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La Cosa – Il fenomeno più strano mai accaduto il giorno di Natale

La Cosa – Il fenomeno più strano mai accaduto il giorno di Natale

Era il giorno di Natale del 1964 e le case della cittadina di Warminster, nel sud dell’Inghilterra, erano innevate e albergavano famiglie felici in ambienti caldi e affettuosi. Nelle prime ore del mattino si potevano sentire le urla di gioia dei bambini mentre scartavano i regali, ma quella gioia incontenibile e quelle grida a un certo punto sono state sostituite da qualcosa di inquietante… un suono così incredibile che ancora oggi i testimoni lo ricordano come un rumore atroce ed indescrivibile, tanto che i cittadini di Warminster lo nominarono solo come “La cosa”.

I racconti di quello strano Natale sono tutti identici; c’è chi l’ha sentito con più intensità di altri, ma tutti raccontano la stessa cosa. A quanto pare a un certo punto e dal nulla, iniziò a vibrare nell’aria un suono molto profondo e grave. “L’aria sembrava letteralmente spaccarsi, vibrazioni improvvise arrivarono dall’alto con agghiacciante intensità e da diversi punti della città”, sono le parole di Arthur Shuttlewood, un testimone diretto del fenomeno. Secondo il Warminster Journal, nell’articolo stampato nel gennaio 1965, all’alba del giorno di Natale del 1964, la prima persona ad udire questo strano suono fu una casalinga mentre andava in chiesa. Verso le 6:30 sentì un rumore definito da prima “crepitante” per diventare poi sempre più forte e sembrava trovarsi sopra la sua testa, lei però non vide nulla di strano attorno o sopra di lei. La donna, che desiderava rimanere anonima per paura di essere ridicolizzata, disse che il suono iniziale era come quello dei rami che vengono trascinati sulla ghiaia insieme a un debole ronzio e poi via via questo suono era diventato più costante e forte, tanto che sentiva le onde d’urto martellarle la testa, il collo e le spalle. Secondo quanto riportato dal giornale, vi furono altri residenti che udirono un rumore forte e non identificabile; per esempio un soggetto chiamato Roger Rump aveva sentito qualcosa urtare il suo tetto, mentre una donna di nome Mildred Head aveva fatto la seguente dichiarazione: “Strani rumori sferzarono nell’aria e il nostro tetto iniziò a vibrare, inizialmente sembrava che ci fossero dei rametti che colpivano il tetto, poi il rumore crebbe di intensità così tanto che sembrava il rumore di una tempesta di grandine che si stava abbattendo su di noi”. Questo fu solo l’inizio di una serie di strani fenomeni che poi si sono verificati in questa sperduta cittadina.

A partire dal 1965 la frequenza delle segnalazioni di rumori misteriosi e avvistamenti si intensificò in maniera massiccia. Questi sono solo alcuni dei fenomeni riportati dai giornali dell’epoca. Nel giugno del 1965 sarebbero stati visti strani oggetti nei cieli intorno alla città. Il 17 agosto dello stesso anno si sentì un rumore di detonazione che fece tremare le case nella zona residenziale di Boreham Field, prima che una mostruosa fiamma arancione si vedesse nel cielo, scoppiettando e sibilando. Il 20 agosto una coppia che viaggiava su una motocicletta, vide due sfere bianche di luce sorvolare sopra le loro teste e cambiare colore per poi sparire nel nulla. Il 7 settembre, verso le otto di sera, la macchina del maggiore William Hill, dopo essere stata scossa da strane vibrazioni dell’aria, si spense del tutto. L’ 8 ottobre, verso mezzogiorno, una donna che guidava verso Warminster sentì la sua auto perdere potenza fino a spegnersi dopo aver visto una palla arancione brillante nel cielo, e così via… ci sono letteralmente centinaia di segnalazioni di questo genere a partire dal 1965, ovvero di persone che dichiarano di aver visto strane luci luminose nel cielo accompagnate da rumori che producevano malfunzionamenti alle auto. Questi strani avvistamenti sono stati riportati nel Warminster Journal e i cittadini che fino a quel momento non avevano mai sentito parlare di UFO o “dischi volanti” decisero di fare una riunione pubblica per discutere delle strane insinuazioni sorte nei giorni precedenti e dei fenomeni descritti dai giornali. Inoltre i cittadini, non sapendo in che modo riferirsi a questo bizzarro fenomeno,  decisero di  battezzarlo “The Thing”, ovvero “La Cosa”.

In questa riunione partecipò in maniera attiva anche Arthur Shuttlewood, giornalista del Warminster Journal, al quale gli viene attribuito il merito di aver reso famoso questo fenomeno a livello nazionale prima e internazionale in seguito, grazie e soprattutto a una fotografia catturata da un uomo di nome Gordon Faulkner nel 1965. Faulkner condivise l’immagine con Shuttlewood che la diede poi al Daily Mirror. Il Daily Mirror la stampò nel settembre del 1965 e “La Cosa” di Warminster divenne famosa in tutta la nazione. In pochi giorni la piccola cittadina venne invasa da migliaia di curiosi che volevano vedere con i propri occhi il fenomeno. Successivamente la notorietà di Warminster come hotspot degli UFO venne sigillata dalla BBC West che produsse un documentario di mezz’ora sull’intera vicenda nel 1966 intitolato “Pie in the Sky” ossia “Torta nel cielo”. Shuttlewood divenne presto la voce del mistero di Warminster e scrisse anche diversi libri. Il fenomeno poi iniziò a scemare negli anni 70 fino a sparire quasi completamente.

Oggi Sono trascorsi più di cinquant’anni da quando una sonnolenta cittadina del Wiltshire divenne l’improbabile epicentro di un fenomeno UFO e diverse sono le spiegazioni date negli anni per “La Cosa”. C’è chi sostiene che Shuttlewood accentuasse molto queste storie per vendere i giornali e che perfino l’immagine iconica dell’UFO di Warminster sia solo un montaggio, altri invece dicono che sia stato tutto causato da esperimenti militari, infatti Warminster è nota come città militare perché c’è una base situata sulla vicina pianura di Salisbury. Ciò ha dato origine alla teoria secondo cui gli aerei militari potrebbero essere stati scambiati con visitatori provenienti dallo spazio. Ad ogni modo, però, nessuna di queste teorie riesce a fornire una completa spiegazione degli strani suoni e dei malfunzionamenti delle auto dichiarate dalle centinaia di segnalazioni che sono state documentate e che potete consultare voi con i vostri occhi in questo sito che raccoglie i documenti originali e aggiungere le vostre proprie conclusioni. Chissà se quest’anno si verificherà di nuovo, nel giorno di Natale, il fenomeno che diede origine a tutto. Un’ultima curiosità di questo caso è che nei giorni seguenti al Natale del ‘64, stormi interi di volatili furono ritrovati a terra senza vita, come se fossero stati colpiti da un’onda d’urto nei cieli.

Come ogni anno in questo periodo vi facciamo i nostri migliori auguri. Fuoco di Prometeo tornerà la seconda settimana di gennaio. Vi auguriamo un Buon Natale e buone feste!

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Pubblicato da su 28 dicembre 2017 in Contatti exraterrestri

 

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Donald Decker – L’uomo che creava la pioggia dal nulla

Donald Decker – L’uomo che creava la pioggia dal nulla

La storia di Don Decker, che divenne noto al mondo con il soprannome “Rain man”, ossia “Uomo della Pioggia”, è senza dubbio uno degli eventi paranormali più documentati della storia moderna. La sua credibilità si basa sui racconti di molti testimoni, alcuni anche appartenenti alle forze dell’ordine. Questa bizzarra storia è iniziata il 24 febbraio 1983 a Stroudsburg in Pennsylvania, dopo che il nonno di Don Decker, James Kishaugh, morì. Mentre in famiglia si piangeva il lutto, Don Decker sentiva dentro di sé un incredibile senso di pace per la prima volta dopo tanto tempo, infatti quello che gli altri non sapevano era che James aveva abusato fisicamente di Don fin da quando era un bambino.

Don Decker era in carcere al momento della morte del nonno, ma gli fu concesso comunque di partecipare al funerale e passare alcuni giorni con la propria famiglia. Quel senso di pace che Don sentiva dentro di sé, tuttavia, non fu destinato a durare a lungo. Alla fine dei funerali, Don fu invitato a passare la notte con Bob e Jeannie Keiffer, due amici molto stretti di famiglia. Più tardi, quella stessa sera, Don cominciò a percepire che qualcosa non andava. Un profondo brivido iniziò ad afferrarlo e l’uomo cadde rapidamente in uno stato di trance. I Keiffer, perplessi da ciò che stava succedendo, improvvisamente notarono che dell’acqua stava gocciolando dal soffitto e dalle pareti del soggiorno. A quel punto chiamarono Ron Van Why, il loro padrone di casa, e l’unico che poteva capire se c’era qualche problema con le condutture dell’acqua. Quando Ron arrivò, anche lui non aveva risposte perché sapeva per certo che non c’erano tubi dell’acqua nella zona da cui si stavano verificando le perdite, che nel frattempo stavano peggiorando sempre di più iniziando a salire attraverso le pareti fino al soffitto. Incerto su cosa fare, Ron chiamò sua moglie spiegando la situazione nella residenza dei Keiffer, successivamente chiamò anche la polizia. Il commissario Richard Wolbert fu il primo ad arrivare sulla scena e ci vollero solo pochi minuti prima che il poliziotto si bagnasse completamente dopo essere entrato in casa e nel referto scrisse le seguenti parole: “Eravamo appena entrati dalla porta principale e abbiamo visto questa goccia d’acqua che viaggiava orizzontalmente, passò tra di noi e andò semplicemente nella stanza accanto”. L’agente John Baujan, che si unì successivamente, fu anch’egli testimone di qualcosa di incredibile: “Ho letteralmente avuto un brivido lungo la schiena che mi ha fatto drizzare i capelli. Ecco come mi sentivo. Stavano accadendo delle cose che non avrei neanche potuto immaginare e non c’era modo di spiegarle”.

Mentre gli ufficiali cercavano di dare un senso a ciò che stavano assistendo, notarono Don che sembrava ancora in trance. Gli ufficiali chiesero ai Keiffers di portare l’uomo fuori casa e di sedersi nella pizzeria a poca distanza dalla residenza. Non appena i Keiffer e Don se ne andarono, tutto nella casa tornò alla normalità. Questa correlazione non passò inosservata e Ron si ritrovò a chiedersi se uno dei Keiffers o Don non fosse responsabile di questo incidente. Pam Scrofano, il proprietario della pizzeria dove si recarono i Keiffer e Don, fu l’ennesimo testimone di quegli incredibili fatti. Qualche istante dopo che si sedettero, notarono che la stessa bizzarra cosa cominciò ad accadere anche lì in pizzeria. L’acqua iniziò a cadere sulle loro teste e si sparse sul pavimento. Pam, un uomo molto religioso, sospettò immediatamente che Don fosse posseduto, quindi prese con sé un piccolo crocifisso e lo mise sulla pelle di Don che reagì con urla di dolore. Il crocifisso aveva lasciato un segno su di lui come se avesse bruciato la carne. A questo punto non era più possibile restare in pizzeria, dunque tornarono tutti a casa. Ovviamente quando se ne andarono i fenomeni nella pizzeria cessarono.

Alla residenza dei Keiffer, il proprietario Ron Van Why e sua moglie Romayne incontrarono i Keiffer e Don mentre tornavano a casa. La pioggia tornò non appena Don entrò nella residenza, ma stavolta anche le pentole e le padelle cominciarono ad assumere comportamenti strani, infatti sbattevano in cucina. Ron e Romayne ne avevano abbastanza e incolparono Don che stava danneggiando la loro proprietà, i due infatti credevano che fosse l’uomo a causare tutto ciò con una specie di scherzo. Dopodiché le cose presero una piega drammatica e violenta. Don si sentì sollevare da terra e fu spinto con forza contro il muro da una forza invisibile. Non molto tempo dopo, gli ufficiali Baujan e Wolbert tornarono alla casa di Keiffer con il loro capo. Incapace di identificare l’origine di un ipotetico scherzo, il capo disse agli ufficiali che si trattava di un problema idraulico e che non c’era bisogno di indagare ulteriormente sulla questione. Forse a causa della curiosità, i due agenti ignorarono queste indicazioni e tornarono il giorno seguente per vedere come andavano le cose. Questa volta si unirono altri due agenti, Bill Davies e il tenente John Rundle. Quando gli ufficiali arrivarono a casa, furono sollevati nel notare che le cose sembravano essersi calmate, quindi Bill Davies condusse un esperimento mettendo una croce d’oro tra le mani di Don. L’agente ricordò che Don sentiva la croce bruciare tra le mani, dunque la riprese con sé e la descrisse come “estremamente calda”. Gli agenti di polizia hanno poi visto Don levitare ancora una volta e scaraventarsi contro un muro. Il tenente John Rundle disse: “Tutto d’un tratto si sollevò da terra e volò attraverso la stanza con una forza come se un autobus lo avesse colpito. C’erano tre segni di artigli sul lato del suo collo che sanguinavano. Non ho nessuna spiegazione per questo ancora oggi”.

Ron Van Why cominciò a pensare che Don non stava causando tutto quello intenzionalmente e decise di aiutarlo chiamando ogni predicatore a Stroudsburg, ma la maggior parte si rifiutò di intervenire. Alla fine solo uno accettò e un giorno arrivò a casa. Mentre pregava insieme a Don, quest’ultimo fu vittima di violente convulsioni, ma più pregavano e più Don si calmava. Quando tutti finì, Don sembrava di nuovo ritornato in sé e Ron dichiarò che quella fu l’ultima volte che piovve in casa. Dopo quegli eventi, il permesso di libertà per Don finì e tornò in prigione. Mentre era nella sua cella, Don Decker si chiese se potesse controllare questa pioggia e non appena iniziò a pensarci, il soffitto e le pareti della cella iniziarono a gocciolare. Dunque la sua domanda ebbe una risposta, Don poteva controllare la pioggia. La guardia della prigione che faceva la ronda non fu affatto felice quando vide dell’acqua che stava allagando la cella e ovviamente non credette a Don quando gli disse che la stava controllando con la sua mente. La guardia sfidò sarcasticamente l’uomo e disse che avrebbe dovuto mostrare questi “poteri” al direttore. La guardia si diresse verso l’ufficio del direttore presidiato temporaneamente dal tenente David Keenhold. Keenhold  non aveva la minima idea di chi fosse Don Decker, né di quello di cui era capace. La guardia si guardò intorno ispezionando la stanza finché non vide il tenente e a quel punto gli disse di guardare la sua maglietta… era fradicia. Il direttore dichiarò: “E proprio dal centro del mio sterno, comparve una macchia d’acqua larga circa dieci centimetri. Ero spaventato. La guardia era spaventata in quel particolare momento e io non avevo nessuna spiegazione del perché fosse successo”.

Il tenente Keenhold credeva di aver capito cosa stava succedendo e chiamò il suo amico reverendo William Blackburn chiedendogli urgentemente di vedere Don Decker. Dopo essere stato informato su tutto ciò che accadde a Don, il reverendo lo accusò di essersi inventato tutto. Ovviamente questa accusa non piacque a Don che si arrabbiò, dunque la sua cella si impregnò di un forte odore acre. Alcuni testimoni lo descrissero come l’odore della morte, ma moltiplicato per cinque. Poi la pioggia riapparve di nuovo. Il reverendo la descrisse come una pioggia nebbiosa… la pioggia del Diavolo e capì finalmente che non si trattava di un’invenzione. Cominciò a pregare per Don e si sedette in quella cella per ore e ore, quando infine la pioggia si fermò e Don scoppiò in lacrime. Qualunque cosa fosse quella che colpiva Don, non si manifestò mai più. Don confessò che suo nonno lo maltrattò una volta e che probabilmente ha avuto la possibilità di farlo anche quando non era più tra loro. Tutto ciò che lui ora vuole è stare in pace.

Questo incidente paranormale è stato trasmesso su Unsolved Mysteries nella puntata del 10 febbraio 1993, ma quella non fu l’ultima volta in cui si parlò di Don Decker. Nell’ottobre del 2012, Don è stato accusato di aver appiccato un incendio al ristorante di Tobyhanna, in Pennsylvania… a questo punto Don Decker probabilmente non ha ancora trovato pace.

 
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Pubblicato da su 18 dicembre 2017 in Maledizioni e possessioni

 

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Madeleine McCann – Una bambina scomparsa nel nulla

Madeleine McCann –  Una bambina scomparsa nel nulla

Sono trascorsi più di dieci anni e molti ricordano ancora questa vicenda con molta chiarezza, soprattutto perché sono davvero tanti gli elementi discordanti delle testimonianze fornite dai personaggi di questa tragedia. Madeleine McCann, una bambina di soli tre anni, si trovava in vacanza nel sud del Portogallo insieme alla sua famiglia a partire dal 28 aprile 2007. La famiglia della piccola era allora composta dai suoi genitori Kate e Gerry McCann, entrambi medici, e dai suoi fratelli Amelie e Sean. Madeleine era la primogenita e, come i suoi fratelli, era nata grazie alla fecondazione in vitro. I McCann trascorrevano le loro vacanze insieme ad altre tre famiglie. La loro era una vacanza molto spensierata e tranquilla… fino al 3 maggio, giorno nel quale i McCann avevano deciso di fare una cena solo tra adulti e quindi avevano lasciato i bambini nelle camere. Quella fatidica sera, infatti, Madeleine si trovava nella camera da letto dell’appartamento 5A insieme ai suoi fratelli, completamente incustoditi e con le porte scorrevoli aperte. I McCann si trovavano nel ristorante chiamato Tapas all’interno del complesso che distava pochi metri dal loro appartamento, perciò secondo la ricostruzione, i padri di famiglia ogni tanto andavano a visionare la situazione nelle rispettive camere. Quindi, ogni venti o trenta minuti, uno dei due coniugi si alzava dal tavolo e andava a controllare se i loro figli stessero ancora dormendo. Secondo la versione data alle autorità, l’ultimo a vedere la bambina ancora sana e salva è stato il padre di Madeleine, il quale si era recato intorno alle 21.05 in camera. Un’ora dopo, verso le 22, Kate McCann, sotto shock e in preda ad un attacco di panico, era tornata nel ristorante urlando “Maddie non è più qui, l’hanno portato via!”.

A quanto pare Kate recandosi nell’appartamento aveva trovato le porte e le finestre aperte e Madeleine era sparita. Immediatamente dopo l’inquietante scoperta, i due genitori cercarono disperatamente la piccola in tutto il complesso. Cercarono sotto le macchine, tra i cespugli, nella piscina e anche nei cassonetti, ma niente. Quindi vennero contattate le autorità britanniche e portoghesi. Quella stessa notte centinaia di poliziotti e cani rastrellarono tutta l’area, nel frattempo gli investigatori interrogarono i genitori della bambina e gli amici dei McCann. Frutto di nervosismo o per qualche altra ragione tutti caddero in notevoli contraddizioni che portarono gli investigatori a seguire diverse piste che poi negli anni si rivelarono del tutto false. Una delle contraddizioni più strane di questa vicenda proviene proprio dalla testimonianza della madre di Madeleine, che disse di aver visto sia la porta che la finestra aperte, cosa che invece venne smentita da un altro testimone il quale disse di aver visto solo la porta aperta. Nei giorni seguenti ai fatti, questo caso divenne internazionale, in particolar modo perché nel complesso si trovavano diversi turisti di varie nazioni e perché molte delle persone della zona stessa erano francesi, olandesi, tedeschi e altri inglesi, persone che si erano trasferite dopo la pensione a Praia da Luz.  L’Interpol emise un avviso internazionale per la scomparsa il 9 maggio 2007 e da quel giorno le foto di Madeleine con la faccia sorridente e con i suoi occhi rotondi e verdastri continuano a fare il giro del mondo.

A circa ottanta metri dall’appartamento 5A dell’Ocean Club si trova la villa di Robert Murat, che fu il primo e principale sospettato della scomparsa della bambina. A quel tempo Robert aveva 34 anni ed era separato, aveva una figlia della stessa età di Madeleine e fin dall’inizio si offrì ai McCann come traduttore nelle conversazioni con la polizia portoghese. Secondo il Sunday Mirror è apparso diverse volte anche davanti alla stampa addirittura come portavoce della famiglia. Questo suo “strano interesse” lo mise immediatamente sotto i riflettori e fu il primo sospettato ufficiale nelle indagini. Gli investigatori portoghesi lo hanno interrogato diverse volte, perquisito la sua residenza e sono addirittura stati fatti degli scavi nel suo giardino, ma non hanno mai trovato prove del suo coinvolgimento. Il procuratore portoghese cancellò il suo nome dalla lista dei sospetti circa un anno dopo la scomparsa della bambina. I giornali britannici, che diverse volte lo hanno chiaramente indicato come il colpevole della scomparsa di Maddie, hanno dovuto risarcirlo con 715.000 € per diffamazione nei suoi confronti.

Nel 2007 più di mille agenti portoghesi furono coinvolti nella ricerca. Quella notte e per alcune settimane il confine con la Spagna era stato chiuso e la sorveglianza dei porti e degli aeroporti del paese vennero intensificati. Il Regno Unito trasferì anche cani in Portogallo, specializzati nel rilevamento di resti di sangue e odore di cadavere. Il 6 luglio 2007, due mesi dopo la scomparsa della ragazza, gli investigatori iniziarono a so spettare dei genitori perché i cani avevano identificato tracce di sangue e altri fluidi di Maddie nell’appartamento dell’Ocean Club in cui alloggiavano e anche in una macchina che i McCann avevano affittato due settimane dopo la scomparsa della loro figlia. Dopo i risultati degli esami, gli investigatori britannici e portoghesi ammisero per la prima volta che Maddie potrebbe essere stata uccisa. L’ipotesi fatta allora sarebbe quella della “morte accidentale”, ma dopo sedici ore di interrogatorio, la polizia portoghese non riuscì a ricavare altre informazioni dalla coppia i quali non diedero nemmeno una giustificazione plausibile sul perché quelle tracce di sangue furono rinvenute diversi giorni dopo la scomparsa di Maddie. Qualche giorno dopo i McCann decisero di lasciare il Portogallo insieme ai loro gemelli e si stabilirono in Inghilterra. Il procuratore portoghese dovette chiudere il caso un anno dopo per mancanza di ulteriori prove per incriminarli. Gonçalo Amaral fu il commissario che si occupò dell’indagine dal primo minuto e ha sempre sostenuto che la bambina fosse morta e che la polizia britannica aveva collaborato con i McCann per nascondere l’omicidio. Quando lasciò la polizia del suo paese, Amaral pubblicò il suo libro “Maddie: la verità della menzogna”, un best seller in Portogallo e nel Regno Unito. In questo libro l’ex agente punta direttamente il dito contro i genitori della piccola. Dice che Maddie è morta in maniera accidentale per colpa dei genitori quella stessa notte, la prova sarebbe il sangue umano trovato dietro un divano, Gerry avrebbe poi nascosto il corpo di sua figlia in una spiaggia vicina e pochi giorni dopo la sua morte l’avrebbe spostata in un altro luogo, di cui nessuno conosce la posizione. Nel 2013, la polizia britannica riaprì il caso su insistenza della coppia McCann, quindi Scotland Yard decise di stanziare undici milioni di sterline annunciando anche quattro nuove linee di ricerca.

Diverse sono le teorie sorte negli anni, dal rapimento su commissione da parte di una banda di zingari, fino alla teoria del furto fallito secondo la quale dei ladri sarebbero entrati nell’appartamento credendo che non ci fosse nessuno e quando videro Madeleine decisero di prenderla. Questa teoria è supportata dal fatto che c’erano stati diversi tentativi di furto nell’appartamento 5L e 5G nei giorni precedenti, che si trovano nello stesso blocco in cui risiedevano i McCann. Durante questi anni ci sono state molte segnalazioni di persone che avrebbero visto Madeleine in Spagna, Francia, Marocco, Malta e Stati Uniti, ma tutte risultarono puntualmente infruttuose. Addirittura qualche settimana fa una studentessa inglese di nome Harriet Brookes avrebbe confessato di essere Madeleine McCann. Sui suoi social network, infatti, questa ragazza aveva postato diverse foto dichiarando non soltanto l’incredibile somiglianza con Madeleine, ma di avere anche la caratteristica macchia marrone intorno all’iride degli occhi e un neo sulla coscia descritti dai genitori della bambina. Ovviamente si tratta solo di una strana coincidenza dato che, se fosse ancora in vita, Madeleine avrebbe 14 anni mentre Harriet Brookes è una studentessa universitaria di Manchester.

La polizia prosegue con le ricerche, ma i fondi stanziati stanno per finire e probabilmente il caso, a meno di risvolti inaspettati, verrà chiuso nel 2018 senza un colpevole e i fatti accaduti quel maledetto 3 di maggio resteranno per sempre un mistero…. Questo caso sembrerebbe una storia tratta da un romanzo di Agatha Christie, solo che questa è la realtà… e la realtà il più delle volte è molto più crudele di qualunque racconto di fantasia.

 
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Pubblicato da su 11 dicembre 2017 in Casi macabri e misteriosi

 

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Mummia del Similaun – 5.000 anni tra i ghiacci

Mummia del Similaun – 5.000 anni tra i ghiacci

Le maledizioni e le mummie sono da sempre state in qualche modo collegate. La più famosa è ovviamente quella di Tutankhamon, ma nell’arco della storia ce ne sono state molte altre altrettanto incredibili e con molti più secoli alle loro spalle rispetto a quella egiziana. Una di queste è la mummia di Ötzi, più nota come “L’uomo venuto dal ghiaccio” o “Mummia del Similaun”. Si crede che questa persona sia vissuta sulla Terra più di 5.000 anni fa e abbia portato molta sfortuna a tutti coloro che hanno avuto a che fare con l’interruzione del suo lungo riposo…

Si tratta di una mummia naturale, un cadavere mummificato quasi perfettamente e conservato fra i ghiacci del Similaun, un monte che si trova fra le alpi Venoste in Alto Adige, e ritrovato solo nel 1991. Si tratta di una scoperta unica e dalle analisi risulterebbe un guerriero dell’età del bronzo, un uomo di circa 46 anni con abiti di pelliccia, scarpe in pelle, arco e frecce. Si pensa sia vissuto tra il 3350 e il 3100 a.C. e probabilmente fu ucciso perché dei segni evidenti sul suo corpo si intuisce che era in fuga da degli aggressori, infatti mostrava tagli sulle mani, ai polsi e al petto, aveva la punta di una freccia conficcata nella spalla e i segni di un colpo sulla nuca. La mummia è stata scoperta e riportata alla luce nel 1991 da due turisti tedeschi Erika e Helmut Simon durante un’escursione. Stavano camminando presso il passo Hauslabjoch, che si trova a circa 3.000 metri di quota, e durante questa escursione notarono la testa e la spalla di una persona che sbucavano dal ghiaccio… incuriositi, ma spaventati dal fatto che poteva trattarsi di qualche escursionista, avvertirono le autorità. Un’analisi del DNA del sangue rinvenuto sui suoi indumenti e sulle sue armi, portarono anche a concludere che si era scontrato con almeno quattro persone prima di morire dato che furono riscontrate tracce di diversi individui, una sul suo coltello, due sulla punta di una freccia e una quarta sul suo mantello. Forse altri quattro cacciatori come lui.

Come ogni maledizione che riguarda una mummia, anche questa iniziò a insinuarsi dopo la morte del suo scopritore, ovvero Helmut Simon. Grande appassionato di montagna, l’uomo scomparve durante una gita su un ghiacciaio nel 2004, probabilmente travolto da una valanga. Otto giorni dopo la sua scomparsa è stato ritrovato senza vita e, dato che al destino non è mai mancata l’ironia tetra, a trovare il suo cadavere è stato un cacciatore vicino a una sorgente perché vide la sua testa e parte del suo corpo emergere dai ghiacci, proprio come la mummia del Similaun. La moglie di Helmut definisce questa morte molto, molto strana… suo marito, un grande esperto con il quale aveva condiviso molte avventure, non avrebbe mai commesso un errore simile a 67 anni e non crede che si tratti solo di un caso anche per il modo in cui è morto. Un’altra particolarità molto strana è che non disse nulla alla moglie sulla sua destinazione, come se un giorno, quasi richiamato dalla montagna, avesse deciso di partire e accettare il suo destino crudele.

Il professor Konrad Spindler è stato il primo a studiare la mummia. I risultati delle sue ricerche gli fecero guadagnare un nome a livello mondiale. L’archeologo scrisse anche un libro chiamato “L’uomo dei ghiacci” e spesso rispondeva con una certa ironia quando gli dicevano che gravava una terribile maledizione sulla mummia Ötzi. Konrad, docente dell’università di Innsbruck, morì a 66 anni vittima di una strana forma di sclerosi multipla. La sua morte arriva nel 2005, un anno dopo quella di Helmut. In realtà ci furono altre vittime prima di loro e tutti avevano avuto a che fare con la mummia, infatti la prima vittima della presunta maledizione sarebbe il dottor Rainer Henn, il medico che spostò a mani nude la mummia dal luogo in cui si trovava da millenni depositandola in un sacco per cadaveri. Rainer, inoltre, è stato anche il capo del gruppo dei medici che esaminarono il cadavere. Morì a 64 anni nel 1992, circa un anno dopo la scoperta di Ötzi, mentre si recava una conferenza per parlare proprio delle analisi, scoperte e ricerche svolte sulla misteriosa mummia. Un’altra vittima sarebbe Kurt Fritz, alpinista scalatore che aveva condotto Helmut, e successivamente anche altre persone, sul luogo del ritrovamento per fare l’ispezione di Ötzi. La sua morte arrivò due anni dopo la scoperta, egli cadde in un crepaccio di un ghiacciaio. Rainer Hölzl, giornalista e operatore di 47 anni della televisione austriaca, che aveva fatto delle riprese sulle operazioni di recupero della mummia e successivamente aveva anche realizzato il primo documentario a riguardo, morì a causa di un fulminante tumore al cervello. Il professor Friedrich Tiefenbrunner, uno degli studiosi che esaminarono il corpo di Ötzi e che faceva parte della squadra di Konrad Spindler, morì a 66 anni nel 2005 a causa di una complicazione durante l’operazione cardiaca. Tom Loy, un altro degli studiosi che era entrato in contatto diretto con la mummia, morì nel 2005 Brisbane, in australia, a 63 anni. Loy, americano e direttore del laboratorio di scienze, che aveva svolto le indagini sul sangue ritrovato su Ötzi, morì per una strana malattia al sangue che gli venne diagnosticata dopo la scoperta di Ötzi e poco prima di morire stava cercando di concludere un libro che trattava proprio della mummia. Dieter Warnecke, che era capo della squadra dei soccorritori di Helmut, morì circa un’ora dopo il funerale dello stesso Helmut a causa di un attacco cardiaco.

Sebbene la storia della presunta maledizione sia alquanto affascinante, in realtà potrebbe essere solo una serie di sfortunate coincidenze, mentre la cosa più curiosa e interessante della Mummia di Ötzi sarebbe la sua stessa storia, ovvero il modo in cui è stato ucciso e anche i diversi segni che furono ritrovati sulla sua pelle. Ötzi infatti è una celebrità del mondo dei tatuaggi perché viene considerato come il primo essere umano a portare sulla sua pelle i segni indelebili che oggi vanno tanto di moda. Ben sessantuno sarebbero i tatuaggi che porta con sé e dagli studi realizzati essi consisterebbero in punti, linee e crocette posizionati maggiormente dietro ginocchio sinistro, nella parte inferiore della colonna vertebrale e sulla caviglia destra. Non è ancora chiaro quale tecnica avesse utilizzato per farsi questi segni o perché avesse scelto quei particolari posti, ma molti ipotizzano che furono realizzati con delle piccole incisioni poi ricoperte con carbone vegetale. Dato che ai tempi i tatuaggi, come ogni segno di distinzione, avevano un significato e una funzionalità pratica, molti storici si chiedono se l’uomo di Similaun fosse uno sciamano e questo spiegherebbe anche la quantità di funghi ritenuti magici che portava nella sua borsa. Altri invece credono che la loro funzionalità fosse solo quella di ricordare i punti di pressione in cui doveva essere praticata un’antica tecnica di agopuntura perché le posizioni dei tatuaggi corrisponderebbero proprio a dei punti in cui ancora oggi viene praticata questa tecnica per correggere alcuni problemi fisici. Ipotesi questa rafforzata dal fatto che dagli esami radiologici gli studiosi trovarono forme di artrosi proprio in quei punti e quindi queste pratiche gli avrebbero permesso di combattere il dolore, ma come faceva ad avere tutte queste conoscenze un uomo di più di 5.000 anni fa?

Questa incredibile mummia nasconde misteri molto interessanti che potrebbero ancora una volta spingerci a dubitare e rivalutare le nostre origini. A proposito… Ötzi ora si trova al museo archeologico dell’Alto Adige a Bolzano, insieme ad altre scoperte fatte nella zona. Se vi capita di essere nelle vicinanze, dovreste andare a trovarlo… non avrete mica paura della sua presunta maledizione, vero?

 
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Pubblicato da su 27 novembre 2017 in Maledizioni e possessioni

 

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Cindy James – Una persecuzione paranormale

Cindy James – Una persecuzione paranormale

L’8 giugno 1989, un’infermiera canadese di 44 anni di nome Cindy James è stata trovata morta a Richmond, un sobborgo di Vancouver, Canada. Era stata drogata, strangolata e le mani e i piedi erano legati dietro la schiena. È stata trovata in un cortile di una casa abbandonata a un chilometro e mezzo da un piccolo centro commerciale dove era parcheggiata la sua auto rinvenuta il 25 maggio, giorno della sua scomparsa. C’era sangue sulla portiera del conducente e il suo portafogli era sotto l’auto. Quando il suo corpo fu scoperto nel cortile, sembrava che Cindy fosse stata uccisa brutalmente. Una calza di nylon era stata legata stretta intorno al collo e l’autopsia scoprì che nel corpo della donna vi erano ingenti quantità di morfina e altri farmaci. La Royal Canadian Mounted Police, credeva che la sua morte fosse stata un incidente o un suicidio, tuttavia il coroner di Vancouver stabilì che la morte di Cindy non era dovuta da suicidio, incidente o omicidio… piuttosto sostenne che morì a causa di un “evento sconosciuto”. In ogni caso la storia di Cindy James inizia sette anni prima quando cominciò a segnalare diversi incidenti e molestie nei suoi confronti dopo quattro mesi il divorzio da suo marito.

Cindy era la maggiore di sei fratelli. All’età di 19 anni si sposò con il dottor Roy Makepeace, diciotto anni più grande di lei. Grazie all’aiuto del marito trovò impiego come infermiera e aiutava spesso i bambini che avevano dei problemi emotivi, cosa che amava fare. La sua vita pareva perfetta, ma quando decise di divorziare nel 1982, tutto le crollò addosso e la sua vita divenne un inferno. La donna aveva un rapporto abbastanza buono con i suoi genitori e proprio a loro cominciò a confidare le prime storie di molestie nei suoi confronti, dopodiché si rivolse alla polizia quando ricevette vere e proprie minacce di morte via telefono o per posta da parte di un’entità sconosciuta. Molestia dopo molestia, la salute mentale e fisica di Cindy si sgretolava sempre di più. Un giorno quando tornò a casa trovò tre gatti morti appesi nel suo giardino, le luci del portico frantumate e la linea telefonica tagliata. Strani biglietti venivano trovati quotidianamente davanti alla sua porta e quasi ogni giorno Cindy segnalava alla polizia violenti attacchi fisici. Una notte, un’amica di Cindy, decise di andare a trovarla, ma quando bussò alla porta non ricevette risposta. Preoccupata cominciò a fare il giro della casa per raggiungere la porta sul retro e di certo non si sarebbe mai immaginata a cosa avrebbe assistito. Cindy era accovacciata a terra nel suo garage aperto con una calza di nylon legata intorno al collo. Alla richiesta di spiegazioni da parte dell’amica, Cindy affermò che qualcuno l’aveva tramortita per poi fuggire quando sentì l’amica bussare.

Per Cindy il terrore non era che all’inizio. Vennero lasciate foto sul parabrezza della sua auto ritraenti cadaveri in obitorio. Della carne cruda veniva consegnata a casa sua e un giorno Cindy trovò il suo cane in evidente stato di terrore seduto accanto alle proprie feci con un cordone legato stretto al collo. Nel frattempo la polizia intensificò i controlli direttamente fuori casa della donna dopo le sue numerose segnalazioni, ma non riuscì mai a identificare nulla degno di nota, cominciando a pensare che Cindy fosse semplicemente pazza e che fosse proprio lei ad architettare tutte quelle terribili cose, forse in preda alla depressione a causa del divorzio. Cindy, ormai stremata e con l’accusa di essere semplicemente una matta, decise di trasferirsi in una nuova casa, ridipingere l’auto e cambiare addirittura il cognome. Assunse anche Ozzie Kaban, un investigatore privato, che a aveva spesso problemi nel comunicare con Cindy in quanto rifiutava di fornire informazioni dettagliate riguardo i suoi incidenti ed era sempre vaga, tuttavia la famiglia giustificava questo comportamento perché pensava che Cindy fosse direttamente minacciata di morte nel caso avesse riferito qualsiasi qualcosa.

L’investigatore privato installò diverse luci nella residenza della donna, le diede anche una radio e un pulsante che se premuto avrebbe chiamato direttamente la polizia che regolarmente sorvegliava la sua nuova casa. Una notte Ozzie sentì strani suoni provenire dalla radio e si precipitò a casa di Cindy. Quando arrivò la trovò distesa sul pavimento con un coltello conficcato nella sua mano, con accanto un biglietto che diceva “Sei morta, stronza”. La donna venne immediatamente ricoverata in ospedale, mentre la polizia non fece nulla stanca di tutte queste storie che circondavano Cindy, tuttavia Ozzie era convinto che mai nessuno avrebbe potuto auto-infliggersi una cosa del genere. Le donna venne sottoposta a diverse sessioni di ipnosi regressiva per cercare di andare più a fondo, tuttavia la mente di Cindy era troppo “traumatizzata” per considerare quei test attendibili. Una volta tornata a casa, il terrore per Cindy non era ancora finito: telefonate minatorie continuavano a perpetrarsi a ogni ora del giorno senza che si riuscisse mai a rintracciarle perché troppo brevi. Una cosa strana è che la polizia, quando era impegnata a sorvegliare la casa di Cindy ventiquattr’ore su ventiquattro, non sentiva mai squillare il telefono e non riusciva mai ad assistere a qualcosa di strano, un motivo in più per loro per credere che Cindy si stava semplicemente inventando tutto, ma un giorno, come se non bastasse, Cindy venne trovata distesa in un fosso a dieci chilometri da casa sua, indossando un indumento da lavoro e un guanto di un uomo. Stava soffrendo di ipotermia e aveva tagli e contusioni su tutto il corpo e ancora una volta aveva una calza di nylon nera intorno al collo, ormai divenuto un marchio dei suoi presunti attacchi.

Tutta questa vicenda stava assumendo una sfumatura quasi paranormale fin quando un giorno scoppiò un incendio nel seminterrato della casa della povera donna. Dopo aver capito che il telefono non funzionava, Cindy corse si fuori per avvisare i vicini e vide un uomo al quale chiese di chiamare i vigili del fuoco, ma l’uomo, invece di prestare aiuto, fuggì. La polizia stabilì che il fuoco era stato avviato dall’interno della casa perché non fu rinvenuto niente che potesse far intendere a un’effrazione, dunque si pensò che Cindy stessa avesse messo in scena l’incidente. La salute mentale e fisica di Cindy si stava deteriorando sempre di più e i genitori erano molto preoccupati. Spaventati dall’idea che potesse commettere qualcosa di molto più strano, il suo medico la portò in un reparto psichiatrico da dove uscì dieci settimane dopo senza che venne riscontrato nulla di particolare. La domanda che si stavano ponendo tutti era: Cindy era veramente perseguitata da qualcuno o stava inscenando tutto perché impazzita? Cindy era convinta che la figura dietro tutte queste molestie non fosse altri che il suo ex marito, ma ovviamente quest’ultimo negò ogni cosa. La svolta definitiva alla storia avvenne il 25 maggio quando Cindy andò al centro commerciale per fare la spesa e quella fu l’ultima cosa che fece… ora c’è da chiedersi, se fosse stato veramente un suicidio, come mai inscenare una cosa tanto elaborata? Perché non morire semplicemente nel suo letto di casa e dare alla sua famiglia meno dolore?

L’ipotesi del suicidio non regge molto anche per la posizione in cui venne rinvenuta Cindy, con mani e piedi legati… come avrebbe potuto da sola? Ci sono tante cose che non tornano. Il suo ex marito credeva che Cindy fosse affetta dal disturbo di personalità multipla e che a causare tutte quelle terribili cose fosse una sua personalità di cui la vera Cindy non ne era a conoscenza, d’altronde abbiamo già dimostrato nel nostro video dedicato a Billy Milligan, come in questi casi la mente umana sia in grado di fare cose straordinarie e all’apparenza impossibili, ad ogni modo questa fu solo una teoria non tanto accreditata, l’unica cosa certa in questa storia è che Cindy soffrì immensamente durante i suoi ultimi sette anni di vita, venne torturata sia fisicamente che mentalmente, o da un sadico pazzo assassino, oppure dalla sua stessa mano. Il padre di Cindy morì nel 2010 e sua madre nel 2012 ed entrambi, fino al loro ultimo respiro, erano convinti che Cindy non avrebbe mai e poi mai potuto commettere suicidio. L’unica persona che ad oggi sta ancora cercando la verità è la sorella Melanie che ha scritto un libro al riguardo, intitolato “Who Killed My Sister, My Friend”. In quelle pagine si può percepire lo strazio di una famiglia e di una sorella che sicuramente non scoprirà mai la verità…

 
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Pubblicato da su 20 novembre 2017 in Casi macabri e misteriosi

 

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Kenneka Jenkins – Caso chiuso e risolto?

Kenneka Jenkins – Caso chiuso e risolto?

Questo caso è un vero e proprio giallo pieno di strani dettagli e incognite. Secondo la ricostruzione della polizia, Kenneka Jenkins, una ragazza del west side di Chicago, si sarebbe recata con delle amiche in un hotel chiamato Crowne Plaza Chicago O’Hare Hotel & Conference Center, a Rosemont nell’Illinois, la notte dell’8 settembre del 2017 verso le 23:30.

A quanto pare lei e le sue amiche si erano recate in quell’edificio per partecipare a una festa al nono piano con altri coetanei. La festa si svolgeva sotto fiumi di alcool e marijuana, fatto confermato anche dagli interrogatori svolti dalla polizia e dalle stesse immagini pubblicate da molti ragazzi che avevano postato diversi video nei vari social network. In molti di questi filmati si può vedere Kenneka insieme alle sue amiche mentre si divertono. Verso le 2:20 la stessa Kenneka aveva postato un video su Snapchat in cui si vede lei con alcune amiche in bagno. Sembra abbastanza euforica, ma è ben lontana dallo stato in cui si troverà un’ora dopo, verso le 3:25. In altro video, ripreso dalle videocamere dell’hotel verso le 3:05, vengono riprese le amiche di Kenneka nella lobby del Crowne Plaza ormai pronte ad andare via, ma non si vede Kenneka anche se una delle sue amiche dichiara che fosse presente anche lei nella lobby dell’hotel a quell’ora. Successivamente le ragazze tornano su, nelle stanze della festa, alla ricerca delle chiavi e di un cellulare che avevano smarrito e dopo venti minuti circa viene ripresa Kenneka che prende un ascensore e scende a un piano di sotto. Le immagini riprese fuori dall’ascensore e nei corridoi, mostrano Kenneka completamente sola, in uno stato di evidente difficoltà, barcollante e che fa fatica a coordinare così tanto i suoi movimenti che deve aggrapparsi ai muri e alle scalette e sembra girovagare senza una meta precisa aprendo e chiudendo le porte senza alcuna logica.  Già a questo punto sorgono alcune domande… perché si trova da sola in quello stato? Dove erano finite le sue amiche e soprattutto dove si dirigeva Kenneka o credeva di dirigersi? Qualche minuto dopo e per qualche ragione Kenneka era riuscita a raggiungere la cucina dell’hotel e, sempre in quello stato di forte disorientamento, continua a camminare verso quella che sarà la sua tomba: il freezer della cucina… Durante le ore seguenti, le sue amiche allarmate dalla sua scomparsa la cercano in tutto l’hotel ma non la trovano, quindi chiamano la sua famiglia per avvisare della situazione. Teresa Martin, la madre della ragazza, si reca all’Hotel e comunica alla polizia la scomparsa di sua figlia. Per questioni ancora non chiare la ragazza viene ufficialmente inserita nel database delle persone scomparse solo verso le ore 13 del 9 Settembre e quindi la polizia interviene con una squadra di ricerca dentro l’Hotel solo dopo svariate ore. Iniziano così gli interrogatori sia dei suoi amici che del personale e vengono visionate ore e ore di filmati ripresi dalle più di quaranta telecamere dell’impianto, ma senza risultati immediati. Solo dopo la mezzanotte, casualmente, una delle persone dello staff dell’hotel si reca in cucina e fa la macabra scoperta, così avverte immediatamente le autorità, più di ventuno ore dopo l’ultima volta che è stata vista. Sono state fatte diverse analisi sul corpo di Kenneka e dopo l’autopsia le autorità dichiararono che la ragazza è morta di ipotermia dentro la cella frigorifera nella quale si era introdotta da sola per ragioni ancora sconosciute. Secondo il referto scientifico la giovane aveva nel suo sangue ingenti quantità di alcol e farmaci anti epilettici, fattori che avrebbero contribuito alla sua morte. Inoltre dalle analisi non sono state trovate tracce di violenza sulla ragazza.

Nel referto dei medici viene esplicitamente specificato: “Kenneka aveva bevuto, ma la causa principale della sua morte è stata il freddo. L’effetto combinato dei farmaci che prendeva Kenneka, insieme all’alcol, causano vertigini, stordimento e confusione.”. Tale spiegazione non è bastata per placare l’ondata di proteste degli afroamericani che si sono riversati nei giorni seguenti alla sua morte di fronte al Crowne Plaza, proteste che chiedevano la verità e sul perché la polizia sia intervenuta così tardi, per non parlare dei migliaia di filmati e teorie sorte su internet in cui viene dichiarato che Kenneka sia stata uccisa da qualcuno e le domande che tutti si pongono sono: com’è possibile che non ci sia neanche un filmato in cui si vede Kenneka entrare nella cella frigorifera e per quale motivo si sarebbe introdotta da sola? La polizia sotto pressione fece ancora diversi interrogatori, analizzando anche i telefoni e i messaggi di tutti gli invitati alla festa e svolse altre analisi sul corpo della giovane, ma i risultati ottenuti erano sempre gli stessi. Andrew Holmes, attivista per i diritti civili che collabora con la polizia di Chicago, dopo aver visionato i diversi filmati, diede una conferenza stampa dove dichiarava che Kenneka non è stata uccisa, ma è morta per un insieme di fattori sfortunati, provocati principalmente dal alcol combinato ai farmaci e da una negligenza della struttura. Non si è trattato di un omicidio ma di un incidente. Solo questa conferenza fece smorzare le tensioni createsi dopo la morte di Kenneka, ma molti interrogativi rimangono ancora aperti.

Dalle immagini della Lobby dell’hotel si può osservare che verso l’ora in cui la ragazza girava nei corridoi c’era molta gente, com’è possibile che nessuno dello staff l’abbia vista? Anche in cucina non c’era proprio nessuno nel momento in cui Kenneka raggiungeva la cella frigorifera? Durante la seconda settimana di ottobre, la polizia rilasciò nuove informazioni su questo caso, in particolare vennero pubblicate delle fotografie del cadavere dentro la cella frigorifera… ATTENZIONE! Sono immagini che potrebbero urtare la vostra sensibilità. In alcune fotografie si vede la ragazza accasciata a terra senza una scarpa, con un piccolo taglio su un piede e le mani contorte sopra lo stomaco. Secondo la descrizione della polizia, la maglietta sotto la giacca era stata tolta esponendo in questo modo i seni e teneva gli occhi chiusi in una smorfia. L’avvocato Larry Rogers Jr.  della famiglia Jenkins disse che tali fotografie non fanno altro che gettare altri dubbi su questo caso. In rete circolano altri video dove si cerca di analizzare tutti i filmati degli amici durante la festa e delle videocamere. Alcune di queste teorie sostengono che i filmati stessi in cui si vede la ragazza sono stati modificati, inoltre in alcuni dei video della festa, Kenneka avrebbe chiesto aiuto, ma sembrerebbero solo delle conversazioni del tutto casuali. Dalle analisi delle fotografie post mortem emergono dettagli più interessanti, dalle fotografie si vede infatti che la ragazza aveva cercato di aprire la cella dall’interno, probabilmente dando anche dei calci, ragion per cui la maniglia bianca si era rotta da una parte e si vedono perfino degli schizzi di sangue, forse è così come aveva perso la scarpa e si era fatta quel taglio alla caviglia. Il fatto che la ragazza fosse stata trovata in quella particolare posizione e quasi svestita può essere causato proprio dall’ipotermia che, negli ultimi stadi soprattutto quando i soggetti ingeriscono significative quantità di alcol, genera nel corpo umano un fenomeno noto come “paradoxal undressing”, ovvero una sensazione di caldo estremo che spinge soggetti a togliersi i vestiti. La madre della ragazza, Teresa, all’indomani della morte della figlia, aveva accusato il personale del Crowne Plaza dichiarando: “È come se avessero contribuito alla morte della mia bambina” e molti sono d’accordo nell’accusare la direzione dell’albergo per non aver reso inaccessibile al pubblico una parte “a rischio” della struttura, la zona delle celle frigorifere.

Il caso è stato dichiarato chiuso dalla polizia nella perplessità generale, classificato come uno sfortunato incidente. Ad ogni modo, sebbene la dinamica sulla sua morte sia chiara e non siano stati trovati elementi che facciano pensare ad un omicidio, l’interrogativo più importante rimane ancora irrisolto, ovvero il motivo per cui Kenneka si sia recata in cucina e sia entrata nella cella frigorifera. Resta da capire inoltre come sia stato possibile che il personale dell’albergo non si sia accorto di niente, non abbia controllato o non abbia aperto la cella per più di ventuno ore. Tutte domande che forse non troveranno mai una risposta. Come ultimo e macabro dettaglio di questo caso, in un particolare filmato molti sostengono addirittura di vedere una mano che trascina Kenneka fuori dall’inquadratura della telecamera, forse qualcuno che conosceva dove erano posizionate le telecamere. Chissà…

 
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Pubblicato da su 15 novembre 2017 in Casi macabri e misteriosi

 

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Poltergeist di Amherst – Disumane e mostruose sofferenze

Poltergeist di Amherst – Disumane e mostruose sofferenze

Alcune storie di fantasmi vengono tramandate nel corso del tempo a causa del terrore che queste entità evanescenti hanno portato nella vita di coloro che le hanno viste di persona. Nella maggior parte dei casi, i fantasmi risultano innocui e consistono in fugaci apparizioni dal vivo o molto spesso su pellicola, come se il loro compito fosse far sentire la loro presenza per un istante e poi svanire nell’ignoto senza tempo. Esistono poi i casi di poltergeist che sono tutta un’altra storia. Il poltergeist sembra concentrarsi intorno a un individuo e produce fenomeni fisici che in molti casi causerebbero gravi danni alle persone e agli oggetti e la storia che state per sentire riguarda proprio una di queste spaventose entità che per mesi ha tormentato una ragazza e la sua famiglia con i suoi assordanti rumori, orribili minacce e indicibili violenze. Il nome della povera vittima era Esther Cox, la sua storia sconvolse l’intera comunità e ad oggi rimane una tra le più inquietanti e strane della storia del Canada.

L’anno era il 1878 e il luogo era Princess Street ad Amherst, una piccola cittadina della Nuova Scozia, in Canada, che allora contava circa 2.000 anime. Esther Cox aveva diciannove anni e viveva in una piccolo cottage affittato insieme alla sorella Olive la quale si era sposata e aveva avuto due figli. Nella piccola e affollata abitazione c’erano anche altri due fratelli di Esther, Jennie e William, e John, il fratello del marito di Olive. La loro era una comunissima famiglia alle prese con la normale quotidianità, fin quando, nel tedio della vita di tutti i giorni, l’orrore colpì come un fulmine a ciel sereno, ma la causa non fu una forza paranormale, ma un mostro in tutto e per tutto umano! Esther venne quasi violentata da Bob MacNeal, un conoscente, nonché calzolaio del paese con una reputazione non troppo degna, di cui la povera ragazza ne era all’oscuro. Durante l’attacco, Esther riuscì fortunatamente a fuggire e se la cavò solamente con qualche lesione di lieve entità, tuttavia questa violenza nei suoi confronti sembrava in qualche modo aver aperto la porta per altri ulteriori attacchi… questa volta da parte di entità invisibili! Così la storia del poltergeist di Amherst ha inizio.

Sebbene la casa fosse già abbastanza affollata, non era raro che le famiglie affittassero alcune stanze per contribuire a pagare l’affitto. Walter Hubbell, un attore occasionale del tempo, è stato un affittuario proprio quando cominciarono a verificarsi i primi fenomeni soprannaturali, descrivendoli poi dettagliatamente nel libro The Great Amherst Mystery. Una notte, urla di terrore svegliarono tutti nella casa che si precipitarono nella stanza in cui Esther e Jennie condividevano il letto. Le ragazze erano certe di aver visto qualcosa che si muoveva sotto le loro coperte ed Esther inizialmente pensò fosse un topo. Venne esaminata l’intera stanza, ma del piccolo roditore nessuna traccia, a quel punto tornarono tutti a letto e la notte riprese la propria calma. La notte seguente, molteplici urla disturbarono tutta la famiglia. Esther e Jennie affermarono di aver sentito strani rumori provenienti da una scatola contenente degli scarti di tessuti tenuta sotto il letto, quindi presero la scatola e la misero al centro della stanza, poi successe l’inaspettato! La scatola schizzò verso l’alto e atterrò sul fianco rovesciando il suo contenuto provocando le prime urla delle due ragazze, poi un altro balzo della scuola fece nuovamente scaturire altre grida di terrore. Fino a questo punto, gli eventi potrebbero essere stati attribuiti alla fervida immaginazione delle due ragazze, in particolare a causa della recente e terribile esperienza di Esther per mano di Bob MacNeal, tuttavia la terza notte fornirà prove a tutti nella casa che qualcosa di fuori dall’ordinario stava succedendo in particolare intorno a Esther Cox. Quella sera la ragazza andò a letto presto lamentando leggeri malori, poi verso le dieci, anche Jennie andò a coricarsi. Pochi minuti dopo Esther scese dal letto andando al centro della stanza, strappandosi la camicia da notte e gridando: “Mio Dio, cosa mi sta succedendo? Sto morendo!”. Jennie sobbalzo a accese la lampada, poi cercò di riportare a letto la sorella che sembrava soffocare, stava lottando per respirare. Nel frattempo il resto della famiglia era sopraggiunto nella stanza di Esther e Jennie e guardavano con incredulità mentre il corpo della giovane, che era estremamente caldo, si gonfiava arrossendosi. Gli occhi di Esther si spalancarono e pianse dal dolore, temendo che sarebbe letteralmente scoppiata attraverso la pelle eccessivamente allungata. Poi, da sotto il letto, venne udito un rumore assordante, come se fosse un tuono, che scosse la stanza. Altri tre scoppi più rumorosi si susseguirono, dopodiché il gonfiore di Esther si affievolì e la ragazza cadde in un sonno veramente profondo. Quattro notti dopo, quegli eventi terrificanti si ripeterono: il gonfiore e la tortura fisica e psicologica di Esther non avevano una spiegazione, così come quegli assordanti rumori provenire da sotto il letto. Per cercare di dare una spiegazione all’assurdo, venne chiesto aiuto al medico locale Dr. Carritte che esaminò Esther e fu testimone di alcuni degli eventi più spaventosi di tutti.

Il primo giorno che il medico andò a visitare Esther, osservò con stupore il cuscino che si muoveva sotto la testa senza che nessuno lo toccasse. Sentì strani rumori provenire da sotto il letto senza però trovare una spiegazione. Vide le lenzuola scaraventate da una parte all’altra da mani invisibili e infine sentì un rumore di graffi, come se un attrezzo metallico stesse strappando l’intonaco, a quel punto guardò la parete sopra il letto e vide delle lettere che si stavano intagliando da sole sul muro che formarono la scritta “Esther Cox sei mia da uccidere”. Poi un pezzo di intonaco si strappò dal muro, volò in tutta la stanza e atterrò ai piedi del medico. Due ore dopo gli eventi cessarono. Il Dr. Carrite, armato di coraggio e curiosità, tornò il giorno successivo e ancora una volte fu testimone di manifestazioni ancora più inspiegabili. Pezzi di argenteria venivano scaraventati da una parte all’altra, rumori assordanti sembravano ora provenire dal tetto della casa, ma quando il medico indagò sembrava non esserci alcuna causa apparente. Di questi eventi, anni dopo, scrisse a un collega:

Anche le persone scettiche e oneste, alla luce di tutti quegli eventi, erano convinte che non poteva esserci frode o inganno. Dovrei pubblicare questo caso nelle riviste mediche, come suggerisci, tuttavia dubito che verrebbe preso seriamente in considerazione dagli altri medici. Sono sicuro che non avrei potuto credere a nulla se non avessi visto coi miei stessi occhi.”

Naturalmente, arrivati a questo punto, il medico non poteva fare nulla per risolvere i problemi che affliggevano Esther e la sua famiglia. Giorno dopo giorno la persecuzione continuava e diventava sempre più minacciosa e distruttiva. Incendi inspiegabili scoppiarono intorno alla casa, mobili si spostavano da soli, spilli apparivano dal nulla e si conficcavano nella faccia di Esther. Un giorno un coltello tascabile venne strappato di mano da un vicino di casa e si conficcò nella schiena della povera ragazza che era perseguitata da questa entità ovunque lei andasse. Un giorno, mentre era in chiesa, degli assordanti rumori rieccheggiarono in tutto l’edificio e quando scappò quei rumori cessarono. Non sapendo più cosa fare, disperata, Esther si allontanò trovando lavoro in una fattoria vicina, ma anche lì gli orrori non tardarono ad arrivare. Un giorno nel fienile della fattoria scoppiò un incendio e tutti puntarono il dito contro la ragazza che venne arrestata e condannata a quattro mesi di carcere, nonostante i suoi numerosi tentativi di rivendicare la sua innocenza. Fortunatamente venne rilasciata dopo solo un mese e l’attività poltergeist sembrava essere finalmente scomparsa. Negli anni seguenti Esther si sposò due volte e morì nel 1912 all’età di 53 anni portando con sé nella tomba uno dei casi di poltergeist più sensazionali d’oltre oceano.

Questa storia, come ogni altra storia che riguarda i poltergeist o in generale i fantasmi, è di certo al limite del credibile, ma come mi piace sempre affermare, il mistero di oggi è la scienza di domani e chissà se un giorno si troverà una spiegazione scientifica a tutti quei fenomeni che oggi giorno sono additati come vere e proprie bufale…

 
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Pubblicato da su 6 novembre 2017 in Maledizioni e possessioni

 

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