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Cindy James – Una persecuzione paranormale

Cindy James – Una persecuzione paranormale

L’8 giugno 1989, un’infermiera canadese di 44 anni di nome Cindy James è stata trovata morta a Richmond, un sobborgo di Vancouver, Canada. Era stata drogata, strangolata e le mani e i piedi erano legati dietro la schiena. È stata trovata in un cortile di una casa abbandonata a un chilometro e mezzo da un piccolo centro commerciale dove era parcheggiata la sua auto rinvenuta il 25 maggio, giorno della sua scomparsa. C’era sangue sulla portiera del conducente e il suo portafogli era sotto l’auto. Quando il suo corpo fu scoperto nel cortile, sembrava che Cindy fosse stata uccisa brutalmente. Una calza di nylon era stata legata stretta intorno al collo e l’autopsia scoprì che nel corpo della donna vi erano ingenti quantità di morfina e altri farmaci. La Royal Canadian Mounted Police, credeva che la sua morte fosse stata un incidente o un suicidio, tuttavia il coroner di Vancouver stabilì che la morte di Cindy non era dovuta da suicidio, incidente o omicidio… piuttosto sostenne che morì a causa di un “evento sconosciuto”. In ogni caso la storia di Cindy James inizia sette anni prima quando cominciò a segnalare diversi incidenti e molestie nei suoi confronti dopo quattro mesi il divorzio da suo marito.

Cindy era la maggiore di sei fratelli. All’età di 19 anni si sposò con il dottor Roy Makepeace, diciotto anni più grande di lei. Grazie all’aiuto del marito trovò impiego come infermiera e aiutava spesso i bambini che avevano dei problemi emotivi, cosa che amava fare. La sua vita pareva perfetta, ma quando decise di divorziare nel 1982, tutto le crollò addosso e la sua vita divenne un inferno. La donna aveva un rapporto abbastanza buono con i suoi genitori e proprio a loro cominciò a confidare le prime storie di molestie nei suoi confronti, dopodiché si rivolse alla polizia quando ricevette vere e proprie minacce di morte via telefono o per posta da parte di un’entità sconosciuta. Molestia dopo molestia, la salute mentale e fisica di Cindy si sgretolava sempre di più. Un giorno quando tornò a casa trovò tre gatti morti appesi nel suo giardino, le luci del portico frantumate e la linea telefonica tagliata. Strani biglietti venivano trovati quotidianamente davanti alla sua porta e quasi ogni giorno Cindy segnalava alla polizia violenti attacchi fisici. Una notte, un’amica di Cindy, decise di andare a trovarla, ma quando bussò alla porta non ricevette risposta. Preoccupata cominciò a fare il giro della casa per raggiungere la porta sul retro e di certo non si sarebbe mai immaginata a cosa avrebbe assistito. Cindy era accovacciata a terra nel suo garage aperto con una calza di nylon legata intorno al collo. Alla richiesta di spiegazioni da parte dell’amica, Cindy affermò che qualcuno l’aveva tramortita per poi fuggire quando sentì l’amica bussare.

Per Cindy il terrore non era che all’inizio. Vennero lasciate foto sul parabrezza della sua auto ritraenti cadaveri in obitorio. Della carne cruda veniva consegnata a casa sua e un giorno Cindy trovò il suo cane in evidente stato di terrore seduto accanto alle proprie feci con un cordone legato stretto al collo. Nel frattempo la polizia intensificò i controlli direttamente fuori casa della donna dopo le sue numerose segnalazioni, ma non riuscì mai a identificare nulla degno di nota, cominciando a pensare che Cindy fosse semplicemente pazza e che fosse proprio lei ad architettare tutte quelle terribili cose, forse in preda alla depressione a causa del divorzio. Cindy, ormai stremata e con l’accusa di essere semplicemente una matta, decise di trasferirsi in una nuova casa, ridipingere l’auto e cambiare addirittura il cognome. Assunse anche Ozzie Kaban, un investigatore privato, che a aveva spesso problemi nel comunicare con Cindy in quanto rifiutava di fornire informazioni dettagliate riguardo i suoi incidenti ed era sempre vaga, tuttavia la famiglia giustificava questo comportamento perché pensava che Cindy fosse direttamente minacciata di morte nel caso avesse riferito qualsiasi qualcosa.

L’investigatore privato installò diverse luci nella residenza della donna, le diede anche una radio e un pulsante che se premuto avrebbe chiamato direttamente la polizia che regolarmente sorvegliava la sua nuova casa. Una notte Ozzie sentì strani suoni provenire dalla radio e si precipitò a casa di Cindy. Quando arrivò la trovò distesa sul pavimento con un coltello conficcato nella sua mano, con accanto un biglietto che diceva “Sei morta, stronza”. La donna venne immediatamente ricoverata in ospedale, mentre la polizia non fece nulla stanca di tutte queste storie che circondavano Cindy, tuttavia Ozzie era convinto che mai nessuno avrebbe potuto auto-infliggersi una cosa del genere. Le donna venne sottoposta a diverse sessioni di ipnosi regressiva per cercare di andare più a fondo, tuttavia la mente di Cindy era troppo “traumatizzata” per considerare quei test attendibili. Una volta tornata a casa, il terrore per Cindy non era ancora finito: telefonate minatorie continuavano a perpetrarsi a ogni ora del giorno senza che si riuscisse mai a rintracciarle perché troppo brevi. Una cosa strana è che la polizia, quando era impegnata a sorvegliare la casa di Cindy ventiquattr’ore su ventiquattro, non sentiva mai squillare il telefono e non riusciva mai ad assistere a qualcosa di strano, un motivo in più per loro per credere che Cindy si stava semplicemente inventando tutto, ma un giorno, come se non bastasse, Cindy venne trovata distesa in un fosso a dieci chilometri da casa sua, indossando un indumento da lavoro e un guanto di un uomo. Stava soffrendo di ipotermia e aveva tagli e contusioni su tutto il corpo e ancora una volta aveva una calza di nylon nera intorno al collo, ormai divenuto un marchio dei suoi presunti attacchi.

Tutta questa vicenda stava assumendo una sfumatura quasi paranormale fin quando un giorno scoppiò un incendio nel seminterrato della casa della povera donna. Dopo aver capito che il telefono non funzionava, Cindy corse si fuori per avvisare i vicini e vide un uomo al quale chiese di chiamare i vigili del fuoco, ma l’uomo, invece di prestare aiuto, fuggì. La polizia stabilì che il fuoco era stato avviato dall’interno della casa perché non fu rinvenuto niente che potesse far intendere a un’effrazione, dunque si pensò che Cindy stessa avesse messo in scena l’incidente. La salute mentale e fisica di Cindy si stava deteriorando sempre di più e i genitori erano molto preoccupati. Spaventati dall’idea che potesse commettere qualcosa di molto più strano, il suo medico la portò in un reparto psichiatrico da dove uscì dieci settimane dopo senza che venne riscontrato nulla di particolare. La domanda che si stavano ponendo tutti era: Cindy era veramente perseguitata da qualcuno o stava inscenando tutto perché impazzita? Cindy era convinta che la figura dietro tutte queste molestie non fosse altri che il suo ex marito, ma ovviamente quest’ultimo negò ogni cosa. La svolta definitiva alla storia avvenne il 25 maggio quando Cindy andò al centro commerciale per fare la spesa e quella fu l’ultima cosa che fece… ora c’è da chiedersi, se fosse stato veramente un suicidio, come mai inscenare una cosa tanto elaborata? Perché non morire semplicemente nel suo letto di casa e dare alla sua famiglia meno dolore?

L’ipotesi del suicidio non regge molto anche per la posizione in cui venne rinvenuta Cindy, con mani e piedi legati… come avrebbe potuto da sola? Ci sono tante cose che non tornano. Il suo ex marito credeva che Cindy fosse affetta dal disturbo di personalità multipla e che a causare tutte quelle terribili cose fosse una sua personalità di cui la vera Cindy non ne era a conoscenza, d’altronde abbiamo già dimostrato nel nostro video dedicato a Billy Milligan, come in questi casi la mente umana sia in grado di fare cose straordinarie e all’apparenza impossibili, ad ogni modo questa fu solo una teoria non tanto accreditata, l’unica cosa certa in questa storia è che Cindy soffrì immensamente durante i suoi ultimi sette anni di vita, venne torturata sia fisicamente che mentalmente, o da un sadico pazzo assassino, oppure dalla sua stessa mano. Il padre di Cindy morì nel 2010 e sua madre nel 2012 ed entrambi, fino al loro ultimo respiro, erano convinti che Cindy non avrebbe mai e poi mai potuto commettere suicidio. L’unica persona che ad oggi sta ancora cercando la verità è la sorella Melanie che ha scritto un libro al riguardo, intitolato “Who Killed My Sister, My Friend”. In quelle pagine si può percepire lo strazio di una famiglia e di una sorella che sicuramente non scoprirà mai la verità…

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Pubblicato da su 20 novembre 2017 in Casi macabri e misteriosi

 

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Kenneka Jenkins – Caso chiuso e risolto?

Kenneka Jenkins – Caso chiuso e risolto?

Questo caso è un vero e proprio giallo pieno di strani dettagli e incognite. Secondo la ricostruzione della polizia, Kenneka Jenkins, una ragazza del west side di Chicago, si sarebbe recata con delle amiche in un hotel chiamato Crowne Plaza Chicago O’Hare Hotel & Conference Center, a Rosemont nell’Illinois, la notte dell’8 settembre del 2017 verso le 23:30.

A quanto pare lei e le sue amiche si erano recate in quell’edificio per partecipare a una festa al nono piano con altri coetanei. La festa si svolgeva sotto fiumi di alcool e marijuana, fatto confermato anche dagli interrogatori svolti dalla polizia e dalle stesse immagini pubblicate da molti ragazzi che avevano postato diversi video nei vari social network. In molti di questi filmati si può vedere Kenneka insieme alle sue amiche mentre si divertono. Verso le 2:20 la stessa Kenneka aveva postato un video su Snapchat in cui si vede lei con alcune amiche in bagno. Sembra abbastanza euforica, ma è ben lontana dallo stato in cui si troverà un’ora dopo, verso le 3:25. In altro video, ripreso dalle videocamere dell’hotel verso le 3:05, vengono riprese le amiche di Kenneka nella lobby del Crowne Plaza ormai pronte ad andare via, ma non si vede Kenneka anche se una delle sue amiche dichiara che fosse presente anche lei nella lobby dell’hotel a quell’ora. Successivamente le ragazze tornano su, nelle stanze della festa, alla ricerca delle chiavi e di un cellulare che avevano smarrito e dopo venti minuti circa viene ripresa Kenneka che prende un ascensore e scende a un piano di sotto. Le immagini riprese fuori dall’ascensore e nei corridoi, mostrano Kenneka completamente sola, in uno stato di evidente difficoltà, barcollante e che fa fatica a coordinare così tanto i suoi movimenti che deve aggrapparsi ai muri e alle scalette e sembra girovagare senza una meta precisa aprendo e chiudendo le porte senza alcuna logica.  Già a questo punto sorgono alcune domande… perché si trova da sola in quello stato? Dove erano finite le sue amiche e soprattutto dove si dirigeva Kenneka o credeva di dirigersi? Qualche minuto dopo e per qualche ragione Kenneka era riuscita a raggiungere la cucina dell’hotel e, sempre in quello stato di forte disorientamento, continua a camminare verso quella che sarà la sua tomba: il freezer della cucina… Durante le ore seguenti, le sue amiche allarmate dalla sua scomparsa la cercano in tutto l’hotel ma non la trovano, quindi chiamano la sua famiglia per avvisare della situazione. Teresa Martin, la madre della ragazza, si reca all’Hotel e comunica alla polizia la scomparsa di sua figlia. Per questioni ancora non chiare la ragazza viene ufficialmente inserita nel database delle persone scomparse solo verso le ore 13 del 9 Settembre e quindi la polizia interviene con una squadra di ricerca dentro l’Hotel solo dopo svariate ore. Iniziano così gli interrogatori sia dei suoi amici che del personale e vengono visionate ore e ore di filmati ripresi dalle più di quaranta telecamere dell’impianto, ma senza risultati immediati. Solo dopo la mezzanotte, casualmente, una delle persone dello staff dell’hotel si reca in cucina e fa la macabra scoperta, così avverte immediatamente le autorità, più di ventuno ore dopo l’ultima volta che è stata vista. Sono state fatte diverse analisi sul corpo di Kenneka e dopo l’autopsia le autorità dichiararono che la ragazza è morta di ipotermia dentro la cella frigorifera nella quale si era introdotta da sola per ragioni ancora sconosciute. Secondo il referto scientifico la giovane aveva nel suo sangue ingenti quantità di alcol e farmaci anti epilettici, fattori che avrebbero contribuito alla sua morte. Inoltre dalle analisi non sono state trovate tracce di violenza sulla ragazza.

Nel referto dei medici viene esplicitamente specificato: “Kenneka aveva bevuto, ma la causa principale della sua morte è stata il freddo. L’effetto combinato dei farmaci che prendeva Kenneka, insieme all’alcol, causano vertigini, stordimento e confusione.”. Tale spiegazione non è bastata per placare l’ondata di proteste degli afroamericani che si sono riversati nei giorni seguenti alla sua morte di fronte al Crowne Plaza, proteste che chiedevano la verità e sul perché la polizia sia intervenuta così tardi, per non parlare dei migliaia di filmati e teorie sorte su internet in cui viene dichiarato che Kenneka sia stata uccisa da qualcuno e le domande che tutti si pongono sono: com’è possibile che non ci sia neanche un filmato in cui si vede Kenneka entrare nella cella frigorifera e per quale motivo si sarebbe introdotta da sola? La polizia sotto pressione fece ancora diversi interrogatori, analizzando anche i telefoni e i messaggi di tutti gli invitati alla festa e svolse altre analisi sul corpo della giovane, ma i risultati ottenuti erano sempre gli stessi. Andrew Holmes, attivista per i diritti civili che collabora con la polizia di Chicago, dopo aver visionato i diversi filmati, diede una conferenza stampa dove dichiarava che Kenneka non è stata uccisa, ma è morta per un insieme di fattori sfortunati, provocati principalmente dal alcol combinato ai farmaci e da una negligenza della struttura. Non si è trattato di un omicidio ma di un incidente. Solo questa conferenza fece smorzare le tensioni createsi dopo la morte di Kenneka, ma molti interrogativi rimangono ancora aperti.

Dalle immagini della Lobby dell’hotel si può osservare che verso l’ora in cui la ragazza girava nei corridoi c’era molta gente, com’è possibile che nessuno dello staff l’abbia vista? Anche in cucina non c’era proprio nessuno nel momento in cui Kenneka raggiungeva la cella frigorifera? Durante la seconda settimana di ottobre, la polizia rilasciò nuove informazioni su questo caso, in particolare vennero pubblicate delle fotografie del cadavere dentro la cella frigorifera… ATTENZIONE! Sono immagini che potrebbero urtare la vostra sensibilità. In alcune fotografie si vede la ragazza accasciata a terra senza una scarpa, con un piccolo taglio su un piede e le mani contorte sopra lo stomaco. Secondo la descrizione della polizia, la maglietta sotto la giacca era stata tolta esponendo in questo modo i seni e teneva gli occhi chiusi in una smorfia. L’avvocato Larry Rogers Jr.  della famiglia Jenkins disse che tali fotografie non fanno altro che gettare altri dubbi su questo caso. In rete circolano altri video dove si cerca di analizzare tutti i filmati degli amici durante la festa e delle videocamere. Alcune di queste teorie sostengono che i filmati stessi in cui si vede la ragazza sono stati modificati, inoltre in alcuni dei video della festa, Kenneka avrebbe chiesto aiuto, ma sembrerebbero solo delle conversazioni del tutto casuali. Dalle analisi delle fotografie post mortem emergono dettagli più interessanti, dalle fotografie si vede infatti che la ragazza aveva cercato di aprire la cella dall’interno, probabilmente dando anche dei calci, ragion per cui la maniglia bianca si era rotta da una parte e si vedono perfino degli schizzi di sangue, forse è così come aveva perso la scarpa e si era fatta quel taglio alla caviglia. Il fatto che la ragazza fosse stata trovata in quella particolare posizione e quasi svestita può essere causato proprio dall’ipotermia che, negli ultimi stadi soprattutto quando i soggetti ingeriscono significative quantità di alcol, genera nel corpo umano un fenomeno noto come “paradoxal undressing”, ovvero una sensazione di caldo estremo che spinge soggetti a togliersi i vestiti. La madre della ragazza, Teresa, all’indomani della morte della figlia, aveva accusato il personale del Crowne Plaza dichiarando: “È come se avessero contribuito alla morte della mia bambina” e molti sono d’accordo nell’accusare la direzione dell’albergo per non aver reso inaccessibile al pubblico una parte “a rischio” della struttura, la zona delle celle frigorifere.

Il caso è stato dichiarato chiuso dalla polizia nella perplessità generale, classificato come uno sfortunato incidente. Ad ogni modo, sebbene la dinamica sulla sua morte sia chiara e non siano stati trovati elementi che facciano pensare ad un omicidio, l’interrogativo più importante rimane ancora irrisolto, ovvero il motivo per cui Kenneka si sia recata in cucina e sia entrata nella cella frigorifera. Resta da capire inoltre come sia stato possibile che il personale dell’albergo non si sia accorto di niente, non abbia controllato o non abbia aperto la cella per più di ventuno ore. Tutte domande che forse non troveranno mai una risposta. Come ultimo e macabro dettaglio di questo caso, in un particolare filmato molti sostengono addirittura di vedere una mano che trascina Kenneka fuori dall’inquadratura della telecamera, forse qualcuno che conosceva dove erano posizionate le telecamere. Chissà…

 
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Pubblicato da su 15 novembre 2017 in Casi macabri e misteriosi

 

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Poltergeist di Amherst – Disumane e mostruose sofferenze

Poltergeist di Amherst – Disumane e mostruose sofferenze

Alcune storie di fantasmi vengono tramandate nel corso del tempo a causa del terrore che queste entità evanescenti hanno portato nella vita di coloro che le hanno viste di persona. Nella maggior parte dei casi, i fantasmi risultano innocui e consistono in fugaci apparizioni dal vivo o molto spesso su pellicola, come se il loro compito fosse far sentire la loro presenza per un istante e poi svanire nell’ignoto senza tempo. Esistono poi i casi di poltergeist che sono tutta un’altra storia. Il poltergeist sembra concentrarsi intorno a un individuo e produce fenomeni fisici che in molti casi causerebbero gravi danni alle persone e agli oggetti e la storia che state per sentire riguarda proprio una di queste spaventose entità che per mesi ha tormentato una ragazza e la sua famiglia con i suoi assordanti rumori, orribili minacce e indicibili violenze. Il nome della povera vittima era Esther Cox, la sua storia sconvolse l’intera comunità e ad oggi rimane una tra le più inquietanti e strane della storia del Canada.

L’anno era il 1878 e il luogo era Princess Street ad Amherst, una piccola cittadina della Nuova Scozia, in Canada, che allora contava circa 2.000 anime. Esther Cox aveva diciannove anni e viveva in una piccolo cottage affittato insieme alla sorella Olive la quale si era sposata e aveva avuto due figli. Nella piccola e affollata abitazione c’erano anche altri due fratelli di Esther, Jennie e William, e John, il fratello del marito di Olive. La loro era una comunissima famiglia alle prese con la normale quotidianità, fin quando, nel tedio della vita di tutti i giorni, l’orrore colpì come un fulmine a ciel sereno, ma la causa non fu una forza paranormale, ma un mostro in tutto e per tutto umano! Esther venne quasi violentata da Bob MacNeal, un conoscente, nonché calzolaio del paese con una reputazione non troppo degna, di cui la povera ragazza ne era all’oscuro. Durante l’attacco, Esther riuscì fortunatamente a fuggire e se la cavò solamente con qualche lesione di lieve entità, tuttavia questa violenza nei suoi confronti sembrava in qualche modo aver aperto la porta per altri ulteriori attacchi… questa volta da parte di entità invisibili! Così la storia del poltergeist di Amherst ha inizio.

Sebbene la casa fosse già abbastanza affollata, non era raro che le famiglie affittassero alcune stanze per contribuire a pagare l’affitto. Walter Hubbell, un attore occasionale del tempo, è stato un affittuario proprio quando cominciarono a verificarsi i primi fenomeni soprannaturali, descrivendoli poi dettagliatamente nel libro The Great Amherst Mystery. Una notte, urla di terrore svegliarono tutti nella casa che si precipitarono nella stanza in cui Esther e Jennie condividevano il letto. Le ragazze erano certe di aver visto qualcosa che si muoveva sotto le loro coperte ed Esther inizialmente pensò fosse un topo. Venne esaminata l’intera stanza, ma del piccolo roditore nessuna traccia, a quel punto tornarono tutti a letto e la notte riprese la propria calma. La notte seguente, molteplici urla disturbarono tutta la famiglia. Esther e Jennie affermarono di aver sentito strani rumori provenienti da una scatola contenente degli scarti di tessuti tenuta sotto il letto, quindi presero la scatola e la misero al centro della stanza, poi successe l’inaspettato! La scatola schizzò verso l’alto e atterrò sul fianco rovesciando il suo contenuto provocando le prime urla delle due ragazze, poi un altro balzo della scuola fece nuovamente scaturire altre grida di terrore. Fino a questo punto, gli eventi potrebbero essere stati attribuiti alla fervida immaginazione delle due ragazze, in particolare a causa della recente e terribile esperienza di Esther per mano di Bob MacNeal, tuttavia la terza notte fornirà prove a tutti nella casa che qualcosa di fuori dall’ordinario stava succedendo in particolare intorno a Esther Cox. Quella sera la ragazza andò a letto presto lamentando leggeri malori, poi verso le dieci, anche Jennie andò a coricarsi. Pochi minuti dopo Esther scese dal letto andando al centro della stanza, strappandosi la camicia da notte e gridando: “Mio Dio, cosa mi sta succedendo? Sto morendo!”. Jennie sobbalzo a accese la lampada, poi cercò di riportare a letto la sorella che sembrava soffocare, stava lottando per respirare. Nel frattempo il resto della famiglia era sopraggiunto nella stanza di Esther e Jennie e guardavano con incredulità mentre il corpo della giovane, che era estremamente caldo, si gonfiava arrossendosi. Gli occhi di Esther si spalancarono e pianse dal dolore, temendo che sarebbe letteralmente scoppiata attraverso la pelle eccessivamente allungata. Poi, da sotto il letto, venne udito un rumore assordante, come se fosse un tuono, che scosse la stanza. Altri tre scoppi più rumorosi si susseguirono, dopodiché il gonfiore di Esther si affievolì e la ragazza cadde in un sonno veramente profondo. Quattro notti dopo, quegli eventi terrificanti si ripeterono: il gonfiore e la tortura fisica e psicologica di Esther non avevano una spiegazione, così come quegli assordanti rumori provenire da sotto il letto. Per cercare di dare una spiegazione all’assurdo, venne chiesto aiuto al medico locale Dr. Carritte che esaminò Esther e fu testimone di alcuni degli eventi più spaventosi di tutti.

Il primo giorno che il medico andò a visitare Esther, osservò con stupore il cuscino che si muoveva sotto la testa senza che nessuno lo toccasse. Sentì strani rumori provenire da sotto il letto senza però trovare una spiegazione. Vide le lenzuola scaraventate da una parte all’altra da mani invisibili e infine sentì un rumore di graffi, come se un attrezzo metallico stesse strappando l’intonaco, a quel punto guardò la parete sopra il letto e vide delle lettere che si stavano intagliando da sole sul muro che formarono la scritta “Esther Cox sei mia da uccidere”. Poi un pezzo di intonaco si strappò dal muro, volò in tutta la stanza e atterrò ai piedi del medico. Due ore dopo gli eventi cessarono. Il Dr. Carrite, armato di coraggio e curiosità, tornò il giorno successivo e ancora una volte fu testimone di manifestazioni ancora più inspiegabili. Pezzi di argenteria venivano scaraventati da una parte all’altra, rumori assordanti sembravano ora provenire dal tetto della casa, ma quando il medico indagò sembrava non esserci alcuna causa apparente. Di questi eventi, anni dopo, scrisse a un collega:

Anche le persone scettiche e oneste, alla luce di tutti quegli eventi, erano convinte che non poteva esserci frode o inganno. Dovrei pubblicare questo caso nelle riviste mediche, come suggerisci, tuttavia dubito che verrebbe preso seriamente in considerazione dagli altri medici. Sono sicuro che non avrei potuto credere a nulla se non avessi visto coi miei stessi occhi.”

Naturalmente, arrivati a questo punto, il medico non poteva fare nulla per risolvere i problemi che affliggevano Esther e la sua famiglia. Giorno dopo giorno la persecuzione continuava e diventava sempre più minacciosa e distruttiva. Incendi inspiegabili scoppiarono intorno alla casa, mobili si spostavano da soli, spilli apparivano dal nulla e si conficcavano nella faccia di Esther. Un giorno un coltello tascabile venne strappato di mano da un vicino di casa e si conficcò nella schiena della povera ragazza che era perseguitata da questa entità ovunque lei andasse. Un giorno, mentre era in chiesa, degli assordanti rumori rieccheggiarono in tutto l’edificio e quando scappò quei rumori cessarono. Non sapendo più cosa fare, disperata, Esther si allontanò trovando lavoro in una fattoria vicina, ma anche lì gli orrori non tardarono ad arrivare. Un giorno nel fienile della fattoria scoppiò un incendio e tutti puntarono il dito contro la ragazza che venne arrestata e condannata a quattro mesi di carcere, nonostante i suoi numerosi tentativi di rivendicare la sua innocenza. Fortunatamente venne rilasciata dopo solo un mese e l’attività poltergeist sembrava essere finalmente scomparsa. Negli anni seguenti Esther si sposò due volte e morì nel 1912 all’età di 53 anni portando con sé nella tomba uno dei casi di poltergeist più sensazionali d’oltre oceano.

Questa storia, come ogni altra storia che riguarda i poltergeist o in generale i fantasmi, è di certo al limite del credibile, ma come mi piace sempre affermare, il mistero di oggi è la scienza di domani e chissà se un giorno si troverà una spiegazione scientifica a tutti quei fenomeni che oggi giorno sono additati come vere e proprie bufale…

 
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Pubblicato da su 6 novembre 2017 in Maledizioni e possessioni

 

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Storie reali di telefonate e mail dall’aldilà | SPECIAL DI HALLOWEEN

Storie reali di telefonate e mail dall’aldilà | SPECIAL DI HALLOWEEN

Da millenni l’uomo ha cercato di comprendere le ragioni della propria esistenza in modo tale da dare un significato alla propria vita… e anche alla propria morte. Cercare di scoprire cosa ci sia dopo la morte sembrerebbe una cosa impossibile, ma forse alcuni dei casi che vi verranno proposti in questo video potrebbero fornirvi una pista in più per svelare questo mistero.

35 TELEFONATE

Los Angeles. 12 settembre 2008 ore 16.22. In questa data indicata un treno pendolare con 225 anime si scontrò con un treno merci gestito da un equipaggio di tre persone in quello è conosciuto come “Chatsworth crash”. 135 persone furono ferite, di cui 87 vennero portate in ospedale. Metà di loro erano in condizioni critiche e 25 morirono successivamente. Le cause dell’incidente vennero attribuite principalmente a un’inadempienza professionale del personale sommata a un inefficienza ingegneristica dei sistemi.  Una delle persone che non sopravvisse è Charles E. Peck di 49 anni, agente di assistenza al cliente per la Delta Air Lines all’aeroporto internazionale di Salt Lake City. Stava andando a Los Angeles per un colloquio all’aeroporto di Van Nuys e ottenere così un lavoro nel “Golden State” che gli avrebbe permesso di sposare la sua fidanzata, Andrea Katz, del Westlake Village. Questo sarebbe stato il suo secondo matrimonio; Peck, infatti, aveva tre figli cresciuti da una precedente unione. Il corpo senza vita dell’uomo è stato recuperato dalle lamiere dodici ore dopo lo scontro dei mezzi, eppure, durante le prime undici ore dopo l’incidente, il suo telefono cellulare aveva fatto diverse telefonate. Si potrebbe ovviamente pensare ad un malfunzionamento del dispositivo causato da un impatto violento, però la cosa più strana è che sono stati composti i numeri delle persone più vicine a lui. I suoi figli, la sua fidanzata, suo fratello, la sorella e la matrigna. In totale il suo telefono aveva effettuato trentacinque telefonate quel maledetto giorno. I testimoni raccontano che è stato veramente crudele scoprire che in realtà era morto perché nelle telefonate si poteva sentire solo rumore di fondo e sembrava chiedesse aiuto dando loro una speranza che fosse ancora in vita. Le indagini forensi successive dichiararono che Charles Peck era morto sul colpo e qualunque cosa fosse successa dopo la sua morte non era più per la sua volontà fisica. Come ultimo dettaglio di questa strana storia è che gli investigatori non sono mai riusciti a ritrovare il cellulare di Peck.

LE EMAIL DI JACK

La morte improvvisa di Jack Froese, avvenuta a giugno nel 2011, è stato un vero shock per i suoi amici e familiari, non soltanto perché Jack aveva solo 32 anni quando è giunta per lui l’ora finale, ma anche perché la causa della sua morte è stata un’aritmia cardiaca improvvisa. Circa cinque mesi dopo al sua morte, si sono verificati dei fenomeni strani che ancora oggi rimangono senza spiegazione. L’amico di infanzia Tim Hart disse che nella sua posta elettronica iniziò a ricevere dei messaggi provenienti dalla mail personale di Jack. Inizialmente pensava si trattasse di qualche scherzo macabro fatto da qualcuno, ma quello che diceva e le informazioni che dimostrava di conoscere la persona con cui scambiava i messaggi erano così precise e personali che poteva conoscerle solo il suo amico Jack. Per esempio in una di queste mail l’oggetto recitava la frase: “Ti sto osservando” e il messaggio era “Mi hai sentito? Sono a casa tua. Pulisci il tuo attico!”. Tim impallidì dinanzi a tale messaggio perché proprio qualche giorno prima di morire gli aveva detto che il suo attico era un disastro. Turbato da questa storia Tim iniziò a cercare fra gli amici e familiari di Jack altre persone che, come lui, avevano ricevuto questi messaggi strani e scoprì non soltanto di non essere l’unico, ma anche che c’erano messaggi ancor più inquietanti di quelli giunti a lui. Per esempio suo cugino Jimmy Mcgraw disse di aver ricevuto mail in cui Jack gli diceva “Hey Jim, come va? Sapevo che stavi per romperti una caviglia. Ho cercato di avvertirti. Fai Attenzione.”. Effettivamente Jimmy si era rotto una caviglia dopo la morte di Jack. A differenza di Tim però Jim non dubitò mai sull’origine di questi messaggi dichiarando di essere completamente sicuro che si tratti di suo cugino. Jimmy inoltre raccontò ai giornali di sentirsi felice di ricevere queste mail da suo cugino, che in qualche modo, cercava ancora di vegliare su di lui e forse voleva solo aiutarlo a superare questo momento. I suoi amici non pensarono neanche lontanamente che Jack avesse dato la sua password a qualcun altro perché era una persona molto gelosa delle sue cose e solo lui conosceva le credenziali. Patty, la madre di Jack, in un’intervista per il New York Daily disse di accettare queste mail come un dono del figlio e che sicuramente, in qualche modo, si trova ancora vicino a tutti loro che gli volevano bene. La vera fonte di queste mail rimane un mistero. Molti credono che davvero si tratti dello spirito di Jack che comunica con loro dall’aldilà. Tim ha invece più volte raccontato di essere veramente spaventato da questa storia e per paura decise di pulire totalmente il suo attico… eppure ogni tanto nella notte, si sentono rumori provenire da lì.

EMILY È ANCORA ONLINE

Nel 2014 l’utente Nathan scrisse un post su Reddit sulla sua ex fidanzata Emily. Secondo il suo racconto questa ragazza era morta in un incidente stradale nell’agosto del 2012 provocato da un’altra auto che era passata con il rosso. Lui e la madre della ragazza decisero di non chiudere l’account di Facebook e mantenerlo online in sua memoria. Qualche mese dopo la sua morte però, Nathan ricevette uno strano messaggio dall’account di Emily, fu come ricevere un colpo al cuore, ma cercò di processare il tutto in modo razionale… sicuramente era stata Susan, la madre di Emily, ad aver sbagliato account e aveva probabilmente usato quello di sua figlia. Nathan chiese quindi alla madre di Emily, ma lei disse di non aver più eseguito l’accesso da qualche settimana dopo la sua morte. Nathan, a questo punto, arrabbiato e distrutto, credette che qualcuno si stesse prendendo gioco di lui per puro sadismo. I suoi amici gli consigliarono di non modificare la password e di cercare di rintracciare i messaggi così da prendere il responsabile di tutto questo. Quindi il ragazzo replicava a questi messaggi chiedendo solo: “Perché stai facendo questo?”, ma le risposte che riceveva dall’account di Emily non avevano alcun senso, o meglio, le frasi scritte nei messaggi in realtà erano delle vecchie conversazioni. Questo lo fece rallegrare in qualche modo perché significava che era solo un errore del social network, un semplice malfunzionamento. Nathan allora scrisse agli amministratori di Facebook segnalando questa anomalia, ma gli dissero che non si è mai verificato nulla di simile e sembrava una cosa davvero strana e unica. Nel frattempo i messaggi continuavano ad arrivare. Due o tre volte a settimana riceveva frasi di vecchie conversazioni e per Nathan era una tortura crudele continuare a chattare con qualcosa che non era più Emily. A un certo punto però non si trattava solo di semplici messaggi, Emily, o chi stava usando il suo account, iniziò a taggarsi nelle fotografie in cui compariva il ragazzo negli spazi vuoti in cui non c’era nessuno… Facebook rispose che chiunque stesse usando il suo account, effettuava l’accesso da casa sua, ossia dalla casa di Nathan. Questa cosa lo spaventò a morte e a quel punto decise di chiedere aiuto, credeva di essere preda di qualche scherzo architettato dalla propria mente e dal dolore provocato dalla perdita della sua ragazza. Credeva di impazzire, non riusciva più a dormire durante le notti. I messaggi poi divennero ancor più inquietanti, e un giorno arrivò la stessa conversazione avuta il giorno della sua morte, giorno nel quale Nathan continuava a inviarle messaggi chiedendo dove si trovasse e di fare attenzione… solo che Emily adesso rispondeva dicendo di avere freddo perché si sentiva congelare. Nathan disse che nei suoi incubi vedeva Emily in macchina, fredda grigio-pallida, completamente morta, che gli chiedeva aiuto… poi un giorno ricevette via messaggio una fotografia inquietante, come se qualcuno facesse delle fotografie fuori dalla sua stanza, solo che lui si trova rinchiuso da qualche parte! Fu decisamente troppo, dopo questo chiuse il profilo di Emily e non sapendo più a chi rivolgersi decise di postare la sua storia su Reddit in cerca di aiuto per non impazzire. Molti dichiarano che si tratti solo di un racconto falso ben elaborato e potrebbe anche essere… oppure Nathan viene veramente inseguito dallo spirito della sua ragazza. Tuttavia, l’ipotesi più inquietante di tutte è che la storia sia reale e Nathan probabilmente non è mai riuscito a superare la morte di Emily e manda a se stesso questi messaggi senza nemmeno rendersi conto, tormentando se stesso addossandosi la colpa della morte di Emily.

Ci sono ancora altri racconti di persone che sono state dichiarate morte per qualche minuto e durante questo tempo loro avrebbero visto cose incredibili! Paesaggi infernali, demoni, angeli e delle volte il nulla più assoluto, ma queste sono storie per un video futuro… nel frattempo vi auguriamo di fare dei sogni tranquilli e di trascorrere un felice Halloween!

 
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Pubblicato da su 30 ottobre 2017 in Casi macabri e misteriosi

 

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Cannock Chase – Inquietanti e spaventosi avvistamenti

Cannock Chase – Inquietanti e spaventosi avvistamenti

Lungi dall’essere un maniero infestato o una base militare che potrebbe attirare l’attenzione di qualche UFO, Cannock Chase è semplicemente un distretto dello Staffordshire, Inghilterra, con sede a Cannock e immerso in una tranquilla zona di campagna che mescola le tipiche architetture dei villaggi rurali inglesi con le bellezze naturali del posto, come la grande foresta di Cannock Chase anticamente proprietà esclusiva della famiglia reale britannica. Fin qui nulla di strano, ma dietro quel tranquillo paesaggio rurale si nasconde qualcosa di molto più profondo e misterioso, tanto da aver trasformato Cannock Chase in uno dei posti più famosi del Regno Unito tra gli appassionati del paranormale, infatti è stato teatro di efferati omicidi, misteriose sparizioni e inquietanti avvistamenti. Ecco la tetra storia di Cannock Chase.

1° dicembre 1964. È una giornata insolitamente più fredda del solito a Bloxwich, una piccola città della contea delle West Midlands. La piccola Julya Taylor è appena uscita da scuola e sta aspettando con ansia l’arrivo della madre per tornare a casa al caldo e dopo pochi minuti arriva una macchina guidata da un uomo che dice a Julya di essere un amico della madre e che è qui per riportarla a casa, ma a casa quel giorno non ci arriverà mai. Julya verrà ritrovata il giorno dopo da un ciclista che passava casualmente nei pressi di Cannock Chase, con evidenti segni di violenza e strangolamento, agonizzante ma viva. L’anno successivo scompaiono altre due ragazzine: Margaret Reynolds e Diana Joy Tift di 6 e 5 anni e nonostante l’enorme dispiegamento di forze nella ricerca, sembrava che le due giovani fossero svanite nel nulla, tuttavia il 12 giugno dell’anno successivo i loro cadaveri vennero rinvenuti in una fossa nei pressi ancora una volta di Cannock Chase. L’anno successivo è il turno di un’altra bambina, Christine Darby di 7 anni, il cui corpo venne rinvenuto poco distante la foresta da un soldato. Fortunatamente il 1968 fu l’anno in cui questa orrenda scia di omicidi a danno di bambine è destinata a concludersi in quanto il 4 novembre venne arrestato un uomo che stava tentando di abbordare nella sua auto una bambina. L’uomo era un certo Raymond Leslie Morris che venne condannato all’ergastolo dopo avergli riconosciuto l’omicidio di tutte le bambine trovate morte gli anni precedenti. Raymond morì in prigione l’11 marzo 2014 all’età di 84 anni ponendo definitivamente fine alla storia divenuta famosa come “I delitti di Cannock Chase”.

Uno dei motivi per cui l’area è nota come un focolaio di eventi paranormali, è che ci sono un certo numero di avvistamenti di strani animali, in particolare grossi cani e gatti neri dall’aspetto inquietante sono stati segnalati per un certo numero di anni e sfidano spiegazioni chiare. Il caso più famoso riguarda un testimone che stava guidando lungo l’autostrada A5 che attraversa Cannock Chase. Mentre era al volante vide qualcosa balzare al centro della carreggiata e fu costretto a frenare bruscamente! A detta del testimone quell’animale era una specie di grossa iena, ma la cosa più inquietante erano gli occhi di un color rosso sangue ed estremamente luminosi che facevano raggelare il sangue… lo strano animale fissò l’uomo in auto per pochi secondi che sembravano ore, poi con un grande balzo se ne andò sparendo tra gli alberi della foresta. Un’altra storia risale al 2005 quando venne avvistato un grosso gatto nero lungo circa tre metri nei pressi di alcuni piccoli boschi di Cannock Chase. Questo gatto apparve dal nulla e fece fuggire numerose persone. Pochi giorni dopo un altro testimone stava camminando con suo figlio quando vide quella grossa creatura nera che pareva ignorarli completamente mentre correva davanti a loro. Secondo il Cannock Chase Post, ci sono stati oltre 2000 avvistamenti di questo gatto nero nella zona.

Né strane iene, né quei grossi gatti neri sono gli unici strani animali che sembrano popolare l’area di Cannock Chase, ci sono anche rapporti di creature simili al Bigfoot. Una relazione datata febbraio 2006 riferì che una creatura gigante e pelosa con occhi rossi ardenti è stata avvistata nei pressi della ferrovia che attraversa la campagna. Tutto questo fermento di strane creature attirò l’attenzione di Nick Redfern, un criptozoologo inglese, che ha indagato l’area e ha parlato con un testimone il quale affermò che un giorno dovette sterzare bruscamente per evitare tale creatura. Non riuscì a vederlo con nitidezza in quanto andava molto veloce, ma potè osservare una figura umanoide molto alta, pelosa e con occhi rossi incandescenti… poi scomparve tra gli alberi. Un avvistamento simile avvenne nel settembre del 1998 quando un testimone vide una figura alta due metri con folti capelli marrone scuro e occhi rossi accovacciarsi vicino a una strada a Cannock Chase… ma se ora vi dicessimo che forse esiste un’altra ben più terrificante creatura che popolerebbe la foresta di Cannock Chase? Esiste una bizzarra storia la quale racconta che poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il governo inglese con il supporto di quello statunitense avrebbe avviato lo sviluppo di una nuova arma che non comprendeva grosse bombe o strani macchinari, bensì il fulcro era l’ingegneria genetica e la creazione di un super soldato, così cominciarono a mischiare il DNA umano con quello animale per vedere cosa potesse venir fuori. Fino a qui la storia potrebbe essere anche vera, come più volte dimostrato i governi in passato, soprattutto durante il periodo della guerra fredda, avviarono molti progetti per sperimentare tecniche per creare super soldati, come il progetto MK-Ultra di cui abbiamo già ampiamente parlato in uno dei nostri video. A partire da questo punto la storia si tinge di aspetti alquanto strani, infatti il governo avrebbe rapito diverse donne per impiantare geni modificati di maiale affinché restassero incinta. Spesso i risultati erano negativi, o moriva la gestante oppure il feto, ma un parto sarebbe andato a buon fine dando alla luce un essere ripugnante con il corpo di uomo e la testa di maiale. Delusi dal risultato le sperimentazioni sarebbero finite e la creatura lasciata libera nella foresta di Cannock Chase con il fine di studiarla. Da allora, quasi ogni notte nei pressi della foresta sarebbe stato possibile udire strazianti lamenti misti a grugniti, questo fino al 1993, anno dell’ultimo presunto avvistamento da parte del ricercatore paranormale Lee Brickley.

Con tutto ciò che vi abbiamo appena raccontato, non c’è da stupirsi che proprio nella foresta di Cannock Chase ci siano parecchi avvistamenti di presunti fantasmi. Uno dei più documentati parla della Lady of the Chase. Un testimone riferì di aver visto questo spettro spaventoso mentre stava guidando sulla Chase Road intorno alle undici e mezza di sera. Affermo che dovette frenare improvvisamente quando vide una figura in mezzo alla strada il cui aspetto ricordava quello di una donna alta, ma dal profilo evanescente. Aveva occhi grandi e ipnotici e fissò il testimone, proprio come fece la grande bestia dagli occhi rossi, poi sparì nei boschi vicini. Un’altra apparizione altrettanto terrificante riguarda la famigerata ragazza con gli occhi neri, uno spettro inquietante segnalato da diversi testimoni. Alcuni collegano questo spirito a quelle bambine brutalmente uccise negli anni 60 da Raymond Leslie Morris. Incredibilmente esiste un video che dimostrerebbe l’esistenza di questo spirito e non è il solito video girato di notte con scarsa qualità, bensì è video realizzato da un drone in pieno giorno dove si vedrebbe chiaramente una presenza femminile nei boschi.

Infine per chiudere il cerchio degli eventi insoliti che accadono a Cannock Chase, ci sono gli avvistamenti di strani globi luminosi nel cielo. Molte persone hanno affermato di aver più volte sentito uno strano ronzio seguito da forti bagliori nel cielo o strane luci in lontananza. Giravano voci che si trattasse di un prototipo di velivolo militare o un nuovo tipo di drone, ma nessun dettaglio venne mai confermato né smentito dai militari… Queste strane luci nel cielo, insieme a grossi animali dagli occhi rossi, fantasmi dagli occhi neri e uomini maiale, fanno sicuramente di Cannock Chase un posto assolutamente da visitare per i ricercatori del paranormale e tutti quegli avvistamenti non possono essere solo il frutto della fantasia delle persone, probabilmente qualcosa di strano c’è… e tu? Avresti il coraggio di visitare quel posto?

 

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Hope Diamond – Il diamante che ti rovina l’esistenza

Hope Diamond – Il diamante che ti rovina l’esistenza

Le maledizioni a volte sono legate ad alcuni posti o alcune persone, ma la maggior parte delle volte sono legate a degli oggetti. Ci sono svariati oggetti considerati maledetti in questo mondo e probabilmente quello più prezioso e anche quello che ha causato, forse, più danni di tutti è un diamante. Questa meravigliosa pietra preziosa, fatta puramente di carbonio, si pensa sia la causa principale di sfortunati avvenimenti capitati alle persone che l’hanno avuta fra le mani.

In inglese viene chiamato Diamond Hope, ma precedentemente era noto come “Blue Diamond” per il suo peculiare e quasi singolare aspetto blu scuro affascinante. Questa pietra è stata probabilmente trovata nella miniera Kollur di Golconda, a sud-ovest dell’India. La leggenda racconta che la prima persona ad essere stata colpita dalla maledizione sia stato un brahmano indiano, ossia una persona appartenente alla casta sacerdotale, il quale nel 1600 l’avrebbe presa dal tempio di Rama-Sita staccandola dall’occhio della statua. La leggenda racconta che da quel momento la divinità, essendo stata sfregiata da tale gesto, gettò sull’oggetto una maledizione, quindi morte, suicidio e rovina inseguì tutti i possessori del prezioso oggetto. Il sacerdote venne torturato a morte per il suo gesto e la grandiosa pietra di 112 carati sparì fino alla metà del XVII secolo, quando il diamante fece la sua comparsa in Europa in mano al mercante e contrabbandiere francese Jean-Baptiste Taverner. Questo personaggio riuscì a fare una fortuna enorme con la vendita di tale meraviglia, infatti il suo acquirente non era niente di meno che il re francese Luigi XIV il quale nel 1668 acquisì oltre al diamante Hope altri quattordici preziosi di medie dimensioni. Taverner si dice che abbia guadagnato così tanti soldi che riuscì ad acquisire un grande palazzo e un importante titolo nobiliare, ma ciò che il diamante blu dà, il diamante blu toglie. In breve tempo, a causa di grossi debiti contratti da suo figlio per il gioco d’azzardo, Jean-Baptiste, dovette vendere tutto e, totalmente rovinato, viaggiò in India allo scopo di ricostruire la sua fortuna. Taverner durante il suo viaggio verso la terra dei diamanti morì attaccato da un branco di cani selvaggi esattamente nel 1691.

Re Luigi  XIV una volta impossessatosi del gioiello, lo fece intagliare a forma di cuore, di fatto dimezzando i suoi carati, da 112 a 67 circa. Sia lui che il re Luigi XV sfoggiarono il diamante in diverse occasioni. Due anni dopo la morte di Tavernier, quando fu realizzato un inventario dei gioielli della Corona Francese, il diamante comparì nei registri ma durò poco perché il sovrano lo diede come regalo a Françoise “Athénaïs” de Rochechouart meglio nota come madame de Montespan, una delle sue numerose amanti, con la quale ebbe sette figli. Madame de Montespan qualche anno dopo cadde in disgrazia e morì nell’estrema miseria, inoltre pare che sia stata anche coinvolta in diverse messe nere insieme ad altre cerimonie di magia nera ed è nominata nell’Affare dei veleni che sconvolse parigi. Anche la fine che fecero Luigi XIV e Luigi XV non fu di certo migliore. Il primo nel 1715 si dimise in modo assolutamente inaspettato. I registri dell’epoca dichiarano che il monarca francese iniziò ad accusare un forte dolore alla gamba sinistra e la diagnosi dei medici fu disarmante: cancrena in stato avanzato. Luigi XV invece morì nel 1774 a causa di un vaiolo. In entrambi i casi gli sfortunati nobili soffrirono in modo disumano prima di esalare l’ultimo respiro. Dopo la morte di Luigi XV la corona e le proprietà reali passarono nelle mani di Luigi Augusto, noto come Luigi XVI, quindi il meraviglioso gioiello fece di nuovo comparsa nella storia. Esso fu donato a Maria Antonietta nel 1774 come dono di nozze. Maria Antonietta d’Austria, che non credeva alle leggende del diamante maledetto, lo esibì diverse volte senza ritegno e lo diede in prestito anche anche alla principessa di Lamballe.

Quindici anni dopo, nel 1789, scoppiò la rivoluzione Francese e come ben saprete al culmine della rivoluzione venne proclamata la Repubblica. Il re venne processato per alto tradimento e condannato a morte. Entrambi i nobili furono decapitati in piazza nel 1793 mentre la principessa di Lamballe venne torturata e decapitata con un coltello e successivamente squartata. Il diamante della speranza durante gli atti di insurrezione scomparve dalla scena, probabilmente rubato durante il conflitto, poi nel 1830 comparve di nuovo nelle mani di un gioielliere a Londra dove aveva cambiato forma e dimensioni, ma la sua bellezza era rimasta intatta quanto la sua pericolosa maledizione. Diverse furono le sue vittime oltremanica, dai gioiellieri che la vendettero fino all’intagliatore stesso che la ridimensionò. Nel 1823, Il prezioso giunse fino alle mani di Daniel Eliason, un commerciante di diamanti il quale venuto a sapere della maledizione, cercò di disfarsene in fretta e lo offrì al re Giorgio IV. Non occorre di certo dire che anche in questo caso il proprietario è stato protagonista di una serie di sfortunati eventi che lo portarono alla morte. Re Giorgio IV soffrì di gotta, arteriosclerosi, obesità e alterazioni mentali, aveva una malattia che i suoi medici chiamavano “gotta informe” ma che deve certamente essere stata porfiria. Dopo la sua morte nel 1830, il diamante blu è stato venduto per aiutare a coprire gli enormi debiti del re. Successivamente, questa maledizione in formato carbonio, è stata acquistata da Sir Henry Philip Hope, un ereditiero olandese figlio di banchieri, nel 1839. Sir Henry superstizioso com’era, fece una grande cerimonia magica per esorcizzare il gioiello e da quel momento fino ai giorni nostri l’oggetto venne ribattezzato come “Hope Diamond”. Dopo la morte di Henry un susseguirsi di tragici eventi causarono la perdita della sua fortuna e la sua famiglia non dubitò di attribuire tale sfortuna alla maledizione del diamante .

La gemma fece un viaggio attraverso l’Europa lasciando dietro di sé una scia di morte e tragedie e nel 1908 il sultano turco Abdul Hamid II acquisì il diamante e lo diede a una delle sue mogli, Subaya Hamid, la quale venne uccisa a pugnalate. L’anno successivo il sultano perse il trono a favore del fratello e impazzì. Il diamante Hope a quel punto, quasi stanco di causare tragedie nel vecchio continente, si spostò in quello nuovo. Nel 1910 il gioielliere americano Simon Frenkel acquisì il diamante e lo portò con sé negli Stati Uniti. Successivamente il famigerato gioiello finì nelle mani di Pierre Cartier e nel 1918 lo diede al magnate Edward Beale McLean, il proprietario del Washington Post, uno degli uomini più ricchi e potenti dell’America di allora. Edward McLean morì nel 1941 a causa di un infarto in un ospedale psichiatrico, completamente rovinato e distrutto dall’alcool e dagli scandali, non senza prima perdere due dei suoi figli in circostanze misteriose. Suo figlio morì a soli 9 anni in uno strano incidente automobilistico, mentre sua figlia morì a causa di un’overdose di barbiturici a 25 anni. Sembrava che tutti coloro che si trovavano vicino alla famiglia McLean finivano colpiti dalla maledizione. Dopo la tragica morte del marito e dei suoi figli, la signora Mclean morì di polmonite nel 1947 a 60 anni. Anche in questo caso la famiglia dovette vendere il gioiello per cercare di risanare ai danni della sfortuna e delle tragedie.

Nel 1949, Harry Winston, un gioielliere americano esperto di diamanti, ebbe “l’onore” di ospitare  il diamante Hope a casa sua per alcuni anni fino a quando decise di disfarsene non attraverso una vendita, ma una donazione. Harry infatti il 10 novembre 1958 inviò il diamante alla Smithsonian Institution di Washington via posta, dentro una busta di carta marrone. Inizialmente il museo non era così convinto di accettare il dono perché aveva ricevuto diverse lettere di persone che imploravano l’ente di rifiutarlo o la sfortuna si sarebbe abbattuta sulla nazione. Ad ogni modo oggi la gemma viene custodita dalla Smithsonian Institution in una sofisticata teca. Come avrete sentito il diamante Hope presenta un elenco molto lungo di ex proprietari, molti di essi erano re, regine, signori nobili e ricche personalità della società americana, fino a trafficanti e ladri… tutti morti in circostanze violente e incredibili e ora questo elegante gioiello bluastro racchiude nella sua brillante luce tutte le loro storie… per sempre.

 
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Pubblicato da su 2 ottobre 2017 in Maledizioni e possessioni

 

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Kayelyn Louder – Ultimi istanti di vita in diretta

Kayelyn Louder – Ultimi istanti di vita in diretta

Il primo video caricato sul canale Fuoco di Prometeo parlava di Elisa Lam, una giovane ragazza scomparsa e trovata morta in una cisterna d’acqua sul tetto del Cecil Hotel a Los Angeles. La ragazza venne ritratta nei suoi ultimi istanti di vita da una telecamera di sorveglianza dell’ascensore dell’hotel in cui sembra assumere comportamenti parecchio strani e inquietanti. Con il video di oggi andremo a trattare un caso sicuramente meno famoso ma non per questo meno inquietante la cui vittima è Kayelyn Louder, una trentenne americana scomparsa in circostanze dai risvolti misteriosi.

Kayelyn Louder nacque il 21 gennaio 1984 insieme a suo fratello gemello Colton dai genitori Leland Louder e Suzanne Ackerman-Louder. Nel 2006 si laureò presso la Utah State University alla facoltà di Assistenza Sociale e gli anni successivi lottò duramente per trovare un posto di lavoro passando un lungo periodo di disoccupazione per tutto il 2013 e 2014. La vità di Kayelyn venne sconvolta dalla morte dello zio per mano di suo fratello gemello che a quel tempo stava lottando con un problema di droga. Colton, dichiarandosi colpevole il 17 novembre dello stesso anno, venne condannato a cinque anni di reclusione. A metà del 2014, Kayelyn trovò finalmente lavoro in una scuola privata, ma a settembre venne licenziata. Non si conoscono i motivi della perdita del posto di lavoro, ma a quanto pare in quel periodo la ragazza stava prestando servizio come dog-sitter per rover.com, un sito web che funziona da motore di ricerca per chiunque offra servizi di dog-sitting. Kayelyn aveva anche un proprio cane, un Carlino di nome Phyllis a cui era molto affezionata e questo renderà la scomparsa della ragazza ancora più misteriosa perché quando grazie a una telecamera di sorveglianza si vede Kayelyn lasciare il condominio in cui viveva, non portò con sé il proprio fedele amico a quattro zampe.

Durante le 24 ore che portarono alla sua scomparsa, Kayelyn cominciò a mostrare un comportamento inusuale. Il 26 settembre 2014 alle ore 21, la ragazza chiamò il 911 dal suo cellulare per segnalare quella che definì come una “Lotta molto violenta” insieme a una sparatoria proveniente apparentemente dal condominio in cui viveva. Quando la polizia arrivò venne semplicemente accolta da un ricevimento nuziale dove tutti gli invitati insistettero nel dire di non aver assistito a nessuna lotta o tanto meno aver udito alcuno sparo. Dai tabulati telefonici risultò che circa un’ora più tardi Kayelyn contattò nuovamente la polizia riattaccando però prima che qualcuno potesse rispondere. Il giorno successivo, il 27 settembre alle 8.18 di mattina, Kayelyn fece ancora una chiamata al 911 dove spiega che secondo lei qualcuno stava cercando di entrare e rubare nel condominio. Durante la telefonata si può sentire chiaramente la ragazza intimare ad altre persone di andarsene. La sua compagna di stanza Carol era presente durante la chiamata e negava categoricamente la presenza di altre persone nel condominio, cosa che confermerà anche direttamente alla polizia che quando raggiunse il condominio effettivamente non trovò nessun segno di effrazione.

Oltre alle registrazioni rese pubbliche dalla polizia anni dopo, esistono anche tre video ritraenti Kayelyn mentre assume dei comportamenti strani! I video in questione sono stati ripresi da una telecamera di sicurezza fuori il condominio della ragazza. Il primo risale alle ore 15:30 e si vede Kayelyn addentrarsi in un boschetto dietro il condominio, come se fosse incuriosita da qualcosa. Il secondo video è di due ore più tardi. Subito un particolare salta all’occhio, ossia che la ragazza non ha un abbigliamento adatto alle condizioni meteo esterne, infatti piove e lei è in giro a piedi nudi con dei pantaolncini e un top leggeri, inoltre anche il comportamento pare inusuale, infatti nel secondo filmato la si vede correre, ma non con una ritmo che ci si dovrebbe aspettare se si fosse inseguiti da qualcuno, bensì sembra che stia facendo jogging. Nel terzo video si vede Kayelyn che torna nello stesso posto, come se ne fosse ossessionata, e questa volta lo fa con il suo cane Phyllis, poi lo posa mentre sembra guardarsi intorno freneticamente come se stesse cercando di capire se li, oltre a lei, ci fosse qualcun altro. Poi sembra parlare con qualcuno, anche se probabilmente lo sta facendo con il suo cane e infine è in attesa di qualcosa. Tutti e tre i video sono datati 27 settembre, giorno in cui Kayelyn scomparve senza che più nessuno la vedesse… viva!

La notizia della sua scomparsa fece subito il giro di Murray, un comune della contea di Salt Lake City dove Kayelyn  viveva, nello Utah. Suo padre riferì che la ragazza non aveva assolutamente malattie o disturbi mentali, tuttavia era un po’ depressa a causa della sua situazione di disoccupazione. A quanto pare la madre di Kayelyn, la mattina del giorno della sua scomparsa, aveva parlato con sua figlia proprio riguardo a questa situazione e la ragazza rassicurò la madre dicendo che aveva appena aggiornato il suo curriculum e che avrebbe presto fatto domanda per un nuovo posto di lavoro. Ci sono voci che molti datori di lavori non avrebbero assunto Kayelyn per via di suo fratello gemello in prigione causando alla ragazza forte stress e sconforto. Purtroppo il 2 dicembre 2014, i resti di Kayelyn vennero rinvenuti da una squadra che stava esaminando un tubo di drenaggio bloccato, quasi completamente sommersi e parzialmente nascosti dalle alghe nel mezzo del fiume Jordon sotto un ponte distante 8 km dall’appartamento dove la ragazza viveva. Subito gli inquirenti vagliarono numerose ipotesi, dall’omicidio al suicidio e come soprattutto il corpo sia potuto finire lì. Si scoprì che proprio nel punto in cui Kayelyn era stata ripresa dalle telecamere di sicurezza c’era un’insenatura, forse era scivolata all’interno del torrente che poi l’avrebbe trasportata fino al fiume Jordan e infine si sia incastrata dove poi è stata rinvenuta, una spiegazione plausibile considerando anche il fatto che il giorno in cui la ragazza scomparve pioveva molto e potrebbe aver innalzato il livello del torrente portando a qualche cedimento del terreno nei pressi dell’insenatura, tuttavia l’autopsia non evidenziò alcun livido o graffio sui resti di Kayelyn ed è altamente improbabile che fosse riuscita a percorrere un tragitto così lungo senza procurarsi alcun danno al corpo. Sempre dall’autopsia si constatò che nel corpo non c’erano residui di alcun tipo di sostanze stupefacenti o alcol e il referto finale riportò: “Causa di morte indeterminata a causa dell’esposizione all’acqua”.

A seguito del referto dell’autopsia e di giorni di indagini, si escluse infine la causa di morte accidentale e si passò al suicidio considerando anche il fatto che la ragazza stava passando un periodo non troppo felice a causa del fatto che non riusciva a trovare lavoro, ma la sua famiglia si sentì di escludere categoricamente questa opzione, per loro Kayelyn non avrebbe mai osato tanto. Cercando di andare più a fondo assunsero anche un investigatore privato che non scoprì mai nulla di concreto e fecero eseguire anche un’altra autopsia sempre privatamente senza ottenere però risultati diversi. Restava l’ipotesi dell’omicidio corroborata anche dalle ripetute chiamate al 911 della ragazza, forse c’era veramente qualcuno di pericoloso nei dintorni che stava cercando di arrivare a Kayelyn? Chi era e cosa voleva? Non si sa con certezza, la polizia non ha mai trovato nulla di concreto e si sa per certo che la giovane vittima non aveva nemici quando era ancora in vita. Forse ci troviamo ancora una volta davanti a una povera ragazza la cui vita si è spezzata troppo presto a causa della negligenza della polizia che non ha saputo dare il giusto peso alle richieste di soccorso, oppure siamo davanti a un caso di estrema paranoia finita in tragedia… le domande ancora oggi sono tante e la famiglia di Kayelin probabilmente non avrà mai modo di sapere cosa è realmente successo.

 

 
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Pubblicato da su 25 settembre 2017 in Casi macabri e misteriosi

 

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