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Quadrato magico SATOR – Un enigma senza tempo

Quadrato magico SATOR – Un enigma senza tempo

Questo è uno di quegli enigmi che voi potete constatare di persona, infatti è molto probabile che questo quadrato si trovi nelle vostre città, magari è inciso sotto la vostra casa ma non ve ne siete mai accorti o non ci avete fatto molto caso. Il quadrato Sator ha suscitato nei secoli fascino e mistero. Questo quadrato è stato ritrovato in diversi monumenti, siti archeologici, chiese, edifici, dipinti e molto altro ancora. Oggigiorno viene chiamato “magico” per le sue incredibili proprietà. Se viene letto dall’alto verso il basso si leggono le cinque parole SATOR, AREPO, TENET, OPERA, ROTAS. Se viene letto da destra verso sinistra e dal basso verso l’alto si ottiene ancora la stessa sequenza: SATOR, AREPO, TENET, OPERA, ROTAS, ma questo è solo l’inizio… Il quadrato SATOR ha suscitato molta curiosità per altre sue proprietà, in qualunque modo venga letto vi farà vedere nuove caratteristiche. Infatti le parole lette sia in verticale che in orizzontale sono palindrome ed esiste una simmetria rispetto alla lettera centrale N.

La domanda che probabilmente vi state facendo in questo momento è: “Che cosa significa SATOR, AREPO, TENET, OPERA, ROTAS?” Nell’arco dei secoli ci sono stati numerosi studiosi che hanno cercato di decifrarne l’enigmatico significato. Una traduzione letterale molto approssimativa dal latino sarebbe qualcosa come: “Il seminatore AREPO tiene con destrezza l’aratro”. Un’altra traduzione abbastanza popolare dice che la frase recita: “Il seminatore sul suo carro, dirige con destrezza le ruote”, in quest’ultima traduzione AREPO è intesa come una parola di origine celtica che può essere intesa come “carro agricolo o aratro”. Ad ogni modo sembra che la sua traduzione letterale sia poco significativa e sia solo una maschera che nasconde qualcosa di molto più potente e arcaico. Infatti il quadrato SATOR sembra una costruzione pseudo matematica che gioca con le lettere rappresentate e con l’ordine con cui appaiono. Un indizio importante di questa tesi è la parola AREPO, che più che un nome vero e proprio sembra solo una forzatura per poter fare la trasformazione palindroma della parola OPERA.

Innanzitutto per capire quali siano le sue origini bisognerebbe stabilire con certezza il luogo e l’anno in cui è comparso per la prima volta, ma le evidenze archeologiche in questo caso sono davvero così vaste che stabilirne con certezza il quando e il dove non è semplice. Ci sono incisioni ad Ercolano e nelle rovine di Pompei datati prima del 79 d.C. In Inghilterra, nelle rovine romane dell’antica Corinium, attuale Cirencester, sono stati trovati graffiti raffiguranti il quadrato Sator, datati 1868 e altri in una casa risalente al secolo II e IV secolo. Altre testimonianze si trovano a Santiago de Compostela, Spagna, Altofen, Ungheria e a Siena sulle pareti del duomo cittadino di fronte al Palazzo Arcivescovile. A Manchester si conserva uno dei dipinti più significativi di questo quadrato magico. A Malta, fuori dalla chiesa dei cavalieri e molto molto altro ancora. Se l’avete visto anche voi nella vostra città condividetelo nei commenti.

Il più antico esemplare di Sator è stato trovato a Dura-Europos, sulle rive dell’Eufrate, oggi in territorio Siriano, e pensate che risale al 260 d.C.. In questa antica città furono ritrovati quattro esemplari del Quadrato Magico, tutti nella versione speculare. Proprio quest’ultimo ritrovamento rafforzerebbe una delle tesi più diffuse riguardo a Sator, ovvero che esso rappresenterebbe un codice adottato dai primi Cristiani perché la loro fede religiosa era ancora contrastata e vietata dai Romani e da altre popolazioni, infatti le due parole Tenet disegnano al centro del quadrato una croce simmetrica e perfetta. Numerosi studiosi, fra cui Felix Grossner, un pastore evangelista di Chemnitz, scoprirono che le 25 lettere del quadrato potevano essere disposte in modo da formare le parole PATERNOSTER, ovvero “Padre nostro” incrociato dalle lettere A ed O le quali corrisponderebbero all’Alfa e all’Omega dell’alfabeto greco. Questa frase si riferisce al libro dell’Apocalisse che inizia e finisce con la rivelazione dell’Alfa e dell’Omega, dimostrando il fatto che tutti gli eventi nel Libro Sacro girano intorno a Dio e precisamente in Apocalisse 1:8 recita: “Io sono l’Alfa e l’Omega, colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente”. Questo spiegherebbe anche perché il quadrato SATOR può essere letto da destra verso sinistra e dall’alto verso il basso e in senso contrario, perché la sua valenza è la stessa sempre, il suo significato è eterno, immutabile nel tempo. Dunque questo quadrato indicava un luogo in cui i cristiani potevano trovare riparo, come se fosse un segno distintivo, non sarebbe di certo la prima volta che queste simbologie vengono inserite nei monumenti cristiani, se siete mai stati a Barcellona sicuramente avrete anche visto la Sagrada Familia, un’opera magnifica del genio Gaudì. Forse la sua magnificenza e i suoi numerosi dettagli vi avranno catturati e forse vi è caduto l’occhio su questo quadrato. Quello che state osservando è noto come il quadrato magico della Sagrada Família e non è opera di Gaudí ma di Josep Maria Subirachs. La particolarità di questo quadrato è che sommando le sue cifre sia in senso orizzontale, verticale oppure obliquo, il numero che si ottiene è il 33. Ovviamente si tratta di una specie di sudoku in onore dell’età in cui Gesù Cristo morì sulla croce.

POSSIBILE LEGAME CON I TEMPLARI

Molte delle località in cui si trova inciso il quadrato SATOR sarebbero state dei possedimenti di un antico e leggendario ordine, ovvero quello dei cavalieri Templari. Sulla base di alcuni studi, l’ipotesi che lega il quadrato magico con l’ordine cavalleresco non è così azzardata, sembra infatti che i cavalieri adottassero questo simbolo per contrassegnare dei particolari luoghi o per trasmettere delle informazioni esoteriche in forma criptata o codificata. Infatti la maggior parte delle presenze del quadrato sia in Italia e soprattutto in Francia è databile attorno al XII e XIII secolo nelle località in cui altre simbologie dei Templari sono ben presenti oppure quelle dei Frati Cistercensi che erano a stretto contatto con i l’ordine. Ma su cosa si baserebbe questa ipotesi? A quanto pare la N centrale della croce TENET è rovesciata, questa è un’analogia che è stata riscontrata su alcuni dipinti e sui crocifissi su cui il Titulus Crucis presenta la scritta “INRI”. Gli storici ritengono che non sia casuale, sembrerebbe esserci una dottrina segreta tramandata soltanto ad alcuni iniziati. Ci sono anche altre anomalie sulle A e sulle O utilizzate, guarda caso proprio quelle che rappresentano l’Alfa e l’Omega. Queste anomalie si trovano principalmente in quelle città fortemente influenzate dall’ordine, come se ci fosse un messaggio dentro un messaggio insomma. Infatti come è arcinoto la O con il punto interno su questi particolari SATOR è il ben noto simbolo alchemico del sole, ovvero dell’oro e si ricollegherebbe alla tanto famigerata pietra filosofale, la quale si dice sia in grado di dare la vita eterna e l’onniscienza a chi la possieda, inoltre sarebbe anche in grado di tramutare in oro tutti i metalli. Questo però è un tema di discussione molto vasto e non basterebbe un intero video per trattarne tutti gli aspetti… magari in un futuro video. Ad ogni modo perché interessava ai templari il quadrato di Sator e che cosa stavano indicando? Forse qualcosa di ancor più antico e non solo un mero significato religioso?

Nelle altre civiltà esistono in maniera analoga altri quadrati magici, molti di essi ancor più lontani nel tempo rispetto a quello di SATOR, per esempio è stato scoperto che in Perù gli antichi Inca usavano un quadrato 5×5, cinque parole in lingua quechua la cui conoscenza veniva tramandata esclusivamente oralmente. Tale quadrato recitava MICUC, ISUTU, CUYUC, UTUSI, CUCIM. Anche in questo caso la traduzione letterale sembra poco significativa e sarebbe qualcosa come: “Un pedicello che mangia l’UTUSI e si dimena è felice”, anche in questo caso, proprio come nel quadrato di Sator, gli studiosi trovano una parola intrusa, ovvero UTUSI, che sembra inserita solo per poter rendere UTUSI e ISUTU speculari. Il quadrato magico più antico di tutta la storia dell’umanità però si troverebbe in Asia, in particolare in Cina. Il “Lo Shu” risale al III millennio a.C. e secondo la leggenda è stato copiato dall’imperatore cinese Yu dal disegno che egli vide sul dorso di una tartaruga sacra trovata nel Lo, un affluente del fiume Giallo. Il Lo Shu è una matrice 3×3 che contiene alcuni numeri, anche in questo caso come il quadrato di Subirachs, sommando fra loro questi numeri sia per riga, colonna oppure le diagonali, si ottiene sempre un numero: il 15.  Per gli antichi il “Lo Shu” era un simbolo potentissimo che racchiudeva il segreto della vita, spesso viene ricordato anche come simbolo dell’armonia universale, la vita e la morte, lo Yin e Yang. Nove numeri che racchiudono un messaggio così potente devono pur significare qualcosa.

Tale è la molteplicità dei luoghi e dei testi in cui ritorna il quadrato magico del Sator, che la sua interpretazione appare un vero rompicapo. Il quadrato magico di Sator è stato studiato per secoli da archeologi, filologi, paleografi, matematici, mistici, artisti e teologi di tutto il mondo i quali hanno cercato di decifrare il suo significato. Si potrebbe fare un elenco di altre teorie su questo magico quadrato, ma lo scopo del video in realtà è quello di suscitare interesse in voi e spingervi a fare ricerche e proporre delle teorie a riguardo… e chissà se prima o poi qualcuno, magari proprio uno di voi spinto dalla curiosità, riuscirà a scoprirne il significato definitivo. Chissà…

 
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Pubblicato da su 3 aprile 2017 in Casi macabri e misteriosi

 

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Isole Flannan – I guardiani del faro scomparsi nel nulla

Isole Flannan – I guardiani del faro scomparsi nel nulla

Nei giorni vicini all’ultimo Natale del XIX secolo, su un’isola remota e dimenticata da Dio, tre uomini scomparvero nel nulla. Le leggende locali e la superstizione rivendicano tale isola come luogo ricco di storie connesse con il mondo del soprannaturale. Le isole Flannan sono un piccolo gruppo di sette isole situate a poco più di 100 chilometri a nord-ovest dalla Scozia e fanno parte delle Ebridi Esterne, una serie di isole al largo della costa occidentale della Scozia, separate da quest’ultima dalle Ebridi Interne da uno stretto estremamente burrascoso. Le sette isole prendono il nome da St Flannan, un predicatore irlandese del VII secolo. L’isola più grande del gruppo, Eilean Mor, è la culla di un mistero vecchio di oltre un secolo che riguarda tre uomini, i guardiani del faro situato sull’isola, scomparsi senza lasciare nessuna traccia.

Per secoli Eilean Mor ha avuto una reputazione a dir poco inquietante tra i marinai, sono numerose le leggende che si raccontano su di essa, in particolare tra gli abitanti delle isole vicine. Si narra di un gruppo di “Piccole persone” con poteri magici che abiterebbe Eilean Mor da secoli, per comunicare tra di loro usano uno strano dialetto, sono molto schivi e non si fanno mai vedere dagli esseri umani verso la quale sono molto diffidenti. Altri raccontano che l’isola sia la casa di una particolare razza di volatili giganti e che gli abitanti li utilizzavano per spostarsi tra un atollo all’altro. Sono molti i marinai convinti di aver avvistato questi grossi volatili e quei piccoli esseri, ovviamente oggi si ritiene fosse tutto semplicemente frutto della fantasia di un popolo che ancora credeva in fate, elfi e folletti, ma come mi piace ogni volta ricordare: le leggende hanno sempre un fondo di verità. Quel che di sicuro non è leggenda è che nel 1896 si cominciò a costruire su Eilean Mor un faro che avrebbe dovuto essere il punto di riferimento per gli impavidi che si inoltravano tra le acque impervie del nord della Scozia. I lavori durarono tre anni e il 7 dicembre 1899 il faro cominciò e gettare la sua luce all’orizzonte come un’ancora di salvezza per i marinai. Prima che il faro venisse costruito furono numerose le navi e i vascelli che affondarono, inoltre sull’isola erano presenti solo le rovine di una cappella. Situato sul punto più alto di Eilean Mor, il faro si erge imponente con i suoi ventitré metri d’altezza, con una luce visibile da oltre 30 chilometri di distanza, costruito per resistere ai più temibili venti di burrasca.

Thomas Marshall, James Ducat, Donald MacArthur e Joseph Moore. Questi erano i nomi dei guardiani del faro scelti con estrema attenzione, infatti per compiere quel lavoro erano necessari un forte carattere, nervi saldi, facilità nell’adattarsi in ogni situazione e soprattutto, cosa più importante, una forte resistenza alla solitudine. Ai quattro uomini venne imposto che dovevano esserci sempre tre guardiani a presidiare il faro e i quattro si accordarono per turni di sei settimane. Un anno dopo che il farò entrò in funzione, accadde qualcosa che ancora oggi è considerato un vero e proprio mistero. La luce di quel faro eseguiva un giro completo ogni 30 secondi, ma la notte del 15 dicembre 1900 non fu così. Quella notte il mare era stranamente tranquillo, ma a permeare l’atmosfera di quel velo di paura e mistero c’era una fittissima nebbia. Di passaggio c’era un vascello inglese diretto a Edimburgo che però non venne accolto dalla luce rassicurante del faro di Eilean Mor. Era tutto spento, tuttavia il vascello riuscì comunque a raggiungere la sua meta tre giorni più tardi riferendo la stranezza alle autorità portuali, per qualche ragione però il rapporto non venne consegnato alla Northern Lighthouse Board, l’ente pubblico responsabile di tutti i fari in quelle isole.

Il 26 dicembre arrivò sull’isola una nave di soccorso in ritardo di quasi una settimana a causa delle forti burrasche avvenute nei giorni precedenti, a bordo c’era Joseph Moore pronto per sostituire uno dei suoi colleghi, ignaro però che non li avrebbe mai più visti. Joseph notò fin da subito qualcosa di strano, solitamente loro erano molto impazienti di vedere un compagno tornare per scambiare due parole prima di tornare alla solitudine del loro lavoro, ma quel giorno sulla banchina non c’era nessuno, allora il capitano della nave di soccorso suonò la sirena nella speranza di ricevere qualche risposta, ma il silenzio regnava sovrano. Preoccupato Joseph corse al faro, lo trovò chiuso ma la porta era comunque sbloccata. Si diresse subito in cucina dove trovò solo il nulla più assoluto, tutto era meticolosamente al suo posto, solo una sedia era ribaltata, come se chi vi fosse seduto sopra si fosse alzato repentinamente per correre via. L’orologio era fermo, le lampade ad olio appena riempite e il pasto era stato consumato a metà. Nessun letto era stato sistemato e negli armadietti mancavano solo due impermeabili, il terzo era ancora al suo posto, fatto strano dato che le regole imponevano ai guardiani che ogni volta che uscivano dovevano sempre indossare tutti gli impermeabili. Joseph gridò e gridò a squarciagola il nome dei suoi compagni uno a uno più volte, ma poteva udire solo le onde che s’infrangevano sugli scogli.

A questo punto Joseph e alcuni marinai della nave di soccorso cominciarono ad ispezionare l’intera isola, fortunatamente non era molto grande, ma dei tre guardiani nessuna traccia. Il diario riportava che fino all’ora di pranzo del 15 dicembre, tutto era tornato alla normalità dopo la violenta tempesta dei giorni precedenti, dunque dagli indizi quali il pasto mezzo consumato e i letti ancora da sistemare, si ipotizzò che qualsiasi cosa fosse accaduta doveva essere avvenuta probabilmente quello stesso pomeriggio. Qualche giorno dopo la Northern Lighthouse Board avviò un’indagine. Si scoprì che la zona ovest dell’isola mostrava violenti segni del passaggio di una terribile tempesta. Una cassa era andata completamente distrutta, alcuni tratti delle rotaie che portavano al faro erano stati scardinati dal cemento e un masso di oltre una tonnellata vi si è schiantato in mezzo. Si venne alla conclusione che i tre uomini avessero lasciato insieme il faro trascurando il protocollo di sicurezza per far fronte ai disastri che il maltempo stava procurando, per poi essere investiti da un’onda anomala mentre stavano lavorando che li inghiottì per sempre nell’Oceano Atlantico spezzando in un attimo le loro vite. Questa fu la conclusione ufficiale che tuttavia non convince per due principali motivi: il primo è che secondo recenti studi l’onda che avrebbe dovuto inghiottire i tre uomini sarebbe dovuta essere alta più di 30 metri, fatto assolutamente improbabile. In secondo luogo negli armadietti mancavano solo due impermeabili, vuol dire che il terzo uomo non aveva mai lasciato il faro. Tuttavia nonostante queste incongruenze, la Northern Lighthouse Board accettò questa spiegazione in fretta forse per non gettare troppo fango su se stessa o forse perché aveva trovato qualcosa che non voleva assolutamente divulgare mettendo in pratica una vera e propria opera di insabbiamento.

Come per ogni mistero esistono diverse teorie avanzate nel corso degli anni per cercare di dare una spiegazione a quei punti a cui la spiegazione ufficiale non riesce a dare risposta. In primo luogo venne suggerito che molti degli aspetti dell’intera faccenda furono “sensazionalizzati” dalla stampa con l’avanzare del tempo. Molti concordano con la spiegazione della Northern Lighthouse Board, altri invece avanzano spiegazioni ben più azzardate, come quella che vede protagonista l’omicidio. Uno dei tre uomini durante un momento di follia avrebbe gettato i corpi in mare dei suoi compagni per poi buttarsi tra le quelle stesse onde divorato dai sensi di colpa, ma dalle minuziose ispezioni dell’isola non furono trovate tracce di sangue, inoltre i corpi sarebbero dovuti tornare a riva a causa delle correnti. Altra teoria è quella che ha come protagonista un enorme serpente di mare, giunto sull’isola per divorare i poveri guardiani. Non mancano, ovviamente, teorie molto più fantasiose: dal rapimento alieno ai mostri marini, passando per la leggenda del Fantasma dei Sette Cacciatori, che viaggia fra le isole del piccolo arcipelago in cerca di uomini da reclutare.

Oggi le isole Flannan sono completamente deserte e il faro Eilean Mor è stato totalmente automatizzato a partire dagli anni 70, forse però non sono così deserte, magari gli spiriti dei tre guardiani sono le uniche anime che stanno ancora vagando con l’idea di vegliare sul faro.

 

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Miniera Jarvis – “Qualcosa ha ucciso il mio cane!”

Miniera Jarvis – “Qualcosa ha ucciso il mio cane!”

Molte persone decidono di fare delle esplorazioni in luoghi abbandonati o addirittura mai esplorati prima e questo si potrebbe dire che è uno degli hobby più rischiosi del mondo perché in questi luoghi non più abitati di solito si trovano ogni genere di cose, da vecchi oggetti lasciati dalle persone che ci abitavano, fino a cadaveri di animali o nei casi più inquietanti, cadaveri umani… ed è proprio per questo genere di cose che su YouTube e su altre piattaforme proliferano questi tipi di video, di persone che si addentrano accompagnati da qualcuno o addirittura da soli nei luoghi più improbabili e pericolosi. Fabbriche, case, cimiteri, catacombe, sono solo alcuni di questi luoghi, non occorre aggiungere che la maggior parte di questi video vengono fatti durante la notte, sia perché spesso le autorità vietano questi tipi di esplorazioni e quindi di giorno è più difficile realizzarli, che per il valore stesso dei filmati i quali, se realizzati di notte, viene aggiunta di certo una componente importante e affascinante: il brivido.

In questo video parleremo di una persona che aveva deciso di fare una di queste esplorazioni e per sua sfortuna è finita in un modo del tutto inaspettato. Il protagonista di questa storia si fa chiamare Stan e spiega nel suo blog, aperto nel 2009, che è una persona a cui piacciono le avventure e stare all’aperto e poche righe dopo aggiunge: “Decisi di aprire questo blog perché la mia cagnolina è stata uccisa in questa miniera…” e prosegue il suo racconto con queste parole: “Non riesco a trovare molta attenzione a riguardo, sto cercando in tutti i modi di far conoscere questa storia. Ho provato a chiamare i ranger forestali, la BLM, lo sceriffo locale ma nulla. Le persone credono che sia pazzo. Non lo faccio per me, lo faccio per tutti voi là fuori. Il mio cane è morto, niente mi riporterà indietro la mia Millie e se qualcuno di voi decidesse di entrare in quella miniera non tornerà mai più, sto cercando di avvertirvi del pericolo.”

Stando alle sue parole, Stan è una persona che solitamente faceva delle passeggiate ed esplorazioni nei dintorni del Colorado. In questo stato americano ci sono una serie di miniere totalmente abbandonate, circa 23.000 secondo le stime svolte dai geologi del Colorado Geological Survey. Una di queste miniere, secondo il suo racconto, sarebbe quella di Jarvis. Con sommo rammarico, Stan, scrive che durante una di queste sue esplorazioni insieme alla sua fidata compagna, un labrador di nome Millie, si imbatté in questa vecchia miniera abbandonata. Padrone e fidato animale, ormai giunti verso la fine di una lunga giornata di escursioni sulle rocce del canyon, erano stanchi e affamati, ma quando l’avventura chiama è difficile resistergli, così i due si addentrarono nelle fauci della miniera. Stan però non si sentiva molto al sicuro e aveva dei brividi in quello spazio ristretto, quindi dopo aver percorso una decina di metri decise di fermarsi e di mangiare qualcosa prima di uscire e riprendere la sua strada, ma mentre cercava di prendere gli snack per nutrirsi, Millie che per tutto il tempo era rimasta insieme a lui iniziò ad innervosirsi. Continuava ad osservare l’oscurità della miniera, come se percepisse qualcuno. Dopo qualche secondo di tensione Millie iniziò a muoversi verso l’oscurità, Stan tentò di attirare l’attenzione dell’animale ma fu tutto inutile. Millie continuò la sua corsa ad una velocità sempre superiore, quindi Stan ormai spaventato iniziò a correre cercando di illuminare con la torcia il percorso e poco a poco vide l’animale allontanarsi sempre di più, fino a perdersi completamente nel buio più assoluto.

A questo punto Stan ammette che per la paura stava andando fuori di testa e per poco non perse il controllo dei suoi nervi. Si fermò di colpo, il tono della sua voce era diventato molto acuto quasi isterico mentre disperatamente chiamava Millie, poi dalle profondità del buio sentì abbaiare la cagnolina e ritrovando il coraggio di proseguire decise di seguire quel suono familiare sperando solo di riprendere Millie e uscire il più in fretta possibile, ma quel suono iniziò ad allontanarsi sempre di più. La sua cagnolina continuava ad addentrarsi in quelle viscere di rocce e Stan con la sua torcia cercava disperatamente di illuminare l’oscuro passaggio. Mentre si avvicinava, ad intermittenza riusciva a scorgere Millie grazie alla luce artificiale, poi di nuovo perse le sue tracce. Ormai in una corsa quasi disperata e alla cieca riuscì a raggiungere un punto dove Millie sembrava essersi distesa per terra dietro un sostegno di legno. Sentiva il suo respiro affannoso e impaurito. Avvicinandosi sempre di più Stan racconta che vide molto sangue per terra e poi successe qualcosa che l’avrebbe tormentato per il resto dei suoi giorni. Iniziò a sentire la presenza di qualcosa che egli stesso definisce non umano, come se si trattasse di una creatura, successivamente sentì un suono orrendo, che si avvicina più ad un grugnito che a qualunque altra cosa e completamente impaurito iniziò a correre con tutte le sue forze, per paura non si voltò mai indietro. Stan scrive sul suo blog che dopo essere fuggito, per la paura montò sul suo camion e guidò fino alla città più vicina che si trovava a 50 miglia. Cercò di richiamare l’attenzione delle persone, sia delle autorità che dei cittadini del posto, ma nessuno sembrava molto contento di sentire il suo racconto. Le poche informazioni che riuscì a ricavare furono che la miniera si chiamava “Jarvis Mine” e conclude il suo post dicendo che non crede nei fantasmi o roba del genere, ma vuole solo scoprire che cosa ci sia là sotto e se qualcuno, specialmente se è della zona, dovesse leggere la sua pubblicazione e sapesse qualcosa è pregato di contattarlo.

Passarono alcuni mesi prima che Stan prese la decisione di pubblicare un nuovo post e questa volta era riuscito a rimediare informazioni più dettagliate sulla miniera Jarvis. Come spesso succede in questi casi però le nuove informazioni raccolte sono così sconfortanti che le probabilità di trovare viva la sua cagnolina sono pressoché nulle… “Ho finalmente trovato prove concrete riguardo l’omicidio nella miniera Jarvis… Scavando negli archivi della contea ho trovato questi due articoli di giornale, scusate per la qualità delle immagini ma ho dovuto fare delle foto con i mezzi a mia disposizione perché non mi era concesso portarli fuori, inoltre i giornali stessi erano già molto deteriorati. Questa storia è veramente pazzesca.“. Nel suo post allega delle immagini molto sfuocate di giornali datati risalenti ai primi del 900, seppur in stato avanzato di deterioramento si possono leggere con molta chiarezza gli inquietanti titoli. Una di quelle fotografie di giornale risale al 27 ottobre 1909 e parla delle origini della miniera Jarvis e di un feroce omicidio.

Stando alle parole scritte direttamente da Stan, William Jarvis era il proprietario della miniera. William inizialmente aveva avuto un accordo con la compagnia mineraria di San Francisco per poter estrarre l’oro. Per circa cinque anni William, le sue figlie e sua moglie riuscirono a vivere una vita modesta ma tranquilla, poi per pura disgrazia egli trovò un vero e proprio tesoro nascosto nelle profondità rocciose. William che era un uomo molto fortunato ma anche molto astuto sapeva dove scavare e il suo fiuto per quelle rocce dorate lo portarono a scoprire una delle vene dorate più ricche di tutto lo stato. Ben presto strane persone si presentarono a casa sua, persone che cercarono in tutti i modi di spaventarlo, speculazioni dell’epoca parlano di veri e propri gangster pagati dalla compagnia per cercare di mandare via la sua famiglia. William però non scappò mai dalla sua terra, così i soggetti loschi decisero che era giunta l’ora di farlo fuori. Un giorno un gruppo di uomini armati giunse a casa sua, quando sua moglie andò ad aprire la porta la uccisero con un colpo violento in testa, poi presero le sue figlie e le portarono insieme a lui dentro la miniera e nella parte più scura e profonda decisero di violentarle obbligando Jarvis a osservare tale aberrazione, poi legarono le sue figlie insieme a lui e fecero esplodere la miniera a colpi di dinamite. William venne sepolto vivo insieme alle sue figlie. Da allora la miniera Jarvis è stata legata a fatti molto strani, leggende popolari tramandate dalla popolazione locale raccontano di diversi episodi funesti accaduti dentro la miniera. La compagnia infatti, dopo aver messo i propri uomini a lavorare dentro la miniera, perse così tanti soldi e vite umane che ha dovuto chiuderla in breve tempo. A testimoniare queste inspiegabili morti sono rimasti pochi giornali. La miniera Jarvis si dice sia fonte di una maledizione e nessuno che vi entra è il benvenuto.

Dopo qualche mese diverse persone iniziarono a scrivere sul blog di Stan, molti dei quali dichiaravano di aver già sentito questa storia ma per lo più si trattava di leggende metropolitane e non sapevano che fosse realmente accaduta una cosa del genere. Altre persone criticavano la sua scelta di abbandonare la miniera lasciando indietro l’animale ferito. Stan cercò in tutti i modi di giustificarsi dichiarando di aver avuto così tanta paura che temette di morire. Uno degli utenti però prese la faccenda seriamente e scrisse che non solo era della zona, ma aveva sempre avuto una certa curiosità riguardo questa miniera e presto sarebbe andato di persona a verificare se fosse tutto reale. Stan cercò in tutti i modi di persuaderlo a lasciar perdere e dopo questo post non si seppe più nulla né di Stan né dell’utente che voleva vedere con i propri occhi l’interno della miniera….

Questo blog rappresenta un mistero, alcuni dicono che sia solo una pubblicità per un film uscito nel 2013 chiamato “miniera abbandonata”, ma se fosse così il filmato sarebbe diventato virale, cosa che invece non è stato e poi per quale motivo fare un intero blog per promuovere un film e poi quattro anni dopo far uscire un film senza nemmeno nominare tale storia? Ci sono parecchie incongruenze qualunque sia l’ipotesi fatta, ma sicuramente visitare di persona la minerà Jarvis non è la soluzione appropriata per scoprirlo. Infatti se cercate di avventurarvi in una qualunque miniera abbandonata, fra serpenti, ragni, dinamite non ancora esplosa e gas tossici… Le entità paranormali saranno gli ultimi dei vostri pensieri….

 
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Pubblicato da su 21 marzo 2017 in Maledizioni

 

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Caso YOG’TZE – Una paranoia mortale

Caso YOG’TZE – Una paranoia mortale

La Germania è un paese dove di certo si sono verificati molti casi di delitti irrisolti o macabri eventi, alcuni dei quali hanno già trovato spazio nel nostro canale come il caso della fattoria Hinterkaifeck o la raccapricciante storia di Armin Meiwes, meglio noto con il nome cannibale di Rotenburg. Oggi vi parleremo di un ennesimo caso tanto inquietante quanto strano, il caso YOG’TZE. Questa parola sembra un’accozzaglia di lettere messe a caso, tuttavia è stato l’unico criptico indizio di una morte alquanto sconcertante che ancora oggi non ha trovato una risposta.

Germania, 1984. Günther Stoll è un ingegnere alimentare disoccupato. La sua situazione finanziaria è molto precaria, ma un’ombra molto più grande incombe sulla sua vita: un caso preoccupante di paranoia clinica e la convinzione di essere preso di mira da una presenza sinistra. Capitava spesso che Günther raccontasse queste sue sensazioni alla moglie, che però non prendeva molto sul serio a causa della sua condizione clinica… e forse fu proprio questa superficialità da parte della moglie e dei medici a condannare l’uomo che raccontava di essere seguito da delle figuri indistinte a cui si riferiva sempre con il pronome “loro”. “Loro” sono stati qui, “loro” mi seguono. Chiunque fossero queste entità, Günther diceva sempre che presto gli avrebbero fatto molto, molto male.

La sera del 25 ottobre Günther è a casa nella sua camera da letto, seduto su una sedia pensieroso. Poi senza preavviso fa uno scatto, si alza e grida in tedesco “Ora ho capito!”. Comincia a rovistare nei cassetti, prende carta e penna e scarabocchia 6 lettere: “YOGTZE”, l’opinione dei ricercatori si spacca sulla lettera G che molti considerano sia in realtà il numero sei. Poco dopo Günther lancia via il biglietto su cui aveva scritto quel criptico messaggio e scappa di casa. È tardi ma l’uomo ha bisogno di riflettere e di un drink. Sale sulla sua Volkswagen Golf e si dirige alla vicina città di Wilnsdorf dove ordina una birra nel suo pub preferito. Prima che potesse fare il primo sorso, Günther crolla a terra ferendosi al volto. I testimoni rimasero sorpresi da quell’incidente anche perché Günther non aveva ancora bevuto e quindi non poteva essere ubriaco. Questo strano episodio si verificò intorno alle undici di sera, ma la notte era tutt’altro che finita. Dopo aver ripreso conoscenza Günther lascia il bar e cosa avesse fatto o dove fosse stato nelle due ore successive rimane un mistero. Quello che è noto è che dopo queste due ore di buio, all’una di notte, l’uomo si stava dirigendo con la sua auto nella sua città natale di Haigerseelbach, a circa 10 km da Wilnsdorf. Li cerca una donna, una sua vecchia amicizia, e la trova a casa sua, tuttavia la donna non lo lascia entrare e Günther parte con un monologo interminabile in cui avverte di un imminente “incidente orribile”. La donna lo ascolta da dietro la porta impaurita dopodiché invita Günther a tornare a casa da sua moglie credendolo ubriaco. L’uomo è sempre più spaventato e invece di seguire il consiglio della sua amica d’infanzia, prende la sua Golf e scompare per altre due ore, altre due ore di buio… Questa volte le ultime ore della sua vita.

26 ottobre, 3:00 del mattino. Due camionisti stanno percorrendo l’autostrada A45, un’autostrada lunga 257 km da Dortmund a Aschaffenburg, quando scorgono in lontananza un’auto finita fuori strada vicino all’uscita di Hagen-Süd, a circa 100 km da Haigerseelbach. Si fermano per verificare cosa fosse successo e notano che l’auto è una Volkswagen Golf, dentro c’è un uomo nudo e sanguinante accasciato sul sedile anteriore del passeggero e appena cosciente. Quell’uomo era Günther Stoll. Uno dei due camionisti chiamò subito l’ambulanza mentre l’altro cercò di capire cosa fosse accaduto parlando con Günther il quale biascicava dapprima parole incomprensibili e poi disse che stava viaggiando con quattro sconosciuti che lo picchiarono fino quasi alla morte per poi abbandonarlo nella sua auto. Poco dopo arriva l’ambulanza e si precipita in ospedale, ma per Günther era ormai giunta l’ora e morì durante il tragitto a causa delle profonde ferite sul suo corpo. I due camionisti vennero interrogati nello stesso momento, ma in due sessioni diverse ed entrambi dissero che poco prima del loro arrivo notarono un uomo ferito con una giacca bianca in fuga dalla Volkswagen Golf fuori strada, inoltre vicino all’uscita di Hagen-Süd videro anche uno autostoppista. Questo dettaglio complicò una scoperta sconcertante già fatta dalla polizia: le ferite di Günther non erano per niente riconducibili alla dinamica ricostruita dell’incidente, le ferite non coincidevano e sembravano causate più che altro da delle percosse, inoltre la posizione in cui era stato trovato era strana, sembrava quasi che si fosse ferito in un altro posto per poi raggiungere la sua auto, o che come molti pensano, sia stato messo lì da qualcuno che voleva simulare l’incidente.

Vennero spese molte energie per cercare di dare un senso a tutto ciò che apparentemente non ne aveva su quell’episodio. Semplice incidente? Omicidio premeditato? Nessuno lo sa ancora con certezza. La teoria popolare spiega come la sigla YOGTZE o YO6TZE, non fosse nient’altro che la targa di un’auto, magari lo stesso mezzo che usavano quelle figure che stando a quanto Günther diceva lo inseguivano e spiavano. Questa teoria afferma anche che quella stessa auto avrebbe poi causato l’incidente e il fatto che Günther avesse scritto la targa su un foglietto potrebbe essere stata una sorta di presentimento o intuizione. Ma perché non parlarne con la moglie o qualcuno… Forse l’uomo si era semplicemente rassegnato dato che tutti l’avevano ormai preso per pazzo, una situazione di certo frustrante. D’altro canto se escludiamo l’omicidio, tutto quello che è successo a Günther la notte tra il 25 e 26 ottobre 1984, è spiegabile semplicemente con una paranoia estrema andata fuori controllo. Un biglietto con lettere senza senso, uno svenimento in pubblico, la ricerca di una vecchia conoscenza e il vagare senza meta nel mezzo della notte, sono tutti atti che potrebbero essere attribuiti a una perdita di sanità mentale.

Un’altra teoria vede come protagonista l’omicidio involontario con occultamento di cadavere. Non è raro per coloro che non sono sani di mente togliersi i vestiti. Forse un veicolo colpì Günther mentre vagava nudo per le strade di notte. Coloro che avrebbero investito l’uomo, colti dal panico potrebbero aver riportato Günther nella sua auto portandolo poi fuori strada, tuttavia il perché abbiano deciso di abbandonarlo al largo della trafficata autostrada A45 resta complicato da spiegare. La pista che ad oggi ha più senso vede l’uomo al centro della malavita o di complotti, forse era venuto a conoscenza di qualcosa che non doveva assolutamente sapere. Gli inquirenti non riuscirono a capire il significato della parola YOGTZE e non pensarono che forse lo stassero leggendo dal lato sbagliato, se infatti si gira il biglietto di 180 gradi non si ha più a che fare con una stringa di lettere senza senso, ma con un numero: 027,906. Secondo una teoria questo insieme di cifre si riferisce al numero di catalogo di un acido usato nel trattamento alimentare e ricordiamo che Günther era un ingegnere alimentare… Coincidenze? Forse l’uomo aveva davvero scoperto qualcosa che non doveva scoprire.

Queste sono tutte speculazioni. Il fatto è che la morte di Günther è stata ufficialmente catalogata come omicidio da parte della polizia tedesca che ha archiviato il caso senza fornire nessuna risposta. Persone di tutto il mondo continuano a speculare sul caso YOGTZE, uno dei più intriganti cold case degli archivi della Germania.

 
 

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Inquietanti piogge di sangue e di animali

Inquietanti piogge di sangue e di animali

Fatti bizzarri e strani fenomeni ci circondano in ogni istante, ma pochi sono quelli che riescono ad essere così interessanti e in un certo senso così…. inquietanti. Diverse sono le storie riguardanti animali piovuti letteralmente dal cielo e molte di esse sono state da sempre considerate solo delle leggende o racconti popolari. Invece durante l’arco della storia questo strano fenomeno si è ripetuto più e più volte ed è anche stato ben documentato da alcune culture. Di solito questo tipo di fenomeno coinvolge principalmente rane e pesci, ma non mancano anche storie di altri animali caduti dal cielo. Nel corso degli anni, le persone hanno sperimentato vari fenomeni di questo tipo, come ad esempio la tempesta del 1578 di Bergen, una città della Norvegia, dove si è verificata una pioggia di animali piccoli e squittenti, animali trasportatori di morte sotto forma di peste. Proprio così, quel giorno a Bergen si è verificata una pioggia di topi. Le cronache locali narrano di un evento definito apocalittico, quasi si trattasse di un castigo divino, inoltre una particolarità è che si trattava di ratti di colore giallo.

Un’altra testimonianza accaduta nel vecchio continente è avvenuta l’11 luglio 1836, giorno nel quale un professore di Cahors in Francia decise di inviare una lettera all’Accademia delle Scienze di Parigi. Nero su bianco il professore scrisse la seguente testimonianza: “Ad un certo punto vidi questa strana nuvola sui cieli, si trovava a circa sessanta tese (vecchia unità di misura) di distanza da noi. I cavalieri che venivano da Tolosa furono costretti ad usare le loro giacche perché questa strana tormenta li colse di sorpresa e li spaventò soprattutto perché furono vittime di una pioggia di rospi…”. Queste brevi parole descrivono in modo chiaro e conciso che si è verificata una pioggia di anfibi su questa città medievale. Un altro evento storico riportato in tutto il mondo non soltanto per la sua straordinarietà, ma soprattutto per la catastrofe causata e la quantità di vite umane spezzate, è la pioggia di pesci gatto avvenuta nel 1861 che durò pensate ben tre giorni! Gli abitanti della città-stato del Singapore infatti dopo aver subito un terremoto furono testimoni di questo strano evento. Le iscrizioni tramandate fino a noi raccontano che le persone raccoglievano il pesce in secchi lasciati fuori dalla porta, sembrava un modo del cielo per scusarsi del terremoto provocato. Non basterebbe un video intero per riuscire a nominare tutte le precipitazioni in massa di animali riguardanti rospi e pesci nell’arco della nostra storia. La maggior parte degli animali muore a causa dell’impatto violento quando si schianta a terra, ma una percentuale sopravvive alla caduta. Sono stati riportati anche casi molto particolari dove questi animali erano totalmente congelati o avvolti da un involucro di ghiaccio. Una delle storie più diffuse a riguardo è che nel 1997 un pescatore giapponese venne colpito da un calamaro surgelato proprio sulla testa. Lo sfortunato nipponico rimase senza sensi per diversi giorni e riportò anche danni cerebrali. Se pensiamo a un calamaro surgelato che arriva da chissà quale altezza in caduta libera si potrebbe anche dire che, nella sfortuna, gli è andata anche bene. La storia ci insegna però che non sono caduti dal cielo solo anfibi e pesci, infatti come abbiamo detto all’inizio sono precipitati a terra in diverse parti del mondo anche altri animali più strani e pericolosi. A partire da questo punto alcuni di voi, soprattutto coloro che soffrono di  aracnofobia o di ofidiofobia potrebbero avere un attacco d’ansia nei prossimi minuti… Siete stati avvertiti.

Una buona percentuale di queste tempeste di animali vede come protagonisti velenosi ragni e serpenti, inoltre la maggior parte di queste testimonianze sono molto recenti: Nella città Australiana di Goulburn, ad esempio, sia nel 2012 che nel 2015 si è verificato il fenomeno noto come “Capelli d’angelo”, che a differenza del nome, non è un fenomeno gradevole nella quale essere coinvolti in prima persona. Gli scienziati in realtà raccontano che questo fenomeno sia legato ad alcune specie di ragni migratori i quali per poter riprodursi e diffondersi in nuovi territori adottano la tecnica del “ballooning” o “floating”, ovvero si riuniscono in punti particolarmente elevati e lanciano letteralmente in aria fiotti di setta affidandosi poi alla forza del vento che li trasporta anche per chilometri fino a giungere in un nuovo territorio. Questo fenomeno non è per niente raro infatti alcuni di voi l’avranno visto nelle campagne, ma sicuramente fa più scalpore quando questi aracnidi cadono nelle zone abitate. Altre tempeste di questo genere si sono verificate nel Texas nel 2013 e in Brasile e Argentina nel 2007. Queste sono altre immagini reali riprese nei paesi americani. Ma se invece di minuscoli ragnetti piovessero enormi serpenti neri? Lo scenario sicuramente sarebbe come quello che i cittadini nel Sud di Memphis, Stati Uniti, hanno visto verso la fine di gennaio del 1877. I giornali dell’epoca narrano di un diluvio vero e proprio di serpenti neri che avevano una lunghezza anche di 45 centimetri. Questi rettili squamati avevano letteralmente invaso le strade di questa città del Tennessee. C’e n’erano così tanti che la maggior parte di essi era intrecciata fra loro in un miscuglio di squame e viscidume che si trascinava per le strade come se fosse un fiume nero in piena durante una pioggia torrenziale.

A partire da questo punto però inizieremo a parlare di un altro fenomeno inquietante e per fortuna anche meno frequente. Uno dei casi più famosi a livello mondiale di questa categoria per altro è accaduta proprio in Italia e precisamente a Messignadi, un piccolo centro abitato della Calabria. Stiamo parlando della pioggia di sangue e carne. Proprio come avete sentito, nel 1890 si è verificata una precipitazione di pezzi di carni macellate e sangue che hanno inzuppando gli increduli abitanti di un color scarlatto. A quanto pare si era trattata di una pioggia di sangue e carni di uccelli, provocata secondo gli studiosi con tutta probabilità dalla macellazione di alcuni pennuti avvenuta a causa di forti venti in quota. Non si sa tuttavia dove siano finiti ossa, muscoli e piumaggio. Un fenomeno di questa categoria più recente si è verificato in Colombia, nel villaggio chiamato La Sierra Bagadó, nel 2008. La spiegazione scientifica a tutte queste bizzarre precipitazioni però sarebbe una sola, ovvero che questa particolare tipologia di precipitazioni si verifica quando, nelle zone interessate, sono presenti fenomeni violenti di temporali accompagnati da trombe d’aria o forti raffiche di vento. I mulinelli creati dal vento, passando sulla superficie di mari, laghi o stagni, oltre a risucchiare l’acqua come abitualmente accade, portano con sé anche alcune delle forme di vita presenti nel luogo specifico. In base alla forza e alla velocità del vento si possono verificare poi situazioni diverse. Se il vento è così impetuoso da trascinare gli animali nelle zone più alte dell’atmosfera, si assiste a piogge di animali morti, congelati o inglobati in blocchi di ghiaccio o, addirittura, a brandelli di pelle e carne come nel caso di precipitazioni di sangue. Se invece le raffiche sono un po’ meno intense e non toccano altezze così elevate, spesso accade che gli animali cadano dal cielo ancora vivi. Solo un aspetto di questi fenomeni rimane ancora un mistero, ovvero la ragione per cui si verificano precipitazioni di un’unica specie di animali alla volta.

Se siete interessati a vedere dal vivo uno di questi fenomeni vi consigliamo di andare nell’Honduras, nella città di Yoro. Qui tra maggio e luglio si verifica la famigerata “lluvia de peces” (da leggere come  “gliuvia de peses”) ossia la pioggia dei pesci, un fenomeno che avviene ogni anno da più di un secolo ormai, tanto che ora fa parte del folklore nazionale dell’honduras. Però fate attenzione perché quello che cade dal cielo… potrebbe anche mordervi!

 
 

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Devil’s Kettle – Il misterioso Bollitore del Diavolo

Devil’s Kettle – Il misterioso Bollitore del Diavolo

Sul nostro pianeta ci sono luoghi molto strani e bizzarri, alcuni di essi presentano una morfologia e un aspetto completamente fuori dal normale tanto da sembrare paesaggi degni di libri di fantascienza. Alcuni di questi paesaggi però sono tanto belli e intriganti quanto pericolosi e mortali, si… perché la natura ha un modo tutto suo di avvertirci dei pericoli. Uno dei luoghi più affascinanti del nostro mondo si trova nel Judge C.R. Magney State Park, nello stato del Minnesota, Stati Uniti. Qui in mezzo a quello che sembra un bosco qualsiasi si trova il Devil’s Kettle ovvero il “Bollitore del diavolo”, una cascata unica in tutto il pianeta terra le cui caratteristiche sfidano tutte le leggi della fisica e della logica.

Il fiume Brule prende vita a partire dal Lago Vista e percorre circa 65 km prima di sfociare nel Lago Superior. Durante tutto il suo percorso ci sono una serie di cascate, ma una di esse spicca fra tutte perché si tratta di un vero e proprio mistero senza spiegazione. Proprio così, il Devil’s Kettle è un buco enorme che inghiottisce una di queste cascate, infatti il fiume Brule, a circa 2,4 chilometri prima di arrivare al lago Superior, raggiunge una biforcazione causata da un’enorme riolite, ovvero una roccia vulcanica molto dura, qui il fiume si divide in due; la metà di destra, dopo una caduta di qualche decina di metri, raggiunge il lago Superior, mentre l’altra metà cade nel Devil’s Kettle e la sua fine è un vero e proprio mistero. Nessuno conosce quanto sia profondo questo buco o dove finisce tutta l’acqua che durante anni, decenni e secoli ha ininterrottamente continuato a scorrervi dentro. Per questo motivo il Devil’s Kettle viene considerato come il più grande mistero che tutti i geologi vorrebbero risolvere.

Le persone del luogo hanno buttato dentro questo pozzo senza fondo di tutto e di più sia per curiosità sia per disfarsi di oggetti obsoleti, tanto che considerano questa voragine come un’enorme creatura che divora qualsiasi cosa vi cada dentro. Una delle storie locali più note è che sia stata buttata dentro perfino un’automobile, ma si tratta probabilmente solo di una leggenda anche perché queste cascate sono raggiungibili solo a piedi dato il tortuoso labirinto di fauna e flora del parco. Quello che invece non è una leggenda sono le numerose persone che sono cadute qui dentro e non sono mai state più viste.

Diverse sono le persone scomparse in questa foresta, soprattutto le autorità riferiscono di turisti scomparsi nel nulla. Una delle ipotesi più macabre e purtroppo anche quella più probabile prevede come scenario che le persone che non conoscono queste terre, trovandosi di fronte a quello che sembrerebbe un’affascinante piscina naturale, si tuffano senza troppi pensieri salvo poi rendersi conto che le correnti sono incredibilmente forti e quando ormai è troppo tardi per opporre resistenza, vengono trascinati in fondo nelle profondità ignote della terra, giù nelle sue viscere più mistiche e scure. Ovviamente queste sono persone ufficialmente scomparse, i loro cadaveri non sono mai stati veramente trovati, ma le autorità sanno che questa è una spiegazione più che plausibile a queste scomparse.

Ma dunque dove finisce una metà del fiume Brule? La risposta più ovvia suggerita dalla logica dice che tutta quell’acqua dovrebbe uscire da qualche parte nel Lago Superior, tuttavia non è mai stata dimostrata tale evenienza. Innanzitutto i geologi esperti dicono che la teoria di un fiume che scorre sotto terra, fino ad arrivare da qualche parte nel Lago Superior, è a dir poco inaudita perché per contenere l’incredibile portata del fiume Brule, dovrebbe esistere una grotta sotterranea ampia e profonda, eventualità molto rara che si verifica solo quando ci sono alcuni tipi di rocce cosiddette “morbide” come il calcare. Nel nord del Minnesota invece le rocce che si trovano sono molto dure, sono così dure infatti da resistere all’erosione stessa del fiume in superficie. Le rocce in questa zona sono il basalto e la riolite, come abbiamo detto prima si tratta di rocce molto dure di origine vulcanica, tuttavia esiste l’eventualità che negli strati più profondi queste rocce subiscano un’azione tettonica con così tanta intensità da schiacciare interi strati rocciosi sotterranei, creando un’ambiente molto più permeabile per l’acqua. Anche con tutti questi fattori a favore però sussiste un aspetto importante ovvero che durante le stagioni di pioggia spesso si scatenano temporali violenti in questa zona, addirittura molti alberi vengono abbattuti dalla furia dei venti e finiscono per essere trascinati per diversi chilometri dal fiume e parte di questi detriti finiscono proprio nel Devil’s Kettle, dunque il percorso sotterraneo dovrebbe riempirsi in qualche modo ma non è mai successo in tutta la sua storia, sembra che tutto ciò che attraversa questo buco semplicemente sparisca nel nulla più assoluto, come se si trattasse di un buco nero.

John C. Green, un geologo di fama internazionale, suggerisce che l’ipotesi sostenuta da molti, ossia che milioni di anni fa un tubo di lava potrebbe essersi formato nello strato di basalto sotto terra e ora viene percorso dall’acqua del fiume, non sia possibile perché il tipo di sottosuolo in questa zona del Minnesota non ha formazioni cave di quel genere e poi perché quel tipo di canali di lava si formano solo con alcuni tipi di rocce ma mai con le rioliti che è la roccia più diffusa della zona. Inoltre dalle analisi del sottosuolo non sono mai state riscontrati tali canali. Gli studiosi ormai senza poter più fare ipotesi a riguardo, nel disperato tentativo di scoprire dove si versa tutta quell’acqua fecero negli anni diverse prove. Sono stati lanciati dentro il Devil’s Kettle i più svariati oggetti e liquidi nella speranza di rivederli riemergere da qualche altra parte del parco e così risolvere l’enigma. In questa voragine sono state buttate palline da ping pong, galleggianti di ogni genere, dispositivi con GPS incorporati, liquidi colorati e molto molto altro. Ovviamente tutti tentativi falliti  perché le palline da ping pong non sono mai riemerse e i segnali dei GPS si interrompono dopo pochi minuti.

La parola mistero non è mai stata così tanto appropriata anche perché ancora oggi con tutti i mezzi tecnologici a disposizione e con tutti gli avanzamenti scientifici non si è ancora scoperto dove questa voragine porti. Si sa solo che tutto ciò che vi entra non uscirà mai più.

 
 

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Volti di Bélmez – Facce comparse dal nulla

Volti di Bélmez – Facce comparse dal nulla

Soleggiata, temperata e protesa nel Mar Mediterraneo, l’Andalusia è l’incarnazione del fascino del Sud spagnolo. La provincia di Jaén, lungo il confine nord-orientale dell’Andalusia, è la culla della produzione dell’olio d’oliva in Spagna e ogni anno attira numerosi visitatori locali ed esteri. Tuttavia tra i suggestivi paesaggi che quei luoghi offrono, immerso in alcune cime rocciose, vi è un villaggio con una fama alquanto sinistra.

Bélmez de la Moraleda ha una popolazione di circa 4.000 persone. La mattina del 23 agosto 1971 María Gómez Pereira andò, come ogni mattina, in cucina a preparare la colazione per la famiglia quando notò una macchia insolita sul pavimento di cemento della sua cucina. Inizialmente non ci fece molto caso, forse era solo il sole che filtrava dalla finestra o forse un gioco di ombre, inoltre quella era una casa molto vecchia e l’insorgere di muffa non era un evento poi così strano, tuttavia il giorno dopo si oscurò acquisendo lentamente una forma particolare, forma che infine rivelò il volto sofferente di un uomo. María era una donna di chiesa, per questo più fissava quella figura più le sembrava di vedere il volto afflitto di Gesù Cristo. Spaventata, in preda agli incubi, con il terrore di essere vittima di una qualche punizione divina, María cercò di lavare e sfregare via ripetutamente quel volto inquietante che si era stampato sul pavimento, ma senza ottenere alcun risultato. La faccia rimaneva sempre lì, quasi ad osservare la donna. A quel punto intervenne il marito che decise di agire drasticamente. Con l’aiuto del figlio, con un piccone distrusse quella porzione di pavimento, dopodiché con una nuova gettata di cemento finalmente tutto era tornato come prima, come nuovo… questo fino a quando il volto non ricomparve una settimana più tardi.

Questa strana storia si diffuse rapidamente nella piccola cittadina. I vicini si fermarono per ispezionare quel fenomeno in casa Pereira e presto la famiglia divenne il centro dell’attenzione. Tutto ciò che loro volevano tuttavia era porre fine a qualunque forza maligna si fosse insinuata in casa loro, ma prima che potessero distruggere il volto per la seconda volta, il sindaco della cittadina dichiarò che il sito doveva essere scavato per ulteriori studi. Gli scavi andarono molto in profondità rimuovendo il pavimento di cemento e le antiche fondazioni sottostanti. Dallo scavo iniziarono a emergere ossa sparse. Ossa umane. Certo nessuno si aspettava di trovare quello che in realtà giaceva a metri di profondità sotto la cucina. Vennero ritrovati due scheletri decapitati, delle teste nessuna traccia. Dobbiamo sottolineare che quella casa venne edificata su un terreno che tempo prima aveva ospitato parte del cimitero della locale Chiesa Cattolica, un terreno di sepoltura che addirittura risaliva all’epoca romana. I cadaveri vennero riesumati e sottoposti a diversi studi al termine dei quali si concluse che quei corpi erano risalenti al tredicesimo secolo. Infine ai resti venne data una sepoltura dignitosa con rito cattolico al cimitero locale. Gli scavi terminarono, la buca riempita e la cucina ricostruita. Ovviamente la presenza di quegli scheletri senza testa non rassicurò per niente la famiglia che credeva di essere vittima di una sorta di maledizione. Non molto tempo dopo nuovi visi riemersero.

Ormai la notizia dei volti di Bélmez si diffuse ben oltre i confini della cittadina di montagna, attirando numerosi ricercatori in lungo e in largo. Sacerdoti, giornalisti e ricercatori del paranormale percorrevano decine, centinaia di chilometri per visitare quel villaggio un tempo sconosciuto a molti, nella speranza di assistere alla comparsa di un volto. Nel 1972 il parapsicologo tedesco Dr. Hans Bender, dopo aver visto di persona il fenomeno dei volti di Bélmez, lo sancì come l’evento paranormale più importante del secolo. Intanto, i volti persistevano. Alcuni sembravano persino essere capaci di spostarsi e cambiare posizione anche mentre erano sotto esame di esperti, mutando addirittura espressione. Alcuni si dissolvevano e negli spazi lasciati vuoti apparivano nuovi volti a prendere il loro posto.

Col passare del tempo il fenomeno si ampliò a dismisura e sul pavimento apparvero anche nudi femminili. Le figure aumentavano e di pari passo si moltiplicavano anche i testimoni. Molti associarono i volti di Bélmez ad apparizioni religiose, così soprattutto la domenica intere folle visitavano quella casa con picchi di 20.000 persone al giorno, un numero enorme considerando che il paese non contava nemmeno 4.000 persone. A questo punto partì un’indagine su larga scala capeggiata dal parapsicologo German de Argumosa. I ricercatori fotografarono il pavimento della cucina mappandolo minuziosamente prima di coprirlo con un panno e sigillandolo con la cera al fine di evitare ogni genere di manomissione. Un notaio locale si trovava come testimone quando la cucina venne sigillata. Tre mesi dopo riaprirono la cucina e ciò che scoprirono ebbe dell’incredibile! Senza che nessuno potesse inquinare in qualche modo le prove, i volti si erano spostati e trasformati. Come resoconto finale dell’indagine non si arrivò a un bel niente, non venne fornita alcuna spiegazione sull’esistenza dei volti di Bélmez. Arrivati a questo punto l’ipotesi paranormale sembrava incredibilmente quella più plausibile anche se gli scettici più convinti continuavano a negare e addirittura accusarono di complicità con i presunti imbroglioni sia Argumosa che Bender.

Furono numerose le ipotesi emerse successivamente. Quella che spicca tra le altre spiega come protagonista il nitrato d’argento, una sostanza in grado di scurirsi in seguito all’esposizione alla luce solare. Questa spiegazione chiarirebbe tra l’altro l’assenza di pigmenti, oltre al dato non certo trascurabile che i volti siano comparsi anche a stanza sigillata. Infine la pareidolia avrebbe fatto il resto. La pareidolia non è nient’altro che un’illusione subcosciente che tende a ricondurre oggetti o profili dalla forma casuale a forme note, in particolare volti. Questa è la spiegazione scientifica, non mancano tutta una serie di ipotesi paranormali, tra cui quella della “fotografia del pensiero” che ritiene che i volti siano una manifestazione fisica dei pensieri e delle emozioni di Marìa. Come un catalizzatore, la psiche della donna avrebbe generato quelle espressioni contorte sul pavimento. Cambiavano in base ai suoi umori e desideri, sarebbero scomparse solo quando Maria non avrebbe abitato più in quella casa. Nel 2004 María morì all’età di 85 anni e con la sua scomparsa molti sensitivi accorsero a Bélmez per vedere se quella teoria fosse vera, se con la morte di Maria quei volti sarebbero scomparsi, ma così non fu e nuovi volti apparvero.

I media spagnoli rimangono ancora oggi affascinati dai volti di Bélmez. Oggi c’è chi sostiene che l’intero fenomeno fosse una bufala architettata dal figlio di Maria, Diego. Se queste forme siano la manifestazione di espressioni addolorate di anime perdute, dipinti di un truffatore o un trucco dell’immaginazione, nessuno oggi riesce a fornire una risposta definitiva e soddisfacente. Solo una cosa è certa: gli occhi vuoti di quei volti continuano a scrutare dal basso.

 
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Pubblicato da su 13 febbraio 2017 in Casi macabri e misteriosi

 

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