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Mummia del Similaun – 5.000 anni tra i ghiacci

Mummia del Similaun – 5.000 anni tra i ghiacci

Le maledizioni e le mummie sono da sempre state in qualche modo collegate. La più famosa è ovviamente quella di Tutankhamon, ma nell’arco della storia ce ne sono state molte altre altrettanto incredibili e con molti più secoli alle loro spalle rispetto a quella egiziana. Una di queste è la mummia di Ötzi, più nota come “L’uomo venuto dal ghiaccio” o “Mummia del Similaun”. Si crede che questa persona sia vissuta sulla Terra più di 5.000 anni fa e abbia portato molta sfortuna a tutti coloro che hanno avuto a che fare con l’interruzione del suo lungo riposo…

Si tratta di una mummia naturale, un cadavere mummificato quasi perfettamente e conservato fra i ghiacci del Similaun, un monte che si trova fra le alpi Venoste in Alto Adige, e ritrovato solo nel 1991. Si tratta di una scoperta unica e dalle analisi risulterebbe un guerriero dell’età del bronzo, un uomo di circa 46 anni con abiti di pelliccia, scarpe in pelle, arco e frecce. Si pensa sia vissuto tra il 3350 e il 3100 a.C. e probabilmente fu ucciso perché dei segni evidenti sul suo corpo si intuisce che era in fuga da degli aggressori, infatti mostrava tagli sulle mani, ai polsi e al petto, aveva la punta di una freccia conficcata nella spalla e i segni di un colpo sulla nuca. La mummia è stata scoperta e riportata alla luce nel 1991 da due turisti tedeschi Erika e Helmut Simon durante un’escursione. Stavano camminando presso il passo Hauslabjoch, che si trova a circa 3.000 metri di quota, e durante questa escursione notarono la testa e la spalla di una persona che sbucavano dal ghiaccio… incuriositi, ma spaventati dal fatto che poteva trattarsi di qualche escursionista, avvertirono le autorità. Un’analisi del DNA del sangue rinvenuto sui suoi indumenti e sulle sue armi, portarono anche a concludere che si era scontrato con almeno quattro persone prima di morire dato che furono riscontrate tracce di diversi individui, una sul suo coltello, due sulla punta di una freccia e una quarta sul suo mantello. Forse altri quattro cacciatori come lui.

Come ogni maledizione che riguarda una mummia, anche questa iniziò a insinuarsi dopo la morte del suo scopritore, ovvero Helmut Simon. Grande appassionato di montagna, l’uomo scomparve durante una gita su un ghiacciaio nel 2004, probabilmente travolto da una valanga. Otto giorni dopo la sua scomparsa è stato ritrovato senza vita e, dato che al destino non è mai mancata l’ironia tetra, a trovare il suo cadavere è stato un cacciatore vicino a una sorgente perché vide la sua testa e parte del suo corpo emergere dai ghiacci, proprio come la mummia del Similaun. La moglie di Helmut definisce questa morte molto, molto strana… suo marito, un grande esperto con il quale aveva condiviso molte avventure, non avrebbe mai commesso un errore simile a 67 anni e non crede che si tratti solo di un caso anche per il modo in cui è morto. Un’altra particolarità molto strana è che non disse nulla alla moglie sulla sua destinazione, come se un giorno, quasi richiamato dalla montagna, avesse deciso di partire e accettare il suo destino crudele.

Il professor Konrad Spindler è stato il primo a studiare la mummia. I risultati delle sue ricerche gli fecero guadagnare un nome a livello mondiale. L’archeologo scrisse anche un libro chiamato “L’uomo dei ghiacci” e spesso rispondeva con una certa ironia quando gli dicevano che gravava una terribile maledizione sulla mummia Ötzi. Konrad, docente dell’università di Innsbruck, morì a 66 anni vittima di una strana forma di sclerosi multipla. La sua morte arriva nel 2005, un anno dopo quella di Helmut. In realtà ci furono altre vittime prima di loro e tutti avevano avuto a che fare con la mummia, infatti la prima vittima della presunta maledizione sarebbe il dottor Rainer Henn, il medico che spostò a mani nude la mummia dal luogo in cui si trovava da millenni depositandola in un sacco per cadaveri. Rainer, inoltre, è stato anche il capo del gruppo dei medici che esaminarono il cadavere. Morì a 64 anni nel 1992, circa un anno dopo la scoperta di Ötzi, mentre si recava una conferenza per parlare proprio delle analisi, scoperte e ricerche svolte sulla misteriosa mummia. Un’altra vittima sarebbe Kurt Fritz, alpinista scalatore che aveva condotto Helmut, e successivamente anche altre persone, sul luogo del ritrovamento per fare l’ispezione di Ötzi. La sua morte arrivò due anni dopo la scoperta, egli cadde in un crepaccio di un ghiacciaio. Rainer Hölzl, giornalista e operatore di 47 anni della televisione austriaca, che aveva fatto delle riprese sulle operazioni di recupero della mummia e successivamente aveva anche realizzato il primo documentario a riguardo, morì a causa di un fulminante tumore al cervello. Il professor Friedrich Tiefenbrunner, uno degli studiosi che esaminarono il corpo di Ötzi e che faceva parte della squadra di Konrad Spindler, morì a 66 anni nel 2005 a causa di una complicazione durante l’operazione cardiaca. Tom Loy, un altro degli studiosi che era entrato in contatto diretto con la mummia, morì nel 2005 Brisbane, in australia, a 63 anni. Loy, americano e direttore del laboratorio di scienze, che aveva svolto le indagini sul sangue ritrovato su Ötzi, morì per una strana malattia al sangue che gli venne diagnosticata dopo la scoperta di Ötzi e poco prima di morire stava cercando di concludere un libro che trattava proprio della mummia. Dieter Warnecke, che era capo della squadra dei soccorritori di Helmut, morì circa un’ora dopo il funerale dello stesso Helmut a causa di un attacco cardiaco.

Sebbene la storia della presunta maledizione sia alquanto affascinante, in realtà potrebbe essere solo una serie di sfortunate coincidenze, mentre la cosa più curiosa e interessante della Mummia di Ötzi sarebbe la sua stessa storia, ovvero il modo in cui è stato ucciso e anche i diversi segni che furono ritrovati sulla sua pelle. Ötzi infatti è una celebrità del mondo dei tatuaggi perché viene considerato come il primo essere umano a portare sulla sua pelle i segni indelebili che oggi vanno tanto di moda. Ben sessantuno sarebbero i tatuaggi che porta con sé e dagli studi realizzati essi consisterebbero in punti, linee e crocette posizionati maggiormente dietro ginocchio sinistro, nella parte inferiore della colonna vertebrale e sulla caviglia destra. Non è ancora chiaro quale tecnica avesse utilizzato per farsi questi segni o perché avesse scelto quei particolari posti, ma molti ipotizzano che furono realizzati con delle piccole incisioni poi ricoperte con carbone vegetale. Dato che ai tempi i tatuaggi, come ogni segno di distinzione, avevano un significato e una funzionalità pratica, molti storici si chiedono se l’uomo di Similaun fosse uno sciamano e questo spiegherebbe anche la quantità di funghi ritenuti magici che portava nella sua borsa. Altri invece credono che la loro funzionalità fosse solo quella di ricordare i punti di pressione in cui doveva essere praticata un’antica tecnica di agopuntura perché le posizioni dei tatuaggi corrisponderebbero proprio a dei punti in cui ancora oggi viene praticata questa tecnica per correggere alcuni problemi fisici. Ipotesi questa rafforzata dal fatto che dagli esami radiologici gli studiosi trovarono forme di artrosi proprio in quei punti e quindi queste pratiche gli avrebbero permesso di combattere il dolore, ma come faceva ad avere tutte queste conoscenze un uomo di più di 5.000 anni fa?

Questa incredibile mummia nasconde misteri molto interessanti che potrebbero ancora una volta spingerci a dubitare e rivalutare le nostre origini. A proposito… Ötzi ora si trova al museo archeologico dell’Alto Adige a Bolzano, insieme ad altre scoperte fatte nella zona. Se vi capita di essere nelle vicinanze, dovreste andare a trovarlo… non avrete mica paura della sua presunta maledizione, vero?

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Pubblicato da su 27 novembre 2017 in Maledizioni e possessioni

 

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Hope Diamond – Il diamante che ti rovina l’esistenza

Hope Diamond – Il diamante che ti rovina l’esistenza

Le maledizioni a volte sono legate ad alcuni posti o alcune persone, ma la maggior parte delle volte sono legate a degli oggetti. Ci sono svariati oggetti considerati maledetti in questo mondo e probabilmente quello più prezioso e anche quello che ha causato, forse, più danni di tutti è un diamante. Questa meravigliosa pietra preziosa, fatta puramente di carbonio, si pensa sia la causa principale di sfortunati avvenimenti capitati alle persone che l’hanno avuta fra le mani.

In inglese viene chiamato Diamond Hope, ma precedentemente era noto come “Blue Diamond” per il suo peculiare e quasi singolare aspetto blu scuro affascinante. Questa pietra è stata probabilmente trovata nella miniera Kollur di Golconda, a sud-ovest dell’India. La leggenda racconta che la prima persona ad essere stata colpita dalla maledizione sia stato un brahmano indiano, ossia una persona appartenente alla casta sacerdotale, il quale nel 1600 l’avrebbe presa dal tempio di Rama-Sita staccandola dall’occhio della statua. La leggenda racconta che da quel momento la divinità, essendo stata sfregiata da tale gesto, gettò sull’oggetto una maledizione, quindi morte, suicidio e rovina inseguì tutti i possessori del prezioso oggetto. Il sacerdote venne torturato a morte per il suo gesto e la grandiosa pietra di 112 carati sparì fino alla metà del XVII secolo, quando il diamante fece la sua comparsa in Europa in mano al mercante e contrabbandiere francese Jean-Baptiste Taverner. Questo personaggio riuscì a fare una fortuna enorme con la vendita di tale meraviglia, infatti il suo acquirente non era niente di meno che il re francese Luigi XIV il quale nel 1668 acquisì oltre al diamante Hope altri quattordici preziosi di medie dimensioni. Taverner si dice che abbia guadagnato così tanti soldi che riuscì ad acquisire un grande palazzo e un importante titolo nobiliare, ma ciò che il diamante blu dà, il diamante blu toglie. In breve tempo, a causa di grossi debiti contratti da suo figlio per il gioco d’azzardo, Jean-Baptiste, dovette vendere tutto e, totalmente rovinato, viaggiò in India allo scopo di ricostruire la sua fortuna. Taverner durante il suo viaggio verso la terra dei diamanti morì attaccato da un branco di cani selvaggi esattamente nel 1691.

Re Luigi  XIV una volta impossessatosi del gioiello, lo fece intagliare a forma di cuore, di fatto dimezzando i suoi carati, da 112 a 67 circa. Sia lui che il re Luigi XV sfoggiarono il diamante in diverse occasioni. Due anni dopo la morte di Tavernier, quando fu realizzato un inventario dei gioielli della Corona Francese, il diamante comparì nei registri ma durò poco perché il sovrano lo diede come regalo a Françoise “Athénaïs” de Rochechouart meglio nota come madame de Montespan, una delle sue numerose amanti, con la quale ebbe sette figli. Madame de Montespan qualche anno dopo cadde in disgrazia e morì nell’estrema miseria, inoltre pare che sia stata anche coinvolta in diverse messe nere insieme ad altre cerimonie di magia nera ed è nominata nell’Affare dei veleni che sconvolse parigi. Anche la fine che fecero Luigi XIV e Luigi XV non fu di certo migliore. Il primo nel 1715 si dimise in modo assolutamente inaspettato. I registri dell’epoca dichiarano che il monarca francese iniziò ad accusare un forte dolore alla gamba sinistra e la diagnosi dei medici fu disarmante: cancrena in stato avanzato. Luigi XV invece morì nel 1774 a causa di un vaiolo. In entrambi i casi gli sfortunati nobili soffrirono in modo disumano prima di esalare l’ultimo respiro. Dopo la morte di Luigi XV la corona e le proprietà reali passarono nelle mani di Luigi Augusto, noto come Luigi XVI, quindi il meraviglioso gioiello fece di nuovo comparsa nella storia. Esso fu donato a Maria Antonietta nel 1774 come dono di nozze. Maria Antonietta d’Austria, che non credeva alle leggende del diamante maledetto, lo esibì diverse volte senza ritegno e lo diede in prestito anche anche alla principessa di Lamballe.

Quindici anni dopo, nel 1789, scoppiò la rivoluzione Francese e come ben saprete al culmine della rivoluzione venne proclamata la Repubblica. Il re venne processato per alto tradimento e condannato a morte. Entrambi i nobili furono decapitati in piazza nel 1793 mentre la principessa di Lamballe venne torturata e decapitata con un coltello e successivamente squartata. Il diamante della speranza durante gli atti di insurrezione scomparve dalla scena, probabilmente rubato durante il conflitto, poi nel 1830 comparve di nuovo nelle mani di un gioielliere a Londra dove aveva cambiato forma e dimensioni, ma la sua bellezza era rimasta intatta quanto la sua pericolosa maledizione. Diverse furono le sue vittime oltremanica, dai gioiellieri che la vendettero fino all’intagliatore stesso che la ridimensionò. Nel 1823, Il prezioso giunse fino alle mani di Daniel Eliason, un commerciante di diamanti il quale venuto a sapere della maledizione, cercò di disfarsene in fretta e lo offrì al re Giorgio IV. Non occorre di certo dire che anche in questo caso il proprietario è stato protagonista di una serie di sfortunati eventi che lo portarono alla morte. Re Giorgio IV soffrì di gotta, arteriosclerosi, obesità e alterazioni mentali, aveva una malattia che i suoi medici chiamavano “gotta informe” ma che deve certamente essere stata porfiria. Dopo la sua morte nel 1830, il diamante blu è stato venduto per aiutare a coprire gli enormi debiti del re. Successivamente, questa maledizione in formato carbonio, è stata acquistata da Sir Henry Philip Hope, un ereditiero olandese figlio di banchieri, nel 1839. Sir Henry superstizioso com’era, fece una grande cerimonia magica per esorcizzare il gioiello e da quel momento fino ai giorni nostri l’oggetto venne ribattezzato come “Hope Diamond”. Dopo la morte di Henry un susseguirsi di tragici eventi causarono la perdita della sua fortuna e la sua famiglia non dubitò di attribuire tale sfortuna alla maledizione del diamante .

La gemma fece un viaggio attraverso l’Europa lasciando dietro di sé una scia di morte e tragedie e nel 1908 il sultano turco Abdul Hamid II acquisì il diamante e lo diede a una delle sue mogli, Subaya Hamid, la quale venne uccisa a pugnalate. L’anno successivo il sultano perse il trono a favore del fratello e impazzì. Il diamante Hope a quel punto, quasi stanco di causare tragedie nel vecchio continente, si spostò in quello nuovo. Nel 1910 il gioielliere americano Simon Frenkel acquisì il diamante e lo portò con sé negli Stati Uniti. Successivamente il famigerato gioiello finì nelle mani di Pierre Cartier e nel 1918 lo diede al magnate Edward Beale McLean, il proprietario del Washington Post, uno degli uomini più ricchi e potenti dell’America di allora. Edward McLean morì nel 1941 a causa di un infarto in un ospedale psichiatrico, completamente rovinato e distrutto dall’alcool e dagli scandali, non senza prima perdere due dei suoi figli in circostanze misteriose. Suo figlio morì a soli 9 anni in uno strano incidente automobilistico, mentre sua figlia morì a causa di un’overdose di barbiturici a 25 anni. Sembrava che tutti coloro che si trovavano vicino alla famiglia McLean finivano colpiti dalla maledizione. Dopo la tragica morte del marito e dei suoi figli, la signora Mclean morì di polmonite nel 1947 a 60 anni. Anche in questo caso la famiglia dovette vendere il gioiello per cercare di risanare ai danni della sfortuna e delle tragedie.

Nel 1949, Harry Winston, un gioielliere americano esperto di diamanti, ebbe “l’onore” di ospitare  il diamante Hope a casa sua per alcuni anni fino a quando decise di disfarsene non attraverso una vendita, ma una donazione. Harry infatti il 10 novembre 1958 inviò il diamante alla Smithsonian Institution di Washington via posta, dentro una busta di carta marrone. Inizialmente il museo non era così convinto di accettare il dono perché aveva ricevuto diverse lettere di persone che imploravano l’ente di rifiutarlo o la sfortuna si sarebbe abbattuta sulla nazione. Ad ogni modo oggi la gemma viene custodita dalla Smithsonian Institution in una sofisticata teca. Come avrete sentito il diamante Hope presenta un elenco molto lungo di ex proprietari, molti di essi erano re, regine, signori nobili e ricche personalità della società americana, fino a trafficanti e ladri… tutti morti in circostanze violente e incredibili e ora questo elegante gioiello bluastro racchiude nella sua brillante luce tutte le loro storie… per sempre.

 
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Pubblicato da su 2 ottobre 2017 in Maledizioni e possessioni

 

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I libri più misteriosi e maledetti del mondo | feat. L’inspiegabile

I libri più misteriosi e maledetti del mondo | feat. L’inspiegabile

Se seguite i nostri CASI da tempo, avrete potuto di certo constatare che la nostra storia è costellata di fatti misteriosi e a tratti macabri, che il nostro universo pullula di luoghi inspiegabili e assai inquietanti, che al mondo esistono persone capaci di azioni brutali e raccapriccianti… Tuttavia c’è ancora un tema a cui non abbiamo dato molto spazio ancora, quello che riguarda i libri! Nel corso della storia sono stati scritti centinaia di migliaia di libri, molti famosi e altri meno… molti proibiti e altri di completo dominio pubblico. Anche nel vasto mondo che riguarda i libri esistono storie misteriose, fantastiche e macabre. Sono numerosi infatti i libri scritti da persone la cui storia è avvolta dall’oscurità o aventi contenuti inspiegabili o talmente strani da essere considerati quasi eretici. Con questo video, in collaborazione con “L’Inspiegabile”, vi mostreremo alcune di queste particolari scritture…

LA BIBBIA DEL DIAVOLO

Un monaco benedettino che vive nel monastero di Podlažice, in Boemia, viene condannato ad essere murato vivo dopo aver violato i suoi voti. In un disperato tentativo di evitare la sua punizione, il monaco promette di creare in una sola notte un libro che includa tutta la conoscenza umana, allora l’abate del monastero, colto da una ventata di misericordia, decide di accettare la proposta dell’uomo. Il monaco comincia a scrivere fiumi interminabili di parole, ma il tempo passa e intorno a mezzanotte si rende conto che non potrà mai completare in tempo la sua opera, dunque chiede al Diavolo in persona di aiutarlo a finire il libro in cambio della sua anima. Il Diavolo dunque completa il manoscritto e il monaco per ringraziarlo inserisce una sua immagine all’interno del libro.

Qui è dove finisce la leggenda e inizia la storia di uno dei libri più misteriosi in circolazione. Diverse prove hanno rivelato che solamente a scrivere quel libro, non tenendo conto delle illustrazioni, degli abbellimenti e delle finiture varie, avrebbe dovuto portar via almeno cinque anni di scrittura ininterrotta di una sola persona, venti se teniamo conto di tutto. La cosiddetta “Bibbia del Diavolo” è in realtà il famoso Codex Gigas, latino per “Libro Gigante”, probabilmente risalente al XIII secolo. La dicitura Gigas è certamente dovuta alle dimensioni eccezionalmente fuori misura: 92 cm di lunghezza, 50 di larghezza e 22 di spessore, misure queste che rendono il Codex Gigas il manoscritto più voluminoso del medioevo con un peso di 75 kg. Contiene oltre 600 pagine e otto di queste sono state a un certo punto rimosse provocando ulteriori sospetti riguardo la sua origine che rimane ad oggi ignota. Ma cosa raccontano quei fiumi di parole all’interno del Codex Gigas? Sicuramente la pagina più strana e anche inquietante è la 577, che contiene un’immagine del Diavolo a tutta pagina. Il manoscritto, poi, include una trascrizione completa della Bibbia tratta quasi interamente dalla Vulgata, ossia una traduzione in latino della Bibbia dall’antica versione greca ed ebraica. Contiene anche vari lavori e trattati di natura storica, etimologica e fisiologica, un calendario con la lista dei santi e svariate formule magiche, molte delle quali inerenti all’alchimia… e chissà cosa contenevano quelle pagine strappate. Nessuno lo saprà mai…

CODEX SERAPHINIANUS

Scritto tra il 1976 e il 1978 dall’artista italiano Luigi Serafini, il Codex Seraphinianus sembra un’enciclopedia di circa 360 pagine di un pianeta immaginario, completo di oltre mille raffigurazioni tra mappe, piante e animali, il tutto dettagliato da scritte incomprensibili e indecifrabili, presumibilmente scritte con la lingua di questo ipotetico mondo. Nel 2009 l’autore, in una conferenza, ha dichiarato che l’alfabeto in cui il libro è scritto è interamente asemico, una forma di scrittura semantica aperta senza parole, e non trascrive alcuna lingua esistente o immaginaria. Questa sua illeggibilità ha fatto diventare il Codex Seraphinianus l’opera più famosa di Serafini, noto per le sue opera misteriose e surreali. Frutta che sembra sanguinare, pesci a forma di piatti volanti, ecco alcune delle bizzarre raffigurazioni di questo libro…

Una delle immagini più famosi del libro, che è stata anche la copertina in numerose edizioni, raffigura un uomo e una donna nudi che si trasformano lentamente in un alligatore.

GRIMORIO DI SAN CIPRIANO

Uno stregone morto come un santo, un santo passato alla storia come un mago. San Cipriano è stata una figura di certo controversa che nel corso della sua vita ha praticato magia nera. Pentitosi si è convertito al cristianesimo ed è morto nel nome di Cristo, tuttavia San Cipriano è famoso non tanto per la sua santità, ma per il libro che ha il suo nome in copertina, un popolare libro di preghiera, ma non le preghiere che conoscete voi, ma esoteriche, finalizzate a soddisfare desideri che non hanno nulla a che fare con il cristianesimo, quasi affini alla stregoneria! San Cipriano dunque è entrato nella storia non solo come stregone, ma anche come occultista e grande esperto di magia le cui opere racchiuse nel suo grimorio erano spesso colme di incantesimi per le più svariate occasioni, o almeno questo è quello che ci è pervenuto a noi oggi perché San Cipriano, durante la sua conversione al cristianesimo, avrebbe bruciato gran parte delle sue opere e chissà cos’altro aveva scritto…

San Cipriano di Antiochia fu un vescovo dell’omonima città turca e martire, nonché anche un grande studioso, egli infatti ha disegnato e scritto formule e segni ovunque, su pareti, mobili e pavimenti delle case in cui ha vissuto. Aveva un gran numero di discepoli che seguivano i suoi insegnamenti, forse anche quelli di carattere esoterico. Durante la persecuzione di Diocleziano, Cipriano venne arrestato, torturato, scarnificato e immerso in una caldaia bollente, ma ne uscì stranamente illeso. Infine, nel 304 d.C., venne portato sulla riva del fiume Gallo e decapitato, spezzando per sempre la sua vita e chissà quali altre strane conoscenze avesse acquisito nel corso della sua esistenza, conoscenze che in parte sono racchiuse nel suo grimorio apparso per la prima volta oltre mille anni dopo la sua morte, nel 1460 in Francia. Nel corso dei secoli successivi i rotoli della vita di San Cipriano fecero il giro del mondo e vennero addirittura usati come talismano, fomentando la reputazione del santo come grande e potente mago.

MALLEUS MALEFICARUM

Il Malleus Maleficarum, o in italiano “Il martello delle streghe”, è un libro che descrive nel dettaglio tutte le tipiche caratteristiche delle streghe, come riconoscerle, interrogarle e quale dovrebbe essere la loro punizione. Più che un libro era una sorta di manuale scritto durante il terribile periodo delle inquisizioni. Scritto interamente in latino, venne pubblicato nel 1487 dai frati domenicani Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer, entrambi membri dell’Ordine Domenicano e inquisitori per la Chiesa Cattolica, dunque un libro scritto da inquisitori per inquisitori, è molto probabile quindi che gli autori siano responsabili di numerosissime torture e morte, più di qualsiasi altro autore che abbia mai scritto qualcosa. Allo sguardo moderno appare come una lezione orribile facente parte di un potere andato fuori controllo dominato da false superstizioni che bramava il totale controllo.

Il Malleus Maleficarum non fu mai adottato ufficialmente dalla Chiesa cattolica, ma non fu neppure mai inserito nell’indice dei libri proibiti, anzi, riscosse i consensi della quasi totalità degli inquisitori e di autorevoli ecclesiastici tanto che ne vennero pubblicate 34 edizioni e oltre 35.000 copie, facendolo diventare, fino alla metà del XVII secolo, il più consultato manuale sulla caccia alle streghe. Interessanti sono i criteri che venivano utilizzati per etichettare una possibile strega come ad esempio una malattia mentale, condizioni di vita precarie e altre banalità, se un giorno ti capiterà di leggere il Malleus Maleficarum sicuramente ti ritroverai in qualche criterio che ti avrebbe di certo condotto a provare sulla tua pelle le torture più strazianti mai concepite dall’uomo e infine all’inevitabile morte.

Se volete approfondire l’esistenza di altri libri strani, visitate il canale YouTube “L’Inspiegabile”, noi come al solito ci vediamo al prossimo video.

 

 
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Pubblicato da su 30 maggio 2017 in Casi macabri e misteriosi

 

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Robert The Doll – Una bambola indemoniata

Robert The Doll – Una bambola indemoniata

Bambola… Maledizione… Queste due parole nella stessa frase possono far venire in mente solo una cosa: Annabelle, la famosa bambola maledetta che terrorizzò un’intera famiglia e che scomodò persino i demonologi Ed e Lorraine Warren. Questa bambola è stata protagonista già di un nostro video e di ben tre film negli ultimi anni: The Conjuring, il suo spin-off Annabelle e il sequel Annabelle 2 previsto proprio per quest’anno. Tuttavia esiste un’altra bambola la cui storia inquietante non ha proprio nulla da invidiare rispetto a quella di Annabelle. Ecco la storia di Robert la bambola.

Key West, Florida. 1906. È il giorno del quinto compleanno per Eugene Ott, un bambino di cinque anni figlio di genitori benestanti, e in dono riceve una bambola da uno dei suoi servitori. Il primo nome di Eugene era Robert, ma il bambino preferiva usare il suo secondo nome e Robert fu anche il nome scelto per la bambola. Inizialmente nessuno pensò minimamente di mettere in discussione le origini della bambola Robert, ma in seguito a fatti terribilmente inquietanti si arrivò alla seguente conclusione. I genitori di Eugene erano molto severi con il bambino e lo erano molto di più con i loro servi. Li trattavano molto male, il loro salario era molto basso ed erano costretti a praticare lunghissime ore estenuanti di lavoro manuale, per non parlare degli abusi fisici a cui venivano sottoposti. Uno di questi servitori era una donna delle Bahamas che a detta di alcuni praticava le arti Voodoo. Fu proprio lei a donare Robert a Eugene. La donna avrebbe maledetto la bambola prima di darla al bambino e alcune persone sostengono che al suo interno ci fossero degli stracci mescolati con sangue umano di persone che avevano sofferto, oltre al fatto che i capelli della bambola sarebbero capelli umani.

Il giovane Eugene si affezionò rapidamente alla bambola Robert e ovunque lui andasse la portava con sé. Trattava la bambola come se fosse una sorta di fratello minore, a tavola gli dava da mangiare, dormiva con lui durante la notte, ma cosa più inquietante quando il signor e la signora Ott passavano vicino alla camera del figlio, avrebbero sentito in più di un’occasione Eugene conversare con qualcuno che aveva una voce bassa e sinistra… Naturalmente non ci fecero molto caso pensando che Eugene stesse semplicemente giocando con quello che era diventato ormai più che un giocattolo per lui. Non passò molto tempo prima che alcune cose strane cominciarono ad accadere. Eugene si svegliava spesso nel cuore della notte gridando in preda al terrore, e quando i genitori accorrevano nella sua camera per tranquillizzarlo trovavano spesso pesanti mobili spostati e oggetti a terra. Alcune lampade cominciarono a cadere andando in frantumi senza alcuna ragione apparente. Argenteria e bicchieri di vetro venivano scagliati da una parte all’altra della stanza da una forza invisibile. Venivano trovati vestiti strappati e letti disfatti in stanze dove persino i servi non avevano il permesso di accedervi. Ogni volta che accadeva qualcosa di strano, il signor e la signora Ott puntavano sempre il dito verso Eugene chiedendo spiegazione, ma il bambino con occhi innocenti diceva sempre: “Non sono stato io! È stato Robert!”… Ovviamente i genitori si sentivano presi in giro ed Eugene veniva messo in punizioni molto severe.

Nel corso degli anni Eugene e Robert divennero sempre più inseparabili e dopo che i suoi genitori morirono, i due rimasero da soli in casa. Numerosi nuovi servi andavano e venivano a causa dell’atmosfera di terrore che si poteva percepire in quella casa. Sentivano spesso ridacchiare in stanze in cui non c’era nessuno, ad eccezione di Robert naturalmente. Sentivano strane voci e passi risuonare in tutta la casa, il tutto condito con altre attività misteriose. Alcuni servi impazzirono e scappavano dalla casa urlando. Alla fine per Eugene era venuto il tempo di sposarsi. Si sposò con Anne, una ragazza conosciuta durante gli studi a Parigi, ma non passò molto prima che la sua nuova moglie si terrorizzò, non solo per l’attaccamento ossessivo tra Eugene e Robert, ma per i fatti raccapriccianti che continuavano ad accadere intorno a lei. Addirittura Eugene aveva fatto costruire una stanza in miniatura per la bambola. La nuova signora Ott percepiva del male puro in Robert, si sentiva osservata da quei suoi occhi vitrei e inespressivi e spesso aveva l’impressione che la sua espressione cambiasse da una innocente a una di pura malvagità e in qualche modo si sentiva minacciata. Terrorizzata convinse Eugene a rinchiudere la bambola in soffitta tenendola così finalmente lontana dalla sua vista.

Dopo aver relegato Robert in soffitta, i bambini del quartiere e i passanti cominciarono a notare movimenti strani attraverso la finestra che si affacciava sulla soffitta. A detta di alcuni c’era una piccola figura che si divertiva a seguire i passanti attraverso la finestra ridacchiando e fissandoli costantemente, intanto forse in Robert cresceva ogni giorno sempre di più la rabbia per essere stato confinato in quelle quattro mura polverose. Con Robert rinchiuso in soffitta, la salute di Eugene cominciò a risentirne. Spesso litigava con la moglie per far tornare la bambola tra di loro. La sua salute continuò a deteriorarsi fino a quando nel 1974 morì lasciando Anne in casa da sola con Robert… Ma non per molto dato che abbandonò in fretta Key West, andando a vivere a Boston e lasciando la casa Ott in affitto.

Non passò molto tempo prima che una nuova famiglia si insediasse in quella casa e quando i nuovi proprietari andarono per la prima volta in soffitta, la figlia di dieci anni scoprì Robert seduto su una piccola sedia, nascosto accuratamente sotto una coperta. La bambina si innamorò subito della bambola e la portò con sé nella sua camera da letto e da quel momento per la nuova famiglia iniziò un nuovo incubo. Una notte la bambina si mise a urlare a squarciagola terrorizzata sostenendo che Robert si stava muovendo intorno a lei in camera da letto cercando di attaccarla più volte… Cercando di ucciderla. I genitori portarono subito via Robert cercando di scoprire un po’ di più sulla sua storia e quando vennero a conoscenza della sua macabra origine, lo donarono al East Martello Museum a Key West. Ma la storia non finisce qui… Robert venne riposto in una teca di vetro al centro di una stanza e i dipendenti del museo affermarono più volte di aver visto la bambola muoversi all’interno della teca cambiando spesso posizione. Le guardie di sicurezza sono sicure di aver sentito più volte strani rumori e risatine stridule provenire dall’interno del museo in piena notte. Robert divenne ben presto l’attrazione principale del museo, la meta preferita dei turisti nonché la loro maledizione. Molti turisti avrebbero segnalato delle stranezze in foto fatte alla bambola senza averne l’autorizzazione. Da pellicole completamente bianche, senza alcuna immagine, a posizioni che non corrispondevano con quella di Robert al momento dello scatto. Alcuni vedevano l’espressione del male sul suo volto.

Questa storia è tanto assurda quanto inquietante, tanto da aver ispirato un film horror nel 2015. Per quanto possano sembrare già assurdi, fin qui sono stati riportati soltanto dei fatti, avvenimenti documentabili e riferiti da testimoni che non avevano motivo di mentire. Come alcuni ipotizzarono fin dall’inizio, la storia di Robert potrebbe essere spiegata razionalmente con un trauma di qualche genere subito da Eugene, forse dovuto proprio alla presenza inquietante del bambolotto, che lo ha in seguito portato a riconoscere in lui una presenza malvagia e compiere “in suo nome” atti inspiegabili. Per gli ospiti successivi della casa degli Ott, invece, si può pensare che si sia trattato di suggestione, infatti la storia di Robert era ben nota a Key West e i nuovi inquilini, condizionati da questi racconti, potrebbero aver ingigantito piccoli episodi del tutto normali. Verità o leggenda, sfidiamo chiunque a non provare un certo brivido nel fissare quegli occhi vuoti e neri.

 
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Pubblicato da su 23 maggio 2017 in Maledizioni e possessioni

 

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Miniera Jarvis – “Qualcosa ha ucciso il mio cane!”

Miniera Jarvis – “Qualcosa ha ucciso il mio cane!”

Molte persone decidono di fare delle esplorazioni in luoghi abbandonati o addirittura mai esplorati prima e questo si potrebbe dire che è uno degli hobby più rischiosi del mondo perché in questi luoghi non più abitati di solito si trovano ogni genere di cose, da vecchi oggetti lasciati dalle persone che ci abitavano, fino a cadaveri di animali o nei casi più inquietanti, cadaveri umani… ed è proprio per questo genere di cose che su YouTube e su altre piattaforme proliferano questi tipi di video, di persone che si addentrano accompagnati da qualcuno o addirittura da soli nei luoghi più improbabili e pericolosi. Fabbriche, case, cimiteri, catacombe, sono solo alcuni di questi luoghi, non occorre aggiungere che la maggior parte di questi video vengono fatti durante la notte, sia perché spesso le autorità vietano questi tipi di esplorazioni e quindi di giorno è più difficile realizzarli, che per il valore stesso dei filmati i quali, se realizzati di notte, viene aggiunta di certo una componente importante e affascinante: il brivido.

In questo video parleremo di una persona che aveva deciso di fare una di queste esplorazioni e per sua sfortuna è finita in un modo del tutto inaspettato. Il protagonista di questa storia si fa chiamare Stan e spiega nel suo blog, aperto nel 2009, che è una persona a cui piacciono le avventure e stare all’aperto e poche righe dopo aggiunge: “Decisi di aprire questo blog perché la mia cagnolina è stata uccisa in questa miniera…” e prosegue il suo racconto con queste parole: “Non riesco a trovare molta attenzione a riguardo, sto cercando in tutti i modi di far conoscere questa storia. Ho provato a chiamare i ranger forestali, la BLM, lo sceriffo locale ma nulla. Le persone credono che sia pazzo. Non lo faccio per me, lo faccio per tutti voi là fuori. Il mio cane è morto, niente mi riporterà indietro la mia Millie e se qualcuno di voi decidesse di entrare in quella miniera non tornerà mai più, sto cercando di avvertirvi del pericolo.”

Stando alle sue parole, Stan è una persona che solitamente faceva delle passeggiate ed esplorazioni nei dintorni del Colorado. In questo stato americano ci sono una serie di miniere totalmente abbandonate, circa 23.000 secondo le stime svolte dai geologi del Colorado Geological Survey. Una di queste miniere, secondo il suo racconto, sarebbe quella di Jarvis. Con sommo rammarico, Stan, scrive che durante una di queste sue esplorazioni insieme alla sua fidata compagna, un labrador di nome Millie, si imbatté in questa vecchia miniera abbandonata. Padrone e fidato animale, ormai giunti verso la fine di una lunga giornata di escursioni sulle rocce del canyon, erano stanchi e affamati, ma quando l’avventura chiama è difficile resistergli, così i due si addentrarono nelle fauci della miniera. Stan però non si sentiva molto al sicuro e aveva dei brividi in quello spazio ristretto, quindi dopo aver percorso una decina di metri decise di fermarsi e di mangiare qualcosa prima di uscire e riprendere la sua strada, ma mentre cercava di prendere gli snack per nutrirsi, Millie che per tutto il tempo era rimasta insieme a lui iniziò ad innervosirsi. Continuava ad osservare l’oscurità della miniera, come se percepisse qualcuno. Dopo qualche secondo di tensione Millie iniziò a muoversi verso l’oscurità, Stan tentò di attirare l’attenzione dell’animale ma fu tutto inutile. Millie continuò la sua corsa ad una velocità sempre superiore, quindi Stan ormai spaventato iniziò a correre cercando di illuminare con la torcia il percorso e poco a poco vide l’animale allontanarsi sempre di più, fino a perdersi completamente nel buio più assoluto.

A questo punto Stan ammette che per la paura stava andando fuori di testa e per poco non perse il controllo dei suoi nervi. Si fermò di colpo, il tono della sua voce era diventato molto acuto quasi isterico mentre disperatamente chiamava Millie, poi dalle profondità del buio sentì abbaiare la cagnolina e ritrovando il coraggio di proseguire decise di seguire quel suono familiare sperando solo di riprendere Millie e uscire il più in fretta possibile, ma quel suono iniziò ad allontanarsi sempre di più. La sua cagnolina continuava ad addentrarsi in quelle viscere di rocce e Stan con la sua torcia cercava disperatamente di illuminare l’oscuro passaggio. Mentre si avvicinava, ad intermittenza riusciva a scorgere Millie grazie alla luce artificiale, poi di nuovo perse le sue tracce. Ormai in una corsa quasi disperata e alla cieca riuscì a raggiungere un punto dove Millie sembrava essersi distesa per terra dietro un sostegno di legno. Sentiva il suo respiro affannoso e impaurito. Avvicinandosi sempre di più Stan racconta che vide molto sangue per terra e poi successe qualcosa che l’avrebbe tormentato per il resto dei suoi giorni. Iniziò a sentire la presenza di qualcosa che egli stesso definisce non umano, come se si trattasse di una creatura, successivamente sentì un suono orrendo, che si avvicina più ad un grugnito che a qualunque altra cosa e completamente impaurito iniziò a correre con tutte le sue forze, per paura non si voltò mai indietro. Stan scrive sul suo blog che dopo essere fuggito, per la paura montò sul suo camion e guidò fino alla città più vicina che si trovava a 50 miglia. Cercò di richiamare l’attenzione delle persone, sia delle autorità che dei cittadini del posto, ma nessuno sembrava molto contento di sentire il suo racconto. Le poche informazioni che riuscì a ricavare furono che la miniera si chiamava “Jarvis Mine” e conclude il suo post dicendo che non crede nei fantasmi o roba del genere, ma vuole solo scoprire che cosa ci sia là sotto e se qualcuno, specialmente se è della zona, dovesse leggere la sua pubblicazione e sapesse qualcosa è pregato di contattarlo.

Passarono alcuni mesi prima che Stan prese la decisione di pubblicare un nuovo post e questa volta era riuscito a rimediare informazioni più dettagliate sulla miniera Jarvis. Come spesso succede in questi casi però le nuove informazioni raccolte sono così sconfortanti che le probabilità di trovare viva la sua cagnolina sono pressoché nulle… “Ho finalmente trovato prove concrete riguardo l’omicidio nella miniera Jarvis… Scavando negli archivi della contea ho trovato questi due articoli di giornale, scusate per la qualità delle immagini ma ho dovuto fare delle foto con i mezzi a mia disposizione perché non mi era concesso portarli fuori, inoltre i giornali stessi erano già molto deteriorati. Questa storia è veramente pazzesca.“. Nel suo post allega delle immagini molto sfuocate di giornali datati risalenti ai primi del 900, seppur in stato avanzato di deterioramento si possono leggere con molta chiarezza gli inquietanti titoli. Una di quelle fotografie di giornale risale al 27 ottobre 1909 e parla delle origini della miniera Jarvis e di un feroce omicidio.

Stando alle parole scritte direttamente da Stan, William Jarvis era il proprietario della miniera. William inizialmente aveva avuto un accordo con la compagnia mineraria di San Francisco per poter estrarre l’oro. Per circa cinque anni William, le sue figlie e sua moglie riuscirono a vivere una vita modesta ma tranquilla, poi per pura disgrazia egli trovò un vero e proprio tesoro nascosto nelle profondità rocciose. William che era un uomo molto fortunato ma anche molto astuto sapeva dove scavare e il suo fiuto per quelle rocce dorate lo portarono a scoprire una delle vene dorate più ricche di tutto lo stato. Ben presto strane persone si presentarono a casa sua, persone che cercarono in tutti i modi di spaventarlo, speculazioni dell’epoca parlano di veri e propri gangster pagati dalla compagnia per cercare di mandare via la sua famiglia. William però non scappò mai dalla sua terra, così i soggetti loschi decisero che era giunta l’ora di farlo fuori. Un giorno un gruppo di uomini armati giunse a casa sua, quando sua moglie andò ad aprire la porta la uccisero con un colpo violento in testa, poi presero le sue figlie e le portarono insieme a lui dentro la miniera e nella parte più scura e profonda decisero di violentarle obbligando Jarvis a osservare tale aberrazione, poi legarono le sue figlie insieme a lui e fecero esplodere la miniera a colpi di dinamite. William venne sepolto vivo insieme alle sue figlie. Da allora la miniera Jarvis è stata legata a fatti molto strani, leggende popolari tramandate dalla popolazione locale raccontano di diversi episodi funesti accaduti dentro la miniera. La compagnia infatti, dopo aver messo i propri uomini a lavorare dentro la miniera, perse così tanti soldi e vite umane che ha dovuto chiuderla in breve tempo. A testimoniare queste inspiegabili morti sono rimasti pochi giornali. La miniera Jarvis si dice sia fonte di una maledizione e nessuno che vi entra è il benvenuto.

Dopo qualche mese diverse persone iniziarono a scrivere sul blog di Stan, molti dei quali dichiaravano di aver già sentito questa storia ma per lo più si trattava di leggende metropolitane e non sapevano che fosse realmente accaduta una cosa del genere. Altre persone criticavano la sua scelta di abbandonare la miniera lasciando indietro l’animale ferito. Stan cercò in tutti i modi di giustificarsi dichiarando di aver avuto così tanta paura che temette di morire. Uno degli utenti però prese la faccenda seriamente e scrisse che non solo era della zona, ma aveva sempre avuto una certa curiosità riguardo questa miniera e presto sarebbe andato di persona a verificare se fosse tutto reale. Stan cercò in tutti i modi di persuaderlo a lasciar perdere e dopo questo post non si seppe più nulla né di Stan né dell’utente che voleva vedere con i propri occhi l’interno della miniera….

Questo blog rappresenta un mistero, alcuni dicono che sia solo una pubblicità per un film uscito nel 2013 chiamato “miniera abbandonata”, ma se fosse così il filmato sarebbe diventato virale, cosa che invece non è stato e poi per quale motivo fare un intero blog per promuovere un film e poi quattro anni dopo far uscire un film senza nemmeno nominare tale storia? Ci sono parecchie incongruenze qualunque sia l’ipotesi fatta, ma sicuramente visitare di persona la minerà Jarvis non è la soluzione appropriata per scoprirlo. Infatti se cercate di avventurarvi in una qualunque miniera abbandonata, fra serpenti, ragni, dinamite non ancora esplosa e gas tossici… Le entità paranormali saranno gli ultimi dei vostri pensieri….

 
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Pubblicato da su 21 marzo 2017 in Maledizioni e possessioni

 

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Tavola Ouija – Il Caso della Calle Cañitas

Tavola Ouija – Il Caso della Calle Cañitas

Quella che viene conosciuta come una delle storie legate alla tavola Ouija più terrificanti che siano mai esistite viene spesso presa in considerazione dai demonologi più esperti anche come quella che ha causato in assoluto più danni e sofferenze di tutte. Tutto ebbe inizio una maledetta notte di maggio del 1982. Nel cuore di questa notte molto silenziosa, come un urlo di disperazione, il telefono di padre Thomas iniziò a squillare insistentemente… di solito erano poche le volte che il telefono squillava dato a Città del Messico padre Thomas di solito veniva sollecitato quasi sempre di persona, ma quella telefonata era una richiesta di soccorso, un’emergenza vera e propria. Quando padre Thomas alzò la cornetta del telefono si sentivano urla di paura in sottofondo mentre una voce molto turbata e quasi isterica chiedeva aiuto. Poche furono le parole che il padre riuscì a captare dato che quella persona disperata non sembrava nemmeno in grado di formulare una frase di senso compiuto. Dopo qualche minuto finalmente, Carlos Trejo, il ragazzo che si trovava dall’altra parte del telefono, riuscì a controllarsi e iniziò a raccontare il motivo della telefonata. Egli disse “Padre, abbiamo bisogno di lei… il male… il male si trova in questa casa per colpa nostra… Deve venire qui subito, abbiamo bisogno di lei o moriremo tutti”.

Carlos Trejo, disse che quello che era cominciato come un gioco con una tavola Ouija era diventato in breve tempo un incubo con il manifestarsi di entità che stavano tormentando in quel momento lui e un gruppo di amici. Padre Thomas ascoltò tutto il racconto e poi disse che si sarebbe recato l’indomani a benedire la casa e per il momento gli raccomandò di lasciare una bibbia aperta davanti alla propria porta, ma quello che padre Thomas non sapeva era che non avrebbe mai visitato quella casa e nessun’altra casa in vita sua… Infatti qualche ora dopo la terribile telefonata, proprio mentre si preparava per andare a trovare quelle persone, per qualche ragione ancora sconosciuta, scivolò giù dalle scale cadendo così rovinosamente da procurargli danni cerebrali e quindi la morte, mentre in quello stesso momento, stando ai racconti di diversi testimoni, una bibbia lasciata sulla porta della casa situata al numero 51 della Calle Cañitas iniziava a sanguinare copiosamente. Padre Thomas fu la prima vittima di quella che viene conosciuta come la maledizione della Calle Cañitas.

Le origini di questa storia nascono dal desiderio di mettersi in contatto con una persona cara attraverso la tavola Ouija. Norma, sorella di Carlos infatti qualche mese prima aveva tentato di contattare il suo ex fidanzato morto, senza però ottenere alcun risultato, così durante una notte di festa tra amici decisero di invocare lo spirito di questa persona. Inizialmente erano tutti d’accordo nel fare uno scherzo pesante a Norma facendo finta di essere posseduti, quindi riuniti in cerchio e con solo una candela a fare da lume iniziarono il rituale che li avrebbe spediti tutti in un baratro maledetto di morte, paura e follia per il resto dei loro giorni.

Quella sera avevano bevuto tutti e così il gruppo di amici tra risate e alcool decise di utilizzare la tavola Ouija come un gioco. Inizialmente fecero la domanda di rito, ossia se qualche spirito si trovasse nella stanza. Mentre il bicchiere si spostava verso la scritta “Sì”, diverse furono le persone che iniziarono a sorridere. Successivamente Norma chiese di mettersi in contatto con il suo ex ragazzo e passarono diversi minuti prima che il bicchiere ricominciasse a spostarsi, ma le risposte non avevano alcun senso, anzi, non sembravano nemmeno delle risposte… Sembravano minacce verso gli amici di Norma, come “Non si ride dei morti” e “Non scherzate col diavolo”. Piano piano l’atmosfera si fece gelida nella stanza e gli invitati con occhi incerti iniziarono a guardarsi a vicenda non ridendo più, inoltre in una delle stanze il vento aveva aperto una finestra e si sentiva il fruscio delle foglie e lo sbattere costante della finestra stessa. I fratelli più piccoli di Norma, Jorge e Luis che all’epoca avevano 12 e 14 anni cercarono di chiuderla ma dissero che ogni volta si riapriva da sola, ad ogni modo il rituale andava sempre avanti e Norma chiese di nuovo se fosse lì con loro il suo ex. Il bicchiere a quel punto iniziò a spostarsi tra le lettere della tavola fino a formare la frase: “Non sono il tuo ragazzo ma ora sarò sempre con te. Ora sono dentro Emanuel”. Tutti sbalorditi iniziarono a guardare Emanuel, l’attuale fidanzato di Norma, il quale forse in preda alla paura o a chissà cosa si accasciò a terra iniziando a tremare, alcuni credettero che fosse parte dello scherzo pensato inizialmente ma quando videro che le convulsioni non si fermavano, impauriti iniziarono ad urlare.

Carlos disperato chiamò subito padre Thomas, senza però ottenere un aiuto immediato ma solo la promessa di una benedizione per il giorno dopo. Disperati cercarono soccorso svegliando anche i vicini i quali raccontano che Emanuel si trovava in mezzo alla stanza mentre gli altri ragazzi cercavano di tenerlo fermo. I dettagli più inquietanti, raccolti anche dai giornali dell’epoca, raccontano che i vicini ascoltarono Emanuel urlare cose alquanto orribili nei confronti di tutti i presenti con una voce descritta come “sdoppiata” in particolare la frase che colpì tutti fu: “Non potete fermare quello che avete scatenato” e poi Emanuel con una forza sovrumana si liberò dalla presa iniziando a sbattere la testa contro il muro in modo violento finché non venne placcato di nuovo. Successivamente perse i sensi e vennero chiamate la polizia e l’ambulanza per gli accertamenti. Al suo risveglio Emanuel disse di non ricordare nulla ma solo di essersi accasciato a terra e poi essersi risvegliato in ospedale, così quello che era nato come uno scherzo con la tavola Ouija aveva segnato per sempre i loro destini. Infatti la vita dei Trejo e dei loro amici fu sconvolta da una serie di avvenimenti ritenuti alquanto strani, bizzarri e in qualche modo collegati con l’esperienza paranormale vissuta durante quella maledetta notte.

Al numero 51 della Calle Cañitas, iniziarono ad accadere cose strane e che gli stessi vicini testimoniarono ai mezzi locali prima e nazionali dopo. Nella casa di Carlos a qualunque ora del giorno si sentivano rumori, bisbigli e finestre che si aprivano da sole. Diverse volte la famiglia Trejo cercò di liberarsi da questo male attraverso esorcismi della casa e benedizioni di ogni genere ma i risultati furono sempre gli stessi, dopo qualche mese i fenomeni ricominciavano da capo e con più intensità. Gli oggetti iniziarono a spostarsi da soli, le figure sacre sanguinavano fino ad arrivare a quello che viene descritto da Carlos come la cosa più paurosa mai vista in vita loro. I membri della famiglia Trejo iniziarono ad osservare con la coda dell’occhio una figura nera ed incappucciata che si muoveva attraverso i muri e si spostava nel soffitto. Viene descritta come un’ombra che li inseguiva sempre. Norma in particolare disse che durante la notte quando arrivava l’ora di dormire mentre lei era sdraiata, nel buio, vedeva questa figura scura che sembrava avere degli artigli e che si trovava proprio sopra la sua testa. Spesso appena si sdraiava chiudeva gli occhi pur di non vedere più tale mostruosità, ma quando lo faceva sentiva qualcosa di gelido che si avvicinava a lei e le sussurrava all’orecchio una specie di fischio e lei non apriva più gli occhi fino al giorno dopo per paura di trovarsi di fronte quella cosa orribile e impazzire completamente. Le apparizioni di quest’entità divennero sempre più frequenti anche per gli altri membri. Durante quel periodo era normale che qualcuno si svegliasse nel cuore della notte in preda alla paura perché aveva avuto un brutto incubo o perché credeva di aver avuto un incubo. Fatto sta che piano piano quella presenza paranormale iniziò a deteriorare le menti di tutto il vicinato i quali, forse suggestionati, dicevano di vedere durante le notti una persona alta girata di spalle e tutta vestito di nero dinanzi alla porta dei Trejo.

Logorati da questa vicenda, Carlos e la sua famiglia cercarono di scoprire di più sulla storia della casa dato che sembrava essere questa la fonte di tale orrore, quindi grazie a storici e investigatori del paranormale scoprirono che era situata su di un cimitero di monaci di Tacuba appartenenti ad un ordine della santa inquisizione e in quel luogo i monaci avevano torturato con cruenti metodi tutti coloro che erano ritenuti miscredenti e peccatori. La figura incappucciata quindi rappresentava uno di quei monaci che avevano trascorso la loro vita torturando e ammazzando le persone e che non ha gradito essere disturbato. Inoltre lo sciamano avvertì i Trejo che probabilmente l’ente non li avrebbe mai più lasciati in pace e prima o poi sarebbe tornato per finire ciò che loro avevano iniziato.  

Fino a qui questa storia può sembrare tutto sommato solo una delle tante storie horror di possessioni di cui si sentono spesso la cui maggior parte sembra inventata, ma è proprio qui la differenza con qualunque altra storia. In questo caso i giornalisti iniziarono a interessarsi di questa vicenda solo dopo le morti in circostanze strane di tutte le persone implicate con quel rito avvenuto nel 1982. Emanuel fu la seconda vittima accertata. Durante una notte mentre viaggiava con tutta la sua famiglia in una via poco trafficata, per qualche motivo che non è mai stato chiarito, uscì di strada schiantandosi contro un albero. Non si salvò nessuno dei passeggeri, in particolare la morte di Emanuel fu molto lenta a dolorosa in quanto la sua gola venne attraversata dal tergicristallo. Jorge, uno degli amici dei Trejo e che era presente quella fatidica notte, morì nello stesso identico modo di Emanuel: un’incidente d’auto troncò per sempre la sua esistenza. Anche la morte di Fernando, uno dei partecipanti alla sessione di Ouija, avvenne in circostanze misteriose in quanto venne raggiunto alla testa da una pallottola vagante. Sofia, la moglie di Carlos fu colpita da un tumore cerebrale che la portò via per sempre a soli 28 anni, in particolare quest’ultimo avvenimento fu per Carlos un colpo così duro che decise di abbandonare quella casa. In quel periodo così delicato il suo migliore amico Guillermo era il suo unico sfogo e con un po’ di fortuna riuscì anche a trovare qualcuno che era interessato ad acquistare la casa, ma ancora una volta il destino sotto vesti scure travolse di nuovo la vita di Carlos. L’acquirente della casa il giorno in cui doveva firmare le carte morì in un incidente stradale, ma soprattutto il suo migliore amico ebbe un incidente domestico mortale.

Diversi demonologi che visitarono negli anni quella casa subirono destini strani come Sergio che nel 1992, mentre cercava di comunicare con l’entità, fu preda di un infarto cardiaco fulminante. Altri invece impazzirono e si suicidarono come Miguel che nel 1996 si buttò sotto una macchina anche se i giornali dell’epoca parlarono di un incidente più che di un suicidio. Anche Nancy, un’amica di famiglia dei Trejo, nel 1999 si suicidò dopo aver seguito le prime investigazioni del caso. Nel 2000 invece Jorge Trejo, fratello minore di Carlos, morì dopo una violenta possessione… Come avete capito la lista è davvero lunga, si calcola che circa 15 persone siano morte da allora, persone che erano implicate direttamente o indirettamente con la casa numero 51 della ormai tanto famigerata quanto maledetta Calle Cañitas.

Carlos è ancora vivo ed è tornato ad abitare da solo in quella casa che si è portato via tutto quello che aveva e durante un’intervista racconta che ormai si tratta di una questione personale tra lui e quell’entità. Coloro che vogliono visitare la casa sono assolutamente liberi di farlo, il cancello è sempre aperto, al suo ingresso però troverete un cartello che recita: “Vietato parlare di fantasmi, vietato fare foto a Carlos Trejo e vietato fare foto dentro la casa”. L’ultima morte accertata a causa di questa casa è avvenuta nel 2015. Se siete ancora interessati a visitarla la via la conoscete già… Felice Halloween e sogni d’oro.

 
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Pubblicato da su 2 novembre 2016 in Maledizioni e possessioni

 

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Città del Messico – L’isola delle bambole e la sua macabra storia

Città del Messico – L’isola delle bambole e la sua macabra storia

Il Messico per le tradizioni tanto particolari quanto macabre, per la sua storia e per gli innumerevoli paesaggi naturali, è una delle mete più ambite dai turisti di tutto il mondo e non è una casualità dato che i quasi due milioni di metri quadrati di questa nazione ospitano alcuni dei luoghi più interessanti del pianeta. Molti di questi posti sono legati alle meraviglie millenarie di popoli antichi ormai scomparsi e la cui civiltà per diversi aspetti rimane ancora oggi un mistero, ma ci sono anche altri luoghi in questo paese che non vengono ricordati per la loro storia, ma per i fatti inquietanti e paranormali che vi accadono.

Uno dei luoghi più famosi e vasti per esempio è “La zona del silencio” il cui nome è il degno corollario all’infinità di miti e leggende che si narrano su questo luogo mistico e di cui vi abbiamo parlato in un precedente video, ma in Messico si nascondo ben altri luoghi misteriosi che farebbero rabbrividire anche a chi di solito a queste storie rimane indifferente. Per esempio se vi capita di andare a Città del Messico, capitale stessa di questa nazione, e siete degli appassionati di misteri, vi consigliamo di dare un’occhiata al Callejon del Diablo, in italiano “Vicolo del Diavolo”. Questo vicolo collega la strada di Río Mixcoac e la Campana, ma gli abitanti del luogo dicono che colleghi anche questo con l’altro mondo. Infatti il suo nome non è di certo casuale e nessuno osa metterci piede al calar del sole perché stando ai racconti, se cercate di attraversare il vicolo dopo la mezzanotte, alla fine di questa stradina piccola e scura in un silenzio di tomba vi troverete di fronte Satana in persona e quest’orrida visione vi porterà alla pazzia. Sembra incredibile ma questi racconti sono conditi da dettagli che arrivano addirittura dall’epoca Precolombiana, infatti El Callejon del Diablo esisteva ancor prima dell’arrivo degli spagnoli ed era una strada circondata da alberi molto alti che nascondevano a vista i suoi confini, era una zona che gli Aztechi ritenevano di malaugurio e dove accadevano cose inspiegabili, senz’altro uno dei posti dove una persona non vorrebbe mai trovarsi da sola.

In questo video però vi parleremo di un altro luogo che si trova sempre nella capitale e la cui fama da qualche decennio è diventata mondiale. Fra i canali di Xochimilco, uno dei sedici distretti in cui è divisa Città del Messico, si trova quella che viene chiamata l’isola delle bambole. Il nome non sembra particolarmente inquietante e ricorderebbe perfino quello di un racconto fiabesco, invece dando un’occhiata alle fotografie di questo luogo, le sensazioni provate possono essere diverse. Xochimilco normalmente era nota per i suoi canali pieni di colore e per l’agriturismo; infatti era una meta per i turisti i quali si divertivano a fare dei viaggi sui caratteristici “trajineras”. Ultimamente però, non sono più i suoi paesaggi colorati e pieni di vita ad attirare l’attenzione dei visitatori, ma sono i corpi privi di vita delle bambole impiccate e smembrate che si vedono su una delle isolette di questo canale. L’artefice di questa macabra opera fu Julian Santana Barrera. Quest’uomo verso la metà del 900 decise di trasferirsi in uno di questi isolotti perché la sua ragazza l’aveva abbandonato per un altro uomo, quindi Don Julian si trasferì in una zona il più isolata possibile così da poter arginare il suo dolore in silenzio, lontano dagli occhi indiscreti e dalle lingue taglienti della gente. In questa piccola isola in mezzo al nulla, egli stesso costruì una capanna e si dedicava a coltivare diversi cereali e fiori, i quali successivamente li vendeva nelle cittadine vicine. Aveva uno stile di vita tipico degli eremiti e non parlava con nessuno. Molto riservato il signor Julian quando andava in città portava con se un carrello pieno di cereali e fiori mentre al suo ritorno, il carrello era ancora pieno… Ma di bambole. Il signor Julian infatti dopo aver venduto la sua merce si dedicava a raccogliere tutte le bambole che trovava in città. Nessuno sapeva il perché e chiederglielo era inutile dato che non rispondeva mai a queste domande. Molti lo prendevano per pazzo, un pazzo lavoratore ma sempre un pazzo. La verità della sua storia venne a galla solo quando suo nipote Anastasio decise di parlare, infatti durante gli anni la mente del povero Julian per qualche strana ragione iniziava a sgretolarsi  piano piano come lo stucco di una cattedrale abbandonata, così uno dei suoi familiari, preoccupato per la sua salute fisica e mentale, decise di andare a vivere con lui e aiutarlo nei lavori che il povero Julian non era più in grado di fare.

Anastasio racconta che dopo il 1975 decise di andare a vivere sull’isolotto con suo zio e al suo arrivo si trovò di fronte la prova che il suo consanguineo aveva completamente perso il senno: si materializzò davanti ai suoi occhi un’infinità di bambole decapitate e impalate sugli alberi a conferma delle strane voci della gente che si insinuavano da tempo nelle sue orecchie e che cercava di ignorare. Quando chiese a suo zio il perché di tutto ciò la risposta fu così spiazzante che rimase sbalordito. Secondo Anastasio, suo zio aveva deciso di appendere quelle bambole perché un giorno aveva visto con i suoi occhi, lì nel mezzo del canale, il cadavere di una bambina morta. Tale visione orribile in realtà fu solo l’inizio di una serie di disgrazie che lo accompagnarono da quel giorno fino alla sua morte, infatti Don Julian iniziò a sentire delle voci strane provenire dalle acque scure del canale e diceva anche che qualcuno suonava alla sua porta nel mezzo della notte, ma quando apriva la porta sentiva solo un freddo di tomba e un brivido percorrergli il corpo. Lui sosteneva che l’anima della povera ragazza, probabilmente uccisa in modo orribile, non trovava pace e cercava la sua vendetta su chiunque si trovasse lì vicino. Una mattina vide riemergere dalle acque una bambola e Don Julian prese questo evento come un segno del destino e decise di appenderla, così lo spirito poteva intrattenersi con la bambola e darsi pace. Effettivamente per un periodo di tempo lo spettro aveva smesso di fargli visita nelle notti, ma ben presto, forse stanco di giocare con la bambola, gli eventi paranormali ricominciarono. Così Don Julian aveva iniziato la sua macabra collezione di bambole; per poter tenere a bada gli spiriti che circondano quest’isola.

Anastasio inizialmente prese il suo racconto come il culmine della follia causata dalla solitudine e dal dolore che avevano accompagnato suo zio per buona parte della vita, ma egli stesso subì sulla propria pelle queste esperienze e dovette ricredersi. Anastasio racconta che da quando si era trasferito sull’isola aveva iniziato a sentire dei cambiamenti nella sua personalità, stava sviluppando una specie di mania di persecuzione oltre che  avvertire una strana sensazione, come se le bambole iniziassero ad osservarlo e il più delle volte non riusciva a comprendere se era il vento soave a muoverle o forse era solo la sua immaginazione, eppure secondo l’uomo quegli occhi cupi e vitrei senza vita si aprivano e osservavano proprio lui. Il terrore prendeva il sopravvento quando calava il sole, non osava volgere loro la schiena perché sentiva la paura invadergli il corpo come se in qualunque istante quelle bambole fossero pronte a staccarsi dagli alberi e iniziare a camminare verso di lui. Così anche Anastasio iniziò a sentire quelle vocine accompagnate dal vento che trasportavano una melodia infantile e tetra, sentiva che c’era qualcosa che si muoveva fuori dalla capanna quando andavano a dormire e le cose non erano meglio di giorno perché durante le giornate silenziose egli poteva sentire in modo nitido i propri passi sul fogliame, ma quando si fermava ascoltava almeno altri due o tre passi in più dietro di lui. Ovviamente quando si girava c’erano solo le bambole impiccate e vuote di vita a fissarlo in lontananza…

Che queste misteriose voci e presenze sull’isola siano vere oppure solo un’allucinazione causate  della solitudine, è un dubbio che ora come ora può essere risolto solo da Anastasio dato che nel 2001 suo zio è venuto a mancare. Come se non bastasse, per aggiungere un altra sfumatura di mistero a questa tela, anche la morte di Don Julian rimane un’incognita. Secondo Anastasio, nei suoi ultimi giorni, suo zio parlava di un essere che si trovava a ridosso della riva, in particolare raccontava di una sirena e presto quell’essere l’avrebbe portato via. Anastasio quando racconta questa storia assume un’espressione triste e cupa, i suoi occhi fissano un punto a caso perché la sua mente risuscita ricordi terribili di quella mattina tragica. Era una giornata come le altre e i due uomini si erano alzati presto per poter sbrigare le solite faccende quotidiane, Don Julian era particolarmente felice e si era svegliato con la voglia di mangiare del pesce, quindi prese la canna e si diresse verso il canale fischiettando mentre Anastasio seguì una direzione opposta, infatti era andato a distribuire il mangime agli animali che si trovavano dentro un piccolo recinto. Qualche ora dopo Anastasio andò in cerca di suo zio per aiutarlo, ma una volta arrivato sull’orlo di quell’isoletta, l’unica traccia di lui era la sua canna da pesca che giaceva inerme nell’erba, solo avvicinandosi di più e allungando lo sguardo verso le scure acque, vide il corpo senza vita di suo zio che galleggiava sulla riva del canale. L’autopsia rivelò che Don Julian, nel fare uno sforzo incredibile probabilmente cercando di prendere un grosso pesce, ebbe un accelerazione al cuore che gli risultò fatale. Un infarto aveva stroncato la vita dell’anziano e poi per delle circostanze strane il suo corpo venne trascinato in acqua, quasi spinto da una forza incredibile.

Oggi Anastasio vive ancora lì sull’isola e lui come suo zio, nella solitudine dei giorni e nelle tenebre delle notti vede e sente quelle voci che hanno accompagnato Don Julian fino alla sua misteriosa morte. Quest’isola sicuramente nasconde un’infinità di aneddoti che eguagliano o addirittura superano il suo aspetto pauroso e mistico, quindi se andate in Città del Messico e vi piace il brivido ricordatevi di visitare questo luogo, ma se siete degli impavidi in cerca di qualcosa di più di un semplice brivido e volete sentire del vero terrore, allora andate nella strada chiamata “Calle Cañitas” e proseguite dritti fino ad arrivare alla casa situata al numero 51. Tutti in città conoscono questa casa perché qui sono accadute cose indescrivibili che hanno a che fare con quest’oggetto, ma questa è un’altra storia che vi racconteremo più avanti…

 

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