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Miniera Jarvis – “Qualcosa ha ucciso il mio cane!”

Miniera Jarvis – “Qualcosa ha ucciso il mio cane!”

Molte persone decidono di fare delle esplorazioni in luoghi abbandonati o addirittura mai esplorati prima e questo si potrebbe dire che è uno degli hobby più rischiosi del mondo perché in questi luoghi non più abitati di solito si trovano ogni genere di cose, da vecchi oggetti lasciati dalle persone che ci abitavano, fino a cadaveri di animali o nei casi più inquietanti, cadaveri umani… ed è proprio per questo genere di cose che su YouTube e su altre piattaforme proliferano questi tipi di video, di persone che si addentrano accompagnati da qualcuno o addirittura da soli nei luoghi più improbabili e pericolosi. Fabbriche, case, cimiteri, catacombe, sono solo alcuni di questi luoghi, non occorre aggiungere che la maggior parte di questi video vengono fatti durante la notte, sia perché spesso le autorità vietano questi tipi di esplorazioni e quindi di giorno è più difficile realizzarli, che per il valore stesso dei filmati i quali, se realizzati di notte, viene aggiunta di certo una componente importante e affascinante: il brivido.

In questo video parleremo di una persona che aveva deciso di fare una di queste esplorazioni e per sua sfortuna è finita in un modo del tutto inaspettato. Il protagonista di questa storia si fa chiamare Stan e spiega nel suo blog, aperto nel 2009, che è una persona a cui piacciono le avventure e stare all’aperto e poche righe dopo aggiunge: “Decisi di aprire questo blog perché la mia cagnolina è stata uccisa in questa miniera…” e prosegue il suo racconto con queste parole: “Non riesco a trovare molta attenzione a riguardo, sto cercando in tutti i modi di far conoscere questa storia. Ho provato a chiamare i ranger forestali, la BLM, lo sceriffo locale ma nulla. Le persone credono che sia pazzo. Non lo faccio per me, lo faccio per tutti voi là fuori. Il mio cane è morto, niente mi riporterà indietro la mia Millie e se qualcuno di voi decidesse di entrare in quella miniera non tornerà mai più, sto cercando di avvertirvi del pericolo.”

Stando alle sue parole, Stan è una persona che solitamente faceva delle passeggiate ed esplorazioni nei dintorni del Colorado. In questo stato americano ci sono una serie di miniere totalmente abbandonate, circa 23.000 secondo le stime svolte dai geologi del Colorado Geological Survey. Una di queste miniere, secondo il suo racconto, sarebbe quella di Jarvis. Con sommo rammarico, Stan, scrive che durante una di queste sue esplorazioni insieme alla sua fidata compagna, un labrador di nome Millie, si imbatté in questa vecchia miniera abbandonata. Padrone e fidato animale, ormai giunti verso la fine di una lunga giornata di escursioni sulle rocce del canyon, erano stanchi e affamati, ma quando l’avventura chiama è difficile resistergli, così i due si addentrarono nelle fauci della miniera. Stan però non si sentiva molto al sicuro e aveva dei brividi in quello spazio ristretto, quindi dopo aver percorso una decina di metri decise di fermarsi e di mangiare qualcosa prima di uscire e riprendere la sua strada, ma mentre cercava di prendere gli snack per nutrirsi, Millie che per tutto il tempo era rimasta insieme a lui iniziò ad innervosirsi. Continuava ad osservare l’oscurità della miniera, come se percepisse qualcuno. Dopo qualche secondo di tensione Millie iniziò a muoversi verso l’oscurità, Stan tentò di attirare l’attenzione dell’animale ma fu tutto inutile. Millie continuò la sua corsa ad una velocità sempre superiore, quindi Stan ormai spaventato iniziò a correre cercando di illuminare con la torcia il percorso e poco a poco vide l’animale allontanarsi sempre di più, fino a perdersi completamente nel buio più assoluto.

A questo punto Stan ammette che per la paura stava andando fuori di testa e per poco non perse il controllo dei suoi nervi. Si fermò di colpo, il tono della sua voce era diventato molto acuto quasi isterico mentre disperatamente chiamava Millie, poi dalle profondità del buio sentì abbaiare la cagnolina e ritrovando il coraggio di proseguire decise di seguire quel suono familiare sperando solo di riprendere Millie e uscire il più in fretta possibile, ma quel suono iniziò ad allontanarsi sempre di più. La sua cagnolina continuava ad addentrarsi in quelle viscere di rocce e Stan con la sua torcia cercava disperatamente di illuminare l’oscuro passaggio. Mentre si avvicinava, ad intermittenza riusciva a scorgere Millie grazie alla luce artificiale, poi di nuovo perse le sue tracce. Ormai in una corsa quasi disperata e alla cieca riuscì a raggiungere un punto dove Millie sembrava essersi distesa per terra dietro un sostegno di legno. Sentiva il suo respiro affannoso e impaurito. Avvicinandosi sempre di più Stan racconta che vide molto sangue per terra e poi successe qualcosa che l’avrebbe tormentato per il resto dei suoi giorni. Iniziò a sentire la presenza di qualcosa che egli stesso definisce non umano, come se si trattasse di una creatura, successivamente sentì un suono orrendo, che si avvicina più ad un grugnito che a qualunque altra cosa e completamente impaurito iniziò a correre con tutte le sue forze, per paura non si voltò mai indietro. Stan scrive sul suo blog che dopo essere fuggito, per la paura montò sul suo camion e guidò fino alla città più vicina che si trovava a 50 miglia. Cercò di richiamare l’attenzione delle persone, sia delle autorità che dei cittadini del posto, ma nessuno sembrava molto contento di sentire il suo racconto. Le poche informazioni che riuscì a ricavare furono che la miniera si chiamava “Jarvis Mine” e conclude il suo post dicendo che non crede nei fantasmi o roba del genere, ma vuole solo scoprire che cosa ci sia là sotto e se qualcuno, specialmente se è della zona, dovesse leggere la sua pubblicazione e sapesse qualcosa è pregato di contattarlo.

Passarono alcuni mesi prima che Stan prese la decisione di pubblicare un nuovo post e questa volta era riuscito a rimediare informazioni più dettagliate sulla miniera Jarvis. Come spesso succede in questi casi però le nuove informazioni raccolte sono così sconfortanti che le probabilità di trovare viva la sua cagnolina sono pressoché nulle… “Ho finalmente trovato prove concrete riguardo l’omicidio nella miniera Jarvis… Scavando negli archivi della contea ho trovato questi due articoli di giornale, scusate per la qualità delle immagini ma ho dovuto fare delle foto con i mezzi a mia disposizione perché non mi era concesso portarli fuori, inoltre i giornali stessi erano già molto deteriorati. Questa storia è veramente pazzesca.“. Nel suo post allega delle immagini molto sfuocate di giornali datati risalenti ai primi del 900, seppur in stato avanzato di deterioramento si possono leggere con molta chiarezza gli inquietanti titoli. Una di quelle fotografie di giornale risale al 27 ottobre 1909 e parla delle origini della miniera Jarvis e di un feroce omicidio.

Stando alle parole scritte direttamente da Stan, William Jarvis era il proprietario della miniera. William inizialmente aveva avuto un accordo con la compagnia mineraria di San Francisco per poter estrarre l’oro. Per circa cinque anni William, le sue figlie e sua moglie riuscirono a vivere una vita modesta ma tranquilla, poi per pura disgrazia egli trovò un vero e proprio tesoro nascosto nelle profondità rocciose. William che era un uomo molto fortunato ma anche molto astuto sapeva dove scavare e il suo fiuto per quelle rocce dorate lo portarono a scoprire una delle vene dorate più ricche di tutto lo stato. Ben presto strane persone si presentarono a casa sua, persone che cercarono in tutti i modi di spaventarlo, speculazioni dell’epoca parlano di veri e propri gangster pagati dalla compagnia per cercare di mandare via la sua famiglia. William però non scappò mai dalla sua terra, così i soggetti loschi decisero che era giunta l’ora di farlo fuori. Un giorno un gruppo di uomini armati giunse a casa sua, quando sua moglie andò ad aprire la porta la uccisero con un colpo violento in testa, poi presero le sue figlie e le portarono insieme a lui dentro la miniera e nella parte più scura e profonda decisero di violentarle obbligando Jarvis a osservare tale aberrazione, poi legarono le sue figlie insieme a lui e fecero esplodere la miniera a colpi di dinamite. William venne sepolto vivo insieme alle sue figlie. Da allora la miniera Jarvis è stata legata a fatti molto strani, leggende popolari tramandate dalla popolazione locale raccontano di diversi episodi funesti accaduti dentro la miniera. La compagnia infatti, dopo aver messo i propri uomini a lavorare dentro la miniera, perse così tanti soldi e vite umane che ha dovuto chiuderla in breve tempo. A testimoniare queste inspiegabili morti sono rimasti pochi giornali. La miniera Jarvis si dice sia fonte di una maledizione e nessuno che vi entra è il benvenuto.

Dopo qualche mese diverse persone iniziarono a scrivere sul blog di Stan, molti dei quali dichiaravano di aver già sentito questa storia ma per lo più si trattava di leggende metropolitane e non sapevano che fosse realmente accaduta una cosa del genere. Altre persone criticavano la sua scelta di abbandonare la miniera lasciando indietro l’animale ferito. Stan cercò in tutti i modi di giustificarsi dichiarando di aver avuto così tanta paura che temette di morire. Uno degli utenti però prese la faccenda seriamente e scrisse che non solo era della zona, ma aveva sempre avuto una certa curiosità riguardo questa miniera e presto sarebbe andato di persona a verificare se fosse tutto reale. Stan cercò in tutti i modi di persuaderlo a lasciar perdere e dopo questo post non si seppe più nulla né di Stan né dell’utente che voleva vedere con i propri occhi l’interno della miniera….

Questo blog rappresenta un mistero, alcuni dicono che sia solo una pubblicità per un film uscito nel 2013 chiamato “miniera abbandonata”, ma se fosse così il filmato sarebbe diventato virale, cosa che invece non è stato e poi per quale motivo fare un intero blog per promuovere un film e poi quattro anni dopo far uscire un film senza nemmeno nominare tale storia? Ci sono parecchie incongruenze qualunque sia l’ipotesi fatta, ma sicuramente visitare di persona la minerà Jarvis non è la soluzione appropriata per scoprirlo. Infatti se cercate di avventurarvi in una qualunque miniera abbandonata, fra serpenti, ragni, dinamite non ancora esplosa e gas tossici… Le entità paranormali saranno gli ultimi dei vostri pensieri….

 
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Pubblicato da su 21 marzo 2017 in Maledizioni

 

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Tavola Ouija – Il Caso della Calle Cañitas

Tavola Ouija – Il Caso della Calle Cañitas

Quella che viene conosciuta come una delle storie legate alla tavola Ouija più terrificanti che siano mai esistite viene spesso presa in considerazione dai demonologi più esperti anche come quella che ha causato in assoluto più danni e sofferenze di tutte. Tutto ebbe inizio una maledetta notte di maggio del 1982. Nel cuore di questa notte molto silenziosa, come un urlo di disperazione, il telefono di padre Thomas iniziò a squillare insistentemente… di solito erano poche le volte che il telefono squillava dato a Città del Messico padre Thomas di solito veniva sollecitato quasi sempre di persona, ma quella telefonata era una richiesta di soccorso, un’emergenza vera e propria. Quando padre Thomas alzò la cornetta del telefono si sentivano urla di paura in sottofondo mentre una voce molto turbata e quasi isterica chiedeva aiuto. Poche furono le parole che il padre riuscì a captare dato che quella persona disperata non sembrava nemmeno in grado di formulare una frase di senso compiuto. Dopo qualche minuto finalmente, Carlos Trejo, il ragazzo che si trovava dall’altra parte del telefono, riuscì a controllarsi e iniziò a raccontare il motivo della telefonata. Egli disse “Padre, abbiamo bisogno di lei… il male… il male si trova in questa casa per colpa nostra… Deve venire qui subito, abbiamo bisogno di lei o moriremo tutti”.

Carlos Trejo, disse che quello che era cominciato come un gioco con una tavola Ouija era diventato in breve tempo un incubo con il manifestarsi di entità che stavano tormentando in quel momento lui e un gruppo di amici. Padre Thomas ascoltò tutto il racconto e poi disse che si sarebbe recato l’indomani a benedire la casa e per il momento gli raccomandò di lasciare una bibbia aperta davanti alla propria porta, ma quello che padre Thomas non sapeva era che non avrebbe mai visitato quella casa e nessun’altra casa in vita sua… Infatti qualche ora dopo la terribile telefonata, proprio mentre si preparava per andare a trovare quelle persone, per qualche ragione ancora sconosciuta, scivolò giù dalle scale cadendo così rovinosamente da procurargli danni cerebrali e quindi la morte, mentre in quello stesso momento, stando ai racconti di diversi testimoni, una bibbia lasciata sulla porta della casa situata al numero 51 della Calle Cañitas iniziava a sanguinare copiosamente. Padre Thomas fu la prima vittima di quella che viene conosciuta come la maledizione della Calle Cañitas.

Le origini di questa storia nascono dal desiderio di mettersi in contatto con una persona cara attraverso la tavola Ouija. Norma, sorella di Carlos infatti qualche mese prima aveva tentato di contattare il suo ex fidanzato morto, senza però ottenere alcun risultato, così durante una notte di festa tra amici decisero di invocare lo spirito di questa persona. Inizialmente erano tutti d’accordo nel fare uno scherzo pesante a Norma facendo finta di essere posseduti, quindi riuniti in cerchio e con solo una candela a fare da lume iniziarono il rituale che li avrebbe spediti tutti in un baratro maledetto di morte, paura e follia per il resto dei loro giorni.

Quella sera avevano bevuto tutti e così il gruppo di amici tra risate e alcool decise di utilizzare la tavola Ouija come un gioco. Inizialmente fecero la domanda di rito, ossia se qualche spirito si trovasse nella stanza. Mentre il bicchiere si spostava verso la scritta “Sì”, diverse furono le persone che iniziarono a sorridere. Successivamente Norma chiese di mettersi in contatto con il suo ex ragazzo e passarono diversi minuti prima che il bicchiere ricominciasse a spostarsi, ma le risposte non avevano alcun senso, anzi, non sembravano nemmeno delle risposte… Sembravano minacce verso gli amici di Norma, come “Non si ride dei morti” e “Non scherzate col diavolo”. Piano piano l’atmosfera si fece gelida nella stanza e gli invitati con occhi incerti iniziarono a guardarsi a vicenda non ridendo più, inoltre in una delle stanze il vento aveva aperto una finestra e si sentiva il fruscio delle foglie e lo sbattere costante della finestra stessa. I fratelli più piccoli di Norma, Jorge e Luis che all’epoca avevano 12 e 14 anni cercarono di chiuderla ma dissero che ogni volta si riapriva da sola, ad ogni modo il rituale andava sempre avanti e Norma chiese di nuovo se fosse lì con loro il suo ex. Il bicchiere a quel punto iniziò a spostarsi tra le lettere della tavola fino a formare la frase: “Non sono il tuo ragazzo ma ora sarò sempre con te. Ora sono dentro Emanuel”. Tutti sbalorditi iniziarono a guardare Emanuel, l’attuale fidanzato di Norma, il quale forse in preda alla paura o a chissà cosa si accasciò a terra iniziando a tremare, alcuni credettero che fosse parte dello scherzo pensato inizialmente ma quando videro che le convulsioni non si fermavano, impauriti iniziarono ad urlare.

Carlos disperato chiamò subito padre Thomas, senza però ottenere un aiuto immediato ma solo la promessa di una benedizione per il giorno dopo. Disperati cercarono soccorso svegliando anche i vicini i quali raccontano che Emanuel si trovava in mezzo alla stanza mentre gli altri ragazzi cercavano di tenerlo fermo. I dettagli più inquietanti, raccolti anche dai giornali dell’epoca, raccontano che i vicini ascoltarono Emanuel urlare cose alquanto orribili nei confronti di tutti i presenti con una voce descritta come “sdoppiata” in particolare la frase che colpì tutti fu: “Non potete fermare quello che avete scatenato” e poi Emanuel con una forza sovrumana si liberò dalla presa iniziando a sbattere la testa contro il muro in modo violento finché non venne placcato di nuovo. Successivamente perse i sensi e vennero chiamate la polizia e l’ambulanza per gli accertamenti. Al suo risveglio Emanuel disse di non ricordare nulla ma solo di essersi accasciato a terra e poi essersi risvegliato in ospedale, così quello che era nato come uno scherzo con la tavola Ouija aveva segnato per sempre i loro destini. Infatti la vita dei Trejo e dei loro amici fu sconvolta da una serie di avvenimenti ritenuti alquanto strani, bizzarri e in qualche modo collegati con l’esperienza paranormale vissuta durante quella maledetta notte.

Al numero 51 della Calle Cañitas, iniziarono ad accadere cose strane e che gli stessi vicini testimoniarono ai mezzi locali prima e nazionali dopo. Nella casa di Carlos a qualunque ora del giorno si sentivano rumori, bisbigli e finestre che si aprivano da sole. Diverse volte la famiglia Trejo cercò di liberarsi da questo male attraverso esorcismi della casa e benedizioni di ogni genere ma i risultati furono sempre gli stessi, dopo qualche mese i fenomeni ricominciavano da capo e con più intensità. Gli oggetti iniziarono a spostarsi da soli, le figure sacre sanguinavano fino ad arrivare a quello che viene descritto da Carlos come la cosa più paurosa mai vista in vita loro. I membri della famiglia Trejo iniziarono ad osservare con la coda dell’occhio una figura nera ed incappucciata che si muoveva attraverso i muri e si spostava nel soffitto. Viene descritta come un’ombra che li inseguiva sempre. Norma in particolare disse che durante la notte quando arrivava l’ora di dormire mentre lei era sdraiata, nel buio, vedeva questa figura scura che sembrava avere degli artigli e che si trovava proprio sopra la sua testa. Spesso appena si sdraiava chiudeva gli occhi pur di non vedere più tale mostruosità, ma quando lo faceva sentiva qualcosa di gelido che si avvicinava a lei e le sussurrava all’orecchio una specie di fischio e lei non apriva più gli occhi fino al giorno dopo per paura di trovarsi di fronte quella cosa orribile e impazzire completamente. Le apparizioni di quest’entità divennero sempre più frequenti anche per gli altri membri. Durante quel periodo era normale che qualcuno si svegliasse nel cuore della notte in preda alla paura perché aveva avuto un brutto incubo o perché credeva di aver avuto un incubo. Fatto sta che piano piano quella presenza paranormale iniziò a deteriorare le menti di tutto il vicinato i quali, forse suggestionati, dicevano di vedere durante le notti una persona alta girata di spalle e tutta vestito di nero dinanzi alla porta dei Trejo.

Logorati da questa vicenda, Carlos e la sua famiglia cercarono di scoprire di più sulla storia della casa dato che sembrava essere questa la fonte di tale orrore, quindi grazie a storici e investigatori del paranormale scoprirono che era situata su di un cimitero di monaci di Tacuba appartenenti ad un ordine della santa inquisizione e in quel luogo i monaci avevano torturato con cruenti metodi tutti coloro che erano ritenuti miscredenti e peccatori. La figura incappucciata quindi rappresentava uno di quei monaci che avevano trascorso la loro vita torturando e ammazzando le persone e che non ha gradito essere disturbato. Inoltre lo sciamano avvertì i Trejo che probabilmente l’ente non li avrebbe mai più lasciati in pace e prima o poi sarebbe tornato per finire ciò che loro avevano iniziato.  

Fino a qui questa storia può sembrare tutto sommato solo una delle tante storie horror di possessioni di cui si sentono spesso la cui maggior parte sembra inventata, ma è proprio qui la differenza con qualunque altra storia. In questo caso i giornalisti iniziarono a interessarsi di questa vicenda solo dopo le morti in circostanze strane di tutte le persone implicate con quel rito avvenuto nel 1982. Emanuel fu la seconda vittima accertata. Durante una notte mentre viaggiava con tutta la sua famiglia in una via poco trafficata, per qualche motivo che non è mai stato chiarito, uscì di strada schiantandosi contro un albero. Non si salvò nessuno dei passeggeri, in particolare la morte di Emanuel fu molto lenta a dolorosa in quanto la sua gola venne attraversata dal tergicristallo. Jorge, uno degli amici dei Trejo e che era presente quella fatidica notte, morì nello stesso identico modo di Emanuel: un’incidente d’auto troncò per sempre la sua esistenza. Anche la morte di Fernando, uno dei partecipanti alla sessione di Ouija, avvenne in circostanze misteriose in quanto venne raggiunto alla testa da una pallottola vagante. Sofia, la moglie di Carlos fu colpita da un tumore cerebrale che la portò via per sempre a soli 28 anni, in particolare quest’ultimo avvenimento fu per Carlos un colpo così duro che decise di abbandonare quella casa. In quel periodo così delicato il suo migliore amico Guillermo era il suo unico sfogo e con un po’ di fortuna riuscì anche a trovare qualcuno che era interessato ad acquistare la casa, ma ancora una volta il destino sotto vesti scure travolse di nuovo la vita di Carlos. L’acquirente della casa il giorno in cui doveva firmare le carte morì in un incidente stradale, ma soprattutto il suo migliore amico ebbe un incidente domestico mortale.

Diversi demonologi che visitarono negli anni quella casa subirono destini strani come Sergio che nel 1992, mentre cercava di comunicare con l’entità, fu preda di un infarto cardiaco fulminante. Altri invece impazzirono e si suicidarono come Miguel che nel 1996 si buttò sotto una macchina anche se i giornali dell’epoca parlarono di un incidente più che di un suicidio. Anche Nancy, un’amica di famiglia dei Trejo, nel 1999 si suicidò dopo aver seguito le prime investigazioni del caso. Nel 2000 invece Jorge Trejo, fratello minore di Carlos, morì dopo una violenta possessione… Come avete capito la lista è davvero lunga, si calcola che circa 15 persone siano morte da allora, persone che erano implicate direttamente o indirettamente con la casa numero 51 della ormai tanto famigerata quanto maledetta Calle Cañitas.

Carlos è ancora vivo ed è tornato ad abitare da solo in quella casa che si è portato via tutto quello che aveva e durante un’intervista racconta che ormai si tratta di una questione personale tra lui e quell’entità. Coloro che vogliono visitare la casa sono assolutamente liberi di farlo, il cancello è sempre aperto, al suo ingresso però troverete un cartello che recita: “Vietato parlare di fantasmi, vietato fare foto a Carlos Trejo e vietato fare foto dentro la casa”. L’ultima morte accertata a causa di questa casa è avvenuta nel 2015. Se siete ancora interessati a visitarla la via la conoscete già… Felice Halloween e sogni d’oro.

 
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Pubblicato da su 2 novembre 2016 in Maledizioni

 

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Città del Messico – L’isola delle bambole e la sua macabra storia

Città del Messico – L’isola delle bambole e la sua macabra storia

Il Messico per le tradizioni tanto particolari quanto macabre, per la sua storia e per gli innumerevoli paesaggi naturali, è una delle mete più ambite dai turisti di tutto il mondo e non è una casualità dato che i quasi due milioni di metri quadrati di questa nazione ospitano alcuni dei luoghi più interessanti del pianeta. Molti di questi posti sono legati alle meraviglie millenarie di popoli antichi ormai scomparsi e la cui civiltà per diversi aspetti rimane ancora oggi un mistero, ma ci sono anche altri luoghi in questo paese che non vengono ricordati per la loro storia, ma per i fatti inquietanti e paranormali che vi accadono.

Uno dei luoghi più famosi e vasti per esempio è “La zona del silencio” il cui nome è il degno corollario all’infinità di miti e leggende che si narrano su questo luogo mistico e di cui vi abbiamo parlato in un precedente video, ma in Messico si nascondo ben altri luoghi misteriosi che farebbero rabbrividire anche a chi di solito a queste storie rimane indifferente. Per esempio se vi capita di andare a Città del Messico, capitale stessa di questa nazione, e siete degli appassionati di misteri, vi consigliamo di dare un’occhiata al Callejon del Diablo, in italiano “Vicolo del Diavolo”. Questo vicolo collega la strada di Río Mixcoac e la Campana, ma gli abitanti del luogo dicono che colleghi anche questo con l’altro mondo. Infatti il suo nome non è di certo casuale e nessuno osa metterci piede al calar del sole perché stando ai racconti, se cercate di attraversare il vicolo dopo la mezzanotte, alla fine di questa stradina piccola e scura in un silenzio di tomba vi troverete di fronte Satana in persona e quest’orrida visione vi porterà alla pazzia. Sembra incredibile ma questi racconti sono conditi da dettagli che arrivano addirittura dall’epoca Precolombiana, infatti El Callejon del Diablo esisteva ancor prima dell’arrivo degli spagnoli ed era una strada circondata da alberi molto alti che nascondevano a vista i suoi confini, era una zona che gli Aztechi ritenevano di malaugurio e dove accadevano cose inspiegabili, senz’altro uno dei posti dove una persona non vorrebbe mai trovarsi da sola.

In questo video però vi parleremo di un altro luogo che si trova sempre nella capitale e la cui fama da qualche decennio è diventata mondiale. Fra i canali di Xochimilco, uno dei sedici distretti in cui è divisa Città del Messico, si trova quella che viene chiamata l’isola delle bambole. Il nome non sembra particolarmente inquietante e ricorderebbe perfino quello di un racconto fiabesco, invece dando un’occhiata alle fotografie di questo luogo, le sensazioni provate possono essere diverse. Xochimilco normalmente era nota per i suoi canali pieni di colore e per l’agriturismo; infatti era una meta per i turisti i quali si divertivano a fare dei viaggi sui caratteristici “trajineras”. Ultimamente però, non sono più i suoi paesaggi colorati e pieni di vita ad attirare l’attenzione dei visitatori, ma sono i corpi privi di vita delle bambole impiccate e smembrate che si vedono su una delle isolette di questo canale. L’artefice di questa macabra opera fu Julian Santana Barrera. Quest’uomo verso la metà del 900 decise di trasferirsi in uno di questi isolotti perché la sua ragazza l’aveva abbandonato per un altro uomo, quindi Don Julian si trasferì in una zona il più isolata possibile così da poter arginare il suo dolore in silenzio, lontano dagli occhi indiscreti e dalle lingue taglienti della gente. In questa piccola isola in mezzo al nulla, egli stesso costruì una capanna e si dedicava a coltivare diversi cereali e fiori, i quali successivamente li vendeva nelle cittadine vicine. Aveva uno stile di vita tipico degli eremiti e non parlava con nessuno. Molto riservato il signor Julian quando andava in città portava con se un carrello pieno di cereali e fiori mentre al suo ritorno, il carrello era ancora pieno… Ma di bambole. Il signor Julian infatti dopo aver venduto la sua merce si dedicava a raccogliere tutte le bambole che trovava in città. Nessuno sapeva il perché e chiederglielo era inutile dato che non rispondeva mai a queste domande. Molti lo prendevano per pazzo, un pazzo lavoratore ma sempre un pazzo. La verità della sua storia venne a galla solo quando suo nipote Anastasio decise di parlare, infatti durante gli anni la mente del povero Julian per qualche strana ragione iniziava a sgretolarsi  piano piano come lo stucco di una cattedrale abbandonata, così uno dei suoi familiari, preoccupato per la sua salute fisica e mentale, decise di andare a vivere con lui e aiutarlo nei lavori che il povero Julian non era più in grado di fare.

Anastasio racconta che dopo il 1975 decise di andare a vivere sull’isolotto con suo zio e al suo arrivo si trovò di fronte la prova che il suo consanguineo aveva completamente perso il senno: si materializzò davanti ai suoi occhi un’infinità di bambole decapitate e impalate sugli alberi a conferma delle strane voci della gente che si insinuavano da tempo nelle sue orecchie e che cercava di ignorare. Quando chiese a suo zio il perché di tutto ciò la risposta fu così spiazzante che rimase sbalordito. Secondo Anastasio, suo zio aveva deciso di appendere quelle bambole perché un giorno aveva visto con i suoi occhi, lì nel mezzo del canale, il cadavere di una bambina morta. Tale visione orribile in realtà fu solo l’inizio di una serie di disgrazie che lo accompagnarono da quel giorno fino alla sua morte, infatti Don Julian iniziò a sentire delle voci strane provenire dalle acque scure del canale e diceva anche che qualcuno suonava alla sua porta nel mezzo della notte, ma quando apriva la porta sentiva solo un freddo di tomba e un brivido percorrergli il corpo. Lui sosteneva che l’anima della povera ragazza, probabilmente uccisa in modo orribile, non trovava pace e cercava la sua vendetta su chiunque si trovasse lì vicino. Una mattina vide riemergere dalle acque una bambola e Don Julian prese questo evento come un segno del destino e decise di appenderla, così lo spirito poteva intrattenersi con la bambola e darsi pace. Effettivamente per un periodo di tempo lo spettro aveva smesso di fargli visita nelle notti, ma ben presto, forse stanco di giocare con la bambola, gli eventi paranormali ricominciarono. Così Don Julian aveva iniziato la sua macabra collezione di bambole; per poter tenere a bada gli spiriti che circondano quest’isola.

Anastasio inizialmente prese il suo racconto come il culmine della follia causata dalla solitudine e dal dolore che avevano accompagnato suo zio per buona parte della vita, ma egli stesso subì sulla propria pelle queste esperienze e dovette ricredersi. Anastasio racconta che da quando si era trasferito sull’isola aveva iniziato a sentire dei cambiamenti nella sua personalità, stava sviluppando una specie di mania di persecuzione oltre che  avvertire una strana sensazione, come se le bambole iniziassero ad osservarlo e il più delle volte non riusciva a comprendere se era il vento soave a muoverle o forse era solo la sua immaginazione, eppure secondo l’uomo quegli occhi cupi e vitrei senza vita si aprivano e osservavano proprio lui. Il terrore prendeva il sopravvento quando calava il sole, non osava volgere loro la schiena perché sentiva la paura invadergli il corpo come se in qualunque istante quelle bambole fossero pronte a staccarsi dagli alberi e iniziare a camminare verso di lui. Così anche Anastasio iniziò a sentire quelle vocine accompagnate dal vento che trasportavano una melodia infantile e tetra, sentiva che c’era qualcosa che si muoveva fuori dalla capanna quando andavano a dormire e le cose non erano meglio di giorno perché durante le giornate silenziose egli poteva sentire in modo nitido i propri passi sul fogliame, ma quando si fermava ascoltava almeno altri due o tre passi in più dietro di lui. Ovviamente quando si girava c’erano solo le bambole impiccate e vuote di vita a fissarlo in lontananza…

Che queste misteriose voci e presenze sull’isola siano vere oppure solo un’allucinazione causate  della solitudine, è un dubbio che ora come ora può essere risolto solo da Anastasio dato che nel 2001 suo zio è venuto a mancare. Come se non bastasse, per aggiungere un altra sfumatura di mistero a questa tela, anche la morte di Don Julian rimane un’incognita. Secondo Anastasio, nei suoi ultimi giorni, suo zio parlava di un essere che si trovava a ridosso della riva, in particolare raccontava di una sirena e presto quell’essere l’avrebbe portato via. Anastasio quando racconta questa storia assume un’espressione triste e cupa, i suoi occhi fissano un punto a caso perché la sua mente risuscita ricordi terribili di quella mattina tragica. Era una giornata come le altre e i due uomini si erano alzati presto per poter sbrigare le solite faccende quotidiane, Don Julian era particolarmente felice e si era svegliato con la voglia di mangiare del pesce, quindi prese la canna e si diresse verso il canale fischiettando mentre Anastasio seguì una direzione opposta, infatti era andato a distribuire il mangime agli animali che si trovavano dentro un piccolo recinto. Qualche ora dopo Anastasio andò in cerca di suo zio per aiutarlo, ma una volta arrivato sull’orlo di quell’isoletta, l’unica traccia di lui era la sua canna da pesca che giaceva inerme nell’erba, solo avvicinandosi di più e allungando lo sguardo verso le scure acque, vide il corpo senza vita di suo zio che galleggiava sulla riva del canale. L’autopsia rivelò che Don Julian, nel fare uno sforzo incredibile probabilmente cercando di prendere un grosso pesce, ebbe un accelerazione al cuore che gli risultò fatale. Un infarto aveva stroncato la vita dell’anziano e poi per delle circostanze strane il suo corpo venne trascinato in acqua, quasi spinto da una forza incredibile.

Oggi Anastasio vive ancora lì sull’isola e lui come suo zio, nella solitudine dei giorni e nelle tenebre delle notti vede e sente quelle voci che hanno accompagnato Don Julian fino alla sua misteriosa morte. Quest’isola sicuramente nasconde un’infinità di aneddoti che eguagliano o addirittura superano il suo aspetto pauroso e mistico, quindi se andate in Città del Messico e vi piace il brivido ricordatevi di visitare questo luogo, ma se siete degli impavidi in cerca di qualcosa di più di un semplice brivido e volete sentire del vero terrore, allora andate nella strada chiamata “Calle Cañitas” e proseguite dritti fino ad arrivare alla casa situata al numero 51. Tutti in città conoscono questa casa perché qui sono accadute cose indescrivibili che hanno a che fare con quest’oggetto, ma questa è un’altra storia che vi racconteremo più avanti…

 

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Film maledetti – La Hollywood degli orrori

Film maledetti – La Hollywood degli orrori

La parola maledetto per definizione è lo stato di disgrazia con delle conseguenze negative e sfortunate che perseguitano una persona o un oggetto e tutti coloro che gli stanno intorno. Può darsi che siano solo coincidenze dato che non ci sono le prove concrete per affermare che un oggetto o una persona siano maledetti, eppure la sequenza di eventi sfortunati, e soprattutto la quantità di morti in circostanze misteriose che sono legate ad alcuni oggetti, è così lunga che affermare che si tratti di coincidenze sarebbe quasi un atto di fede ed una sfida alla statistica. Nel mondo ci sono molti oggetti considerati maledetti: pitture, giocattoli e persino luoghi, ma oggi vi parleremo di un’altra categoria, quella dei film. Sappiamo che Hollywood, essendo un industria di ingenti guadagni, è anche un lugubre posto dove spesso e volentieri le persone non hanno scrupoli quando ci sono di mezzo i soldi e la fama, eppure  sarà per pura scaramanzia o sarà perché veramente credono che ci sia una maledizione, ma molti attori e produttori quando si parla anche solo di fare un remake di alcuni dei film che stiamo per raccontarvi adesso, rifiutano qualunque coinvolgimento diretto o indiretto.

  • Poltergeist

Scritto da Steven Spilberg e diretto da Tobe Hooper. Il primo film è uscito nel 1982 e ha avuto così tanto successo che sono stati prodotti altri due sequel. Il film parla della storia della famiglia Freeling, sconvolta da una serie di eventi paranormali che si verificano nella loro casa in California. Nel film la famiglia viene perseguitata da spettri e addirittura la piccola Carol-Anne Freeling, interpretata da Heather O’ Rourke,  viene rapita. La presunta maledizione che nacque intorno a questo film fu soprattutto per colpa della morte di diversi membri del cast. Cinque sono gli attori morti durante o dopo aver girato uno dei film della trilogia. Will Sampson, un nativo Americano che faceva la parte di uno spirito buono in Poltergesit II, non sopravvisse a un trapianto e morì nel 1987 all’età di 53 anni. Julian Beck, che faceva la parte di uno spirito cattivo sempre in Poltergeist II, morì per cancro allo stomaco all’età di 60 anni. Lou Perryman, uno dei più veterani della trilogia che faceva la parte di Pugsley in Poltergeist I, venne ucciso a colpi di ascia da un ex galeotto nella sua casa di Austin in Texas nel 2009. Ma sicuramente le morti che diedero al film l’infame notorietà di film maledetto riguardano quelle di Dominique Dunne e Heather O’Rourke. Dominique, che nel primo Poltergeist faceva la sorella maggiore di Carol-Anne, è stata strangolata dal suo ex fidanzato  John Thomas Sweeney durante una furibonda discussione sulla loro storia amorosa che Thomas di rifiutava di concludere. Dominique morì all’età di 22 anni. Heather, la protagonista di tutta la trilogia, morì all’età di soli 12 anni per arresto cardiaco e shock settico causato da stenosi intestinale nel febbraio del 1988, poco dopo l’uscita nelle sale dell’ultima parte della trilogia. Un dato alquanto macabro è che durante le riprese del primo film vennero utilizzati degli scheletri reali perché all’epoca costavano meno rispetto alle repliche, coincidenza alquanto bizzarra perché Poltergeist tratta appunto di spettri che non riescono a riposare in pace e perseguitano coloro che hanno osato profanare il loro luogo di riposo. Quest’anno è uscito un remake del primo Poltergeist. Chissà cosa riserva il destino agli attori .

  • Atuk

Parlare di Atuk come film maledetto sarebbe tecnicamente errato dato che in effetti non è mai stato realizzato nessun film e vi racconteremo il motivo. La sceneggiatura di Atuk è stata scritta da Peter Gwzovsky ed è tratta da un romanzo di Mordecai Richler del 1963 il cui vero titolo è “L’incomparabile Atuk”. Atuk (anziano in lingua Inuit) è un amichevole Eskimo che decide di cambiare stile di vita e passa dal suo igloo, dalla caccia alle foche e dai combattimenti con gli orsi polari, alla giungla urbana di Manhattan a New York. Doveva essere un film umoristico e satirico c’entrato sul razzismo e la vita moderna dove Atuk si trovava in situazioni improbabili quanto singolari. Come potete comprendere, il problema più grande per la realizzazione del film era la scelta del protagonista. La prima vittima di Atuk fu il grande comico Jhon Belushi il quale dopo aver letto la sceneggiatura nel 1982 vi rimase folgorato ed entusiasta dall’idea di interpretare tale personaggio, ma una settimana dopo aver firmato il contratto, Belushi morì per overdose(anale) di “Speedball”, non  ossia un cocktail letale di eroina e cocaina. Nel 1987 i produttori ritornarono alla carica e questa volta decisero di offrire il ruolo all’eccentrico attore e comico televisivo Sam Kinison, il quale in passato era stato anche predicatore in una chiesa evangelica. Sam firmò il contratto e insieme alla troupe riuscì a girare anche qualche scena del film, ma ben presto la personalità eccentrica a volte irritante dell’attore e quella irascibile dei produttori collidero, così Kinison decise di abbandonare il progetto. La maledizione lo colpì nel 1992 quando la sua Pontiac Firebird venne investita in pieno da un pick up guidato da un adolescente ubriaco. A bordo della pontiac, oltre all’attore, c’era anche sua moglie Malika Souiri che sopravvisse per miracolo all’incidente. Nel 1994 i produttori, forse incentivati dal motto “la terza volta è quella buona” decisero di contattare John Candy il quale si trovava nella città di Durango in Messico a girare il film Wagons East, una parodia dei film Western.  Un mese prima di iniziare le riprese di Atuk l’attore venne trovato morto nella sua camera la causa: infarto. Sempre nel 1994 inoltre Murray O’Donoghue, che era amico sia di Belushi che di Kinison e che aveva contribuito nella scrittura di alcune scene di Atuk, morì a causa di un emorragia cerebrale. Un produttore indipendente nel 1997 comprò i diritti del film e riuscì a contattare un attore di spicco, il famoso Chris Farlay, ma come potete immaginare proprio una settimana prima di girare il film, morì per overdose. Da allora nessuno ha più osato produrre questo film.

  • The Omen

The Omen, uscito in italia nel 1976 come “Il presagio”, è considerato uno dei film horror più belli di sempre e che vi consigliamo di guardare. La trama di per se è da brividi, senza anticiparvi altro, possiamo dirvi che tratta del figlio dell’Anticristo. Il film è stato diretto da Richard Donner il quale ha più volte ammesso che gli incidenti, le coincidenze e le morti che sono capitate durante le riprese del film, forse cono ancor più agghiaccianti del film stesso. L’aereo dove si trovava uno dei protagonisti principali, Gregory Peck, durante il viaggio dagli Stati Uniti verso l’Inghilterra venne colpito da un fulmine! Identico fu l’incidente subito dall’aereo del produttore esecutivo del film, Mace Neufeld e persino lo sceneggiatore David Seltzer disse che durante il viaggio attraverso l’atlantico il suo aereo venne colpito da un fulmine. In tutti e tre i casi non ci furono delle conseguenze, anche perché spesso succede che i fulmini colpiscono gli aerei in volo, in questo caso però forse il destino li aveva solo avvertiti di ciò che sarebbe capitato dopo. Altri sfortunati eventi colpirono anche agli altri membri dello stuff, per esempio la stazione metropolitana di Green Park a Londra dove si recava la troupe venne colpita da un attentato terroristico del gruppo radicale IRA. Un altro attentato quasi mortale avvenne nel ristorante prenotato da Neufeld e anche in quell’occasione gli attentatori erano membri del’IRA. Per miracolo non ci furono conseguenze mortali per i membri della troupe. Un altro sfortunato aneddoto riguarda l’aereo prenotato dall’agenzia degli studios perché il regista voleva riprendere delle immagini di Israele dall’alto,  ma proprio il giorno prima che venisse utilizzato per le riprese durante il suo ultimo volo commerciale, l’aereo ebbe dei guasti. Infatti poco dopo il decollo l’aereo si schiantò e tutte le persone a bordo morirono nell’esplosione. Ci sono molte altre storie legate direttamente e indirettamente al film, ma senz’altro l’evento più traumatico vissuto dall’attore principale Gregory Peck fu la morte di suo figlio Jonathan Gregory Peck. Jonathan stava attraversando dei momenti psicologici molto delicati soprattutto perché considerava se stesso come una brutta copia dell’ombra di suo padre. Lo stress e i fallimenti portarono Jonathan a commettere un atto disperato. Proprio quando suo padre si trovava in Europa per girare il film Omen, Jonathan si sparò alla testa. Purtroppo però questo non fu l’evento più incredibile di tutti,   infatti un ultimo capitolo di questa saga infinita dell’horror doveva essere scritto. Il 13 di Agosto del 1976 il supervisore degli effetti visivi del film, John Richardson, stava viaggiando con la sua assistente Liz Moore su una strada nei Paesi Bassi, quando all’improvviso perse il controllo della vettura. Lo schianto fu di una violenza tale che la ragazza che lo accompagnava venne decapitata da una lastra di metallo e per pura fatalità del destino, quando Richardson quasi in fin di vita uscì dalla macchina, si guardó attorno in cerca d’aiuto ma non c’era nessuno a soccorrerlo, c’era solo un cartello beffardo ed agghiacciante:siete lontani da  66.6 km. Pochi minuti dopo morì. A proposito, se guardate il calendario , il 13 di Agosto del 1976 era un venerdì.

Per concludere vogliamo parlarvi di un film che è stato per molti anni dimenticato e che, aldilà della trama, porta con se una storia triste che ci deve far riflettere. The Conqueror o in italiano “Il conquistatore” è un film del 1956 Diretto da Dick Powell e prodotto dal magnate Howard Hughes. Questo film era uno dei più ambiziosi della sua epoca e tratta della vita del condottiero e sovrano mongolo Gengis Khan. Le aspettative per il film erano elevate e per renderlo ancor più epico venne scelto come protagonista la leggenda vivente John Wayne. Su decisione del megalomane Howard, la location per girare la pellicola doveva essere più realistica possibile e venne scelto il deserto di Escalante vicino a St. George (Utah) come scenario per emulare le steppe della mongolia, ma questa decisione si rivelerà a dir poco fatale perché il deserto scelto era utilizzato dal governo Americano per fare i test nucleari. Le conseguenze come potete immaginare sono state disastrose. Tra le 220 persone che facevano parte del cast, 91 di esse anni dopo furono affette da svariate forme di cancro e tumori cerebrali causati alle radiazioni. John Wayne, il protagonista, sviluppò il cancro ai polmoni e allo stomaco e morì nel 1979. Come se non bastasse il film fu un disastro anche dal punto di vista commerciale, infatti venne duramente attaccato e sepolto dalla critica e ora è ricordato come uno dei peggiori film mai realizzati. Questo ci deve far riflettere su quanto la stupidità umana e l’incompetenza siano molto più pericolose di qualunque maledizione.

 
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Pubblicato da su 29 giugno 2015 in Maledizioni

 

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Maledizione dei Chase – Le bare che si muovono da sole

Maledizione dei Chase – Le bare che si muovono da sole

Sull’isola di Barbados che appartiene alle Antille si narra di una storia poco nota e che non ha ancora trovato una spiegazione. Nel cimitero della Chiesa di Cristo “Christ Church Parish Church” successe un fatto spaventoso e orrendo che scosse l’intera città. Non è semplicemente una leggenda, ma un fatto che è stato anche registrato dagli storici del luogo. Questa cripta sotterranea, ora abbandonata e dove nessuno osa entrare è la protagonista della storia che stiamo per raccontarvi oggi. La cripta ha la sua origine quando l’isola era ancora una colonia britannica, essa era stata costruita per evitare delle azioni di sciacallaggio. Aveva un’unica entrata dalla superficie la quale era sigillata da un enorme lastra di marmo blu così pesante che richiedeva uno sforzo di 6 o 7 schiavi per poter essere spostata. Dopo una discesa lungo le scalinate di pietra si trovava un enorme cancello chiuso a chiave, la cui unica copia era detenuta dai Walrond i proprietari. Oltre il cancello si trovava un enorme spazio destinato a contenere i corpi dei defunti.

Nel 1742 la potente famiglia Walrond, non avendo mai utilizzato tale cripta, decise di venderla a degli amici di famiglia, gli Elliot, ma nemmeno loro, per  fortuna, ebbero la necessità di utilizzarla  per seppellire i propri famigliari. Il 31 luglio del 1807 Thomasina Goddard, una cara amica degli Elliot morì, così per rispetto e per amicizia decisero di seppellirla nella cripta di famiglia dentro una bara di legno e fu la prima persona ad essere sepolta lì. Poco tempo dopo, nel 1808 il mausoleo sotterraneo fu venduto alla famiglia Chase, noti su tutta l’isola non certo per le loro buone azioni. Thomas Chase, il patriarca famigliare, è ricordato come un despota aggressivo che si comportava in modo brutale soprattutto nei confronti degli schiavi di sua proprietà ma anche nei confronti della propria famiglia.
Il 22 febbraio del 1808 la cripta accoglieva il suo secondo membro, si trattava della piccola Mary Ann Chase di soli 2 anni di età, la cui morte è ancora oggi oggetto di speculazioni. Alcune ipotesi portano ad affermare che sia stato lo stesso Thomas ad averla uccisa. Il corpo di Mary Ann venne messo dentro una piccola bara di piombo e sepolta vicino a quello di Thomasina Goddard. Purtroppo le disgrazie per la famiglia Chase non erano ancora finite e 4 anni più tardi, il 6 luglio del 1812, si suicidò la sorella della piccola Mary Ann, Dorcas Chase. Anche in questo caso si dice che i continui abusi psicologici e la crudeltà del proprio padre l’abbiano portata a commettere tale gesto. Il corpo della giovane Dorcas venne messo dentro un’altra pesante bara di piombo e  sepolta vicino a sua sorella. Il dolore di queste perdite fu così immenso per Thomas Chase che, guidato probabilmente anche dai sensi di colpa, si suicidò un mese dopo. Per il padre venne scelta una bara di marmo e vennero impiegati ben 8 uomini per trasportare i resti della sua umanità attraverso le scalinate e depositarla dentro la cripta. Ma quando venne aperto il cancello tutte le persone presenti quel giorno si trovarono di fronte a qualcosa che non poteva essere vero, eppure era lì davanti ai loro occhi. Tutte le bare erano state spostate dai luoghi in cui erano state messe inizialmente e in particolare quella della piccola Mary Ann si trovava sul lato opposto, sottosopra. Il dolore iniziale dei famigliari di fronte a quell’orrida scena si trasformò in rabbia perché pensarono che vi fosse stato qualcuno che si era permesso di profanare le tombe, magari in cerca di oggetti preziosi. Quindi dopo aver risistemato tutte le bare e aver depositato i resti del signor Thomas Chase decisero di aumentare la sorveglianza sulla cripta.

A partire da questo momento le persone sull’isola testimoniano dei fatti strani e rumori provenire dal cimitero nel mezzo della notte, in particolare di quella cripta che in breve tempo si era riempita dei membri della famiglia Chase, dicevano che si sentiva un rumore ben riconoscibile “come se vi fosse qualcosa che si trascina nell’oscurità“. Questi racconti ben presto divennero realtà mettendo a dura prova anche i più scettici. Quattro anni più tardi, il 25 settembre 1916, la cripta venne riaperta per accogliere un nuovo membro: Charles Brewster Ames, morto a soli 11 anni. Come potete immaginare anche in questo caso le bare si trovavano spostate in posizioni inusuali e addirittura quella del signor Thomas Chase, il cui feretro pesava più di 250 kg, si trovava nella posizione opposta in cui era stata sistemata. Nonostante lo shock per tale spettacolo, tutte le bare vennero rimesse a posto e la cripta sigillata. Molti dei testimoni avevano uno sguardo perso e confuso, probabilmente nelle loro menti si faceva largo sempre con più forza l’idea che vi fosse qualcosa di soprannaturale dietro questo mistero. Il 17 novembre 1816 la cripta venne riaperta per ospitare una nuova salma, quella di Samuel Brewster. Oramai la voce riguardante le bare mobili si era diffusa su tutta l’isola e decine di curiosi vennero da ogni dove ad osservare questo spettacolo raccapricciante. Quando venne spostato il marmo all’ingresso e venne aperto il cancello interno, puntualmente come un film dell’orrore che si ripete all’infinito, i feretri erano sparsi qua e la, spostati come se fossero giocattoli. Anche in questo caso tra lo stupore e gli sguardi atterriti dei curiosi, le bare vennero rimesse a posto e la cripta richiusa. Il 7 luglio 1819 toccò alla signora Thomazina Clarke essere introdotta nel sepolcro.

La situazione diventa cosi disperata che decise di intervenire il governatore di Barbados in persona, Lord Combermere. Per poter seppellire i resti della donna la cripta venne aperta per l’ennesima volta e il governatore vide con i propri occhi ciò che temeva fosse reale, dinanzi a lui c’erano le bare completamente rivoltate in posizioni improbabili quanto bizzarre. A quel punto decise di mandare via tutti, sia curiosi che parenti e insieme al corpo di polizia e a dei muratori esaminò con minuziosa cura ogni angolo della cripta osservando se c’erano dei fori attraverso i quali potesse entrare l’acqua o addirittura dei passaggi nascosti attraverso i quali potessero entrare gli sciacalli, anche se bisogna specificare che nessun oggetto prezioso era mai stato trafugato dalla cripta. Il governatore non ottenne nessun risultato, tutta la struttura si dimostrava solida senza aperture. Così con arguta astuzia fece cambiare la serratura del cancello interno e fece sistemare le bare in una posizione ben definita, una sopra l’altra posizionando quelle più pesanti e grandi sotto quelle piccole. Successivamente ordinò di cospargere di sabbia fine il pavimento cosi da poter registrare le impronte degli intrusi, non contento di tali precauzioni fissò anche il pesante blocco di marmo all’ingresso attraverso l’utilizzo del cemento e come ciliegina sulla torta, quando il cemento era ancora fresco, decise di imprimere, attraverso il suo anello, il suo sigillo personale il quale rappresentava anche un avvertimento per chiunque avesse osato entrare. Insomma quella cripta era diventata impenetrabile. Il 18 aprile del 1820 il governatore, accompagnato dal corpo di polizia e dai muratori, decise di ritornare sul luogo per verificare se tali precauzioni erano servite e cosi poter finalmente mettere a tacere quelle voci su presunti fantasmi ed eventi paranormali della cripta. Il cemento che fermava la porta di accesso era intatto e allo stesso modo anche il sigillo, quindi nessuno aveva violato l’ingresso. Dopo aver aperto il cancello iniziarono la discesa delle scale osservando con minuziosa cura il pavimento, verificando se c’erano delle impronte. Il luogo era identico a come l’avevano lasciato l’ultima volta, salvo un particolare: la posizione delle bare. Come in un dejavù Lord Combermere assistette di nuovo a quell’incredibile visione, non c’erano impronte né sulle bare e nemmeno per terra ma esse si erano mosse e in questo caso c’erano addirittura tre bare messe una sopra l’altra, una in posizione verticale. Increduli e scioccati decisero di metter fine a tutto ciò, portarono fuori le bare e abbandonarono il luogo per sempre.

Da allora durante i secoli diversi scienziati, spiritisti, detective e altri esperti cercarono invano di spiegare questo fenomeno, ovviamente senza ottenere alcun risultato. Voi avreste il coraggio di trascorrere una notte dentro questa cripta?

 
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Pubblicato da su 15 giugno 2015 in Maledizioni

 

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La maledizione della sedia del Busby Stoop Inn

La maledizione della sedia del Busby Stoop Inn

Sappiamo che al mondo esistono molti oggetti e luoghi che portano sfortuna. In particolare oggetti dai quali molte persone si tengono lontane, come biasimarle dato che alcuni di essi hanno causato stragi e decimato intere famiglie. Tutti questi oggetti considerati maledetti hanno dietro una storia inquietante, di solito legata ai suoi legittimi proprietari i quali, in qualche modo, hanno lasciato parte del loro dolore in essi facendoli diventare fonti di sciagure e sventura per coloro che vi entrano in contatto. Oggi vi parleremo di uno degli oggetti più misteriosi e paurosi di questa categoria non solo per la quantità di persone “uccise” dalla sua maledizione ma anche per l’oscura storia che si cela dietro. Questa è la Storia di Thomas Busby e la sua sedia maledetta.

Inghilterra. Appena ad ovest della graziosa cittadina di Thirsk, nel North Yorkshire, c’è il Busby Stoop Inn, una taverna con una storia oscura e una maledizione che dall’estate del 1702 provoca panico e terrore. La nostra storia inizia verso la fine del 17° secolo con una persona di nome Daniel Awety. Daniel è un falsario professionista e siccome all’epoca le monete erano fatte d’argento e oro egli si dedicava anche al “coin clipping”, ossia a tagliare i bordi alle monete per intascarsi le parti preziose. Daniel aveva una figlia di nome Elizabeth la quale si sposò con un uomo del posto di nome Thomas Busby, il proprietario della taverna Busby Stoop Inn.

Thomas era un ubriacone sempre in cerca di guai ed era diventato anche partner del suocero Daniel, infatti erano insieme nel business illecito della contraffazione di monete. Sembrava tutto perfetto ma i guai erano in arrivo, difatti le sere che Busby tornava ubriaco a casa picchiava Elizabeth e ciò provocò enormi screzi fra i due criminali fino a quando una notte, tornando a casa come sempre ubriaco, si trovò di fronte Daniel seduto sulla sedia preferita di Busby, quella sedia di legno che non permetteva mai a nessuno di utilizzare. Fra i due iniziò una furiosa discussione e alla fine Busby cacciò via il suocero il quale disse che avrebbe presto portato via sua figlia da quella casa che e i loro affari potevano definirsi conclusi.

Più tardi, quella notte, Busby, furioso dall’idea di perdere la moglie e dall’insolenza del suocero che si sedette sulla sua sedia preferita, andò fino alla residenza di Daniel, il Danotty Hall, e con un’inumana freddezza colpì il suocero a morte con un martello. Alcune versioni di questa storia raccontano che Daniel venne strangolato. Dopo averlo ucciso, Busby nascose il cadavere nelle vicinanze di un bosco. In paese la scomparsa di Daniel provocò sospetti e la polizia iniziò a setacciare i boschi vicini scoprendo dopo pochi giorni il corpo inerme di Daniel, le successive indagini portarono ad arrestare Busby il quale era conosciuto nella cittadina come una persona violenta e senza scrupoli.

Busby fu processato a York Assizes nell’estate del 1702 e condannato alla forca, venne così impiccato su un patibolo messo di fronte alla locanda, proprio ad un incrocio sulla vecchia grande strada a nord che conduce a Thirsk. Ed è proprio qui che inizia la maledizione dato che il suo ultimo desiderio prima di essere giustiziato fu quello di mangiare nella sua locanda, ma quando ebbe finito di saziarsi e di bere si alzò e disse: “Chiunque osi sedersi su questa sedia morirà di una morte improvvisa e violenta“.

Negli anni successivi la locanda venne ribattezzata Busby Stoop Inn. Il nuovo proprietario, in un primo momento, non credeva affatto in questa maledizione così tenne la sedia per l’uso dei clienti come qualunque altra e quando la notizia della maledizione si diffuse, visitatori curiosi cominciarono ad affluire alla locanda. Da qui in avanti iniziano a succedere cose strane, infatti ci sono tante storie che parlano di diversi temerari che hanno osato sedersi su questa sedia e che poco tempo dopo hanno perso la vita in incidenti definiti come “sfortunati” o “bizzarri”.

Fra le tante storie c’è ne una in particolare che è rimasta ben impressa nella mente dei cittadini del posto: Nel 1894, uno spazzacamino insieme ad un amico avevano bevuto nel Busby Stoop Inn e lo spazzacamino si era seduto proprio sulla sedia di Busby. Ormai ubriachi lasciarono la locanda nel mezzo della notte, grande fu la sorpresa quanto la mattina seguente venne trovato lo spazzacamino impiccato proprio vicino al luogo in cui era stato giustiziato Bubsy. Non trovando un colpevole la polizia concluse il caso dichiarando che si era trattato di suicidio.

Un altro fatto curioso è che durante la seconda guerra mondiale, c’era un campo di aviazione della Royal Canadian Air Force non molto distante dalla locanda, per cui molti soldati venivano a bere regolarmente al Busby Stoop Inn. Si dice che gli aviatori che si sono seduti sulla sedia di Busby non siano mai più tornati.

Uno dei tanti proprietari della locanda è stato Tony Earnshaw. Tony  non era un uomo superstizioso quando comprò il Busby Stoop Inn nel 1968, anzi inizialmente definì la maledizione di Busby come una sciocchezza, ma in seguito a numerosi incidenti mortali iniziò a cambiare idea sulla sedia e sulla maledizione che essa porta. Il signor Earnshaw riferì la storia di un gruppo di muratori che frequenta la locanda durante la pausa pranzo. Fra loro c’era un giovane coraggioso il quale, spinto anche dagli altri, si sedette sulla famosa sedia maledetta. Più tardi sul posto di lavoro il ragazzo perse la vita cadendo dal tetto. Dopo la morte di questo giovane ragazzo il signor Earnshaw decise di spostare la sedia in cantina per evitare altre stragi. Nel 1978 però, un uomo che lavorava nella locanda, osservando questa sedia in cantina, decise di provarla e addirittura disse al signor Earnshaw quanto fosse confortevole sedersi su di essa e che non avrebbe dovuto lasciarla in un luogo così buio e umido, poche ore dopo l’impiegato doveva compiere una consegna ma ebbe un incidente in macchina, inspiegabilmente uscì fuori strada e si schianto contro un muro. Morì sul colpo. Questa fu la goccia che fece traboccare il vaso, così Tony Earnshaw decise di sbarazzarsi definitivamente della sedia donandola al museo di Thirsk a condizione però che non venga permesso mai a nessuno di sedercisi sopra. La sedia ora si trova sulla parete lontano dalle persone di modo che nessuno osi utilizzarla, sono passati più di 30 anni e da allora nessuno si è più seduto in quella sedia. Cooper Harding, direttore del piccolo museo di Thirsk durante un intervista disse:

Il museo farebbe una fortuna se lasciassimo ai visitatori il permesso di sedersi sulla sedia, ma una promessa è una promessa

Da allora non ci sono più stati morti o incidenti legati alla sedia ma sembrerebbe che la maledizione sia tutt’altro che finita, infatti testimoni affidabili hanno annunciato di aver visto il fantasma di Busby vagare intorno al secondo piano. Karen Rowley, ex padrona del Busby Stoop Inn ha detto:

Sono stata qui durante gli ultimi 7 anni e la gente del posto ha ancora paura della sedia e della sua maledizione. Io ho visto una figura sul pianerottolo al piano di sopra, era un uomo molto alto, senza braccia e senza volto. Si è mosso lateralmente per poi scomparire attraverso un muro. Ero assolutamente terrorizzata

Infine diversi testimoni raccontano che se ti siedi nel punto in cui Busby era solito starvi per bere e guardi fuori dalla finestra, puoi vedere il suo spettro impiccato che ti osserva. Forse è solo una storia inventata dalla gente del posto frutto di coincidenze e storie tramandate, o forse c’è qualcosa di macabro e maledetto in quella città

 
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Pubblicato da su 22 settembre 2014 in Maledizioni

 

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CASO 26: Thomas Busby – La maledizione della sedia

Al mondo esiste una lista infinita di oggetti ritenuti maledetti e la sedia di Thomas Busby è di certo uno di quelli che ha causato più vittime!

 
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Pubblicato da su 22 settembre 2014 in Maledizioni

 

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