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Jack lo Squartatore – Il killer più folle e spaventoso

Jack lo Squartatore – Il killer più folle e spaventoso

Egli è senza dubbio il più famoso killer di tutti tempi e forse una delle più infami figure cult della storia. Non appena si menziona il suo nome si fanno smorfie di orrore al solo pensiero delle sue brutali azioni. L’identità dell’individuo, o per meglio dire, del mostro responsabile di alcuni orribili e orrendi delitti commessi nel tardo XIX secolo a Londra, è avvolta sotto una fitta nebbia di mistero ancora oggi. Per oltre un secolo, professionisti e dilettanti hanno cercato di trovare un minimo comun denominatore a quella scia di efferati delitti, ma nessuno è mai stato definitivamente in grado di rispondere ad alcune domande. Una tra le tante era: che tipo di persona sarebbe in grado di commette atti così terribili nei confronti di povere donne innocenti? La leggenda di Jack lo Squartatore e delle sue orripilanti azioni è tanto terribile quanto affascinante e fino ad oggi la serie raccapricciante di delitti avvenuti nel quartiere londinese di Whitechapel nel 1888 rimane il giallo più famoso di tutti i tempi.

Jack lo Squartatore è uno pseudonimo dato ad un serial killer che si nascondeva nei quartieri poveri ad est di Londra nell’autunno del 1888. Questo soprannome deriva da una lettera scritta al momento delle uccisioni da parte di un qualcuno che sosteneva di essere l’assassino. Le vittime di Jack lo Squartatore sono state tutte donne che risiedevano nelle baraccopoli del degradato quartiere di Whitechapel. Queste erano donne che a causa della povertà estrema si erano spinte a prostituirsi al fine di mantenersi. Quasi tutte le sfortunate vittime erano donne sulla quarantina fatta eccezione per una, Mary Jane Kelly, che era nel fiore dei suoi 25 anni al momento dell’omicidio. Non è chiaro cosa abbia alimentato la sua sete selvaggia di sangue, ma tutti gli omicidi sembravano essere metodici e calcolati. Il numero preciso delle vittime dello Squartatore non è definito, generalmente vengono riconosciute come sue vittime cinque donne, tutte prostitute che fecero davvero una brutta… brutta fine. Le gole delle vittime venivano quasi completamente recise, spesso seguivano mutilazioni addominali tra cui la rimozione degli organi in alcuni casi. Per la precisione dei tagli, si pensò che lo Squartatore avesse conoscenze chirurgiche, ma vediamo nel dettaglio tutte le sue vittime accertate…

31 agosto 1888 – Mary Ann Nichols – 44 anni. Mary Ann fu la prima vittima accertata. Venne ritrovata a Buck’s Row, di fronte a uno dei tanti mattatoi del quartiere. La vittima presentava la gola tagliata fin quasi alla decapitazione e tagli sul ventre, dai quali fuoriusciva l’intestino. Gli organi genitali presentavano gravissime ferite da taglio.

8 settembre 1888 – Annie Chapman – 46 anni. Il suo corpo fu ritrovato in un cortile al numero 29 di Hanbury Street a Whitechapel. La gola era squarciata e la testa era quasi del tutto recisa dal busto. Il ventre era aperto: gli intestini erano appoggiati sulla spalla destra, mentre l’utero e due terzi della vescica erano stati asportati. Il giorno dopo una bambina riferì alla polizia di aver visto una striscia di sangue in un cortile poco distante dal luogo del delitto: gli investigatori conclusero che probabilmente era la traccia lasciata dall’assassino, che era solito portare con sé un macabro trofeo asportato alla vittima. L’identità del killer rimaneva ignota e la polizia brancolava nel buio. Le ipotesi più probabili vedevano coinvolti fanatici o maniaci sessuali.

30 settembre 1888 – Elizabeth Stride – 44 anni. Fu trovata intorno all’una di mattina in Berner Street. Presentava un profondo taglio alla gola dal quale, al momento del ritrovamento, fuoriusciva ancora del sangue. La polizia ne concluse che lo Squartatore fuggì poco prima che venisse scoperto il cadavere, senza ultimare il suo macabro lavoro.

30 settembre 1888 – Catherine Eddowes – 46 anni. Il cadavere venne trovato lo stesso giorno di Elizabeth in un lago di sangue. L’assassino, probabilmente non essendo riuscito a ultimare il suo martirio su Elizabeth, sfogò tutta la sua pazzia su Catherine. La faccia era sfregiata: naso e lobo dell’orecchio sinistro erano stati tagliati, così come la palpebra dell’occhio destro. Il volto era sfigurato con un taglio a “V” sulla parte destra e con numerosi tagli sulle labbra, tanto profondi da mostrare le gengive. Il corpo era sventrato da un enorme e unico taglio che dall’inguine arrivava fino alla gola: lo stomaco e gli intestini erano stati estratti e appoggiati sulla spalla destra, il fegato appariva tagliuzzato, il rene sinistro e gli organi genitali erano stati portati via. La vittima come le altre era stata sgozzata quasi fino alla completa decapitazione. Vennero rinvenute tracce di sperma.

9 novembre 1888 – Mary Jane Kelly – 25 anni. È l’ultima vittima attribuita a Jack lo squartatore. Questo è considerato di certo l’omicidio più efferato di tutti. Il corpo di Mary Jane venne trovato sul letto della camera dove la donna viveva al numero 13 di Miller’s Court. La gola era squarciata, il viso severamente mutilato e irriconoscibile, il petto e l’addome aperti, molti organi interni tra cui il cuore erano stati rimossi, il fegato giaceva tra le gambe e l’intestino arrotolato presso le mani, la carne che ricopriva gli arti era stata asportata.

Ora sapete perchè Jack lo Squartatore è così tanto conosciuto. Le sue diaboliche azioni erano sulla bocca di tutti e in tutta la Londra dell’epoca aleggiava un clima di terrore puro soprattutto tra le donne che avevano paura di uscire di casa ed essere orribilmente mutilate da un pazzo di cui non si conosceva assolutamente nulla. In quel periodo si fecero centinaia di supposizioni, si ipotizzò che l’assassino fosse una donna, che fosse uno straniero, ma non si venne realmente mai a capo di nulla, inoltre durante il periodo degli omicidi la polizia ricevette centinaia di lettere da parte di ignoti che fornivano informazioni utili per la cattura dell’assassino, anche se la maggior parte di essere vennero considerate inutili. La cosa più inquietante tuttavia furono alcune lettere firmate da colui che si dichiarava l’assassino! Molte vennero considerate semplicemente come scherzi di cattivo gusto, ma altre fecero rabbrividire gli agenti di polizia non tanto per quello che c’era scritto… Ma per quello che accompagnava tali lettere. La più famosa è la lettera “From Hell” o “Dall’inferno” ricevuta il 16 ottobre 1888. La lettera era accompagnata da una piccola scatola contenente la metà di un rene umano, conservato in alcol etilico. Uno dei reni della vittima Catherine Eddowes era stato rimosso dal cadavere e il medico che lo esaminò determinò una certa somiglianza con quello sottratto alla donna.

Nel corso degli anni e dei decenni seguenti sono stati fatti talmente tanti nomi per identificare Jack lo Squartatore che si potrebbero riempire pagine e pagine, tuttavia una svolta avvenne ben 126 anni dopo gli orribili fatti. 2014. Dalle macchie di sangue e sperma ancora presenti sullo scialle di Catherine Eddowes è stato possibile risalire al DNA dell’assassino e confrontarlo con quello dei discendenti di entrambi. Venne fuori un nome: Aaron Kominski, un barbiere di origini polacche. Quest’uomo era già noto alla polizia del tempo e si ripeteva molte volte fra i documenti e le ricostruzioni di Scotland Yard. Kominksi con ogni probabilità, era affetto da una grave forma di schizofrenia, che gli causava forti istinti omicidi. Nel 1891 venne ricoverato in un manicomio. Morì nel 1919 proprio in quell’istituto. Dopo 126 anni dunque è stata finalmente svelata la vera identità di Jack lo Squartatore? A quanto pare no poiché un’equipe di esperti di DNA rivelò che i calcoli, alla base della teoria che aveva indicato il giovane barbiere polacco, erano sbagliati, dunque è tutto da rifare. A questo punto con ogni probabilità la vera identità di Jack lo Squartatore che negli anni ha assunto una figura quasi soprannaturale, rimarrà avvolta nel mistero per sempre.

 
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Pubblicato da su 11 aprile 2017 in Personaggi sinistri

 

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Billy Milligan – 24 personalità in un corpo solo

Billy Milligan – 24 personalità in un corpo solo

Sequestro di persona, rapina a mano armata e stupro. La storia che vi stiamo per raccontare inizia proprio da queste tre terribili azioni che vedono coinvolte più persone. In questo CASO della categoria “Personaggi sinistri” non analizzeremo come al solito soltanto la psiche malata di un serial killer, bensì di 24 soggetti la cui mente è considerata la più deviata di chiunque altro essere vivente sul pianeta terra ed è ritenuta l’esempio di come la realtà a volte superi la fantasia, di come il nostro cervello sia in grado di compiere azioni inimmaginabili. Certo non immaginerete mai cosa potessero avere in comune questi 24 soggetti il cui destino dell’uno era intrecciato irrimediabilmente con quello dell’altro. Un solo corpo, questo avevano in comune. Ecco la straordinaria storia di William Stanley Milligan, l’uomo con 24 personalità.

William Stanley Milligan, noto anche come Billy, nacque a Miami il 14 febbraio 1955 e, come ogni persona dalla mente deviata, non ebbe un’infanzia troppo tranquilla. A solo un mese di vita rischiò di morire per un tumore all’esofago. Sua madre Dorothy Sands, che aveva già alle spalle un divorzio, era spesso assente a causa del suo lavoro, mentre il padre, Johnny Morrison, soffriva di grossi problemi di depressione. Spesso tornava a casa ubriaco e un giorno tentò il suicidio. Venne trovato da Dorothy accasciato sul tavolo, a terra c’era una bottiglia di scotch vuota e un contenitore di sonniferi svuotato. Johnny sopravvisse, ma pochi mesi dopo tentò nuovamente il suicidio questa volta portando a termine con successo l’estremo atto. Billy aveva solo quattro anni e già la sua psiche stava cominciando a risentirne. Dopo questo tragico episodio la famiglia si trasferì a Circleville, Ohio dove Dorothy sposò nuovamente il suo primo marito per poi divorziare dopo neanche un anno. Infine la donna conobbe e sposò un terzo uomo: Chalmer Milligan che si dimostrò tutt’altro che un buon marito e padre ed è proprio da qui che ebbe inizio il vero incubo per Billy. Chalmer si dimostrò estremamente violento specialmente con Dorothy e Billy, fino ad arrivare ad abusare sessualmente di lui più volte e a torturarlo: gli piaceva appenderlo per le dita delle mani e dei piedi e a volte lo seppelliva vivo. Furono proprio queste torture e abusi a spaccare la mente di Billy in 24 personalità diverse.

Billy cresceva insieme ai suoi altri 23 alter ego. Veniva spesso sospeso da scuola perché lo si trovava vagare in stato di trance per la città. A quindici anni venne ricoverato per la prima volta in un ospedale psichiatrico dove gli fu diagnosticata una “nevrosi isterica con aspetti passivo-aggressivi”. Billy veniva considerato un pazzo praticamente da tutti e un giorno all’età di sedici anni tentò il suicidio: salì sul tetto della sua scuola per gettarsi di sotto, ma poco prima di buttarsi nel vuoto, una delle sue personalità prese il sopravvento e gli impedì di uccidersi. Da quel momento la personalità centrale fu tenuta per alcuni anni in un costante stato di incoscienza dalle sue personalità dominanti, che gli impedirono nuovi tentativi di suicidio. La vita sociale di Billy era in realtà vissuta via via dalle varie personalità, che si manifestavano alternandosi, a seconda delle situazioni da affrontare e tutto ciò che lui percepiva quando non era al comando del suo corpo erano semplicemente momenti di vuoto di cui non ricordava assolutamente nulla.

Negli anni 70 Billy cominciò a diventare famoso per i suoi crimini, ma la polizia di certo non immaginava di aver a che fare con 24 persone diverse racchiuse in un unico corpo. Chi mai l’avrebbe pensato? Nel 1972, ormai diciassettenne, fu arrestato per la prima volta per sequestro, stupro e aggressione a mano armata a danno di due prostitute e venne affidato al campo correttivo giovanile di Zanesville, in Ohio, dove rimase per quattro mesi. Gli anni successivi la sua fedina penale si arricchì di altri crimini, soprattutto di rapine a mano armata e nel 1975 venne trasferito all’istituto correttivo di Lebanon, presso Cincinnati, per poi essere rilasciato sulla parola il 26 aprile 1977, in libertà condizionale. Tuttavia lo stesso anno commise quel reato che poi lo rese famoso in tutto il mondo e che fece luce sulle sue 24 personalità. Il 27 ottobre Billy venne arrestato con l’accusa di aver rapito, stuprato e rapinato tre studentesse della Ohio State University e venne rinchiuso in carcere in attesa del processo. Il suo comportamento apparve fin da subito in bizzarro perché ogni volta che lo si interrogava sembrava di aver a che fare con una persona completamente diversa, le stesse tre vittime sottolinearono questo aspetto. Inizialmente gli fu diagnosticata una “schizofrenia acuta”, successivamente venne sottoposto a svariate elettroencefalografie a distanza di giorni e sorprendentemente ogni tracciato risultava diverso, fatto assolutamente impossibile per individui normali. Infine alcuni esami approfonditi condotti dalla psichiatra Dorothy Turner fecero emergere le varie identità e fu solo allora che gli venne definitivamente diagnosticato un “disturbo di personalità multipla” rendendo Billy Milligan un vero e proprio caso mediatico.

Billy fu la prima persona a utilizzare con successo un disturbo di personalità multipla come difesa per un crimine violento. Venne dimostrato come nel corpo di Billy, effettivamente, abitavano 24 persone diverse, ognuna con il proprio nome, background, storia, abilità, gusti e addirittura con il proprio accento. Quando sequestrò, rapinò e stuprò le tre ragazze per cui venne condannato, la personalità centrale ne era del tutto ignara perché il crimine era stato architettato e messo in atto solamente da altre due personalità il cui nome era Ragen e Adalana. Ogni personalità era completamente diversa dall’altra, alcune erano maschili e altre femminili tutte con nazionalità ed età diverse, andavano da un bambino di tre anni a un adulto. Loro erano anche divisi in due gruppi: “Desiderabili” e “Indesiderabili”. I desiderabili, che furono anche le personalità emerse sin dai primi interrogatori, facevano parte di un gruppo di 10 personalità creato da due di esse. Condividevano la coscienza e prendevano il sopravvento ogni volta che lo ritenevano opportuno. Questo gruppo condivideva cinque regole da seguire rigorosamente, pena la definitiva messa al bando nel gruppo degli indesiderabili e quindi il divieto assoluto di uscire all’esterno.

Le personalità emerse infine risultarono 23… e la 24esima? L’ultima personalità non era nient’altro che la fusione di tutte le personalità, i talenti, le conoscenze e i ricordi di ognuna di esse, denominata “Il maestro”, il vero Billy Milligan. Questa personalità è emersa durante l’internamento di Billy all’ospedale psichiatrico Harding Hospital dopo l’arresto grazie al dottor George Harding il quale riuscì a convincere le personalità a tenere sveglia quella centrale. La fusione avrebbe permesso alla varie coscienze di comunicare tra loro mentre Billy era sveglio, in modo da superare l’amnesia e ricordare tutte le attività, gli spostamenti e i pensieri delle varie identità. Fu proprio grazie a questa fusione che Billy risultò in grado di sostenere il processo che ebbe inizio il 4 dicembre 1978. Billy venne giudicato “non colpevole per infermità mentale” e trasferito all’Athens Mental Health Center, in Athens, Ohio. Gli anni seguenti furono un susseguirsi di riabilitazioni e ricadute, un vero periodo di inferno per Billy che venne in continuazione trasportato da un istituto psichiatrico all’altro. Il 1º agosto 1991 gli psichiatri e i tribunali dell’Ohio lo dichiararono ormai guarito. Billy Si stabilì dunque in California, dove divenne anche proprietario di una casa di produzione cinematografica: la Stormy Life Productions. La vita di Billy Milligan è destinata a interrompersi il 12 dicembre 2014, quando all’età di 59 anni morì dopo aver combattuto per due anni contro un tumore.

La storia di Billy Milligan e della sua mente, o per meglio dire delle sue menti, è a dir poco strabiliante tanto da aver ispirato numerosi film e libri, è il classico esempio di come la mente umana davvero sembra non avere nessun limite.

Ci troviamo in una stanza buia. In mezzo a questa stanza, sul pavimento, c’è una chiazza di luce. Chiunque faccia un passo dentro la luce esce sul posto, ed è fuori nel mondo reale, e possiede la coscienza. Questa è la persona che gli altri – quelli fuori – vedono e sentono e a cui reagiscono. Gli altri possono continuare a fare le solite cose, studiare, dormire, parlare o giocare. Ma chi è fuori, chiunque sia, deve fare molta attenzione a non rivelare l’esistenza degli altri. È un segreto di famiglia”

– Billy Milligan

 
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Pubblicato da su 27 febbraio 2017 in Personaggi sinistri

 

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John Wayne Gacy – The Killer Clown

John Wayne Gacy – The Killer Clown

Nato il 17 marzo 1942 a Chicago, Illinois, ha fin da subito affrontato un’infanzia difficile e combattuto con conflitti riguardo la sua sessualità. Dopo essere stato condannato per violenze sessuali nel 1968, si scoprì anni più tardi che uccise la bellezza di trentatré giovani tutti maschi, seppellendo la maggior parte di essi sotto casa sua. Nel 1980 venne riconosciuto colpevole e la sentenza comprendeva molteplici condanne a morte. Venne giustiziato tramite iniezione letale il 10 maggio 1994. Questa è solo una breve sinossi del serial killer di cui vi stiamo per parlare ma fa già rabbrividire! Ecco la storia di John Wayne Gacy, Jr. noto con lo pseudonimo di Killer Clown.

Questo purtroppo famoso serial killer era figlio di genitori danesi e polacchi e insieme ai suoi fratelli venne cresciuto prevalentemente dal padre, un uomo violento che spesso tornava a casa ubriaco picchiando moglie e figli. Non era raro che l’uomo usasse rasoi e cinture per infliggere pesanti danni fisici ai figli non appena si fossero comportati male, ma in quel caso i danni più che fisici erano psicologici, danni che si ripercuoteranno pesantemente soprattutto nella vita di Gacy. La vita a scuola inoltre non era delle migliori, il ragazzo non riusciva a legarsi con gli altri a causa di una condizione cardiaca congenita che non gli permetteva di fare eccessivi sforzi e quindi giocare con i ragazzi della sua età, senza contare che questa sua condizione gravava ancor di più a casa in quanto il padre lo considerava un fallimento per questo. Durante la fase della sua adolescenza Gacy si rese conto che era attratto da altri uomini e quello per lui fu un periodo molto turbolento.

All’età di diciotto anni Gacy trovò lavoro in una catena di fast-food e iniziò anche a interessarsi di politica, lavorando come assistente del candidato del Partito Democratico del suo quartiere e nel 1964 si sposò. Ben voluto nella sua comunità Gacy era spesso chiamato a fare il clown alle feste dei bambini, difatti era membro di un “Jolly Joker Clown Club” i cui membri volontari, tutti mascherati da pagliacci, si esibivano regolarmente senza scopo di lucro in varie manifestazioni di beneficenza e negli ospedali dove davano spettacoli per i bambini malati. Insomma, fin qui abbiamo raccontato la vita di una persona a modo seppur con un’infanzia estremamente difficile, eppure sulle spalle di Gacy grava una storia ben più inquietante. Venne condannato nel 1968, all’età di ventisei anni, a un periodo di reclusione di dieci anni a seguito di una presunta violenza sessuale a danno di due ragazzi adolescenti. Il giorno stesso della condanna la moglie di Gacy chiese il divorzio. In prigione si rivelò un detenuto modello. Dopo diciotto mesi di carcere, il 18 giugno 1970, venne liberato sulla parola con dodici mesi di libertà condizionata, ma l’anno successivo la polizia lo arrestò nuovamente per l’accusa di un’altra violenza sessuale ai danni ancora una volta di un ragazzo adolescente, tuttavia le accuse caddero quanto il ragazzo non si presentò al processo. Anni più tardi venne scoperto che il suo primo omicidio si consumò nel 1972 prendendo la vita dell’adolescente Timothy McCoy dopo averlo attirato a casa sua. Nel corso di un’intervista a seguito dell’arresto, Gacy asserì che immediatamente dopo aver ucciso McCoy, si era reso conto di aver avuto un orgasmo completo nell’atto di uccidere il giovane, inoltre aggiunse: “Fu allora che realizzai che la morte era l’emozione più grande”.

Furono proprio gli anni 70 in cui Gacy commise i suoi più efferati crimini. Nel 1976 la seconda moglie di Gacy chiese il divorzio e otto mesi dopo iniziò a uccidere più di frequente avendo la casa tutta per sé. Tra l’aprile e l’agosto 1976 il killer uccise un minimo di otto giovani, due dei quali mai identificati. Sette di questi ragazzi furono seppelliti nella cantina di Gacy, quattro dei quali in una fossa comune sotto il locale lavanderia. Gli anni successivi furono costellati di sparizioni di giovani ragazzi, era Gacy che continuava a consumare la sua follia omicida.

Il 12 ottobre 1978 la polizia diramò l’avviso di una scomparsa: Robert Piest, un ragazzo di quindici anni le cui tracce erano scomparse da qualche giorno. Prima di sparire però, Piest aveva raccontato a parenti e amici di aver conosciuto il gioviale titolare della PDM e che l’uomo gli aveva offerto un posto di lavoro nella sua ditta. Infine aveva precisato che avrebbe dovuto incontrarlo a casa sua la sera della scomparsa. La PDM non nient’altro che una ditta edile fondata da Gacy nel 1972, l’assassino aveva colpito ancora. Dieci giorni più tardi la polizia ottenne un mandato per perquisire da cima a fondo la casa di Gacy nel quartiere di Norwood Park a Chicago. Dentro l’abitazione c’era una puzza nauseabonda, Gacy spiegò che si trattava del sistema fognario che stava dando problemi, ma poco dopo si scoprirono le orribili prove del suo coinvolgimento in numerosi atti deplorevoli tra cui l’omicidio. Vennero trovati ventotto corpi esanimi di giovani ragazzi, un vero e proprio cimitero in cui la casa era stata trasformata: corpi seppelliti in giardino, dietro la camera da letto, in garage, in cantina. La comunità locale, in cui era tra i più stimati, rimase scioccata. Non poteva essere la stessa persona che faceva divertire i figli del vicinato vestito da pagliaccio. Invece era proprio lui. In seguito Gacy confessò l’omicidio di ben trentatré ragazzi, alcuni dei quali recuperati vicino al fiume Des Plaines, probabilmente perché in casa sua non c’era più spazio per seppellire i corpi. Gacy attirava le sue vittime con la promessa di lavori nel settore edile per poi catturarli, violentarli e infine strangolarli con la corda. Molto spesso uccideva le sue vittime vestito come il suo alter ego “Pogo il Clown”, ossia le sembianze da pagliaccio che assumeva alle feste dei bambini.

Il processo a Gacy iniziò il 6 febbraio 1980. Dopo che l’uomo confessò ogni suo crimine, ci si concentrò sul suo stato mentale e se poteva essere dichiarato pazzo e quindi internato in una struttura psichiatrica. Gacy disse alla polizia che tutti gli omicidi erano stati commessi dalla sua personalità alternativa, quella che emergeva quando indossava il suo costume da pagliaccio, da qui il soprannome Killer Clown. Ad ogni modo gli psicologi stabilirono che lo stato mentale di Gacy era in perfetta salute e le perizie psichiatriche effettuate dimostrarono, come per molti serial killer “organizzati”, una notevole intelligenza. In definitiva Gacy venne considerato colpevole di tutti e trentatré gli omicidi e divenne noto come uno dei serial killer più feroci della storia degli Stati Uniti d’America. Gli vennero inferte 12 condanne a morte e 21 ergastoli. Fu imprigionato al Menard Correctional Center per quasi 15 anni durante i quali fece numerosi appelli e dichiarazioni contraddittorie sugli omicidi nelle interviste. Anche se confessò le sue azioni, negò più volte di essere colpevole e vennero registrate numerose interviste in cui si dichiarò innocente. Durante gli anni di prigionia Gacy dipinse numerosi quadri raffiguranti pagliacci mostrati al pubblico attraverso una galleria di Chicago, molti dei quali acquistati dall’attore Johnny Depp.

John Wayne Gacy morì per iniezione letale il 10 maggio del 1994 presso il Stateville Correctional Center a Crest Hill, Illinois. L’uomo portò con sé nella tomba numerosi segreti in quanto sussistono ancora scomparse misteriose avvenute a Chicago negli anni 70. Molto probabilmente in qualche luogo frequentato da Gacy giacciono senza vita i corpi di quei ragazzi i cui parenti non hanno più saputo nulla.

 
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Pubblicato da su 7 novembre 2016 in Personaggi sinistri

 

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Mostro di Firenze – Un incubo della cronaca italiana

Mostro di Firenze – Un incubo della cronaca italiana

Nella quasi totalità dei nostri casi, gli eventi narrati sono avvenuti in paesi stranieri, in particolare negli Stati Uniti. Ciò però non vuol dire che il nostro Paese, l’Italia, sia privo di fatti di cronaca inquietanti, della presenza di efferati serial killer, di eventi senza spiegazione o luoghi misteriosi. L’Italia ha alle spalle migliaia di anni di storia carica delle più disparate leggende, ma ora non siamo qui per raccontarvi di una di queste, bensì per esporvi un fatto di cronaca fin troppo reale. Questa è la storia di un assassino che divenne famoso per il suo terribile modus operandi: egli mirava sempre giovani coppie uccidendole a sangue freddo a una distanza ravvicinata con una Beretta calibro .22 e mutilava gli organi sessuali della donna. Questo killer è stato il presunto responsabile di 16 omicidi avvenuti tra il 1968 e il 1985: stiamo parlando di quello che oggi è conosciuto come Mostro di Firenze.

21 agosto 1968. È mezzanotte. In segreto due amanti, Antonio Lo Bianco di 29 anni e Barbara Locci di 32, appartati all’interno della macchina del giovane, sono intenti in preliminari amorosi. Sul sedile posteriore dell’auto dorme Natalino Mele di 6 anni, figlio di Barbara e di suo marito, Stefano Mele. Una figura misteriosa si avvicina all’auto, si sentono i rumori dei passi sull’asfalto e senza che la coppia si accorga di chi si stia avvicinando all’auto, esplodono otto colpi di pistola da distanza ravvicinata; quattro colpiscono l’uomo e quattro la donna. Le indagini successive recupereranno solo cinque bossoli di una Beretta calibro .22. Poche ore dopo il piccolo Natalino suona alla porta di una casa ad oltre 2 chilometri di distanza da dove era parcheggiata l’automobile. Il proprietario che era sveglio si affaccia alla finestra e scorge il bambino che dice: “Aprimi la porta che ho sonno e dopo riaccompagnami a casa perché mia mamma e lo zio sono morti in macchina…”. Questo è quello che anni più tardi sarà reputato come il primo assassinio del Mostro di Firenze anche se nel frattempo in carcere è finito Stefano Mele, condannato a una pena di 14 anni nonostante le molte incongruenze. Il primo delitto di una lunga e sanguinosa serie, infatti passarono ben sei anni prima che il misterioso assassino colpisse ancora. 1974. Le vittime sono ancora due giovani, una coppia: Pasquale Gentilcore e Stefania Pettini di 19 e 18 anni. I colpi esplosi sono ancora otto, cinque verso l’uomo e tre verso la donna che tuttavia non la uccidono. Stefania viene trascinata violentemente fuori dall’auto, non poteva fuggire a causa delle profonde ferite alle gambe causate dai proiettili. Viene infine uccisa con tre coltellate allo sterno ma l’assassino non si accontenta, infatti la colpisce altre 96 volte così violentemente da causare, in sede processuale, lo svenimento di un Carabiniere durante l’udienza in cui venivano mostrate le foto del corpo della ragazza. Infine l’assassino le penetra la vagina con un tralcio di vite, particolare che fece pensare a un qualche rito esoterico.

Il Mostro di Firenze, nome affibbiatogli dai media, cominciò a guadagnare la sua notorietà il 6 giugno 1981, dopo che i corpi del 30enne Giovanni Foggi e della sua fidanzata Carmela di Nuccio di 21 anni, vennero trovati vicino alla loro auto nei pressi di Mosciano di Scandicci, in provincia di Firenze.  I due si conoscevano da pochi mesi ma avevano già programmato di sposarsi, probabilmente avevano dei grandi progetti per il futuro, progetti che vennero distrutti ancora da otto colpi di pistola fatali, tre a Giovanni e cinque a Carmela, mentre erano ancora in macchina. Un particolare che era già avvenuto e che si ripeterà anche in alcuni omicidi successivi è che vennero trovati meno bossoli di quelli effettivamente usati. A quanto pare all’assassino non bastò aver semplicemente ucciso i due giovani dato che infierì sui cadaveri con colpi di coltello, inoltre trascinò la donna poco distante dall’auto, recise i suoi jeans e per mezzo di tre precisissimi fendenti ne asportò interamente il pube. I corpi dei due giovani vennero rinvenuti il mattino dopo e la polizia non poté fare a meno di notare le analogie con i due duplici omicidi avvenuti nel 1968 e nel 1974. La polizia stava cominciando a rendersi conto di aver a che fare con un killer seriale molto, molto cruento…

Gli investigatori inizialmente sospettarono di Enzo Spalletti, un autista di autoambulanze che era conosciuto in famiglia per essere anche un guardone, la cui macchina era parcheggiata vicino alla scena del crimine. Quando gli agenti della polizia lo interrogarono, diede prima risposte poi dettagli inerenti al delitto che però non erano ancora stati divulgati dalla stampa, dunque venne arrestato. Tuttavia, mentre l’uomo era ancora in carcere, un nuovo efferato omicidio portò la polizia a credere di aver arrestato l’uomo sbagliato. Le vittime sono ancora una giovane coppia in auto: Stefano Baldi di 26 anni e Susanna Cambi di 24. Anche loro avrebbero dovuto sposarsi entro pochi mesi ma la sera del 23 ottobre del 1981 non tornarono mai più a casa… Vivi. Ancora una volta colpi provenienti da una Beretta calibro .22, ancora una volta vengono ritrovati meno bossoli di quelli effettivamente usati e ancora una volta alla ragazza è stato escisso il pube. La polizia brancolava nel buio e otto mesi dopo ci fu un altro omicidio, il quinto! Questa volta il delitto si differenzia dai precedenti in  quanto il luogo in cui avviene l’aggressione non è appartato, inoltre non viene eseguita l’escissione degli organi sessuali femminili. Le vittime sono Paolo Mainardi, meccanico di 22 anni, e Antonella Migliorini di 19. L’assassino sopraggiunge favorito dall’oscurità ed esplode alcuni colpi verso la coppia. La ragazza muore sul colpo mentre Paolo viene solo ferito e riesce a fuggire, tuttavia in preda al panico non controlla la macchina che sbanda fuori strada. Un colpo di fortuna per l’assassino che avvicinandosi all’auto fredda il giovane. Quando viene scoperto l’omicidio Paolo respira ancora e viene immediatamente trasportato all’ospedale più vicino dove morirà il mattino seguente. Qualche giorno dopo arrivò alla polizia una lettera anonima che recitava: “Perché non andate a rivedere il processo di Perugia contro Stefano Mele?”. Si riferiva al primo omicidio avvenuto nel 1968 in cui era stato processato e condannato Stefano Mele, evidentemente l’assassino si stava prendendo gioco della polizia.

L’ondata di omicidi è incessante: 9 settembre 1983. Avviene l’omicidio di Horst Wilhelm Meyer e Jens-Uwe Rüsch, due turisti tedeschi di 24 anni. 29 luglio 1984. Vengono uccisi Claudio Stefanacci e Pia Rontini di 21 e 18 anni. Questa volta un particolare alquanto macabro sta nel fatto che l’assassino abbia asportato il pube della donna mentre era ancora in vita, seppur in agonia. 7 settembre 1985. Avviene l’ultimo omicidio, vengono assassinati Jean-Michel Kraveichvili e Nadine Mauriot, ragazzo e ragazza di origini francesi. Stesso modus operandi dei delitti precedenti.

A seguito di otto duplici omicidi avvenuti nell’arco di quasi 20 anni, gli investigatori non erano ancora in grado di trovare un colpevole definitivo. Vennero interrogate oltre 100.000 persone nella speranza di raccogliere ogni tipo di prova. Le indagini portarono alle porte della casa di Pietro Pacciani, un contadino che nel 1951 venne arrestato per aver ucciso l’uomo che aveva trovato a letto con la sua fidanzata. L’uomo era stato accusato più volte di stupro. Pacciani venne rilasciato nel 1964 dopo aver scontato 13 anni di carcere e gli investigatori credettero che l’uomo ancora a piede libero fosse tornato a commettere violenti omicidi. Durante un processo nel 1994, il giudice condannò Pacciani per 14 delle 16 accuse di omicidio, ma nel 1996 una corte d’appello ribaltò la condanna citando la mancanza di prove. La polizia, ormai disperata nel vano tentativo di trovare l’assassino, iniziò a sviluppare una teoria alternativa: rituali satanici. Agendo su questa convinzione, gli investigatori conclusero che due amici di Pacciani, Mario Vanni e Giancarlo Lotti furono complici nei crimini e che commisero gli omicidi al fine di ottenere un qualche tipo di potere dagli organi sessuali delle vittime durante i loro culti. Pacciani venne tenuto in prigione per un nuovo processo mentre nel 1997 Lotti e Vanni furono condannati all’ergastolo pur avendo pochissime prove a sostegno delle rivendicazioni. Pacciani morì di arresto cardiaco nel febbraio del 1998, prima che fosse in grado di affrontare l’ennesimo processo e Lotti morì in carcere quattro anni più tardi.

Gli investigatori invertono la rotta nel gennaio del 2004, quando accusarono il farmacista Francesco Calamandrei per aver guidato il culto satanico e l’allora giornalista de La Nazione, Mario Spezi per colpa delle sue indagini private. Quest’ultimo venne anche arrestato con una serie di accuse pesantissime: dal depistaggio al concorso in omicidio, alla turbativa di servizio pubblico, fino alla calunnia. Anni prima la ex moglie di Calamandrei, si recò dai carabinieri e riferì che quando era ancora sposata con lui, aveva trovato in casa una pistola, precisamente una Beretta calibro 22, e nel frigorifero alcuni macabri feticci, a sua detta provenienti dalle vittime femminili del Mostro di Firenze. Ben presto la ex moglie fu vista come una visionaria che voleva solo vendicarsi dell’ex marito che l’aveva lasciata. Aveva forse ragione? A quanto pare no perché il 21 maggio 2008, al termine di un processo con rito abbreviato iniziato nel settembre 2007, Calamandrei venne assolto dalle accuse per mancanza totale di prove. Due anni più tardi, Vanni morì in una casa di cura e se partecipò ai crimini oppure no, è un mistero che si è portato nella tomba. Nel corso degli anni sono state fatte decine di ipotesi su questo macabro fatto di cronaca che ha sconvolto il nostro Paese, tutte ipotesi però senza prove concrete, dunque il mistero legato al Mostro di Firenze probabilmente non verrà mai risolto.

 
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Pubblicato da su 1 giugno 2016 in Personaggi sinistri

 

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Zodiac – Lettere da un misterioso serial killer

Zodiac – Lettere da un misterioso serial killer

Io non sono malato. Io sono pazzo. Ma questo non fermerà il gioco.

Queste sono le sinistre parole scritte dall’uomo che sarebbe divenuto noto con il nome di Killer dello Zodiaco, un uomo che terrorizzò San Francisco e dintorni dal 1966 al 1970 con un numero di omicidi che potrebbe variare tra i 5 accertati e i 37 ipotizzati. Questo enigmatico killer sconcertò gli investigatori impegnati giorno e notte alla ricerca della sua vera identità che resta ad oggi ancora sconosciuta. Si ritiene che la sua prima vittima fu Cheri Jo Bates, una diciottenne matricola al Riverside City College vicino a Los Angeles. In una tranquilla sera del 30 ottobre 1966, mentre la ragazza stava studiando presso la biblioteca del campus, qualcuno manomise la sua auto. Dopo che questo qualcuno, presumibilmente un uomo, si accorse che l’auto non ne voleva sapere di partire, si avvicinò alla ragazza e con violenza la trascinò in alcuni cespugli vicini. La ragazza venne presa a calci in testa e accoltellata due volte al petto e alla gola, in particolare in quest’ultimo punto l’uomo era stato così brutale quasi da decapitarla. Pochi giorni dopo la polizia ricevette una lettera con scritti i dettagli dell’omicidio, dettagli che solo l’assassino avrebbe potuto sapere. “Era giovane e bella” erano le prime parole della lettera… “Ma ora è malconcia e morta. Non è stata la prima e non sarà l’ultima.” Questa fu solo la prima di una raffica di lettere che sarebbero state inviate alla polizia e ai media negli anni seguenti. Nelle lettere successive l’assassino cominciò a farsi chiamare “Zodiac”, in particolare ognuna di esse era contraddistinta da un simbolo particolare, quasi come fosse una firma dell’assassino, un simbolo che divenne ben presto sinonimo di terrore: un cerchio con una croce.

Dalla prima lettera passarono più di 18 mesi prima che Zodiac colpisse ancora. La notte del 20 dicembre 1968, una giovane coppia formata da David Faraday di 17 anni e Bettylou Jensen di 16, si stava dirigendo in auto al lago Herman, sul lato nord della San Francisco Bay, per passare una nottata incantanti dalla splendida vista su Vallejo, California. Mentre si stavano baciando in macchina, una torcia elettrica improvvisamente ne illuminò l’interno e la portiera dal lato del guidatore venne forzata. I due ragazzi non si rendettero nemmeno conto di cosa stava succedendo che David venne colpito a bruciapelo alla testa. Bettilou scioccata trovò le forze per aprire la portiera e scappare più veloce che poteva, ma fece solo pochi metri prima di essere colpita con un’arma da fuoco alla schiena per ben cinque volte. Quando la polizia arrivò sulla scena la ragazza era ormai morta da tempo. David, era stordito ma ancora vivo e riuscì a fornire solo alcuni dettagli circa l’aggressione, ma nessuno riguardo l’aggressore. Il ragazzo morì poco dopo l’arrivo in ospedale. Anche in questo caso non c’erano stati testimoni, le vittime non erano state derubate e nessuno dei due venne aggredito sessualmente. Per concludere, non c’era nessun motivo apparente e la polizia era perplessa.

Passarono altri sei mesi quando un incidente simile si verificò al Blue Rock Spring, a soli tre chilometri di distanza dal precedente attacco. È il 4 luglio 1969. Darlene Ferrin di 22 anni aveva frequentato un cospicuo numero di ragazzi alle spalle del marito e quel giorno in particolare aveva un appuntamento con il 19enne Michael Mageau. La coppia andò in macchina fino al punto panoramico, ma non si resero conto che erano seguiti da un’altra auto che parcheggiò a pochi metri da loro. Il ragazzo si accorse dell’auto e si innervosì, ma Darlene gli disse di conoscere il guidatore e lo rassicurò intimandogli di non preoccuparsi. L’uomo infatti pareva essere un ammiratore di Darlene, nonché un assiduo frequentatore del locale dove lei prestava servizio come cameriera. Più avanti gireranno voci che Darlene fosse al corrente che l’uomo era l’autore dell’omicidio del lago Herman e che egli l’abbia uccisa per impedirle di denunciarlo o perché lo stava ricattando in cambio del suo silenzio. Quella sera, dieci minuti dopo aver parcheggiato, un fascio di luce avvolse l’abitacolo della loro auto e partirono dei colpi di arma da fuoco. Darlene venne colpita nove molte e morì sul posto. Michael invece venne colpito al collo mandando in frantumi la sua mascella e strappando via parte della sua lingua, tuttavia sopravvisse al brutale colpo e fu in grado di dare una descrizione del killer anche se piuttosto confusa. Nel giro di un’ora dalla sparatoria, un uomo chiamò il dipartimento di polizia di Vallejo da un telefono pubblico. “Voglio segnalare un duplice omicidio” disse. “Se andate a un miglio a est sulla Columbus Parkway, al parco pubblico, troverete dei bambini in un’automobile marrone. Sono stati uccisi con una 9 millimetri con la quale ho ucciso anche quei ragazzi l’anno scorso. Arriverderci”. Dopo questo episodio, i sospetti caddero sul marito di Darlene Ferrin, ma si scoprì che l’uomo aveva un solido alibi e i sospetti svanirono. La polizia era stata ancora una volta messa in difficoltà e oltre alla telefonata, non avevano alcuna prova che collegava gli ultimi due omicidi. Fu proprio in questo periodo, nell’estate del 1969, che Zodiac cominciò a scrivere lettere ai tre giornali locali Vallejo Times-Herald, San Francisco Chronicle e San Francisco Examiner, con i dettagli dei suoi crimini. Le prime lettere contenevano un cifrario e ciascun quotidiano ricevette una parte del messaggio. In esse Zodiac rivendicava la responsabilità dei tre omicidi e inoltre includeva su ciascuna un terzo di un crittogramma che a suo dire nascondeva la sua identità. Zodiac chiedeva che ciascuna parte fosse stampata sulla prima pagina del rispettivo quotidiano, altrimenti si sarebbe infuriato e avrebbe ucciso una dozzina di persone quel weekend. Le minacce non ebbero luogo e tutte e tre le parti del crittogramma furono pubblicate. Qualche giorno dopo due lettori del quotidiano, Donald e Bettye Harden, riuscirono a risolvere il crittogramma, che non conteneva il nome di Zodiac. Il messaggio diceva:

MI PIACE UCCIDERE LE PERSONE PERCHÉ È MOLTO DIVERTENTE È PIÙ DIVERTENTE DI UCCIDERE ANIMALI SELVAGGI NELLA FORESTA PERCHÉ L’UOMO È L’ANIMALE PIÙ PERICOLOSO UCCIDERE QUALCOSA È UN’ESPERIENZA ECCITANTISSIMA PER ME È PERSINO MEGLIO DI VENIRE CON UNA RAGAZZA LA PARTE MIGLIORE È CHE QUANDO MUOIO RINASCERÒ IN PARADISO E TUTTI QUELLI CHE AVRÒ UCCISO DIVENTERANNO MIEI SCHIAVI NON VI DARÒ IL MIO NOME PERCHÉ CERCHERESTE DI RALLENTARE O FERMARE LA MIA COLLEZIONE DI SCHIAVI PER LA MIA SECONDA VITA EBEORIETEMETHHPITI

Il significato degli ultimi 18 simboli non venne mai chiarito, si fece solo un’enorme quantità di speculazioni associando tali lettere a svariati nomi come Ted Kaczynski, condannato anni dopo per aver inviato pacchi postali esplosivi a numerose persone, oppure Arthur Leigh Allen, una persona all’epoca considerata il principale sospettato della catena di omicidi.

Gli intervalli tra le uccisioni erano sempre più brevi e il prossimo attacco sarebbe avvenuto solo due mesi più tardi dall’ultimo. Due studenti, il 22enne Bryan Hartnell e Cecilia Shepard di 20, stavano facendo un pic nic sulle rive del lago Berryessa nella Napa County, California, quando un uomo alto con indosso un mantello e un cappuccio neri, si avvicinò con una pistola semi-automatica puntata direttamente verso di loro. Li legò con uno stendibiancheria, li mise a faccia in giù e cominciò a consumare la sua follia omicida a furia di coltellate sulla schiena dei giovani malcapitati. Poco dopo un uomo chiamò all’ufficio dello sceriffo della contea segnalando l’aggressione e che era stato proprio lui a commetterla. Quando le autorità arrivarono sulla scena, sulla portiera della macchina c’erano dei solchi, nonché il simbolo di Zodiac e le date dei precedenti omicidi. La donna morì il giorno dopo mentre l’uomo sopravvisse. Due settimane più tardi, un tassita di San Francisco, Paul Stine, venne ucciso a sangue freddo con una pistola 9 millimetri dello stesso tipo di quella usata per uccidere David Faraday e Bettylou Jensen. Tre giorni dopo, il San Francisco Chronicle ricevette ancora una lettera da parte di Zodiac che sosteneva di aver ammazzato proprio lui quel tassista.

L’ennesimo incidente non si sarebbe verificato prima del 22 marzo 1970. Kathleen Johns e sua figlia di 10 anni vennero fermate per strada da un uomo che affermò che le ruote posteriori della sua auto stavano andando a terra, quindi si offrì per dare alla donna un passaggio alla stazione di servizio più vicina. Lei accettò e salì in macchina non sapendo che la destinazione non era la stazione di servizio, ma un vero e proprio inferno. L’uomo infatti le disse che stava per ucciderla, tuttavia quando il rapitore sbagliò strada e si fermò, la donna afferrò sua figlia e saltò giù dalla macchina riuscendo a fuggire. Quando arrivò alla stazione di polizia più vicina cominciò a raccontare l’accaduto e a descrivere l’uomo fin quando non vide un poster raffigurante l’identikit di Zodiac, a quel punto la donna lo indicò e disse che era stato proprio lui a rapirla. Dopo questo brutto episodio e per il resto degli anni 70, la polizia e i media continuarono a ricevere lettere da parte di Zodiac. Molte contenevano biglietti di auguri, altre frasi come “Il mio nome è…” seguito da un messaggio cifrato di 13 caratteri, oppure “I hope you enjoy yourselves when I have my BLAST” ossia “Spero che vi divertirete quando avrò la mia ESPLOSIONE”, seguito dal consueto simbolo. Sul retro di questo biglietto, Zodiac minacciava di usare presto la sua bomba su uno scuolabus se il giornale non avesse pubblicato tutti i dettagli che scriveva. Inoltre avrebbe voluto cominciare a vedere la gente portare “qualche bella spilletta di Zodiac”. Decine e decine di lettere, ma la maggior parte vennero poi bollate come bufale e più nessun omicidio venne collegato a Zodiac. L’ultima lettera considerata autentica venne ricevuta il 25 aprile 1978 e diceva: “Sono tornato con voi” e si concludeva: “Ora detengo il controllo di ogni cosa.”.

Il controverso caso del Killer dello Zodiaco rimane tutt’oggi irrisolto anche se ci sono stati numerosi sospetti tra cui Charles Manson e come abbiamo detto prima, l’unabomber Ted Kaczynski, mentre Arthur Leigh Allen, che venne identificato come l’aggressore da Hartnell e Maegeu, venne completamente scagionato dal test del DNA. La polizia di San Francisco ha catalogato il caso come “inattivo” nell’aprile del 2004, ma l’ha riaperto nel marzo 2007; anche in altre giurisdizioni il caso rimane aperto, ma le speculazioni circa l’identità di Zodiac riemersero nel 2014 dopo la pubblicazione del libro “The Most Dangerous Animal of All” nella quale l’autore Gary L. Stewart affermò che il suo padre biologico era niente meno che il Killer dello Zodiaco. Stewart diceva che era stato abbandonato da bambino e in seguito adottato. Dopo aver cercato di rintracciare il padre per più di dieci anni, la sua ricerca lo portò a San Francisco dove scoprì che il padre biologico aveva dei precedenti penali e una somiglianza spaventosa con l’identikit del killer. L’uomo, ora deceduto, è stato identificato come Earl Van Miglior Jr, ma come gli altri indagati, non vi è alcuna prova concreta che lo collega agli omicidi.

L’identità di Zodiac è stata, è e rimarrà per sempre un mistero, un mistero la cui soluzione è stata forse portata nella tomba dallo stesso killer, perché chiunque abbia seminato il terrore nei dintorni di San Francisco tra gli anni 60 e 70, ora starà molto probabilmente giacendo da qualche parte senza vita.

 
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Pubblicato da su 15 febbraio 2016 in Personaggi sinistri

 

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Albert Fish – Una mente perversa

Albert Fish – Una mente perversa

Esistono pochi assassini nella storia dell’umanità che vengono ricordati ancora oggi come mentalmente squilibrati e diabolici ma con l’aria apparentemente gentile e innocua. Uno di essi è Albert Fish conosciuto anche come l’Uomo grigio, il Lupo mannaro di Wysteria, il Vampiro di Brooklyn e Il Maniaco della Luna. Sembrava il nonno che qualunque bambino potesse desiderare, ma dietro quell’espressione tranquilla, quei capelli e baffi argentati, si celava un mostro orrendo che si accaniva su giovani innocenti con i suoi “strumenti dell’Inferno”: una mannaia, un coltello da macellaio e una sega. Fu, come lui stesso dichiarò, il molestatore di oltre 400 bambini nell’arco di 20 anni e gli psichiatri che lo visitavano rimanevano scioccati, uno dichiarò: “Ha vissuto una vita di perversione senza precedenti”. Dopo la sua cattura, diede la colpa alla sua terribile infanzia per tutti gli omicidi che ha commesso. Albert è ancora oggi l’uomo più anziano finito su una sedia elettrica, si trattò di una morte arrivata troppo tardi per molte delle sue vittime.

Albert Fish nacque il 19 maggio 1870 a Washington. I suoi antenati combatterono durante la Rivoluzione Americana, ma fu abbandonato in tenera età dopo che il padre, Randall Fish, morì quando Albert aveva solo 5 anni e la madre non aveva i mezzi finanziari per mantenerlo ed educarlo. Dunque fu messo in un orfanotrofio dove ha visto e vissuto sulla sua pelle i primi atti brutali di sadismo. Qui impara anche a sopportare il dolore, a causa delle ripetute punizioni che prevedevano l’uso della frusta sul corpo nudo di chiunque commettesse errori, davanti a tutti gli altri bambini. All’età di 26 anni si sposa con una ragazza di sette anni più giovane, dalla quale avrà sei figli. Aveva un’istruzione pubblica scarna e spesso truffava la gente per poter guadagnare qualcosa. Il suo comportamento strano e imprevedibile ha cominciato ad emergere quando la moglie scappò di casa con un altro uomo lasciando tutti i figli ad Albert. Egli lo scoprì un giorno che era tornato a casa e la trovò deserta con tutti i mobili privi dei vestiti.

Abbandonato a se stesso, Albert comincia a compiere piccoli crimini come scrivere e spedire delle lettere oscene e per questo venne arrestato più volte finendo anche in un manicomio. Secondo le testimonianze dei figli, nelle notti di luna piena Albert consumerebbe enormi quantità di carne cruda dalla dubbia provenienza. Egli raccoglie anche una grande quantità di materiale sul cannibalismo. Secondo alcuni avrebbe cominciato a uccidere proprio in questo periodo, nel 1910. La prima vittima sarebbe stato un uomo adulto a New York mutilato orribilmente. Inoltre è in questo periodo che comincia ad essere letteralmente ossessionato dalla religione. Le allucinazioni sia visive che uditive erano frequenti. Diverse volte, improvvisamente, levava le braccia aperte al cielo ed urlava “Io sono Cristo!”. Proprio a causa di queste allucinazioni e di letture distorte della Bibbia, si convinse che Dio stesso gli aveva dato ordine di espiare i suoi peccati attraverso punizioni corporali e compiendo sacrifici umani ai danni di bambini, mediante tortura e castrazione. Su se stesso praticava atti di fustigazione, obbligava i suoi stessi figli a frustarlo fino a sanguinare, imbeveva bastoncini per la pulizia delle orecchie nell’alcool e li incendiava dopo averli infilati nell’ano. Inoltre era solito infilarsi aghi nella zona tra l’ano e lo scroto, aghi che spesso riusciva poi a togliere, ma non sempre, difatti più avanti una radiografia al bacino mostrò  chiaramente la presenza di ben 29 aghi. Albert comincia a perseguire il suo folle disegno di purificazione che lo porterà ad ammazzare con atti brutali un numero indeterminato di bambini, numero che varia dai 15 accertati fino ad arrivare a 100.

La prima vittima accertata risale al luglio del 1924 a Staten Island, New York. Francis McDonnell, un bambino di otto anni, sta giocando di fronte a casa sotto gli occhi vigili della madre. Ad un certo punto nota poco distante un signore anziano, vestito male, che guarda insistentemente i bambini, borbottando frasi incomprensibili tra sè e sè. Poi l’uomo scompare. Quel pomeriggio, però, lo stesso uomo ritorna e avvicina Francis mentre gioca a palla con quattro amici e lo porta via. Nessuno sembra accorgersi della scomparsa del bambino. L’allarme viene dato solo la sera, quando i genitori si rendono conto che Francis non si presenta per cena. Suo padre, un poliziotto, organizza personalmente una ricerca insieme ad altri agenti e volontari. Il piccolo Francis viene ritrovato poche ore dopo, sdraiato sotto dei rami, con i vestiti strappati, strangolato con le proprie bretelle e con chiari segni di bastonate sul corpo.

Nel 1929 Albert colpisce ancora, questa volta la vittima è William Gaffney, un bambino di quattro anni. In questo caso però ci fu un testimone, un bambino di tre anni che stava giocando con William e alle domande dei poliziotti circa il bambino scomparso, rispose: “L’ha portato via l’uomo nero”. Nessuno diede peso a quelle parole così venne organizzata una ricerca serrata nelle zone. Quando fu chiaro che la ricerca non avrebbe portato ad un ritrovamento, finalmente qualcuno si decise a parlare di nuovo con l’unico testimone, il bambino di tre anni, e farsi dare una descrizione dell’uomo nero. Corrispondeva ad un uomo di età avanzata, magro, con capelli e baffi grigi. William non verrà più ritrovato nonostante le insistenti ricerche della polizia e sarà Albert Fish stesso a raccontare il trattamento riservato alla piccola vittima. Fu portato in una discarica di rifiuti, all’interno della quale c’era una casa abbandonata. Qui Billy venne completamente spogliato e lasciato lì, legato con degli stracci. La morte giunge il giorno dopo, quando Fish ritorna in quella casa e tortura la sua piccola vittima, frustandolo fino a farlo sanguinare. Poi mentre è ancora vivo, gli mutila le orecchie e il naso. A quel punto il piccolo muore, ma per Albert non è ancora finita. Inizia a smembrare il cadavere, liberandosi delle estremità e conservando le parti più tenere. La testimonianza di cosa ne fece fu terrificante per tutti. In alcuni stralci si legge:

Feci uno stufato con orecchie, naso, pezzi della faccia e pancia, come condimento usai cipolle, carote, rape, sedano, sale e pepe. Era buono. Poi tagliai le natiche e i suoi genitali dopo averli lavati. Poggiai strisce di pancetta affumicata su ciascun gluteo prima di metterli nel forno … Vi assicuro che non ho mai mangiato un arrosto di tacchino buono anche solo la metà del suo. Mangiai ogni pezzo della sua carne in quattro giorni…

La confessione di Fish sconvolse l’opinione pubblica ma nonostante ciò non fu questo l’omicidio più terribile, bensì quello della piccola Grace Budd di dieci anni. La piccola apparteneva a una famiglia in condizione economiche disagiate e il fratello Edward da poco maggiorenne decise di dare il suo contributo economico mettendo così un’inserzione su un giornale locale per offrirsi come bracciante agricolo, seguito dall’indirizzo. Pochi giorni dopo alla porta di casa suonò Frank Howard, un signore anziano dall’aspetto curato e dalla corporatura esile, con baffi e capelli grigi e disse che era lì per via dell’annuncio sul giornale. Il sig. Howard aveva detto loro di possedere una grossa fattoria e i Budd lo invitarono a trattenersi per pranzo. Proprio in quei frangenti vide la piccola e graziosa Grace. A pranzo finito il sig. Howard si congedò dalla famiglia dicendo che sarebbe tornato in serata a prendere il giovane Edward, per portarlo alla fattoria. Prima però sarebbe dovuto andare a una festa di compleanno e convinse i Budd inizialmente riluttanti a portare con se la piccola Grace che sicuramente si sarebbe divertita con gli altri bambini. Il signor Howard non fece più ritorno e con lui anche Grace Budd. I genitori della bambina erano disperati e chiamarono la polizia che, dopo una serie di indagini, scopri che né la fattoria né il singor Howard esistevano. Albert Fish aveva colpito di nuovo. La sua mente malata e contorta decise di far sapere cosa ne era stato della piccola Grace e lo fece nel modo più disgustoso e crudele, mandando una lettera con tutti i dettagli ai Budd.

Cara Signora Budd. Nel 1894 un mio amico, John Davis, s’imbarcò come marinaio sulla Steamer Tacoma. La nave salpò da San Francisco per Hong Kong, Cina. Arrivati lui ed altri due sbarcarono e andarono a bere. Quando ritornarono la nave era partita. A quell’epoca c’era la carestia in Cina. La carne, di ogni tipo, andava da 1 a 3 dollari a libbra. Talmente era grande la sofferenza tra le persone molto povere che tutti i bambini sotto i dodici anni venivano venduti come cibo allo scopo di evitare di far morire di fame gli altri. Un ragazzo o una ragazza sotto i quattordici anni non erano al sicuro per strada. Potevate andare in qualsiasi negozio e chiedere una bistecca, delle braciole o della carne stufata. Parti del corpo nudo di un ragazzo o di una ragazza sarebbero state tirate fuori e il pezzo che volevate sarebbe stato tagliato. Il posteriore di un ragazzo o di una ragazza, che è la parte più dolce del corpo, era venduta come costoletta di agnello e data via al prezzo più alto. John rimase lì così a lungo che prese ad apprezzare il gusto della carne umana. Al suo ritorno a N.Y. rapì due bambini, uno di 7 e l’altro di 11 anni. Li portò a casa sua, li spogliò e li legò nudi in un ripostiglio. Poi bruciò ogni cosa avessero addosso. Molte volte, giorno e notte, li sculacciava e li torturava per rendere la loro carne buona e tenera. Per primo uccise il ragazzo di undici anni, perché aveva il culo più grasso e ovviamente più carne su di esso. Ogni parte del corpo fu cucinata e mangiata eccetto la testa, le ossa e le budella. Fu arrostito nel forno, bollito, grigliato, fritto e stufato. Il ragazzino più piccolo fu il prossimo, andò allo stesso modo. All’epoca, vivevo al 409 E 100 St., lato destro. Lui mi disse così spesso quanto era buona la carne umana che decisi di provarla. La domenica del 3 giugno 1928 vi chiamai al 406 W 15 St. Vi portai del formaggio fresco e delle fragole. Pranzammo. Grace si sedette sul mio grembo e mi baciò. Decisi che l’avrei mangiata, con la scusa di portarla ad una festa. Diceste che sarebbe potuta venire. La portai in una casa vuota a Westchester che avevo già scelto. Quando arrivammo lì, le dissi di rimanere fuori. Si mise a raccogliere fiori di campo. Andai al piano di sopra e mi strappai tutti i vestiti di dosso. Sapevo che se non l’avessi fatto si sarebbero macchiati del suo sangue. Quando tutto fu pronto andai alla finestra e la chiamai. Allora mi nascosi in un ripostiglio fino a che non fu nella stanza. Quando mi vide tutto nudo cominciò a piangere e provò a correre giù per le scale. L’afferrai e lei disse che l’avrebbe detto alla sua mamma. Per prima cosa la spogliai. Lei scalciava, mordeva e graffiava. La soffocai fino ad ucciderla, poi la tagliai in piccoli pezzi così avrei potuto portare la mia carne a casa. La cucinai e la mangiai. Come era dolce e tenera la sua carne arrostita nel forno. Mi ci vollero nove giorni per mangiarne l’intero corpo. Non l’ho scopata anche se lo desideravo con tutto me stesso. Morì vergine.

Il contenuto di questa sadica lettera, recapitata ben sei anni dopo, scioccò i genitori di Grace ma fu anche utile per incastrare l’assassino una volta per tutte. La lettera era stata scritta su una carta che recava il logo della New York Private Chauffeur’s Benevolent Association. La polizia riunì immediatamente tutti i membri dell’associazione e fece fare un test calligrafico. Dopo aver appurato che nessuna delle grafie corrispondeva a quella dell’assassino, chiesero ad ognuno se qualche volta era capitato loro di portare buste o carte da lettere all’esterno dell’associazione. Spuntò quindi un custode, che ammise di aver lasciato qualche busta e della carta da lettera nella sua vecchia casa. Quando la polizia arrivò sul posto trovò solo la padrona di casa, che confermò che lì ci viveva un signore corrispondente alla descrizione che gli inquirenti le avevano fornito. Si chiamava Fish, Albert Fish, ma che era fuori città per qualche giorno. Quando quel giorno arrivò, la proprietaria di casa avvisò la polizia e Fish venne finalmente arrestato.

Il processo iniziò l’11 marzo del 1935, l’accusa era omicidio premeditato ai danni della piccola Grace Budd. Durante il processo venne sottolineato come egli era stato in grado di pianificare l’omicidio della piccola Grace in ogni minimo dettaglio, rimanendo sempre freddo e lucido e respingendo quindi ogni voce che lo dava come mentalmente instabile. Stesso atteggiamento di freddezza e lucidità Fish lo ebbe anche durante il processo, al quale presiedeva in maniera quasi disinteressata. Albert Fish venne condannato a morte tramite esecuzione sulla sedia elettrica e alla lettura della sentenza rimase sereno, sostenendo che la sedia elettrica era l’unica modalità che gli mancava per procurarsi dolore. L’esecuzione venne eseguita il 16 gennaio del 1936.

 
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Pubblicato da su 14 dicembre 2015 in Personaggi sinistri

 

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Armin Meiwes – Il cannibale di Rothenburg

Armin Meiwes – Il cannibale di Rothenburg

Anno 2006, nel tribunale di Kassel in Germania, seduto nel posto riservato agli imputati si trova il signor Armin Meiwes. Quando il giudice legge la sentenza, Armin ha lo sguardo freddo e calcolatore, non si scompone nemmeno quando emergono dettagli che farebbero rivoltare lo stomaco a chiunque, anzi, durante la lettura sembra non battere mai gli occhi come se non volesse perdere nemmeno il più insignificante degli istanti di quel momento. Ascolta la sua sentenza e solo qualche volta si lascia sfuggire un sussulto di umanità nella sua espressione, come se cercasse di trattenere con tutte le forze il sorriso. Quello stesso sorriso con cui era apparso nei giorni precedenti e immortalato dai giornali tedeschi nelle principali testate nazionali con la scritta “CANNIBALE”.

Armin Meiwes è nato il 1° di Dicembre del 1961 ad Essen, egli ha avuto un infanzia molto triste: a scuola veniva preso di mira dagli altri perché era un ragazzino timido e insicuro, a questo si aggiunge una situazione famigliare disgregata. Egli è il terzo figlio nato dal terzo matrimonio della signora Waltraud. Suo padre, il poliziotto Detlef Meiwes, viene descritto da Armin come un eroe che ammirava molto, questo fino al 20 di settembre del 1970 giorno nel quale dopo l’ennesima lite con la signora Waltraud uscì di casa, accese il motore della sua auto e parti, il piccolo Armin a squarcia gola urlava a suo padre di fermarsi e si mise ad inseguire la macchina. Tutto fu inutile, suo padre senza mai voltarsi indietro li aveva abbandonati per sempre. Armin aveva solo 8 anni. Tale perdita fu per lui un colpo molto duro e fu allora che iniziarono le fantasie. Siccome i suoi due fratellastri erano già adulti e non aveva amici, si creò un amico immaginario chiamato Frank, questo può essere molto comune tra i bambini, ma le fantasie di Armin erano molto diverse. Iniziò a sviluppare un’ossessione per la storia di Hansel e Gretel, in particolare gli piaceva l’idea che il piccolo Hansel ingrassava per poter essere mangiato dalla strega. Verso la seconda metà degli anni 70, quando Armin aveva sedici anni, si trasferisce con la madre presso una grande casa di campagna. La possente struttura è costituita addirittura da 36 stanze in totale, nella cittadina di Rotenburg quella casa è nota come “La casa degli spiriti”. Dopo l’abbandono del padre la signora Waltraud, probabilmente cercando di ricoprire anche il ruolo del marito, si dimostrò una donna molto possessiva, una figura autoritaria. Purtroppo però tale atteggiamento è stato controproducente per la psiche di Armin il quale si dimostrava sempre più insicuro di se e sempre più solo. La madre è stata una figura costante per il nostro protagonista e non è un modo di dire; le poche volte che Armin riusciva a procurarsi un appuntamento con una ragazza, sua madre doveva essere presente. I suoi compagni durante gli anni di servizio militare dissero che sua madre insisteva per accompagnarlo perfino durante le esercitazioni sul campo provocandogli le burle e l’imbarazzo. Dopo la morte della madre avvenuta nel 1999, Armin inizia finalmente a sfogare le sue fantasie più nascoste. Siccome non aveva amici, cresce la sua passione per l’informatica fino a diventare un esperto tecnico dei computer. A partire da questo punto, questa storia inizia a tingersi di sfumature degne di un film gore di basso costo. Armin trascorre le sue giornate davanti allo schermo e scopre di essere bisessuale, inoltre inizia la lettura di libri di cannibalismo e si interessa alla bibliografia degli assassini seriali cercando delle emozioni in comune con quei criminali, come se cercasse in qualche modo di convincere se stesso che quello era il suo destino, che era nella sua natura.

Dentro una scatola fredda e piena di circuiti integrati, Armin colleziona immagini trovate su internet che ritraggono incidenti reali, crimini disumani, corpi smembrati e torture di ogni tipo. Per non parlare di un’infinità di documenti sull’anatomia umana. Vi sembrerà incredibile, ma egli scoprì di non essere l’unica persona ad avere queste ossessioni. Su internet infatti frequenta dei forum dedicati a questi temi, in particolare frequenta il forum chiamato “Canibal cafe” dove gli utenti postano richieste dal forte contenuto sessuale, antropofago e di vorarefilia. Armin spesso usava il nickname Frank, il nome del suo amico immaginario. Normalmente i suoi  annunci erano di questo tipo: “Cerco ragazzo giovane sano tra i 18 e i 25 anni che sia disposto a morire ed essere divorato da me. Farò di voi succulenti impanati e gustose bistecche”. Ai suoi annunci rispondono in tanti, Armin sorpreso ed eccitato riesce ad incontrare alcune di queste persone, le quali, in teoria rispondendo all’annuncio, erano veramente disposte a diventare la sua cena. Alla fine però le aspettative di Armin venivano deluse perché le sue vittime sacrificali, vedendo i ganci da macello, i coltelli, la trituratrice e gli altri attrezzi, venivano invasi dalla paura e decidevano di andarsene. Armin non tratteneva mai queste persone perché il banchetto aveva un senso solo se la vittima era disposta al 100% a consegnarsi al suo carnefice. Appaiono sul sito altri annunci di Armin quando finalmente nel febbraio del 2001 risponde un ingegnere elettronico di Berlino; si tratta del 43enne bisessuale Bernd Jurgen Brandes. Il signor Brandes ha un ossessione nella vita, quella di essere divorato. I due si scambiano messaggi dal forte contenuto sessuale legati a rituali di torture e innumerevoli fotografie che ritraevano nudo il signor Brandes, mentre Armin gli inviava le foto dei suoi denti. Successivamente quando instaurano un rapporto più stretto decidono di passare all’atto finale .

L’incontro tra i due avviene il 9 di Marzo del 2001. Nel piano superiore di casa sua Armin aveva allestito una stanza chiamata “Il mattatoio” dove vi erano tutti gli strumenti necessari a soddisfare la sue più aberranti fantasie. Dopo un pomeriggio trascorso in salotto a pianificare ogni dettaglio su come doveva essere l’esecuzione i due si spostano al secondo piano. Nella stanza del mattatoio vi era presente un ampio tavolo, dei secchi vuoti e numerosi strumenti per tagliare, maciullare e tritare la carne, ma soprattutto vi era una videocamera! Proprio così, perché i due decisero di filmare tutto l’orrore che sarebbe accaduto in quelle quattro mura. Il signor Brandes nudo, riempito di antidolorifici e alcol era pronto per essere divorato. Prima di morire però aveva una richiesta fondamentale. Una sua fantasia che doveva essere soddisfatta, Voleva che Armin gli strappasse il pene con i denti. Armin cercò di soddisfare questa richiesta, ma dopo numerosi tentativi andati a vuoto utilizzò un coltello da cucina. In mezzo alle urla e all’euforia, il signor Brandes, dopo aver visto il suo pene mozzato di colpo, cerco di mangiarselo ma disse che era troppo gommoso e non poteva masticarlo. Armin scese in cucina, accese i fornelli e attraverso l’uso di sale e aglio iniziò a friggere il membro virile. Cercò di fare tutto di fretta, troppo di fretta, infatti finì per bruciare la carne rendendola di fatto immangiabile. Dovettero darlo in pasto al cane. Brandes perdeva copiosamente sangue e non aveva più la forza per stare in piedi, quindi venne trasportato in bagno dentro una vasca piena di ghiaccio dove prese altri sedativi aspettando la sua fine mentre il suo compagno di morte gli leggeva un romanzo di Star Trek. Verso le prime ore del mattino Brandes era incosciente ma ancora vivo, così Armin decise di porre fine alle sue sofferenze. Prese un coltello lungo, gli diede un bacio e poi recise la sua carotide! In poco tempo la vita abbandonò per sempre il corpo del signor Brandes. Armin con calma e con una cura maniacale iniziò a sezionare il cadavere; vi risparmiamo i dettagli crudi, sappiate solo che sacchi interi di carne umana riempirono il suo freezer. Un fatto particolare è che seppellì il cranio in giardino anche se, su suggerimento dello stesso Brandes, inizialmente aveva pensato di usarlo come posacenere. Durante i mesi successivi Armin mangiava solo carne della sua riserva speciale, arrivando a ingurgitare fino a 20 kg dell’umanità di Brandes.

10 mesi dopo, nel 2002  la polizia suonò alla porta del signor Armin perché uno studente austriaco di Innsbruck aveva segnalato la presenza di un utente nei forum che sosteneva di aver già mangiato carne umana e che il suo freezer era pieno di tale delizia postando anche delle fotografie. Il signor Armin venne processato nel bel mezzo di una bufera mediatica poiché in Germania non esiste il delitto per cannibalismo. Inizialmente l’avvocato di Armin faceva leva soprattutto sul fatto che la vittima era consenziente ed era pronta a morire. Sono stati visionati diverse fotografie scattate dalla polizia subito dopo l’arresto e soprattutto le due ore di registrazione in cui si vede l’intera scena dell’amputazione. Tali immagini furono così scioccanti che diverse persone della giuria avrebbero avuto bisogno di specialisti per poter dormire nei giorni seguenti. Dopo una lunga battaglia legale e dopo aver ascoltato il parere di diversi psicologi, la sentenza definitiva è arrivata nel 2006: catena perpetua per omicidio a sfondo sessuale e disturbo del riposo dei morti. In questo momento Armin Meiwes si trova nella prigione di Kassel. Vi sembrerà ironico ma è diventato vegetariano, forse perché una volta assaggiata la carne umana non era più disposto ad assaggiarne di altri tipi.  La piccola cittadina di Rothenburg era incredula di fronte alle notizie che trapelavano sui giornali, per i suoi vicini Armin era tutto sommato una persona normale, mai si era comportato come uno squilibrato o aveva dato segni di infermità mentale, d’altronde anche con il caso di Ricardo Lopez nemmeno i suoi parenti erano riusciti ad accorgersi del mostro che si celava dentro di lui. Chissà… Forse anche voi avete un vicino che sembra simpatico e sorride ogni volta che vi saluta, quel sorriso forse nasconde qualcosa di molto oscuro e famelico.

 
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Pubblicato da su 1 settembre 2015 in Personaggi sinistri

 

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