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Isole Flannan – I guardiani del faro scomparsi nel nulla

Isole Flannan – I guardiani del faro scomparsi nel nulla

Nei giorni vicini all’ultimo Natale del XIX secolo, su un’isola remota e dimenticata da Dio, tre uomini scomparvero nel nulla. Le leggende locali e la superstizione rivendicano tale isola come luogo ricco di storie connesse con il mondo del soprannaturale. Le isole Flannan sono un piccolo gruppo di sette isole situate a poco più di 100 chilometri a nord-ovest dalla Scozia e fanno parte delle Ebridi Esterne, una serie di isole al largo della costa occidentale della Scozia, separate da quest’ultima dalle Ebridi Interne da uno stretto estremamente burrascoso. Le sette isole prendono il nome da St Flannan, un predicatore irlandese del VII secolo. L’isola più grande del gruppo, Eilean Mor, è la culla di un mistero vecchio di oltre un secolo che riguarda tre uomini, i guardiani del faro situato sull’isola, scomparsi senza lasciare nessuna traccia.

Per secoli Eilean Mor ha avuto una reputazione a dir poco inquietante tra i marinai, sono numerose le leggende che si raccontano su di essa, in particolare tra gli abitanti delle isole vicine. Si narra di un gruppo di “Piccole persone” con poteri magici che abiterebbe Eilean Mor da secoli, per comunicare tra di loro usano uno strano dialetto, sono molto schivi e non si fanno mai vedere dagli esseri umani verso la quale sono molto diffidenti. Altri raccontano che l’isola sia la casa di una particolare razza di volatili giganti e che gli abitanti li utilizzavano per spostarsi tra un atollo all’altro. Sono molti i marinai convinti di aver avvistato questi grossi volatili e quei piccoli esseri, ovviamente oggi si ritiene fosse tutto semplicemente frutto della fantasia di un popolo che ancora credeva in fate, elfi e folletti, ma come mi piace ogni volta ricordare: le leggende hanno sempre un fondo di verità. Quel che di sicuro non è leggenda è che nel 1896 si cominciò a costruire su Eilean Mor un faro che avrebbe dovuto essere il punto di riferimento per gli impavidi che si inoltravano tra le acque impervie del nord della Scozia. I lavori durarono tre anni e il 7 dicembre 1899 il faro cominciò e gettare la sua luce all’orizzonte come un’ancora di salvezza per i marinai. Prima che il faro venisse costruito furono numerose le navi e i vascelli che affondarono, inoltre sull’isola erano presenti solo le rovine di una cappella. Situato sul punto più alto di Eilean Mor, il faro si erge imponente con i suoi ventitré metri d’altezza, con una luce visibile da oltre 30 chilometri di distanza, costruito per resistere ai più temibili venti di burrasca.

Thomas Marshall, James Ducat, Donald MacArthur e Joseph Moore. Questi erano i nomi dei guardiani del faro scelti con estrema attenzione, infatti per compiere quel lavoro erano necessari un forte carattere, nervi saldi, facilità nell’adattarsi in ogni situazione e soprattutto, cosa più importante, una forte resistenza alla solitudine. Ai quattro uomini venne imposto che dovevano esserci sempre tre guardiani a presidiare il faro e i quattro si accordarono per turni di sei settimane. Un anno dopo che il farò entrò in funzione, accadde qualcosa che ancora oggi è considerato un vero e proprio mistero. La luce di quel faro eseguiva un giro completo ogni 30 secondi, ma la notte del 15 dicembre 1900 non fu così. Quella notte il mare era stranamente tranquillo, ma a permeare l’atmosfera di quel velo di paura e mistero c’era una fittissima nebbia. Di passaggio c’era un vascello inglese diretto a Edimburgo che però non venne accolto dalla luce rassicurante del faro di Eilean Mor. Era tutto spento, tuttavia il vascello riuscì comunque a raggiungere la sua meta tre giorni più tardi riferendo la stranezza alle autorità portuali, per qualche ragione però il rapporto non venne consegnato alla Northern Lighthouse Board, l’ente pubblico responsabile di tutti i fari in quelle isole.

Il 26 dicembre arrivò sull’isola una nave di soccorso in ritardo di quasi una settimana a causa delle forti burrasche avvenute nei giorni precedenti, a bordo c’era Joseph Moore pronto per sostituire uno dei suoi colleghi, ignaro però che non li avrebbe mai più visti. Joseph notò fin da subito qualcosa di strano, solitamente loro erano molto impazienti di vedere un compagno tornare per scambiare due parole prima di tornare alla solitudine del loro lavoro, ma quel giorno sulla banchina non c’era nessuno, allora il capitano della nave di soccorso suonò la sirena nella speranza di ricevere qualche risposta, ma il silenzio regnava sovrano. Preoccupato Joseph corse al faro, lo trovò chiuso ma la porta era comunque sbloccata. Si diresse subito in cucina dove trovò solo il nulla più assoluto, tutto era meticolosamente al suo posto, solo una sedia era ribaltata, come se chi vi fosse seduto sopra si fosse alzato repentinamente per correre via. L’orologio era fermo, le lampade ad olio appena riempite e il pasto era stato consumato a metà. Nessun letto era stato sistemato e negli armadietti mancavano solo due impermeabili, il terzo era ancora al suo posto, fatto strano dato che le regole imponevano ai guardiani che ogni volta che uscivano dovevano sempre indossare tutti gli impermeabili. Joseph gridò e gridò a squarciagola il nome dei suoi compagni uno a uno più volte, ma poteva udire solo le onde che s’infrangevano sugli scogli.

A questo punto Joseph e alcuni marinai della nave di soccorso cominciarono ad ispezionare l’intera isola, fortunatamente non era molto grande, ma dei tre guardiani nessuna traccia. Il diario riportava che fino all’ora di pranzo del 15 dicembre, tutto era tornato alla normalità dopo la violenta tempesta dei giorni precedenti, dunque dagli indizi quali il pasto mezzo consumato e i letti ancora da sistemare, si ipotizzò che qualsiasi cosa fosse accaduta doveva essere avvenuta probabilmente quello stesso pomeriggio. Qualche giorno dopo la Northern Lighthouse Board avviò un’indagine. Si scoprì che la zona ovest dell’isola mostrava violenti segni del passaggio di una terribile tempesta. Una cassa era andata completamente distrutta, alcuni tratti delle rotaie che portavano al faro erano stati scardinati dal cemento e un masso di oltre una tonnellata vi si è schiantato in mezzo. Si venne alla conclusione che i tre uomini avessero lasciato insieme il faro trascurando il protocollo di sicurezza per far fronte ai disastri che il maltempo stava procurando, per poi essere investiti da un’onda anomala mentre stavano lavorando che li inghiottì per sempre nell’Oceano Atlantico spezzando in un attimo le loro vite. Questa fu la conclusione ufficiale che tuttavia non convince per due principali motivi: il primo è che secondo recenti studi l’onda che avrebbe dovuto inghiottire i tre uomini sarebbe dovuta essere alta più di 30 metri, fatto assolutamente improbabile. In secondo luogo negli armadietti mancavano solo due impermeabili, vuol dire che il terzo uomo non aveva mai lasciato il faro. Tuttavia nonostante queste incongruenze, la Northern Lighthouse Board accettò questa spiegazione in fretta forse per non gettare troppo fango su se stessa o forse perché aveva trovato qualcosa che non voleva assolutamente divulgare mettendo in pratica una vera e propria opera di insabbiamento.

Come per ogni mistero esistono diverse teorie avanzate nel corso degli anni per cercare di dare una spiegazione a quei punti a cui la spiegazione ufficiale non riesce a dare risposta. In primo luogo venne suggerito che molti degli aspetti dell’intera faccenda furono “sensazionalizzati” dalla stampa con l’avanzare del tempo. Molti concordano con la spiegazione della Northern Lighthouse Board, altri invece avanzano spiegazioni ben più azzardate, come quella che vede protagonista l’omicidio. Uno dei tre uomini durante un momento di follia avrebbe gettato i corpi in mare dei suoi compagni per poi buttarsi tra le quelle stesse onde divorato dai sensi di colpa, ma dalle minuziose ispezioni dell’isola non furono trovate tracce di sangue, inoltre i corpi sarebbero dovuti tornare a riva a causa delle correnti. Altra teoria è quella che ha come protagonista un enorme serpente di mare, giunto sull’isola per divorare i poveri guardiani. Non mancano, ovviamente, teorie molto più fantasiose: dal rapimento alieno ai mostri marini, passando per la leggenda del Fantasma dei Sette Cacciatori, che viaggia fra le isole del piccolo arcipelago in cerca di uomini da reclutare.

Oggi le isole Flannan sono completamente deserte e il faro Eilean Mor è stato totalmente automatizzato a partire dagli anni 70, forse però non sono così deserte, magari gli spiriti dei tre guardiani sono le uniche anime che stanno ancora vagando con l’idea di vegliare sul faro.

 

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Hy-Brasil – L’isola fantasma comparsa dal nulla

Hy-Brasil – L’isola fantasma comparsa dal nulla

Dall’alba dei tempi l’umanità cerca di rappresentare ciò che gli sta intorno, sono frequenti le raffigurazioni di uomini preistorici che descrivevano scene di caccia ma non solo. Si ritiene oggi che delle rappresentazioni spaziali siano apparse già in uno stadio iniziale dell’umanità. Si trattava di illustrazioni su materiali deperibili come legno, osso, pelle o di schizzi sulla sabbia, pertanto non si sono conservate tracce di esse. Raffigurazioni di questo tipo sono tuttavia ancora documentate presso popoli senza scrittura, come gli aborigeni australiani. L’uomo dunque ha sentito fin da subito la necessita di rappresentare lo spazio che lo circonda e le più antiche testimonianze conosciute di qualcosa che assomigli a una cartina geografica non riguardano la terra, ma il cielo, così come appare di notte. Sui muri delle grotte di Lascaux sono stati infatti osservati dei puntini dipinti che rappresentano il cielo notturno databili al 16.500 a.C., periodo in cui non esisteva nemmeno la scrittura. Si possono riconoscere alcune stelle tra cui Vega, Deneb e Altair.

Per quanto riguarda le rappresentazioni geografiche che riguardano la Terra dobbiamo fare un salto avanti di svariati millenni. Datate fra il V e il II millennio a.C., alcune incisioni rupestri della Val Camonica composte da elementi geometrici raffigurerebbero rappresentazioni “topografiche” del territorio agricolo. Con l’avanzare dei secoli, con l’avvento della scrittura e di nuove tecnologie che permettevano di spostarsi più agevolmente sul globo terrestre, l’uomo realizza cartine geografiche sempre più vaste e dettagliate fino ad arrivare al giorno d’oggi che grazie alle mappature satellitari conosciamo perfettamente i nostri confini geografici. Tuttavia, in un’epoca in cui i satelliti non erano nemmeno nell’immaginario della mente umana, alcune carte geografiche rappresentavano isole o addirittura interi continenti che non sarebbero dovuti esistere, tra le più famose troviamo le mappe di Oronzio Fineo e Piri Reis. In particolare dal 1325 sulle mappe antiche comparve un’isola misteriosamente scomparsa poi dagli atlanti dalla seconda metà dell’800. Ecco la storia di Hy-Brasil.

Sulla maggior parte delle mappe, Hy-Brasil è ubicata a circa 320 chilometri al largo della costa occidentale d’Irlanda nel Nord Atlantico anche se non mancò chi ne segnò la posizione a poca distanza dalle Azzorre. Una delle caratteristiche geografiche più particolari di Hy-Brasil è che spesso appare come un cerchio con un canale che scorre da est a ovest lungo tutto il suo diametro. Storie e leggende su questo misterioso luogo circolarono in tutta Europa per secoli e si vociferava fosse la tanto famigerata Terra Promessa descritta nelle litanie di San Brendano, un abate irlandese vissuto nel VI secolo d.C.. Alcuni ci raccontano che l’isola è abitata da preti o monaci custodi di un’antica conoscenza che ha permesso loro di creare una civiltà avanzata, altri che è la casa degli dei della tradizione irlandese. Sempre nei miti irlandesi viene detto che è un’isola perennemente offuscata dalla nebbia e un giorno ogni sette anni diventa visibile permettendo di sbarcare.

Il nome Hy-Brasil e le sue varianti Hy-Breasal, Hy-Brasile, Hy-Breasil o Brazir, ha origini controverse ma potrebbe derivare da Breasal, il Re Supremo del Mondo del folklore celtico, oppure da un antico vocabolo irlandese, Breas, che significa nobile o fortunato, non a caso Hy-Brasil era denominata anche L’isola Fortunata. Alcuni pensano che il nome stesso del Brasile potrebbe avere proprio avuto origine da quest’isola. L’immagine al centro della bandiera brasiliana è rappresentata da un cerchio con una striscia che vi passa dentro, proprio come le prime rappresentazioni dell’isola sulle mappe. L’isola venne rappresentata per la prima volta nel 1325 dal cartografo genovese Angelino Dalorto che la nominò “Bracile”. In seguito apparve nell’Atlante Catalano nel 1375 che la identificò come due isole separate con lo stesso nome: “Illa de Brasil”. Nel corso degli anni ci sono state svariate rappresentazioni, ma forse la testimonianza più esplicita è stata disegnata in una mappa nel 1572 dal fiammingo Abraham Ortelius, riconosciuto come il creatore del moderno atlante. Dopo il 1865 Hy-Brasil appare su alcune mappe, ma la sua posizione non può essere verificata. Tuttavia, indipendentemente dal nome e dalle sue origini, la storia dell’isola sembra essere coerente: è la casa di una civiltà ricca e progredita. Coloro che avrebbero visitato quel posto raccontano di torri d’oro, architetture complesse, animali e piante in abbondanza e cittadini molto ricchi e longevi.

Nel 1480 partì da Bristol, Inghilterra, la prima spedizione guidata dal capitano John Jay Jr. per trovare l’isola leggendaria, ma dopo due mesi trascorsi in mare l’intero equipaggio si vide costretto a tornare indietro a mani vuote. L’anno seguente altre due navi, la Trinity e la George, partirono sempre da Bristol per una seconda spedizione che, come per la prima, si rivelò infruttuosa. Tuttavia c’è un fatto curioso, nel 1497 il diplomatico spagnolo Pedro de Ayala riferì ai Re Cattolici di Spagna che l’italiano Giovanni Caboto, il primo uomo a visitare il Nord America dopo i Vichinghi, aveva parlato con delle persone di Bristol che avevano trovato Hy-Brasil. Questo forse implica che una di quelle spedizioni partite da Bristol avesse in realtà portato a termine con successo la sua missione senza divulgare la notizia in vie ufficiali. Quasi due secoli dopo il capitano scozzese John Nisbet affermò di aver avvistato Hy-Brasil nel suo viaggio dalla Francia all’Irlanda nel 1674. Nei diari di bordo è riportato che un gruppo di quattro marinai vennero inviati sull’isola dove trascorsero una giornata intera. Qui incontrarono un uomo a detta loro “vecchio e saggio” che li rifornì di oro e argento. Il capitano fece un bizzarro rapporto affermando che fosse abitata da grandi conigli neri e da un misterioso mago che viveva in un grande castello di pietra costruito da egli stesso. Una spedizione supplementare guidata dal capitano Alexander Johnson confermò tutto quello raccontato dal capitano Nisbet. L’ultimo avvistamento documentato di Hy-Brasil venne riportato nel 1872 da Robert O’Flaherty e T.J. Westropp. Quest’ultimo disse di aver visitato l’isola in altre tre precedenti occasioni e ne fu così affascinato che portò la sua famiglia con lui per mostrare tale spettacolo. Sebbene questa misteriosa isola appaia in molte mappe antiche, non se ne trova traccia nelle carte moderne. Hy-Brasil è semplicemente scomparsa senza lasciare traccia.

Siamo di fronte soltanto a una leggenda? Come mai i cartografi di tutta Europa l’hanno rappresentata sulla carte geografiche se si trattava solo di un mito? La storia di Hy-Brasil è così straordinaria che avrebbe collegamenti persino con il famoso incidente della foresta di Rendlesham, ossia con quella serie di avvistamenti di luci e di un presunto UFO avvenuti nella foresta di Rendlesham, nel sud dell’Inghilterra, nelle notti tra il 26 e il 28 dicembre del 1980. Per chi fosse maggiormente interessato al caso può vedere il nostro video dedicato. Nel 2010 venne divulgato un interessante sviluppo su questo caso. Il militare statunitense Penniston, ora in pensione, diffuse alcune informazioni circa la sua esperienza. Raccontò che il 27 dicembre 1980 fu tra i militari che videro l’oggetto triangolare atterrato in una radura. Egli si avvicinò all’oggetto per sfiorarlo con una mano. Il testimone si accorse che l’UFO sprigionava calore, poi fu investito da un’immagine che si stampò nella sua memoria visiva: una serie numerica formata da una lunga serie di 0 ed 1. Tornato alla base, Penniston sentì l’impulso irrefrenabile di trascrivere su un taccuino la sequenza che per lui rimase un enigma indecifrabile per molti anni, fino a quando, andato in pensione, consegnò il quaderno con la successione numerica ad un informatico affinché provasse a decodificarla. L’esperto, dopo vari tentativi, concluse che la serie era traducibile nel seguente messaggio: “Esplorazione dell’umanità per l’avanzamento del pianeta”. Non solo, un’altra parte della comunicazione conteneva le seguenti coordinate geografiche: 52°05’39.3″N 13°07’52.6″W, e se provate a inserire queste coordinate su una mappa verrete portati proprio nello stesso luogo in cui gli antichi cartografi posizionarono l’isola di Hy-Brasil. Forse è solo una coincidenza, un’incredibile e assurda coincidenza, anche perché oggi c’è chi crede che l’incidente di Rendlesham abbia spiegazioni ben più convenzionali, tuttavia se fosse vero siamo di fronte a una base aliena presente proprio qui sulla Terra?

Ad oggi nessuno sa con certezza se Hy-Brasil esiste o è esistita in passato. Questa leggenda potrebbe anche essere una storia tramandata di generazione in generazione dalla fine dell’ultima era glaciale, quando il livello del mare era più basso. Ad esempio, il Porcupine Bank, un’area dell’Oceano Atlantico scoperta nel 1862, sembra essere stata un’isola in passato e come potete vedere da quest’immagine è situata proprio dove i cartografi hanno originariamente collocato Hy-Brasil. La mitologia è piena di antiche isole scomparse, più famose tra tutte sono di certo l’isola perduta di Atlantide e il continente di Mu. Oggi è impossibile dimostrare che queste isole proprio non esistevano anche se la storia geologica della Terra negherebbe l’esistenza di alcune di esse. Detto questo le leggende si basano sempre su un fondo di verità, bisogna solo scoprire quanta ce n’è dietro lo spesso strato di storie che nel corso dei secoli hanno distorto la realtà dei fatti perché se qualcosa non può essere provato non significa che non esiste.

 

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CROATOAN – Il mistero dell’isola di Roanoke

CROATOAN – Il mistero dell’isola di Roanoke

In questo video parleremo di uno dei misteri più incredibili della storia americana. Quest’evento è così inciso nel folklore degli Stati Uniti che ha ispirato un’infinità di storie, libri, film e documentari. Pensate che Stephen King si è ispirato in parte a questa vicenda per ambientare il suo romanzo più famoso, IT. Infatti nel libro fa un paragone tra la maledetta città di Derry, luogo in cui da secoli qualcosa di malefico tormenta i suoi abitanti, e i fatti sconvolgenti accaduti al villaggio di Croatan sull’isola di Roanoke, tra il 1585 e il 1590.

La storia della prima colonia inglese in Nord America continua ad affascinare ricercatori e storici da più di quattro secoli a causa del suo misterioso destino. Tutto inizia nel 1585 quando il comandante Arthur Barlowe, insieme ad un piccolo gruppo di esploratori, arrivò su Roanoke, una piccola isola al largo della costa dell’odierno North Carolina. Inizialmente il rapporto con gli indigeni locali non era male, ben presto però vennero riportati diversi incidenti e i rapporti divennero molto tesi; spaventati gli inglesi chiesero dei rinforzi, ma l’unica nave che arrivo fu quella del leggendario corsaro Sir Francis Drake che fortuitamente si trovava di passaggio nel 1586. Il piccolo gruppo di esploratori stremati da questa situazione decisero di ripartire verso l’Inghilterra insieme al pirata. Qualche tempo dopo Sir Richard Grenville, colui che era stato nominato da Sir Walter Raleigh come responsabile di questo insediamento, arrivò sull’isola con i rinforzi e le provviste richieste, ovviamente al suo arrivo non vi trovò nessuno. Sir Richard confuso da questa situazione decise di lasciare alcune persone a presidiare il territorio: quindici soldati adulti vennero incaricati di custodire le nuove terre inglesi, mentre Sir Richard ripartì per l’Inghilterra. Il destino di questi quindici uomini lasciati sull’isola di Roanoke è del tutto ignoto, non si saprà mai più nulla di preciso sul loro destino. Molti sostengono siano stati gli indiani locali a farli fuggire o peggio ad ucciderli, ma le sparizioni e le vicende strane su quest’isola erano appena cominciate.

Un anno dopo, il 22 luglio 1587, un gruppo di coloni composto da 118 persone di cui 90 uomini, 17 donne e 11 bambini, si insediarono a Roanoke. Questo era il secondo tentativo di colonizzazione dell’Isola. Il viaggio condotto da John White era stato finanziato nuovamente dal magnate Sir Walter Raleigh sotto la corona inglese. Un mese dopo, il 18 agosto, il villaggio neo insediato diede il benvenuto alla prima persona nata in territorio Americano: una bambina chiamata Virginia Dare in onore a Elisabetta I, chiamata anche la Regina Vergine. Nelle prime settimane dopo l’insediamento c’era un clima di entusiasmo dato anche dalla presenza della neonata che rincuorava le persone in una vita nuova, lontana dall’Inghilterra. I rapporti con le tribù di indigeni erano buoni e non sembravano ostili. La tribù dei Croatan si era dimostrata collaborativa e favorevole al loro insediamento, anche la tribù dei Secatoan, sebbene più riluttanti, non manifestarono atteggiamenti violenti. Come unica nota negativa riportata proprio sui Secatoan, fu che si rifiutarono ad un incontro frontale con gli Inglesi.

Sembrava tutto sommato che le tre comunità potessero convivere insieme, tuttavia verso la fine del 1587 George Howe, un colono, venne trovato morto sulla spiaggia trafitto da frecce vicino al luogo in cui andava a cacciare granchi. Presto nel villaggio si sparse la notizia che qualcuno delle tribù indigene l’aveva ucciso. Le menti dei coloni s’impregnarono di paura e di conseguenza i rapporti iniziarono ad inasprirsi. Le provviste iniziarono a scarseggiare e sommato anche alla voci riguardanti l’omicidio di George l’entusiasmo iniziale si affievolì. John White capì che la situazione stava diventando critica quindi lascio l’isola e partì per l’Inghilterra con la promessa di tornare con rifornimenti. Sua figlia Eleonore Dare insieme a sua nipote Virginia lo salutarono e rimasero sulle sponde del mare ad osservare la sua nave diventare sempre più piccola finché non divenne un punto quasi invisibile all’orizzonte… Non lo rividero mai più.

John White al suo arrivo in Inghilterra rimase intrappolato nella capitale britannica a causa della guerra contro la Spagna. Quindi in mancanza di fondi da parte della corona reale il suo ritorno tardò di ben tre anni, infatti rivide Roanoke solo nel 1590 e come un crudele scherzo del destino, il giorno in cui rimise piede sull’isola fu un 18 di agosto, giorno in cui sua nipote Virginia avrebbe compiuto tre anni di vita. Tuttavia quello che doveva essere un giorno di festa si trasformò in un giorno triste e di disperazione. Al suo arrivo John non solo non vi trovò sua figlia e la sua amata nipote ad aspettarli… Non vi trovò proprio nessuno. Dei 119 coloni non ce n’era traccia in tutto il villaggio, erano scomparsi tutti quanti nel nulla più assoluto. Le case a due piani, che erano state costruite tre anni prima, si trovavano smantellate insieme ai recinti degli animali e non vi era traccia nemmeno del bestiame. L’unico indizio che lasciarono i coloni furono due tombe, una di loro probabilmente apparteneva a George Howe, ma quello che attirò subito l’attenzione di John e dei suoi uomini fu una scritta incisa sul pilastro di un forte: “CROATOAN”. Altre ricerche rivelarono un’altra scritta nelle vicinanze; sulla corteccia di un albero erano incise tre lettere: “CRO”.

Non c’erano tracce di battaglia o indizi che facessero intuire un attacco da parte delle tribù, infatti non venne trovata nessuna croce di malta, simbolo che significava secondo il loro protocollo un attacco da parte di qualcuno. John White ipotizzò che per qualche ragione i coloni si erano mischiati insieme alla tribù dei Croatan, ma prima di poterlo constatare con i propri occhi, una tormenta si abbatté sull’isola. La tempesta fu così violenta che il capitano della spedizione avvertì John che se non fossero salpati immediatamente non avrebbero potuto conservare a lungo le loro vite.  Così con molto rammarico ripartì verso l’Inghilterra, le lacrime che scendevano dai suoi occhi si mischiavano con l’acqua della tormenta che si abbatteva sul suo viso. In cuor suo sapeva che qualunque cosa fosse successa su Roanoke non avrebbe mai più rivisto sua figlia e sua nipote. La storia dell’incredibile scomparsa di quasi 120 persone fece scalpore in Inghilterra e da allora il villaggio di Croatan venne conosciuto come “The lost colony” ossia la colonia perduta.

Diverse sono le ipotesi formulate nell’arco dei secoli per riuscire a trovare una spiegazione a questo mistero. L’ipotesi più diffusa è che i coloni abbandonarono il villaggio in mancanza di viveri e si spostarono verso la capitale dei Croatan. Ciò però non spiega il perché qualcuno non avesse finito di scrivere la parola CROATOAN sull’albero o perché non avessero lasciato qualcuno lì ad attendere i rinforzi… Forse stavano scappando o andavano di fretta? Un’altra ipotesi sostenuta da sempre è che i coloni contrassero qualche malattia e quindi si spostarono dal villaggio in cerca di aiuto, questo spiegherebbe la seconda tomba trovata da John White, forse si trattava di una malattia mortale e vedendo i suoi effetti decisero di andare via. Molti storici però concordano sul fatto che per qualche ragione i coloni decisero di dividersi in piccoli gruppi e si dispersero cercando riparo fra le varie tribù e sebbene inizialmente quella dei Croatan sia quella indicata da loro stessi, in realtà alcuni studiosi, fra cui James Horn, basandosi sulla Virginea Pars, ossia la mappa disegnata da John White, sostengono che alcuni di loro si spostarono verso il fiume Chowan dove viveva un’altra tribù disposta ad aiutare gli europei. Una delle prove a sostegno di quest’ipotesi viene data da Malcolm LeCompte della Elizabeth City State University del North Carolina, il quale grazie all’utilizzo di un georadar riuscì a trovare nel sottosuolo resti di insediamenti indiani mischiati a quelli dei coloni risalenti agli inizi del 1600. Una prova che effettivamente in quel periodo indiani ed europei erano arrivati a convivere insieme. Altri storici ritengono anche che alcuni dei coloni caddero preda di tribù e altri ancora si spostarono più a sud.

Un possibile indizio che effettivamente in quel periodo ci sia stata una mescolanza fra indiani, americani ed europei è la tribù dei Lombee. Molti degli individui di questa tribù, soprattutto quelli che in quel periodo occupavano l’odierno North Carolina, hanno caratteristiche caucasiche, come la pelle ed occhi molto chiari, inoltre alcuni di loro addirittura nei registri presentano effettivamente dei cognomi inglesi e vengono descritti come “mullatos” un termine usato per persone di pelle scura che però hanno anche caratteristiche caucasiche. Ma ad arricchire questo mistero è la Virginea Pars. Il British Museum scoprì grazie a delle analisi con strumenti di alta tecnologia che qusta mappa presenta un piccolo simbolo rosso e blu, forse indicava qualcosa di cui solo John White era al corrente. Lo storico Eric Klingelhofer della Mercer University di Macon, Georgia, è convinto che le toppe scoperte sulla mappa stavano ad indicare delle posizioni strategiche e che parte della spedizione finanziata da Walter Releigh fosse coperta dal segreto di stato, dunque quelle erano informazioni assolutamente riservate, un mistero nel mistero insomma.

Da quando gli americani hanno memoria, la parola Croatoan è sempre stata associata a sparizioni e fenomeni inspiegabili, sicuramente alimentati dalla leggenda della colonia perduta. Per esempio si dice che nei suoi ultimi giorni di vita lo scrittore Edgar Allan Poe sia stato visto vagabondare nelle strade di Baltimora sussurrare cose senza senso e tra queste parole molti assicurano che dicesse proprio “Croatoan”. Tale parola inoltre è stata trovata scarabocchiata sul diario di Amelia Earhart dopo la sua scomparsa nel 1937. Un’altra scomparsa strana è quella dello scrittore horror Ambrose Bierce e si racconta che sul suo letto sia stata trovata intagliata la parola Croatoan, stesso destino di Black Bart nel 1888 e della nave Carroll A. Deering dove l’ultima parola scritta sul diario di bordo era proprio “Croatoan” mentre tutto l’equipaggio era scomparso nel nulla. La lista è davvero lunga ma come abbiamo detto all’inizio è probabile che queste storie siano state alimentate dalla leggenda dell’isola di Roanoke… Oppure sotto le leggende si nasconde qualcos’altro? Chissà…

 
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Pubblicato da su 8 agosto 2016 in Casi macabri e misteriosi

 

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Bouvet Island – L’isola più remota della Terra

Bouvet Island – L’isola più remota della Terra

Come abbiamo già detto e mostrato in molti dei nostri video, la Terra è disseminata da luoghi tanto affascinanti quanto enigmatici, tanto macabri quanto misteriosi e il posto di cui vi stiamo per parlare non non ha nulla da invidiare, ha tutti gli ingredienti che mischiati insieme lo rendono uno dei posti più inquietanti del nostro pianeta, nonché uno dei più remoti. Si tratta di un’isola: Bouvet Island.

Bouvet Island si trova nell’emisfero australe, in uno degli angoli più remoti e devastati dalle tempeste dell’Oceano Atlantico, all’estremo sud dei Quaranta Ruggenti, due fasce di latitudini australi caratterizzate da forti venti. Si tratta di un granello di ghiaccio nel bel mezzo di una vastità congelata priva di vegetazione, rifugi, luoghi di atterraggio o qualsiasi forma di vita e che comprende migliaia di miglia quadrate di vulcani sottomarini. Bouvet è spaventosamente isolata; la terra più vicina è la costa dell’Antartide, a più di 1750 km a Sud. Questo piccolo pezzo di ghiaccio ha una superficie di circa 50km quadrati, eppure, nonostante queste sue particolari caratteristiche, l’isola ha una storia piuttosto interessante. Venne scoperta in un periodo straordinariamente precoce: il 1° gennaio 1739 dall’esploratore Jean-Baptiste Bouvet de Lozier, da cui prende il nome. Dopodiché l’isola si perse nuovamente per i successivi sessantanove anni in quanto Bouvet aveva fissato la sua posizione in modo non proprio corretto in un epoca in cui tutta quella zona di mare era praticamente sconosciuta. Venne scoperta di nuovo nel 1808 a centinaia di miglia dal luogo dove era stata segnata. La cosa strana è che tutte le altre isole scoperte tra il 1739 e il 1808 erano rimaste, per così dire, al loro posto sulla mappa, ma questo probabilmente perché la zona di Bouvet Island è avvolta da uno strato semi permanente di nebbia e colpita da tempeste 300 giorni l’anno. L’isola venne fissata definitivamente sulle carte nautiche nel 1898 dal capitano Adalbert Krech della nave oceanografica tedesca Valdivia.

I tedeschi furono i primi a circumnavigare l’isola, prima si credeva che fosse il promontorio settentrionale della Terra Australis, un continente ipotetico illustrato sulle mappe risalenti al periodo compreso fra il XV e il XVIII secolo. Venne riferito che l’isola non era più grande di 5 miglia di lunghezza e che per almeno nove decimi fosse sepolta dal ghiaccio. Non era accessibile in quanto completamente circondata da scogliere di ghiaccio alte fino a 500 metri. Dunque gli uomini della Valdivia non riuscirono a sbarcare. I primi esploratori a mettere i loro piedi a riva furono norvegesi, provenienti dalla nave di esplorazione Norvegia nel 1927 e guidati dal capitano Harald Horntvedt. Essi furono anche i primi ad avventurarsi nell’altopiano centrale di Bouvet che arriva a 780 metri sul livello del mare ed è composto da una coppia di ghiacciai che coprono i resti di un vulcano ancora attivo. Lo rinominarono Nyrøysa, in italiano “Nuovo Mondo”. Il capitano Horntvedt rivendicò l’isola in nome del re Haakon VII e la rinominò Bouvetøya che significa semplicemente “Isola di Bouvet” in norvegese. Lasciò inoltre in un piccolo nascondiglio dei viveri per eventuali naufraghi. Tornarono un paio di anni più tardi e scoprirono che i loro approvvigionamenti erano stati spazzati via dal clima locale incessantemente ostile, dopodiché nessuno si interessò più di Bouvet Island fino al 1955, anno in cui il governo sudafricano espresse il suo interesse per la possibilità di stabilire una stazione meteorologica, dunque venne inviata la fregata Transvaal che raggiunse l’isola il 30 gennaio. Una volta arrivati però, l’altopiano su cui i norvegesi avevano camminato 30 anni prima, era svanito nel nulla, dunque non si poté costruire nessuna stazione meteorologica. Tre anni dopo, la rompighiaccio americana Westwind scoprì che era avvenuta una piccola eruzione vulcanica nel 1955 che aveva cambiato leggermente la morfologia dell’isola.

Sei anni più tardi, nel 1964, i sudafricani trovarono di nuovo il tempo e le risorse per l’invio di una nuova spedizione e verificare l’altopiano dell’isola. Vennero inviate due navi che si sarebbero incontrate nei mari intorno a Bouvet la domenica di Pasqua. La spedizione aspettò per tre lunghi giorni a causa di venti gelidi che ululavano attraverso l’altopiano Nyrøysa fino a quando arrivò il 2 aprile, giorno che venne considerato sicuro per un atterraggio in elicottero. Proprio quel giorno venne fatta una bizzarra scoperta, in una piccola laguna e sorvegliata da una colonia di foche, vi era una scialuppa di salvataggio, abbandonata, piena di provviste e per metà immersa nell’acqua, ma ancora in condizioni abbastanza buone da permettere di essere usata ancora. Questo fu un vero mistero e tra i marinai si fecero subito strada le teoria più strane. L’imbarcazione doveva sicuramente provenire da una nave più grande, ma non esisteva nessuna rotta commerciale nel raggio di molte miglia, ma se davvero era una scialuppa di salvataggio, quali spettacolari prodezze di navigazione l’avrebbero condotta in quella laguna? Come avrebbe potuto sopravvivere a un attraversamento dell’Oceano Sud Atlantico? Non vi erano segni che la scialuppa avesse avuto un qualche tipo di motore o un albero maestro, ma la domanda che terrorizzata i marinai fu: che fine fece l’equipaggio? Dalle ispezioni fatte in elicottero precedentemente, non c’era nessun segno di un qualche accampamento, tuttavia non vi era tempo per effettuare indagini più minuziose dato che i marinai dovevano occuparsi del sondaggio del terreno in quella piccola finestra temporale che concedeva loro condizioni meteorologiche ottimali. Due anni dopo, nel 1966, un gruppo di ricerca biologica, tornò sull’isola e analizzò con cura quella laguna stabilendo che era poco profonda e densa di alghe, ma se la barca era ancora li, nessuno la menzionò nei rapporti. Nessuno si interessò più di quella barca, vennero avanzate alcune ipotesi ma ognuna di esse aveva sempre una grossa lacuna. Questo è di certo un mistero desinato a durare per sempre.

Come avete potuto già capire, Bouvet Island ha tutte le caratteristiche che la rendono uno dei posti più misteriosi del pianeta: una terra desolata di ghiaccio immersa in una nebbia perenne, condizioni meteo estreme, una nave abbandonata, eppure qualcosa di ancora più misterioso aleggia intorno a quest’isola e ciò che vi stiamo per raccontare è noto oggi come Vela Incident. Il 22 settembre 1979, intorno alle 3:00 ora locale, un satellite degli Stati Uniti registra degli intensi lampi in una porzione remota del Sud Atlantico. Pochi istanti dopo venne rilevato dall’osservatorio di Arecibo di Porto Rico un insolito e rapido disturbo della ionosfera e più o meno nello stesso istante, venne sentito un pesante tonfo dal sottomarino della marina statunitense. Evidentemente qualcosa di violento era accaduto in mare in quei frangenti al largo della punta meridionale dell’Africa. Un esame successivo dei dati raccolti dal satellite Vela 6911 suggerì quasi senza ombra di dubbio che la causa di questi disturbi è stata l’esplosione di un ordigno nucleare. Il modello dei flash registrati corrispondeva esattamente a quello di rilevamenti nucleari precedenti e nessun altro fenomeno naturale noto è in grado di produrre la stessa firma. Purtroppo però le agenzie di intelligence degli Stati Uniti erano incerte su chi fosse realmente il responsabile di quella detonazione che non sarebbe mai dovuta avvenire. I primi indiziati furono senza dubbio le grandi superpotenze nucleari Unione Sovietica e Cina anche se alcuni rapporti additarono che il colpevole più probabile fosse Israele, possibilmente in cooperazione con il Sud Africa, entrambi allora alleati degli Stati Uniti. Ovviamente né uno, né l’altro stato rivendicò nessun test nucleare.

Gli Stati Uniti istituirono la rete satellitare Vela negli anni 60 a seguito del Trattato sulla messa al bando parziale dei test, ossia quel trattato internazionale sulla messa al bando parziale degli esperimenti nucleari, del 1963. Anche se la durata prevista per ogni satellite era solo di diciotto mesi, molti di essi hanno continuato a rilevare detonazioni per gli anni successivi. Prima del misterioso evento del settembre del 1979, il sistema di sorveglianza orbitale aveva registrato con successo quarantuno detonazioni atomiche, dodici dei quali sono state avvistate dal satellite Vela 6911. Purtroppo a causa delle limitazioni tecnologiche di quei satelliti, i tecnici non riuscirono mai a determinare la posizione esatta del presunto evento nucleare. I sensori restrinsero il campo nel raggio di 3000 miglia e in questo raggio vi era solo acqua, eccetto per un minuscolo puntino di ghiaccio: Bouvet Island.

Negli anni a seguire si cercarono altre ipotesi per spiegare un’ipotetica ragione extra atomica dell’evento ma non si venne a capo mai di nulla. C’è chi avanzò la teoria dell’impatto di un meteorite, ipotesi subito scartata perché venne determinato che la probabilità che un impatto produca la stessa firma di un’esplosione nucleare, quella rilevata dal satellite, è di una su cento miliardi. C’è anche chi azzardò teorie fantascientifiche che vedevano coinvolte astronavi aliene, ma nulla di concreto fu mai raggiunto. Con il crollo dello stato sudafricano nei primi anni 90, gran parte delle informazioni per quanto riguardava i loro programmi di armi nucleari venne reso pubblico. Tra queste rivelazioni vi erano documenti che indicavano che la loro prima arma nucleare funzionale non venne costruita prima del novembre del 1979, due mesi dopo l’incidente Vela. Dunque l’ipotesi più probabile si sgretolò definitivamente sancendo così un altro mistero destinato a perdurare probabilmente per sempre.

 

 

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Città del Messico – L’isola delle bambole e la sua macabra storia

Città del Messico – L’isola delle bambole e la sua macabra storia

Il Messico per le tradizioni tanto particolari quanto macabre, per la sua storia e per gli innumerevoli paesaggi naturali, è una delle mete più ambite dai turisti di tutto il mondo e non è una casualità dato che i quasi due milioni di metri quadrati di questa nazione ospitano alcuni dei luoghi più interessanti del pianeta. Molti di questi posti sono legati alle meraviglie millenarie di popoli antichi ormai scomparsi e la cui civiltà per diversi aspetti rimane ancora oggi un mistero, ma ci sono anche altri luoghi in questo paese che non vengono ricordati per la loro storia, ma per i fatti inquietanti e paranormali che vi accadono.

Uno dei luoghi più famosi e vasti per esempio è “La zona del silencio” il cui nome è il degno corollario all’infinità di miti e leggende che si narrano su questo luogo mistico e di cui vi abbiamo parlato in un precedente video, ma in Messico si nascondo ben altri luoghi misteriosi che farebbero rabbrividire anche a chi di solito a queste storie rimane indifferente. Per esempio se vi capita di andare a Città del Messico, capitale stessa di questa nazione, e siete degli appassionati di misteri, vi consigliamo di dare un’occhiata al Callejon del Diablo, in italiano “Vicolo del Diavolo”. Questo vicolo collega la strada di Río Mixcoac e la Campana, ma gli abitanti del luogo dicono che colleghi anche questo con l’altro mondo. Infatti il suo nome non è di certo casuale e nessuno osa metterci piede al calar del sole perché stando ai racconti, se cercate di attraversare il vicolo dopo la mezzanotte, alla fine di questa stradina piccola e scura in un silenzio di tomba vi troverete di fronte Satana in persona e quest’orrida visione vi porterà alla pazzia. Sembra incredibile ma questi racconti sono conditi da dettagli che arrivano addirittura dall’epoca Precolombiana, infatti El Callejon del Diablo esisteva ancor prima dell’arrivo degli spagnoli ed era una strada circondata da alberi molto alti che nascondevano a vista i suoi confini, era una zona che gli Aztechi ritenevano di malaugurio e dove accadevano cose inspiegabili, senz’altro uno dei posti dove una persona non vorrebbe mai trovarsi da sola.

In questo video però vi parleremo di un altro luogo che si trova sempre nella capitale e la cui fama da qualche decennio è diventata mondiale. Fra i canali di Xochimilco, uno dei sedici distretti in cui è divisa Città del Messico, si trova quella che viene chiamata l’isola delle bambole. Il nome non sembra particolarmente inquietante e ricorderebbe perfino quello di un racconto fiabesco, invece dando un’occhiata alle fotografie di questo luogo, le sensazioni provate possono essere diverse. Xochimilco normalmente era nota per i suoi canali pieni di colore e per l’agriturismo; infatti era una meta per i turisti i quali si divertivano a fare dei viaggi sui caratteristici “trajineras”. Ultimamente però, non sono più i suoi paesaggi colorati e pieni di vita ad attirare l’attenzione dei visitatori, ma sono i corpi privi di vita delle bambole impiccate e smembrate che si vedono su una delle isolette di questo canale. L’artefice di questa macabra opera fu Julian Santana Barrera. Quest’uomo verso la metà del 900 decise di trasferirsi in uno di questi isolotti perché la sua ragazza l’aveva abbandonato per un altro uomo, quindi Don Julian si trasferì in una zona il più isolata possibile così da poter arginare il suo dolore in silenzio, lontano dagli occhi indiscreti e dalle lingue taglienti della gente. In questa piccola isola in mezzo al nulla, egli stesso costruì una capanna e si dedicava a coltivare diversi cereali e fiori, i quali successivamente li vendeva nelle cittadine vicine. Aveva uno stile di vita tipico degli eremiti e non parlava con nessuno. Molto riservato il signor Julian quando andava in città portava con se un carrello pieno di cereali e fiori mentre al suo ritorno, il carrello era ancora pieno… Ma di bambole. Il signor Julian infatti dopo aver venduto la sua merce si dedicava a raccogliere tutte le bambole che trovava in città. Nessuno sapeva il perché e chiederglielo era inutile dato che non rispondeva mai a queste domande. Molti lo prendevano per pazzo, un pazzo lavoratore ma sempre un pazzo. La verità della sua storia venne a galla solo quando suo nipote Anastasio decise di parlare, infatti durante gli anni la mente del povero Julian per qualche strana ragione iniziava a sgretolarsi  piano piano come lo stucco di una cattedrale abbandonata, così uno dei suoi familiari, preoccupato per la sua salute fisica e mentale, decise di andare a vivere con lui e aiutarlo nei lavori che il povero Julian non era più in grado di fare.

Anastasio racconta che dopo il 1975 decise di andare a vivere sull’isolotto con suo zio e al suo arrivo si trovò di fronte la prova che il suo consanguineo aveva completamente perso il senno: si materializzò davanti ai suoi occhi un’infinità di bambole decapitate e impalate sugli alberi a conferma delle strane voci della gente che si insinuavano da tempo nelle sue orecchie e che cercava di ignorare. Quando chiese a suo zio il perché di tutto ciò la risposta fu così spiazzante che rimase sbalordito. Secondo Anastasio, suo zio aveva deciso di appendere quelle bambole perché un giorno aveva visto con i suoi occhi, lì nel mezzo del canale, il cadavere di una bambina morta. Tale visione orribile in realtà fu solo l’inizio di una serie di disgrazie che lo accompagnarono da quel giorno fino alla sua morte, infatti Don Julian iniziò a sentire delle voci strane provenire dalle acque scure del canale e diceva anche che qualcuno suonava alla sua porta nel mezzo della notte, ma quando apriva la porta sentiva solo un freddo di tomba e un brivido percorrergli il corpo. Lui sosteneva che l’anima della povera ragazza, probabilmente uccisa in modo orribile, non trovava pace e cercava la sua vendetta su chiunque si trovasse lì vicino. Una mattina vide riemergere dalle acque una bambola e Don Julian prese questo evento come un segno del destino e decise di appenderla, così lo spirito poteva intrattenersi con la bambola e darsi pace. Effettivamente per un periodo di tempo lo spettro aveva smesso di fargli visita nelle notti, ma ben presto, forse stanco di giocare con la bambola, gli eventi paranormali ricominciarono. Così Don Julian aveva iniziato la sua macabra collezione di bambole; per poter tenere a bada gli spiriti che circondano quest’isola.

Anastasio inizialmente prese il suo racconto come il culmine della follia causata dalla solitudine e dal dolore che avevano accompagnato suo zio per buona parte della vita, ma egli stesso subì sulla propria pelle queste esperienze e dovette ricredersi. Anastasio racconta che da quando si era trasferito sull’isola aveva iniziato a sentire dei cambiamenti nella sua personalità, stava sviluppando una specie di mania di persecuzione oltre che  avvertire una strana sensazione, come se le bambole iniziassero ad osservarlo e il più delle volte non riusciva a comprendere se era il vento soave a muoverle o forse era solo la sua immaginazione, eppure secondo l’uomo quegli occhi cupi e vitrei senza vita si aprivano e osservavano proprio lui. Il terrore prendeva il sopravvento quando calava il sole, non osava volgere loro la schiena perché sentiva la paura invadergli il corpo come se in qualunque istante quelle bambole fossero pronte a staccarsi dagli alberi e iniziare a camminare verso di lui. Così anche Anastasio iniziò a sentire quelle vocine accompagnate dal vento che trasportavano una melodia infantile e tetra, sentiva che c’era qualcosa che si muoveva fuori dalla capanna quando andavano a dormire e le cose non erano meglio di giorno perché durante le giornate silenziose egli poteva sentire in modo nitido i propri passi sul fogliame, ma quando si fermava ascoltava almeno altri due o tre passi in più dietro di lui. Ovviamente quando si girava c’erano solo le bambole impiccate e vuote di vita a fissarlo in lontananza…

Che queste misteriose voci e presenze sull’isola siano vere oppure solo un’allucinazione causate  della solitudine, è un dubbio che ora come ora può essere risolto solo da Anastasio dato che nel 2001 suo zio è venuto a mancare. Come se non bastasse, per aggiungere un altra sfumatura di mistero a questa tela, anche la morte di Don Julian rimane un’incognita. Secondo Anastasio, nei suoi ultimi giorni, suo zio parlava di un essere che si trovava a ridosso della riva, in particolare raccontava di una sirena e presto quell’essere l’avrebbe portato via. Anastasio quando racconta questa storia assume un’espressione triste e cupa, i suoi occhi fissano un punto a caso perché la sua mente risuscita ricordi terribili di quella mattina tragica. Era una giornata come le altre e i due uomini si erano alzati presto per poter sbrigare le solite faccende quotidiane, Don Julian era particolarmente felice e si era svegliato con la voglia di mangiare del pesce, quindi prese la canna e si diresse verso il canale fischiettando mentre Anastasio seguì una direzione opposta, infatti era andato a distribuire il mangime agli animali che si trovavano dentro un piccolo recinto. Qualche ora dopo Anastasio andò in cerca di suo zio per aiutarlo, ma una volta arrivato sull’orlo di quell’isoletta, l’unica traccia di lui era la sua canna da pesca che giaceva inerme nell’erba, solo avvicinandosi di più e allungando lo sguardo verso le scure acque, vide il corpo senza vita di suo zio che galleggiava sulla riva del canale. L’autopsia rivelò che Don Julian, nel fare uno sforzo incredibile probabilmente cercando di prendere un grosso pesce, ebbe un accelerazione al cuore che gli risultò fatale. Un infarto aveva stroncato la vita dell’anziano e poi per delle circostanze strane il suo corpo venne trascinato in acqua, quasi spinto da una forza incredibile.

Oggi Anastasio vive ancora lì sull’isola e lui come suo zio, nella solitudine dei giorni e nelle tenebre delle notti vede e sente quelle voci che hanno accompagnato Don Julian fino alla sua misteriosa morte. Quest’isola sicuramente nasconde un’infinità di aneddoti che eguagliano o addirittura superano il suo aspetto pauroso e mistico, quindi se andate in Città del Messico e vi piace il brivido ricordatevi di visitare questo luogo, ma se siete degli impavidi in cerca di qualcosa di più di un semplice brivido e volete sentire del vero terrore, allora andate nella strada chiamata “Calle Cañitas” e proseguite dritti fino ad arrivare alla casa situata al numero 51. Tutti in città conoscono questa casa perché qui sono accadute cose indescrivibili che hanno a che fare con quest’oggetto, ma questa è un’altra storia che vi racconteremo più avanti…

 

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