracce erano scomparse da qualche giorno. Prima di sparire però, Piest aveva raccontato a parenti e amici di aver conosciuto il gioviale titolare della PDM e che l’uomo gli aveva offerto un posto di lavoro nella sua ditta. Infine aveva precisato che avrebbe dovuto incontrarlo a casa sua la sera della scomparsa. La PDM non nient’altro che una ditta edile fondata da Gacy nel 1972, l’assassino aveva colpito ancora. Dieci giorni più tardi la polizia ottenne un mandato per perquisire da cima a fondo la casa di Gacy nel quartiere di Norwood Park a Chicago. Dentro l’abitazione c’era una puzza nauseabonda, Gacy spiegò che si trattava del sistema fognario che stava dando problemi, ma poco dopo si scoprirono le orribili prove del suo coinvolgimento in numerosi atti deplorevoli tra cui l’omicidio. Vennero trovati ventotto corpi esanimi di giovani ragazzi, un vero e proprio cimitero in cui la casa era stata trasformata: corpi seppelliti in giardino, dietro la camera da letto, in garage, in cantina. La comunità locale, in cui era tra i più stimati, rimase scioccata. Non poteva essere la stessa persona che faceva divertire i figli del vicinato vestito da pagliaccio. Invece era proprio lui. In seguito Gacy confessò l’omicidio di ben trentatré ragazzi, alcuni dei quali recuperati vicino al fiume Des Plaines, probabilmente perché in casa sua non c’era più spazio per seppellire i corpi. Gacy attirava le sue vittime con la promessa di lavori nel settore edile per poi catturarli, violentarli e infine strangolarli con la corda. Molto spesso uccideva le sue vittime vestito come il suo alter ego “Pogo il Clown”, ossia le sembianze da pagliaccio che assumeva alle feste dei bambini.

Il processo a Gacy iniziò il 6 febbraio 1980. Dopo che l’uomo confessò ogni suo crimine, ci si concentrò sul suo stato mentale e se poteva essere dichiarato pazzo e quindi internato in una struttura psichiatrica. Gacy disse alla polizia che tutti gli omicidi erano stati commessi dalla sua personalità alternativa, quella che emergeva quando indossava il suo costume da pagliaccio, da qui il soprannome Killer Clown. Ad ogni modo gli psicologi stabilirono che lo stato mentale di Gacy era in perfetta salute e le perizie psichiatriche effettuate dimostrarono, come per molti serial killer “organizzati”, una notevole intelligenza. In definitiva Gacy venne considerato colpevole di tutti e trentatré gli omicidi e divenne noto come uno dei serial killer più feroci della storia degli Stati Uniti d’America. Gli vennero inferte 12 condanne a morte e 21 ergastoli. Fu imprigionato al Menard Correctional Center per quasi 15 anni durante i quali fece numerosi appelli e dichiarazioni contraddittorie sugli omicidi nelle interviste. Anche se confessò le sue azioni, negò più volte di essere colpevole e vennero registrate numerose interviste in cui si dichiarò innocente. Durante gli anni di prigionia Gacy dipinse numerosi quadri raffiguranti pagliacci mostrati al pubblico attraverso una galleria di Chicago, molti dei quali acquistati dall’attore Johnny Depp.

John Wayne Gacy morì per iniezione letale il 10 maggio del 1994 presso il Stateville Correctional Center a Crest Hill, Illinois. L’uomo portò con sé nella tomba numerosi segreti in quanto sussistono ancora scomparse misteriose avvenute a Chicago negli anni 70. Molto probabilmente in qualche luogo frequentato da Gacy giacciono senza vita i corpi di quei ragazzi i cui parenti non hanno più saputo nulla.

 
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Pubblicato da su 7 novembre 2016 in Personaggi sinistri

 

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Lilly Gray – Vittima della Bestia 666

Lilly Gray – Vittima della Bestia 666

Un epitaffio è un’iscrizione sulla tomba di una persona, molti epitaffi cercano di onorare con parole brevi la vita di quella persona o semplicemente cercano di trasmettere un messaggio a chi legge per portarlo a riflettere sulla propria esistenza e sulla morte. Quello che state per vedere però non ha nulla di tutto ciò, sembra uno scherzo di cattivo gusto ma è tutto reale e appena sentirete le parole che recita questo epitaffio molte saranno le immagini che scorreranno velocemente nella vostra mente cercando di coglierne il significato e contemporaneamente un brivido farà trasalire il vostro corpo.

Ci troviamo nel cimitero della città di Salt Lake nella contea omonima, nello stato dello Utah, USA.  In una delle sezioni più antiche del cimitero fra le tante lapidi logorate dal tempo e dimenticate, ne troviamo una che di certo non passa più inosservata! È la tomba che si trova esattamente nella sezione X – Blocco #1 – Lotto 169 – Tomba numero 4 a est. Nella posizione indicata troverete quest’oggetto… Qui giace Lilly Edith Gray nata il 6 giugno del 1881 e morta il 14 novembre del 1958. Vittima della Bestia 666. Quest’ultima frase è il nodo principale di tutta la vicenda e a una prima semplice lettura c’è solo un’interpretazione possibile, Parla chiaramente di una vittima e di una Bestia, il 666 della Bibbia, il sacro testo giudeo cristiano.

Nell’ultimo libro del Nuovo Testamento, chiamato Apocalisse, il cui autore secondo la tradizione cristiana sarebbe l’apostolo Giovanni, si racconta della fine dei tempi e di una battaglia finale tra il bene e il male e in particolare parla di una bestia che governerà sulla terra.

E vidi salir dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, e sulle corna dieci diademi, e sulle teste nomi di bestemmia. E faceva sì che a tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e servi, fosse posto un marchio sulla mano destra o sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere se non chi avesse il marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intendimento conti il numero della bestia, poiché è numero d’uomo; e il suo numero è 666. – Apocalisse 13:1-18

Quest’ipotesi è certamente incredibile ma è solo una delle tante che circolano in rete. Da diversi anni su internet si è diffusa questa storia e sono davvero poche le informazioni riguardanti Lilly Edith Zimmerman Gray, non si conosce la sua storia o quello che le è successo quando era ancora in vita, alcuni dicono sia nata in Canada e che sia morta per cause naturali. Una delle teorie più diffuse è che Lilly sia stata posseduta da un demone potente e che alla fine sia morta durante il rituale di liberazione diventando quindi una vittima del male. Altre teorie invece dicono che è stata una vittima sacrificale in qualche rituale che coinvolse delle comunità di satanisti. Ipotesi non del tutto casuale sapendo che esistono tutt’oggi diverse chiese sataniste molto attive in tutto lo Utah e in generale negli Stati Uniti. Per esempio uno dei casi più orribili che si siano visti risale a vent’anni fa. Il caso di Elyse Pahler. Questo caso ha di certo scosso e causato diverse notti insonne a più persone, soprattutto a molti genitori. Nel 1995 i l corpo nudo di questa ragazza, che all’epoca dei fatti aveva solo 15 anni, è stato trovato otto mesi dopo la sua sparizione in una foresta in uno stato avanzato di decomposizione vicino a casa sua e sotto di lei un pentacolo e altri simboli satanici con scritte che dichiaravano di offrire la sua anima al dio del male. La sfortunata storia di Elyse inizia come molte altre. Il giorno della sua scomparsa molto ingenuamente credeva di fare una gita divertente con i suoi cosiddetti “amici” nella foresta e trascorrere il weekend a bere alcolici e fumare marijuana, ma quando la comitiva di carnefici arrivò in un luogo abbandonato, lei trovò solo un altare di sacrificio e fu la vittima offerta a Satana.

Sicuramente la parte più scioccante di questa storia è che i suoi aguzzini non erano persone adulte bensì suoi coetanei: tre ragazzi di 17, 15 e 16 anni. Royce Casey, Jacob Delashmutt e Joseph Fiorella. Questi tre mostri colpirono con violenza Elyse. L’omicidio ebbe inizio quando Delashmutt iniziò a soffocarla lentamente con la sua cintura mentre Casey la teneva ferma per terra, successivamente Fiorella estrasse un coltello da caccia e colpì la ragazza diverse volta alla nuca fino a quando smise di muoversi… Una morte davvero lenta e orribile. Nei mesi successivi i tre assassini si ritrovavano nel luogo dell’omicidio per ascoltare musica death metal, bere e drogarsi di fronte al cadavere e addirittura a turno ebbero anche dei rapporti sessuali con il corpo senza vita di Elyse. Dopo aver confessato, due dei ragazzi vennero condannati al massimo della pena che per i minorenni è di 26 anni mentre Casey venne giudicato come un adulto e quindi sentenziato a vita. La famiglia della ragazza inoltre fece anche causa agli Slayer, una band metal che questi ragazzi ascoltavano assiduamente, le cui canzoni parlano spesso di rapimento, omicidio e necrofilia come via per raggiungere l’inferno. Ci sono molte storie che riguardano questo mondo e ci sono un’infinità di episodi di cui si potrebbe parlare, ma tutto questo insieme ad altri casi che riguardano anche la cronaca italiana verranno trattati in un video futuro.

Ritornando a Lilly Gray quindi, ci sarebbe la pista satanismo soprattutto perché negli stessi anni in cui è vissuta questa donna, negli Stati Uniti si faceva largo una figura nel mondo dell’occultismo che al giorno d’oggi è quasi un mito a livello mondiale; si tratta di Aleister Crowley uno dei più grandi occultisti e considerato il fondatore del satanismo moderno. Aleister si riferiva a se stesso proprio come la bestia 666, tuttavia anche quest’ipotesi non è del tutto credibile dato che un omicidio del genere avrebbe sicuramente fatto scalpore e avrebbe riempito per diversi anni le prime pagine dei giornali locali, ma nello storico dei notiziari di Salt Lake Lilly risulta del tutto ignota per non parlare del fatto che questa donna il giorno della sua morte aveva più di 77 anni e si sa che nelle cerimonie riguardanti i riti satanici si prediligono vite giovani e innocenti. Dunque l’enigma rimane anche se una spiegazione che non ha nulla a che fare con il mondo del soprannaturale prova a darla Richelle Hawks, una residente della città di Salt Lake e colei che fu probabilmente la prima persona a postare l’enigmatica tomba su internet 9 anni fa. Nel suo blog spiega che da sempre si è chiesta le ragioni di un epitaffio così particolare, ma qualunque spiegazione secondo lei era influenzata da tradizioni cristiane e misticismo di quel 666, cosa che Richelle non credeva possibile. Insomma, davvero l’anticristo aveva ucciso questa donna? Dato che su internet si possono trovare molte informazioni, decise di mettere online una foto della tomba per vedere se qualcun’altro nel cimitero della propria città avesse qualcosa di così enigmatico o avesse informazioni direttamente su Lilly Gray.

Nel 2009, dopo 2 anni da quando iniziò a circolare questa storia, Richelle raccolse così poche informazioni utili che decise di indagare direttamente di persona. Quindi come una vera e propria giornalista iniziò a scavare negli archivi storici della città e scoprì alcune piste che secondo lei portavano alla verità di questo mistero. Richelle innanzitutto scoprì che la vera data di nascita di questa donna è il 4 giugno del 1880 e non il 6 giugno del 1881, inoltre da quanto si legge dai registri Lilly è morta di cause naturali e quindi questo esclude buona parte delle teorie anzidette. Altre informazioni interessanti che sono state ricavate riguardano suo marito Elmer Gray e dai pochi documenti emergono dettagli che lasciano molti dubbi sulla sua sanità mentale e un profondo odio che covava.

I coniugi Gray ebbero una vita da sposati molto breve, infatti i due si conobbero circa nel 1950, anno in cui la signora Lilly si trasferì a Salt Lake e si sposarono 2 anni dopo, quando lei aveva circa 70 anni. Dai registri cimiteriali si legge anche che il signor Elmer è stato sepolto nello stesso cimitero di Lilly ma molto distante dalla sua coniuge, fatto alquanto bizzarro. Tuttavia i documenti più interessanti sono quelli legati al rilascio sulla parola del signor Elmer il quale era stato anche condannato a cinque giorni di lavori forzati a spaccare le rocce per aver rubato un ombrello del valore di 3 dollari e 50 centesimi. Richelle nelle sue ricerche è riuscita infatti a procurarsi un documento originale del rilascio sulla parola firmato dal signor Grey. Tale documento è pubblico e da questo si evincono particolari macabri. Questo è il documento originale del rilascio sulla parola datato 1947, tre anni prima di conoscere e sposare la signora Lilly e si legge chiaramente come Elmer abbia modificato e compilato tale documento con frasi come “sono stato rapito” e altre espressioni strane. Per esempio alla voce “indirizzo dei propri genitori” si legge: “I miei genitori sono morti dal dolore quando mia moglie è stata uccisa dai rapitori”, mentre nello spazio dedicato alla descrizione del reato commesso c’è scritto: “Cinque rapitori democratici mi hanno arrestato e mi tengono in ostaggio” e altre frasi che continuano a ricalcare il fatto che Elmer covasse un odio profondo verso la legge definendoli rapitori. È interessante notare anche che la sua prima moglie è stata uccisa da qualcuno e lui attribuisce questa colpa alla polizia. L’ipotesi di Richelle è che Elmer vedeva nella legge e nello stato una sorta di figura demoniaca che aveva portato via la sua amata e riempito di dolore la sua vita, quindi l’epitaffio non riguarda Lilly Gray ma è una specie di messaggio di protesta nei confronti della polizia, colpevole della sua perdita. Tra le tante teorie forse questa ha una base più solida anche se molti aspetti rimangono ancora irrisolti.

Sicuramente anche nelle vostre città si trovano oggetti particolari dei quali nessuno sa spiegare con esattezza l’origine e alle quali magari non date troppo peso, ma con un occhio più attento e un po’ più di curiosità riuscirete a scoprire storie affascinanti di tempi ormai dimenticati e storie sepolte sotto cumuli di polvere che aspettano solo di essere raccontate….

Tu non puoi dire, né immaginare, perché conosci soltanto un cumulo d’immagini infrante dove batte il sole… Io vi mostrerò qualcosa di diverso. Dall’ombra vostra che al mattino vi segue a lunghi passi, o dall’ombra Vostra che a sera incontro a voi si leva; In una manciata di polvere vi mostrerò la paura. – Thomas Stearns Eliot

 
 

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