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Poveglia – Un’isola leggendaria con un oscuro passato

Poveglia – Un’isola leggendaria con un oscuro passato

Ci sono alcuni luoghi in Italia che vengono considerati fra i più macabri sulla terra. Questi luoghi si prestano con facilità a storie di fantasmi e maledizioni, in particolare l’isola di Poveglia è nota in tutto il mondo come uno di quei posti che fanno rabbrividire anche le persone che a maledizioni e fantasmi non credono molto e non c’è da stupirsi perché quest’isola della laguna veneta ha una storia molto cupa, ma soprattutto reale, di pura sofferenza umana.

Poveglia si trova precisamente tra Venezia e il Lido di fronte a Malamocco, lungo il canal Orfano. I suoi primi abitanti risalgono al 421 d.C. in quel periodo fu il rifugio delle popolazioni di Este e Padova che cercavano un riparo dalle invasioni barbariche. Poi ci fu un periodo abbastanza lungo di pace e di prosperità, in generale per tutta la laguna Veneta, fino allo scoppio della guerra di Chioggia nel 1379,  anno in cui Venezia è stata attaccata dalla flotta genovese e gli abitanti di Poveglia sono stati spostati alla Giudecca. L’isola poi è rimasta deserta per molti anni, nel 1645 sono state erette delle fortificazioni ottagonali dal governo veneziano per proteggere gli ingressi alla laguna, quindi nel 1776 Poveglia era diventata un punto principale di controllo per tutte le navi che cercavano di entrare a Venezia.

Se avete visto il nostro video riguardante la peste, sicuramente saprete anche che proprio in quegli anni era scoppiata una delle epidemie più mortali che si siano mai state registrate nella storia dell’uomo e proprio Venezia è stata uno dei fulcri di tale orrore. Infatti nel 1700, in seguito allo scoppio della peste, l’isola di Poveglia è stata usata come un lazzaretto, anzi… praticamente come un cimitero a cielo aperto dove le persone venivano confinate e condotte a morire lontane dalla città di Venezia. Qui, in questi 72.000 metri quadrati di terreno, le persone venivano portate ancora coscienti e sentenziate a morte certa a causa delle infezioni degli altri malati. In pochi giorni la peste li divorava e i loro corpi marcivano nelle strade. I loro ultimi giorni sulla terra erano di dolore e agonia pura mischiata alla follia di un destino inevitabile. Ogni giorno nuovi cadaveri viventi venivano condotti a Poveglia durante gli anni della peste nera per essere bruciati e sepolti in fosse comuni. Spesso non veniva nemmeno fatta una distinzione fra malati terminali e contagiati ai primi stadi, tutti coloro che finivano qui dovevano indifferentemente subire la stessa fine. La testimonianza più incredibile e macabra di questa tragedia si trova ancora a Poveglia o meglio, sotto Poveglia. Proprio come avete capito, nel sottosuolo ancora oggi si trovano diversi strati di cadaveri, si parla di migliaia di corpi appartenenti a coloro che una volta in vita venivano emarginati e detestati e ora non sembrano trovare pace nemmeno da morti.

Per quanto incredibile vi sembri, questo è solo l’inizio, la storia di quest’isola infatti ha vissuto diverse sfumature di follia… letteralmente. Nel 1922, gli edifici deserti di Poveglia furono ricostruiti per poter ospitare, secondo fonti ufficiali, una casa di riposo per gli anziani, ma realtà queste mura ospitavano malati mentali. I pazienti che dovevano essere isolati dal resto della società, proprio come ai tempi della peste, venivano portati qui. La maggior parte delle persone che finivano qui venivano considerati inadatti per un’ospedalizzazione normale e si dice anche che i medici facessero una serie di esperimenti terribili su queste persone perché la loro testimonianza non valeva nulla ed erano sfruttati quali cavie di laboratorio, infatti negli anni 20 i malati mentali venivano sottoposti a cure che oggi vengono definite come vere e proprie torture: elettroshock, bagni di acqua gelata, lobotomie e altre pratiche terribili. Ancora oggi fra questi edifici sono rimasti alcuni oggetti come testimoni immorali di tali atrocità. L’immagine che state osservando in questo momento ne è un esempio. Fra le tante storie che i malati mentali raccontavano ce n’era una abbastanza ricorrente: Molti malati mentali dichiaravano di vedere strane ombre aggirarsi sia dentro che fuori la struttura, ovviamente i medici e le altre persone, diciamo “normali”,  giudicavano queste testimonianze come storie del tutto inventate e il tutto finiva lì senza che la faccenda venisse approfondita. Non si è mai scoperto chi fossero queste persone che vagavano al buio durante la notte.

Dalla seconda metà degli anni 90 l’edificio fu smantellato e stando ai racconti il destino che ebbe il direttore della clinica psichiatrica fu molto macabro: egli fu tormentato dagli spiriti dell’isola a tal punto che impazzì e si suicidò gettandosi dal campanile dell’isola. Secondo la leggenda, un’infermiera che si trovava nei paraggi e fu testimone del suo folle gesto, disse che in realtà l’uomo non morì al momento dell’impatto al suolo, ma venne soffocato da una strana nebbia dopo la caduta. Durante gli anni seguenti Poveglia lentamente venne abbandonata a sé stessa e ora ogni struttura che giace sul suo suolo si trova consumata dall’inesorabile aumento dell’entropia.

Attualmente Poveglia è dichiarata chiusa ai turisti e disabitata, ma ci sono molti esploratori e curiosi di vario genere che arrivano qui da tutto il mondo armati di barchetta, scarponi di sicurezza e coraggio, alla ricerca di quell’ombra che si nasconde fra gli alberi, quel suono in mezzo al nulla, quella sensazione di brivido lungo la schiena che fa accapponare la pelle. Se cercate su internet potete trovare un’infinità di testimonianze di blogger italiani che hanno vissuto questa incredibile esperienza in prima persona e se anche voi cercate il brivido potete recarvi sull’isola, ma vi consigliamo di fare molta attenzione perché le strutture sono davvero pericolanti… in fondo chissà che oltre al brivido non troviate qualcosa di più macabro che non vi lascerà mai più fare sogni tranquilli. Come al solito vi auguriamo buon viaggio…

 

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LA COSA CHE TI UCCIDE IN POCHI MINUTI

LA COSA CHE TI UCCIDE IN POCHI MINUTI

Nel nostro mondo, al di là di catastrofi naturali, incidenti di vario genere o armi di distruzione di massa, esistono poche cose in grado di uccidervi in pochi minuti senza via di scampo. Forse non ve lo siete mai chiesti o forse si, ma nel nostro pianeta che cos’è la cosa più letale per l’uomo? Esistono per esempio alcuni veleni prodotti da animali in grado di uccidere decide di persone adulte con una sola dose. Esistono droghe in grado di uccidere in pochi minuti una persona mandandola in overdose. Esistono alcuni luoghi nei quali se entrate correte il rischio di morire e non parliamo solo di luoghi che di per se mettono a rischio la vostra incolumità fisica, ma anche luoghi apparentemente innocui. Per esempio in Inghilterra ad Alnwick c’è un giardino al cui ingresso l’insegna recita chiaramente “Pericolo, queste piante possono uccidervi”. Si tratta del giardino più velenoso del pianeta che ospita centinaia di piante tossiche provenienti da ogni parte del globo, piante da cui, da secoli, si estraggono potenti veleni ma anche farmaci. Ovviamente se si seguono le regole del giardino, ossia “non toccare, non annusare o mangiare le piante” non si rischia nulla se non di accrescere la propria cultura. Ad ogni modo sia che si abbia a che fare con piante velenose, animali o sostanze stupefacenti c’è sempre la remota possibilità di essere salvati, grazie ad antidoti somministrati in tempo per i veleni e in caso di overdose grazie ad alcuni farmaci. Ma la cosa di cui vi stiamo per parlare in questo video non vi lascia via di scampo, non esiste antidoto in grado di arrestare i suoi effetti. Questa cosa a differenza di un essere essere vivente non prova né odio né compassione né paura ed è ricordata come la più letale esistente nel mondo non soltanto per l’uomo, ma per qualunque altro essere vivente perché non ha bisogno di avere un contatto fisico diretto con voi per uccidervi… Anzi se provate anche solo ad avvicinarvi così tanto per osservarla dal vivo, senza saperlo starà già distruggendo la vostra struttura fisica e voi ancor prima di accorgervi sarete già spacciati. A quest’entità basta essere presente nelle vostre vicinanze per sterminarvi.

Sicuramente sarete curiosi di scoprire che cosa sia così letale, magari questi dati potrebbero fornirvi degli indizi… Le persone della città hanno dovuto evacuare le loro abitazioni nel bel mezzo della notte non appena questa creatura è stata generata. Infatti la popolazione in preda al panico ha dovuto abbandonare le proprie case in seguito ad una delle più grandi catastrofi mai avvenute in Europa. Questa cosa letale è pressoché indistruttibile e per cercare di contenere i suoi effetti hanno costruito una massiccia struttura di acciaio e cemento attorno ad essa in modo da imprigionarla, tale struttura oggi è conosciuta come “Il sarcofago” ma il mostro è ancora lì, con tutto il suo potenziale distruttivo. Probabilmente a questo punto avete già capito quale sia questa creatura; una deformità dall’aspetto bizzarro che pesa circa 800 tonnellate distribuite su un ammasso di due metri di larghezza e alta settanta centimetri… Si tratta di quello che viene soprannominato oggi come “The elephant’s foot” o zampa di elefante. Questo mostro è nato dalla catastrofe nucleare del 26 aprile del 1986 nella centrale di Chernobyl e di cui vi abbiamo ampiamente parlato in un video precedente, senza però accennare a questo orrido oggetto che merita senza ombra di dubbio un video tutto per se.

La zampa di elefante, chiamata in questo modo per la sua forma particolare, è una massa solidificata di combustibile nucleare vivo mischiato a detriti, sabbia, grafite e metallo dando origine a una sostanza che ha l’aspetto vitreo di lava solidificata chiamata Corium formatasi dopo l’esplosione del reattore 4. Pensate che la zampa di elefante rappresenta solo una minima parte del combustibile che era presente nel reattore quando era operativo. Questo groviglio radioattivo è stato scoperto diversi mesi dopo l’esplosione, infatti nel dicembre del 1986 alcuni operai constatarono che nelle fondamenta del reattore 4 si era formato un incredibile ammasso dall’aspetto vitreo. Presto gli operai iniziarono a sentirsi male quindi diedero l’allarme e consegnarono tutto il materiale a disposizione agli addetti ai lavori e poche ore dopo si accasciarono a terra senza forze e senza vita, le radiazioni avevano consumano i loro corpi in brevissimo tempo.

Sembrerà incredibile ma nel 1986 la zampa di elefante emetteva una radiazione di 10.000 Röntgen all’ora e chiunque si avvicinasse riceveva una dose fatale in meno di un minuto. Probabilmente vi state chiedendo quali siano gli effetti così devastanti causati dall’esposizione alle radiazioni. Se voi veniste colpiti in questo preciso istante da 10.000 Röntgen all’ora, in pochi secondi la vostra pelle assumerebbe un’anormale pigmentazione e si formerebbero delle bolle in superficie insieme ad evidenti ulcerazioni cutanee, quindi pezzi interi di pelle e muscoli inizierebbero a staccarsi dal resto del vostro corpo dandovi più l’aspetto di una carcassa semi-divorata da qualche predatore che di una persona. Una visione così orribile che può essere superata solo dal dolore che in quel momento provereste. Inoltre presto inizierebbero a cadervi i capelli. Le radiazioni successivamente ucciderebbero le cellule emopoietiche del vostro midollo osseo, che sono quelle che si occupano di rifornire il corpo con nuove cellule di sangue, quindi infezioni ed emorragie inizierebbero a propagarsi su tutto il vostro corpo. Le radiazioni colpirebbero anche le cellule che proliferano nella mucosa gastrointestinale dando luogo a lacerazioni interne e fenomeni diarroici. Indipendentemente dal fatto che siate uomini o donne in pochi secondi diventereste sterili e nel caso siate una donna incinta avreste un aborto spontaneo e se il feto si trovasse durante la fase di formazione degli organi potrebbe sviluppare anche deformazioni irreversibili. L’irradiazione porterebbe in certi casi all’opacizzazione del cristallino dei vostri occhi e quasi sicuramente il vostro sistema nervoso ad uno stato gravemente compromesso.

Queste sono solo le conseguenze più evidenti ed immediate, ma le radiazioni farebbero danni anche al vostro DNA ed è proprio il DNA il target più critico in quanto il danno a un singolo gene può essere sufficiente a uccidere o alterare profondamente la cellula stessa, in questo modo sono possibili alterazioni, di numero e di forma, dei cromosomi accompagnati da mutazioni geniche… E tutto questo accadrebbe in pochi secondi, infatti basterebbero meno di tre minuti di esposizione diretta a questo mostro per portarvi alla morte certa e potete farvi anche un’idea del dolore lacerante che provereste in questo viaggio verso l’aldilà. Sicuramente la persona che ha provato moltissimo dolore e che testimonia nella maniera più orribile tutte queste gravissimi conseguenze delle esposizioni alle radiazioni è Hisashi Ouchi.

Prima dell’incidente di Fukushima in Giappone veniva ricordato come il peggior disastro nucleare quello avvenuto a Tokaimura nel settembre del 1999. L’incidente avvenne verso le 10:30 di mattina ed era stato causato da un quantitativo sbagliato di miscelatura tra uranio e acido nitrico nel serbatoio. I tre tecnici addetti all’operazione quel giorno erano Masato Shinohara, Yutaka Yokokawa e il più giovane di tutti Hisashi Ouchi e tutti e tre vennero investiti dai neutroni emessi dall’innesco della reazione nucleare. Quello che ebbe la peggio fu Ouchi il quale fu investito da un quantitativo di radiazione circa 300/400 volte superiore a quello di sicurezza, infatti assorbì radiazioni di 20 Sievert che equivalgono ad un’esposizione di una decina di minuti alla micidiale zampa di elefante. Dunque potete immaginare le condizioni del povero Hisashi. Con un’esposizione così forte alle radiazioni, i suoi cromosomi erano andati distrutti e tutto il suo organismo aveva iniziato a decomporsi, pezzi di carne si staccavano dal suo scheletro come se cercassero di fuggire da quel corpo dolorante. Dopo poche ore era ormai irriconoscibile, era diventato un cumulo di ossa sanguinanti tenute insieme solo dai macchinari.

I medici ogni giorno dovevano sottoporlo a trasfusioni di sangue a causa della distruzione delle cellule emopoietiche che abbiamo spiegato prima. Inoltre veniva sottoposto anche ad innesti cutanei per tentare di tenere assieme quel poco di materia organica che rimaneva di lui. I medici cercarono in tutti i modi di salvargli la vita, forse anche troppo secondo alcune persone dato che le condizioni in cui si trovava Hisashi erano a dir poco disumane. L’uomo era mantenuto in coma farmacologico dai medici per non farlo soffrire ma erano sostanzialmente le macchine a tenerlo in vita e dopo 83 giorni di agonia pura decisero che era meglio lasciarlo andare che continuare con quella tortura.

La “Zampa di elefante” è senz’altro l’oggetto più pericoloso del mondo in grado di causare innumerevoli danni all’uomo, agli animali e a tutto l’ambiente che lo circonda e continuerà a farlo ancora  per decine e decine di anni, ma fuori dal nostro pianeta che cosa accade? Qual’è quella cosa presente nello spazio che è un infinità di volte più terribile di qualunque radiazione? Qual’è quell’oggetto che si nutre di interi sistemi di pianeti, stelle, gas cosmici e tutto quello che si trova nelle sue vicinanze e la cui natura è così complessa che ancora oggi non siamo riusciti a comprenderne i suoi segreti… Probabilmente avete già capito di che cosa si tratta, questi oggetti insieme ad altre “mostruosità” saranno oggetto di discussione in un video futuro.

Per concludere, molte persone avevano commentato nel video di Chernobyl dichiarando che volevano andarci per fare un tour, ma ora che sapete gli effetti delle radiazioni e il mostro che si trova sotto il reattore 4, siete ancora sicuri di volerci andare? In tal caso, buon viaggio.

 
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Pubblicato da su 5 ottobre 2016 in Casi macabri e misteriosi

 

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Terrore dallo spazio – Inquietanti registrazioni radio

Terrore dallo spazio – Inquietanti registrazioni radio

Durante la fine degli anni 50 e gli inizi degli anni 60, la corsa allo spazio tra Stati Uniti e l’Unione Sovietica era al suo apice. Entrambe le fazioni costruivano e testavano missili il più velocemente possibile cercando di essere la prima nazione a lanciare un satellite artificiale in orbita, spesso con risultati esplosivi. Sia Stati Uniti che Unione Sovietica ebbero le loro dosi di successo come quelle di fallimento e le persone di tutto il mondo erano in attesa di sapere chi sarebbe stato il primo a conquistare lo spazio. All’epoca erano numerosi i radioamatori sparsi per il globo a captare i segnali emessi da tali sperimentazioni, tra questi la coppia di fratelli italiani Achille e Giovanni Judica-Cordiglia regnava sovrana. La loro libreria di registrazioni audio di quasi ogni volo dalla corsa allo spazio è di gran lunga la collezione privata più completa conosciuta, forse troppo completa ed è proprio su alcune di quelle registrazioni che si concentra il nostro racconto. I due fratelli italiani avrebbero catturato e impresso sui loro nastri audio missioni ed eventi mai registrati nei libri di storia perché finiti in tragedia: cosmonauti sovietici condannati a morte dalla tecnologia precaria dell’epoca nei loro ultimi istanti di vita su voli che ufficialmente non sono mai avvenuti!

Durante la Guerra Fredda, l’Unione Sovietica era un guazzabuglio di mistero e segreti di stato. Più di ogni altra cosa, la Guerra Fredda è stata una guerra di propaganda, ogni lato cercava di dimostrare al mondo intero chi era il più intelligente, il più veloce, il più alto… Insomma, il migliore! In questo contesto, non sorprende affatto che dai loro programmi spaziali trapelavano solo le notizie positive che si potevano divulgare al mondo. Con i media controllati strettamente dallo stato, i sovietici avevano la possibilità di realizzare un vero e proprio cover-up di disastri che li riguardavano personalmente, cosa che invece non era possibile agli Stati Uniti.

4 ottobre 1957: Dal Cosmodromo di Bayqoñyr, nell’attuale Kazakistan, viene lanciato un razzo che contiene quello che verrà ricordato come il primo satellite artificiale in orbita intorno alla Terra: lo Sputnik 1. Il lancio venne eseguito con successo dai sovietici tra la notte del 4 e 5 ottobre, dunque avevano appena vinto la prima battaglia! L’eco mediatico fu sensazionale e i giorni seguenti le prime pagine dei giornali non parlavano altro che dello Sputnik, ma prima che tutto il mondo sapesse, due radio amatori ventenni di Torino, i fratelli Achille e Giovanni Judica-Cordiglia, avevano già ascoltato il successo del lancio dello Sputnik. Da quella registrazione, le loro tecniche si affinarono velocemente: impararono come rilevare l’effetto doppler nei segnali dall’orbita e come calcolare la velocità e l’altitudine di un oggetto in volo. Riempirono i loro diari con tabelle di conversione e frequenze sovietiche. In questo modo quando i sovietici lanciarono lo Sputnik 2 a solo un mese distanza dall’1, erano ben preparati. Nonostante questa preparazione furono estremamente sorpresi nel rilevare qualcosa di nuovo: un battito cardiaco, quello di Kudrjavka, una piccola cagnolina conosciuta anche con il nome Laika che era il nome convenzionale russo della razza. Purtroppo per lei il viaggio con lo Sputnik 2 fu di sola andata, non era stata prevista nessuna disposizione per il rientro o il recupero. Tre mesi più tardi gli Stati Uniti lanciarono il loro primo satellite, Explorer 1. Achille e Giovanni ovviamente rilevarono anche la sua frequenza, dopodiché la loro vita come celebrità locali cominciò. Erano i beniamini dei giornali locali e delle stazioni radio. Negli anni successivi costruirono un loro personale osservatorio radio ricavandolo da un vecchio bunker della seconda guerra mondiale e lo nominarono Torre Bert. Ogni volta che veniva lanciato qualcosa nello spazio, Torre Bert era preso d’assalto da giornalisti e scienziati locali per poter assicurarsi le prime notizie in esclusiva.

I fratelli Judica-Cordiglia erano fieri ed entusiasti del loro lavoro, entusiasmo però destinato a trasformarsi in tensione e terrore il 28 novembre 1960. Quel giorno il loro osservatorio radio non è stato sintonizzato su nessuna frequenza perché non era stato annunciato nessun lancio spaziale, ma un altro osservatorio radio della Germania dell’Ovest annuncia la ricezione di uno strano segnale su una frequenza spaziale sovietica. Achille e Giovanni venuti a conoscenza della notizia corrono subito a sintonizzare Torre Bert e quello che sentono ha delle sfumature piuttosto inquietanti: è l’audio di quello che sembra essere codice morse digitato a mano che ripete più volte l’SOS. I loro calcoli stabilirono che il presunto veicolo spaziale da dove proveniva l’SOS era alla deriva. Il segnale si indebolì sempre di più fino a scomparire e non si seppe più nulla. A quanto pare, i due fratelli avevano appena registrato la prova che un veicolo spaziale con equipaggio sovietico in qualche modo era andato alla deriva lasciando l’orbita terrestre… Permanentemente!

Gli anni seguenti furono un susseguirsi di registrazioni inquietantemente preoccupanti. Il 1 febbraio 1961 viene captato un altro segnale dove si sente chiaramente un respiro affannoso e in sottofondo il suono acuto del transponder. Successivamente un altro suono che il padre dei due fratelli, un cardiologo, riconosce senza ombra di dubbio: un cuore umano. Curiosamente, il 4 febbraio l’Unione Sovietica comunicò il lancio dello Sputnik 7 senza però esseri viventi a bordo e la sua successiva disintegrazione dopo poche ore.

Nel mese di aprile del 1961, una giornalista dell’agenzia di stampa internazionale a Mosca da una soffiata ai fratelli Judica-Cordiglia affermando che qualcosa di grosso stava per accadere. Dunque i due radio amatori sintonizzarono le loro apparecchiature e il 12 aprile ascoltarono la voce di Jurij Gagarin, ufficialmente il primo uomo nello spazio, ma probabilmente a questo punto sarebbe corretto dire: il primo uomo nello spazio che è riuscito a rientrare vivo. Nonostante quelle registrazioni angoscianti, la più drammatica avvenne circa cinque settimane più tardi l’evento storico del primo uomo nello spazio. 23 maggio 1961. I fratelli Judica-Cordiglia rimangono scioccati e perplessi quando ascoltano l’audio di quella che sembra a tutti gli effetti la trasmissione in russo di una voce femminile che cerca disperatamente aiuto: “Ho caldo, ho caldo! Vedo delle fiamme, mi sto per schiantare? Sì. Ho caldo, sto rientrando…“ poi più nulla. I due fratelli rimangono sintonizzati per più di due minuti prima che il segnale sparisse, due minuti di angoscia.

Ci sono numerose storie che circolano sui cosiddetti cosmonauti perduti morti in voli spaziali già dal 1957. Secondo alcune fonti di intelligence occidentali, si sarebbero verificati ben 11 incidenti mortali sovietici, sia in volo che a terra, tutti prima del 1967. Oggi sappiamo che la prima morte di un cosmonauta fu di Valentin Bondarenko, almeno secondo le notizie ufficiali a noi oggi pervenute. I sovietici decisero di tenere segreto l’incidente e cancellarono l’immagine di Bondarenko dalle foto di gruppo dei cosmonauti, poi nel 1986, anno in cui furono declassificati molti documenti sovietici, venne rivelato per la prima volta il suo nome. Quasi vent’anni di segreto, dunque. Chi ci vieta di pensare a quanti altri documenti segreti sono ancora tenuti nascosti o stati distrutti, documenti in cui forse è scritta la verità su questi tragici eventi. Molti sostengono che l’Unione Sovietica non avesse né i mezzi né le capacità per mandare l’uomo nello spazio rendendo quindi più che plausibile l’ipotesi che molteplici cosmonauti siano morti nell’impresa oltre che affermare che il volo di Jurij Gagarin sia stato addirittura magistralmente orchestrato.

Ma se da un lato ci sono convinti sostenitori che i fratelli Judica-Cordiglia abbiano registrato cosmonauti durante i loro ultimi tragici minuti di vita, dall’altro esiste un gruppo di scettici che afferma l’esatto contrario. Secondo la loro teoria i due fratelli torinesi sarebbero stati vittime, più o meno inconsapevoli, di un grande gioco di disinformazione a danno dell’Unione Sovietica. Dato che è stato appurato il coinvolgimento del servizio segreto italiano SIFAR, il cui allora capo Generale Giovanni De Lorenzo aveva contatti con il capo della CIA Allen Dulles, non è difficile immaginare che il respiro affannoso, il battito cardiaco e le restanti registrazioni strane, fossero opera di mistificazione. Nulla di più probabile inoltre è che loro captassero registrazioni di suoni emessi non da satelliti russi bensì da quelli americani le cui date di transito sembrerebbero compatibili con i transiti su Torre Bert. Si spinge infine sul fatto di come spesso i due fratelli erano allertati in qualche modo da qualcuno di un lancio sovietico, chi poteva essere a conoscenza di un fatto così tanto segreto che neanche la CIA dell’epoca poteva sapere? Nessuno può dirlo con certezza

Achille Judica Cordiglia è morto il 21 gennaio del 2015 mentre il fratello Giovanni Battista è ancora in vita ed è probabilmente l’unica persona a conoscere la vera realtà dei fatti, una verità che oscilla tra queste due domande: opera di disinformazione ai danni dell’Unione Sovietica o voli orbitali finiti in tragedia e tenuti nascosti?

 
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Pubblicato da su 28 settembre 2016 in Casi macabri e misteriosi

 

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Shanti Devi – Una storia di reincarnazione

Shanti Devi – Una storia di reincarnazione

Il caso internazionalmente acclamato da Shanti Devi è uno dei più spettacolari della storia se non il più incredibile in assoluto. Molti considerano questo caso come la prova definitiva che la reincarnazione è possibile. Shanti Devi nacque a Delhi, in India, nel 1926 frutto di una famiglia economicamente agiata. Quella che sembrava una bambina del tutto normale iniziò a chiamare l’attenzione di coloro che la circondavano all’età di 4 anni, età nella quale iniziò a parlare e a dire frasi molto articolate, ma quello che richiamava l’attenzione era la storia che ripeteva in continuazione. Shanti raccontava una drammatica sequenza di eventi accaduti in un’esistenza precedente, infatti questa piccola bambina raccontava di aver vissuto una vita precedente sotto il nome di Lugdi Devi ed era la moglie di un uomo chiamato Kedarnath, ma i dettagli non si fermano qui, diceva anche di avere tre figli e che vivevano tutti a Mathura, una città che si trova circa a 150 chilometri da Delhi. I genitori inizialmente credevano che la fantasia della bambina insieme alla solitudine fossero il combustibile di queste storie così strane, ma successivamente Shanti iniziò a fornire più dettagli riguardo alla sua storia, dettagli così specifici che iniziarono a preoccupare la sua famiglia. La bambina non soltanto raccontava di avere una famiglia precedente, ma riusciva a ricordare la città di Mathura parlando delle sue vie, dove vendevano certi prodotti e ovviamente si ricordava anche l’indirizzo della via dove era vissuta. La bambina ripeteva la sua storia fino a diventare una vera e propria ossessione, cercava in tutti i modi di convincere i suoi attuali genitori che era tutto reale.

Temendo a quel punto che la bambina soffrisse di un disturbo psicologico, i suoi si misero in contatto con dei medici. Shanti, come sempre, raccontò di nuovo la sua storia ma in questo caso aggiunse anche un particolare che rendeva la vicenda ancor più drammatica. Quando il medico le chiese che fine avesse fatto la sua famiglia precedente lei semplicemente disse che non lo sapeva, ricordava solo di essere morta durante il parto del suo terzo figlio verso la fine del 1925, ossia un anno prima della sua seconda nascita a Delhi. Non del tutto sconvolto il medico chiese che cosa fosse per lei un parto e la bambina descrisse tutto il quadro e lo stress fisico e mentale al quale solo una donna in quello stato viene sottoposta, dettagli ed emozioni che solo una donna matura che aveva partorito è in grado di raccontare. I medici e gli psicologici che la ascoltarono nei diversi anni di analisi, test e prove di diversa natura, giunsero sempre alla stessa diagnosi: Shanti era una bambina sana sia psicologicamente che fisicamente e quello che raccontava non erano sogni, allucinazioni o fantasie, ma veri e propri ricordi anche se scientificamente ciò non era spiegabile. Quando Shanti compì nove anni, suo zio, il Professor Kishen Chand, decise di fare qualcosa che fino ad allora a nessuno era mai venuto in mente. Kishen scrisse una lettera a Kedarnath, il presunto ex marito di Shanti, e la inviò all’indirizzo di Mathura che la ragazzina aveva ripetuto così tante volte. Tra i parenti e gli amici della famiglia Devi si creò una grande attesa, sarà tutto vero? Esiste una persona chiamata Kedarnath che vive a Mathura presso l’indirizzo indicato da Shanti? Non rimaneva che aspettare per scoprirlo.

Mentre mille dubbi e paure consumavano le menti della famiglia di Shanti, a 150 chilometri da Delhi, quella lettera giungeva alla sua destinazione. Pandit Kedarnath Chaubey aprì una lettera indirizzata a nome suo dove un certo professor Kishen Chand scriveva una storia incredibile quanto impossibile e gli veniva chiesto di recarsi il prima possibile a Delhi per poter incontrare una bambina di nome Shanti. Kedarnath incredulo, spaventato e sorpreso cercava in tutti i modi di trovare una spiegazione, così inizialmente pensava che Kishen fosse in realtà qualcuno che stava cercando di approfittarsi di lui, che in qualche modo voleva prendersi parte dell’eredità lasciata dalla sua defunta moglie Lugdi morta nel 1925. Kedarnath spaventato e preoccupato di essere coinvolto in una faccenda losca decise, prudentemente, di rimanere a Mathura e contattò un suo parente che risiedeva a Delhi, spiegandogli la situazione. Kedarnath quindi scrisse una lettera a suo cugino chiedendogli esplicitamente di visitare la famiglia di questa ragazzina e di osservare la situazione per comprendere bene il mistero che si celava dietro questa faccenda.

Il cugino di Kedarnath noto come Knajimal, in incognito, fece delle ricerche riguardo alla famiglia misteriosa. Inizialmente chiese ai vicini sulla reputazione dei Devi, ma tutti risposero che erano delle brave persone, successivamente per completare la sua missione s’inventò una scusa di natura commerciale per farsi invitare a cena dalla famiglia. La sera in cui Knajimal si presentò alla casa dei Devi, Shanti stava aiutando sua madre in cucina a preparare la cena con cui avrebbe deliziato il loro ospite e non appena avvertì il suono alla porta si precipitò ad aprirla per scoprire di chi si trattasse. Passarono alcuni minuti prima che la mamma di Shanti, allarmata per non aver sentito più alcun rumore, si presentò di persona a ricevere l’ospite. Quello che vide fu una scena alquanto strana: la piccola Shanti era rimasta bloccata davanti alla porta, completamente attonita alla vista di Knajimal come se avesse visto un fantasma. L’uomo si presentò come il fratello di Kedarnath ma la piccola squadrò il soggetto e disse che non era vero, lui in realtà era il cugino minore di Kedarnath. Knajimal non credette alle sue orecchie, com’era possibile che quella bambina conoscesse un legame così preciso. Durante l’incontro Shanti venne interrogata su diversi aspetti della sua vita precedente, ma lei rispose immediatamente a tutte le domande e senza mai dubitare, fornendo anche dettagli precisi tanto da sconvolgere il loro ospite e soprattutto i suoi familiari. Insomma avevano di fronte la prova che la reincarnazione è possibile. Ad un certo punto Knajimal emozionato si mise a piangere e dovette confessare di non essere il fratello di Kedarnath ma il cugino, rivelò inoltre le sue vere intenzioni e confermò ogni parola che la bambina ripeteva dai suoi quattro anni di età, ossia che suo cugino di nome Kedarnath viveva a Mathura con i suoi tre figli ed era rimasto vedovo nel 1925. Uno dei dettagli più incredibili di quell’incontro fu che quella piccola bambina di 9 anni conosceva perfettamente il dialetto della lingua locale di Mathura e sapeva anche dove avevano nascosto dei soldi in caso di emergenza.

Knajimal ancora incredulo scrisse a suo cugino implorandogli di presentarsi il prima possibile a Delhi per verificare con i proprio occhi e sentire con le proprie orecchie questa ragazzina che parlava di cose che solo la sua ex moglie poteva sapere, episodi della loro vita che nessun altro potrebbe mai essere venuto a conoscenza. I familiari di Shanti erano spaventati di quello che sarebbe successo, ma ormai le decisioni erano prese e la curiosità di scoprire la verità rimane uno dei sentimenti più forti e incontrastabili di questo mondo. Kedarnath ancora molto diffidente ma incuriosito rispose attraverso una lettera dicendo che si sarebbe presentato insieme alla sua famiglia. Detto fatto! Kedarnath si presentò a casa dei Devi insieme a suo cugino e a uno dei suoi figli il 13 novembre del 1935. Cercarono di depistare Shanti ancora una volta: Kedarnath si presentò a tutti come il fratello di Knajimal ma la bambina scoprì la sua maschera dicendo che non era affatto vero e che lui in realtà era il suo ex marito e quando lei era in vita si chiamava Lugdi. La piccola bambina inoltre vedendo suo figlio si mise a piangere e lo abbracciò con molta forza. Il bambino si chiamava Navneet e anche se non era mai riuscita a conoscerlo perché era morta durante il suo parto,  disse che la sua anima e il suo spirito sapevano che fosse proprio lui.  Gli regalò anche tutti i suoi giocattoli anche se il bambino era più grande di un anno rispetto a lei.

Le persone presenti quel giorno raccontano che durante l’incontro ci furono pianti ed emozioni indescrivibili in quella casa, sembrava di assistere a qualcosa di mistico. Ci furono lacrime, stupore e curiosità. Kedarnath sempre più confuso fece tante domande quante gliene vennero in mente e presto si rese conto che era tutto reale, solo la sua ex moglie Lugdi poteva sapere quali erano i dolci che preparavano per le feste, come e dove erano posizionati i mobili nella sua casa a Mathura, dove si erano incontrati per la prima volta lui e Lugdi e soprattutto quali promesse si erano fatti a vicenda durante la loro relazione. La bambina in lacrime rispose a tutte le domande correttamente raccontando anche cose che Kedarnath aveva già dimenticato. I vicini, sentendo tutto quel rumore e pianti provenire dalla casa dei Devi, incuriositi si affacciarono per vedere che cosa stesse succedendo e così ben presto la notizia si diffuse a macchia d’olio: Una bambina di nome Shanti era la reincarnazione di una donna morta durante un parto. Una storia incredibile! Kedarnath, tanto sbalordito quanto felice, decise di tornare a Mathura, doveva raccontare tutto al resto della sua famiglia. Nel frattempo la storia della bambina reincarnata aveva raggiunto i principali mezzi di comunicazione indiani dell’epoca e stava diventando una faccenda di stato. Il signor Deshbandhu Gupta, il presidente in quel momento di una grande catena di pubblicazioni chiamata All-India Newspaper Publishers Association e membro del Parlamento dell’India, ordinò di effettuare un’indagine del caso in via semi-ufficiale. Quindi venne nominata una commissione ad honorem guidata da Gupta stesso per sottomettere Shanti Devi ad una prova finale e definitiva.

Una mattina, a pochi giorni di distanza dall’ultimo incontro con Kedarnath. Una comitiva composta dalla bambina prodigio, i suoi genitori, il signor Gupta e altri membri illustri, partirono col treno verso Mathura. La prima prova fu che sul convoglio stesso vi era una persona che la bambina in teoria non aveva mai incontrato prima: Era un uomo di mezza età ma Shanti appena lo vide disse che era il fratello maggiore di Kedarnath e disse anche che si chiamava Babu Ram Chaubey. Fatto assolutamente vero. Una volta giunti alla stazione di Mathura vi era tutta una folla di curiosi ad accogliere Shanti e lei iniziò a sentirsi strana, tutta quella confusione e quel rumore l’avevano disorientata. Racconta che iniziò ad avere dei flash dei suoi vecchi ricordi. Gupta le chiese di andare senza l’aiuto di nessuno a quella che lei ricorda essere la casa della sua vita precedente. La bambina iniziò a muoversi in quelle strade e via via che faceva dei passi osservava i luoghi, le persone di quella città e iniziò a parlare il dialetto locale ricordando con chiarezza anche altri dettagli. Quindi, seguita da una folla impressionante di persone, camminò fino a una casa bianca, lei confusa disse: “È questa la casa ma io me lo ricordo di un altro colore, era gialla “, fatto confermato da Kedarnath che l’aveva fatta dipingere di bianco poco dopo la scomparsa di Lugdi.

Ad attenderla vi erano i suoi figli i quali rimasero esterrefatti nel vedere quella bambina piangere di gioia. In mezzo alla folla c’erano anche i genitori di Lugdi e i suoi suoceri. Lei riuscì a riconoscerli tutti e li chiamò per nome uno ad uno senza mai sbagliare, disse con certezza dove erano nascoste le rupie, raccontò di tutti i gioielli ricevuti negli anni narrando anche le loro storie, disse dove i suoi figli avevano delle cicatrici e come se le erano procurate. La folla e tutti i presenti rimasero a bocca aperta e a un certo punto Kedarnath gli chiese se si ricordava che fine avessero fatto i suoi anelli preziosi, dato che lui dopo la morte di Lugdi non era mai riuscito a trovarli. La bambina senza esitare segnalò un punto nel giardino dove poi venne trovata una scatola contente i preziosi oggetti, il tutto venne documentato dalla commissione di Gupta in modo rigoroso. Sebbene Shanti volesse rimanere con la sua ex famiglia, in realtà la legge indiana è molto chiara e dice che tutti i diritti familiari finiscono con la morte. Dunque Shanti non poteva in alcun modo essere riconosciuta in maniera legale come la madre dei piccoli. Inoltre Kedarnath si era anche risposato e perciò era ancor più complicato. Decise semplicemente di farsi da parte e lasciar loro vivere una vita normale senza interferire perché il suo amore e il legame spirituale che li unisce va aldilà di qualunque forma materiale e sapeva che prima o poi li avrebbe incontrati di nuovo.

Negli anni Shanti è stata sottoposta a diverse altre prove ma è sempre stata riconosciuta come una persona autentica e i ricordi e le emozioni che provava erano del tutto spontanei così anche i più scettici dovettero accettare che lei era la reincarnazione di Lugdi. Questo caso è stato più volte analizzato da esperti e curiosi di tutto il mondo, persino Mahatma Gandhi in persona si è interessato a Shanti e attraverso un comitato d’indagine raggiunse lo stesso verdetto di tutti gli altri. Il professor Indra Sen dell’Istituto Sri Aurobindo della città di Pondicherry, è in possesso di un archivio completo di questo enigmatico caso. Nel 1958 il Washington Post pubblicò alcune note di questo archivio insieme ad un’intervista in esclusiva con Shanti Devi rendendo il caso internazionale.  Shanti non si è mai sposata e dopo essere diventata un’insegnante si dedicò completamente ad offrire la sua esistenza agli altri. “Una donna devota alla carità e alla spiritualità” sono queste le parole con cui viene ricordata da tutti coloro che hanno avuto l’onore di conoscerla di persona. Morì nel dicembre del 1987, scrisse diversi libri e documentari dove vengono descritti i suoi ricordi e quella che è stata anche la sua esperienza durante il passaggio tra la vita e la morte. In India, fino al giorno d’oggi è considerata una prova inconfutabile  della reincarnazione.

Vi sembrerà incredibile ma ci sono molti casi simili a quello di Shanti, casi ugualmente incredibili dove persone ricordano dettagli di vite passate, uno di quei casi pensate parla di una bambina tornata in vita per denunciare il suo assassino fornendo anche le prove dell’omicidio, ma questi sono casi di cui vi parleremo in futuro. Quelli che credono nella reincarnazione dicono che dopo la morte lo spirito andrà ad occupare una forma materiale nuova e solo poche volte una persona riesce a ricordare le sue vite passate, ma ci sono alcune caratteristiche di ogni persona che rimarranno per sempre  perché sono intrinseche alla nostra essenza stessa.

Concludiamo questo caso raccontandovi un fatto intrigante: Due delle più grandi menti del diciasettesimo secolo sono Galileo Galilei e Isaac Newton. Pensate che l’anno di morte di Galileo è il 1642 e coincide con l’anno di nascita di Isaac Newton e quest’ultimo ha completato gli studi riguardanti i principi della dinamica iniziati da Galileo. Coincidenze?

 
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Pubblicato da su 20 giugno 2016 in Casi macabri e misteriosi

 

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