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Mummia del Similaun – 5.000 anni tra i ghiacci

Mummia del Similaun – 5.000 anni tra i ghiacci

Le maledizioni e le mummie sono da sempre state in qualche modo collegate. La più famosa è ovviamente quella di Tutankhamon, ma nell’arco della storia ce ne sono state molte altre altrettanto incredibili e con molti più secoli alle loro spalle rispetto a quella egiziana. Una di queste è la mummia di Ötzi, più nota come “L’uomo venuto dal ghiaccio” o “Mummia del Similaun”. Si crede che questa persona sia vissuta sulla Terra più di 5.000 anni fa e abbia portato molta sfortuna a tutti coloro che hanno avuto a che fare con l’interruzione del suo lungo riposo…

Si tratta di una mummia naturale, un cadavere mummificato quasi perfettamente e conservato fra i ghiacci del Similaun, un monte che si trova fra le alpi Venoste in Alto Adige, e ritrovato solo nel 1991. Si tratta di una scoperta unica e dalle analisi risulterebbe un guerriero dell’età del bronzo, un uomo di circa 46 anni con abiti di pelliccia, scarpe in pelle, arco e frecce. Si pensa sia vissuto tra il 3350 e il 3100 a.C. e probabilmente fu ucciso perché dei segni evidenti sul suo corpo si intuisce che era in fuga da degli aggressori, infatti mostrava tagli sulle mani, ai polsi e al petto, aveva la punta di una freccia conficcata nella spalla e i segni di un colpo sulla nuca. La mummia è stata scoperta e riportata alla luce nel 1991 da due turisti tedeschi Erika e Helmut Simon durante un’escursione. Stavano camminando presso il passo Hauslabjoch, che si trova a circa 3.000 metri di quota, e durante questa escursione notarono la testa e la spalla di una persona che sbucavano dal ghiaccio… incuriositi, ma spaventati dal fatto che poteva trattarsi di qualche escursionista, avvertirono le autorità. Un’analisi del DNA del sangue rinvenuto sui suoi indumenti e sulle sue armi, portarono anche a concludere che si era scontrato con almeno quattro persone prima di morire dato che furono riscontrate tracce di diversi individui, una sul suo coltello, due sulla punta di una freccia e una quarta sul suo mantello. Forse altri quattro cacciatori come lui.

Come ogni maledizione che riguarda una mummia, anche questa iniziò a insinuarsi dopo la morte del suo scopritore, ovvero Helmut Simon. Grande appassionato di montagna, l’uomo scomparve durante una gita su un ghiacciaio nel 2004, probabilmente travolto da una valanga. Otto giorni dopo la sua scomparsa è stato ritrovato senza vita e, dato che al destino non è mai mancata l’ironia tetra, a trovare il suo cadavere è stato un cacciatore vicino a una sorgente perché vide la sua testa e parte del suo corpo emergere dai ghiacci, proprio come la mummia del Similaun. La moglie di Helmut definisce questa morte molto, molto strana… suo marito, un grande esperto con il quale aveva condiviso molte avventure, non avrebbe mai commesso un errore simile a 67 anni e non crede che si tratti solo di un caso anche per il modo in cui è morto. Un’altra particolarità molto strana è che non disse nulla alla moglie sulla sua destinazione, come se un giorno, quasi richiamato dalla montagna, avesse deciso di partire e accettare il suo destino crudele.

Il professor Konrad Spindler è stato il primo a studiare la mummia. I risultati delle sue ricerche gli fecero guadagnare un nome a livello mondiale. L’archeologo scrisse anche un libro chiamato “L’uomo dei ghiacci” e spesso rispondeva con una certa ironia quando gli dicevano che gravava una terribile maledizione sulla mummia Ötzi. Konrad, docente dell’università di Innsbruck, morì a 66 anni vittima di una strana forma di sclerosi multipla. La sua morte arriva nel 2005, un anno dopo quella di Helmut. In realtà ci furono altre vittime prima di loro e tutti avevano avuto a che fare con la mummia, infatti la prima vittima della presunta maledizione sarebbe il dottor Rainer Henn, il medico che spostò a mani nude la mummia dal luogo in cui si trovava da millenni depositandola in un sacco per cadaveri. Rainer, inoltre, è stato anche il capo del gruppo dei medici che esaminarono il cadavere. Morì a 64 anni nel 1992, circa un anno dopo la scoperta di Ötzi, mentre si recava una conferenza per parlare proprio delle analisi, scoperte e ricerche svolte sulla misteriosa mummia. Un’altra vittima sarebbe Kurt Fritz, alpinista scalatore che aveva condotto Helmut, e successivamente anche altre persone, sul luogo del ritrovamento per fare l’ispezione di Ötzi. La sua morte arrivò due anni dopo la scoperta, egli cadde in un crepaccio di un ghiacciaio. Rainer Hölzl, giornalista e operatore di 47 anni della televisione austriaca, che aveva fatto delle riprese sulle operazioni di recupero della mummia e successivamente aveva anche realizzato il primo documentario a riguardo, morì a causa di un fulminante tumore al cervello. Il professor Friedrich Tiefenbrunner, uno degli studiosi che esaminarono il corpo di Ötzi e che faceva parte della squadra di Konrad Spindler, morì a 66 anni nel 2005 a causa di una complicazione durante l’operazione cardiaca. Tom Loy, un altro degli studiosi che era entrato in contatto diretto con la mummia, morì nel 2005 Brisbane, in australia, a 63 anni. Loy, americano e direttore del laboratorio di scienze, che aveva svolto le indagini sul sangue ritrovato su Ötzi, morì per una strana malattia al sangue che gli venne diagnosticata dopo la scoperta di Ötzi e poco prima di morire stava cercando di concludere un libro che trattava proprio della mummia. Dieter Warnecke, che era capo della squadra dei soccorritori di Helmut, morì circa un’ora dopo il funerale dello stesso Helmut a causa di un attacco cardiaco.

Sebbene la storia della presunta maledizione sia alquanto affascinante, in realtà potrebbe essere solo una serie di sfortunate coincidenze, mentre la cosa più curiosa e interessante della Mummia di Ötzi sarebbe la sua stessa storia, ovvero il modo in cui è stato ucciso e anche i diversi segni che furono ritrovati sulla sua pelle. Ötzi infatti è una celebrità del mondo dei tatuaggi perché viene considerato come il primo essere umano a portare sulla sua pelle i segni indelebili che oggi vanno tanto di moda. Ben sessantuno sarebbero i tatuaggi che porta con sé e dagli studi realizzati essi consisterebbero in punti, linee e crocette posizionati maggiormente dietro ginocchio sinistro, nella parte inferiore della colonna vertebrale e sulla caviglia destra. Non è ancora chiaro quale tecnica avesse utilizzato per farsi questi segni o perché avesse scelto quei particolari posti, ma molti ipotizzano che furono realizzati con delle piccole incisioni poi ricoperte con carbone vegetale. Dato che ai tempi i tatuaggi, come ogni segno di distinzione, avevano un significato e una funzionalità pratica, molti storici si chiedono se l’uomo di Similaun fosse uno sciamano e questo spiegherebbe anche la quantità di funghi ritenuti magici che portava nella sua borsa. Altri invece credono che la loro funzionalità fosse solo quella di ricordare i punti di pressione in cui doveva essere praticata un’antica tecnica di agopuntura perché le posizioni dei tatuaggi corrisponderebbero proprio a dei punti in cui ancora oggi viene praticata questa tecnica per correggere alcuni problemi fisici. Ipotesi questa rafforzata dal fatto che dagli esami radiologici gli studiosi trovarono forme di artrosi proprio in quei punti e quindi queste pratiche gli avrebbero permesso di combattere il dolore, ma come faceva ad avere tutte queste conoscenze un uomo di più di 5.000 anni fa?

Questa incredibile mummia nasconde misteri molto interessanti che potrebbero ancora una volta spingerci a dubitare e rivalutare le nostre origini. A proposito… Ötzi ora si trova al museo archeologico dell’Alto Adige a Bolzano, insieme ad altre scoperte fatte nella zona. Se vi capita di essere nelle vicinanze, dovreste andare a trovarlo… non avrete mica paura della sua presunta maledizione, vero?

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Pubblicato da su 27 novembre 2017 in Maledizioni e possessioni

 

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Poltergeist di Amherst – Disumane e mostruose sofferenze

Poltergeist di Amherst – Disumane e mostruose sofferenze

Alcune storie di fantasmi vengono tramandate nel corso del tempo a causa del terrore che queste entità evanescenti hanno portato nella vita di coloro che le hanno viste di persona. Nella maggior parte dei casi, i fantasmi risultano innocui e consistono in fugaci apparizioni dal vivo o molto spesso su pellicola, come se il loro compito fosse far sentire la loro presenza per un istante e poi svanire nell’ignoto senza tempo. Esistono poi i casi di poltergeist che sono tutta un’altra storia. Il poltergeist sembra concentrarsi intorno a un individuo e produce fenomeni fisici che in molti casi causerebbero gravi danni alle persone e agli oggetti e la storia che state per sentire riguarda proprio una di queste spaventose entità che per mesi ha tormentato una ragazza e la sua famiglia con i suoi assordanti rumori, orribili minacce e indicibili violenze. Il nome della povera vittima era Esther Cox, la sua storia sconvolse l’intera comunità e ad oggi rimane una tra le più inquietanti e strane della storia del Canada.

L’anno era il 1878 e il luogo era Princess Street ad Amherst, una piccola cittadina della Nuova Scozia, in Canada, che allora contava circa 2.000 anime. Esther Cox aveva diciannove anni e viveva in una piccolo cottage affittato insieme alla sorella Olive la quale si era sposata e aveva avuto due figli. Nella piccola e affollata abitazione c’erano anche altri due fratelli di Esther, Jennie e William, e John, il fratello del marito di Olive. La loro era una comunissima famiglia alle prese con la normale quotidianità, fin quando, nel tedio della vita di tutti i giorni, l’orrore colpì come un fulmine a ciel sereno, ma la causa non fu una forza paranormale, ma un mostro in tutto e per tutto umano! Esther venne quasi violentata da Bob MacNeal, un conoscente, nonché calzolaio del paese con una reputazione non troppo degna, di cui la povera ragazza ne era all’oscuro. Durante l’attacco, Esther riuscì fortunatamente a fuggire e se la cavò solamente con qualche lesione di lieve entità, tuttavia questa violenza nei suoi confronti sembrava in qualche modo aver aperto la porta per altri ulteriori attacchi… questa volta da parte di entità invisibili! Così la storia del poltergeist di Amherst ha inizio.

Sebbene la casa fosse già abbastanza affollata, non era raro che le famiglie affittassero alcune stanze per contribuire a pagare l’affitto. Walter Hubbell, un attore occasionale del tempo, è stato un affittuario proprio quando cominciarono a verificarsi i primi fenomeni soprannaturali, descrivendoli poi dettagliatamente nel libro The Great Amherst Mystery. Una notte, urla di terrore svegliarono tutti nella casa che si precipitarono nella stanza in cui Esther e Jennie condividevano il letto. Le ragazze erano certe di aver visto qualcosa che si muoveva sotto le loro coperte ed Esther inizialmente pensò fosse un topo. Venne esaminata l’intera stanza, ma del piccolo roditore nessuna traccia, a quel punto tornarono tutti a letto e la notte riprese la propria calma. La notte seguente, molteplici urla disturbarono tutta la famiglia. Esther e Jennie affermarono di aver sentito strani rumori provenienti da una scatola contenente degli scarti di tessuti tenuta sotto il letto, quindi presero la scatola e la misero al centro della stanza, poi successe l’inaspettato! La scatola schizzò verso l’alto e atterrò sul fianco rovesciando il suo contenuto provocando le prime urla delle due ragazze, poi un altro balzo della scuola fece nuovamente scaturire altre grida di terrore. Fino a questo punto, gli eventi potrebbero essere stati attribuiti alla fervida immaginazione delle due ragazze, in particolare a causa della recente e terribile esperienza di Esther per mano di Bob MacNeal, tuttavia la terza notte fornirà prove a tutti nella casa che qualcosa di fuori dall’ordinario stava succedendo in particolare intorno a Esther Cox. Quella sera la ragazza andò a letto presto lamentando leggeri malori, poi verso le dieci, anche Jennie andò a coricarsi. Pochi minuti dopo Esther scese dal letto andando al centro della stanza, strappandosi la camicia da notte e gridando: “Mio Dio, cosa mi sta succedendo? Sto morendo!”. Jennie sobbalzo a accese la lampada, poi cercò di riportare a letto la sorella che sembrava soffocare, stava lottando per respirare. Nel frattempo il resto della famiglia era sopraggiunto nella stanza di Esther e Jennie e guardavano con incredulità mentre il corpo della giovane, che era estremamente caldo, si gonfiava arrossendosi. Gli occhi di Esther si spalancarono e pianse dal dolore, temendo che sarebbe letteralmente scoppiata attraverso la pelle eccessivamente allungata. Poi, da sotto il letto, venne udito un rumore assordante, come se fosse un tuono, che scosse la stanza. Altri tre scoppi più rumorosi si susseguirono, dopodiché il gonfiore di Esther si affievolì e la ragazza cadde in un sonno veramente profondo. Quattro notti dopo, quegli eventi terrificanti si ripeterono: il gonfiore e la tortura fisica e psicologica di Esther non avevano una spiegazione, così come quegli assordanti rumori provenire da sotto il letto. Per cercare di dare una spiegazione all’assurdo, venne chiesto aiuto al medico locale Dr. Carritte che esaminò Esther e fu testimone di alcuni degli eventi più spaventosi di tutti.

Il primo giorno che il medico andò a visitare Esther, osservò con stupore il cuscino che si muoveva sotto la testa senza che nessuno lo toccasse. Sentì strani rumori provenire da sotto il letto senza però trovare una spiegazione. Vide le lenzuola scaraventate da una parte all’altra da mani invisibili e infine sentì un rumore di graffi, come se un attrezzo metallico stesse strappando l’intonaco, a quel punto guardò la parete sopra il letto e vide delle lettere che si stavano intagliando da sole sul muro che formarono la scritta “Esther Cox sei mia da uccidere”. Poi un pezzo di intonaco si strappò dal muro, volò in tutta la stanza e atterrò ai piedi del medico. Due ore dopo gli eventi cessarono. Il Dr. Carrite, armato di coraggio e curiosità, tornò il giorno successivo e ancora una volte fu testimone di manifestazioni ancora più inspiegabili. Pezzi di argenteria venivano scaraventati da una parte all’altra, rumori assordanti sembravano ora provenire dal tetto della casa, ma quando il medico indagò sembrava non esserci alcuna causa apparente. Di questi eventi, anni dopo, scrisse a un collega:

Anche le persone scettiche e oneste, alla luce di tutti quegli eventi, erano convinte che non poteva esserci frode o inganno. Dovrei pubblicare questo caso nelle riviste mediche, come suggerisci, tuttavia dubito che verrebbe preso seriamente in considerazione dagli altri medici. Sono sicuro che non avrei potuto credere a nulla se non avessi visto coi miei stessi occhi.”

Naturalmente, arrivati a questo punto, il medico non poteva fare nulla per risolvere i problemi che affliggevano Esther e la sua famiglia. Giorno dopo giorno la persecuzione continuava e diventava sempre più minacciosa e distruttiva. Incendi inspiegabili scoppiarono intorno alla casa, mobili si spostavano da soli, spilli apparivano dal nulla e si conficcavano nella faccia di Esther. Un giorno un coltello tascabile venne strappato di mano da un vicino di casa e si conficcò nella schiena della povera ragazza che era perseguitata da questa entità ovunque lei andasse. Un giorno, mentre era in chiesa, degli assordanti rumori rieccheggiarono in tutto l’edificio e quando scappò quei rumori cessarono. Non sapendo più cosa fare, disperata, Esther si allontanò trovando lavoro in una fattoria vicina, ma anche lì gli orrori non tardarono ad arrivare. Un giorno nel fienile della fattoria scoppiò un incendio e tutti puntarono il dito contro la ragazza che venne arrestata e condannata a quattro mesi di carcere, nonostante i suoi numerosi tentativi di rivendicare la sua innocenza. Fortunatamente venne rilasciata dopo solo un mese e l’attività poltergeist sembrava essere finalmente scomparsa. Negli anni seguenti Esther si sposò due volte e morì nel 1912 all’età di 53 anni portando con sé nella tomba uno dei casi di poltergeist più sensazionali d’oltre oceano.

Questa storia, come ogni altra storia che riguarda i poltergeist o in generale i fantasmi, è di certo al limite del credibile, ma come mi piace sempre affermare, il mistero di oggi è la scienza di domani e chissà se un giorno si troverà una spiegazione scientifica a tutti quei fenomeni che oggi giorno sono additati come vere e proprie bufale…

 
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Pubblicato da su 6 novembre 2017 in Maledizioni e possessioni

 

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Hope Diamond – Il diamante che ti rovina l’esistenza

Hope Diamond – Il diamante che ti rovina l’esistenza

Le maledizioni a volte sono legate ad alcuni posti o alcune persone, ma la maggior parte delle volte sono legate a degli oggetti. Ci sono svariati oggetti considerati maledetti in questo mondo e probabilmente quello più prezioso e anche quello che ha causato, forse, più danni di tutti è un diamante. Questa meravigliosa pietra preziosa, fatta puramente di carbonio, si pensa sia la causa principale di sfortunati avvenimenti capitati alle persone che l’hanno avuta fra le mani.

In inglese viene chiamato Diamond Hope, ma precedentemente era noto come “Blue Diamond” per il suo peculiare e quasi singolare aspetto blu scuro affascinante. Questa pietra è stata probabilmente trovata nella miniera Kollur di Golconda, a sud-ovest dell’India. La leggenda racconta che la prima persona ad essere stata colpita dalla maledizione sia stato un brahmano indiano, ossia una persona appartenente alla casta sacerdotale, il quale nel 1600 l’avrebbe presa dal tempio di Rama-Sita staccandola dall’occhio della statua. La leggenda racconta che da quel momento la divinità, essendo stata sfregiata da tale gesto, gettò sull’oggetto una maledizione, quindi morte, suicidio e rovina inseguì tutti i possessori del prezioso oggetto. Il sacerdote venne torturato a morte per il suo gesto e la grandiosa pietra di 112 carati sparì fino alla metà del XVII secolo, quando il diamante fece la sua comparsa in Europa in mano al mercante e contrabbandiere francese Jean-Baptiste Taverner. Questo personaggio riuscì a fare una fortuna enorme con la vendita di tale meraviglia, infatti il suo acquirente non era niente di meno che il re francese Luigi XIV il quale nel 1668 acquisì oltre al diamante Hope altri quattordici preziosi di medie dimensioni. Taverner si dice che abbia guadagnato così tanti soldi che riuscì ad acquisire un grande palazzo e un importante titolo nobiliare, ma ciò che il diamante blu dà, il diamante blu toglie. In breve tempo, a causa di grossi debiti contratti da suo figlio per il gioco d’azzardo, Jean-Baptiste, dovette vendere tutto e, totalmente rovinato, viaggiò in India allo scopo di ricostruire la sua fortuna. Taverner durante il suo viaggio verso la terra dei diamanti morì attaccato da un branco di cani selvaggi esattamente nel 1691.

Re Luigi  XIV una volta impossessatosi del gioiello, lo fece intagliare a forma di cuore, di fatto dimezzando i suoi carati, da 112 a 67 circa. Sia lui che il re Luigi XV sfoggiarono il diamante in diverse occasioni. Due anni dopo la morte di Tavernier, quando fu realizzato un inventario dei gioielli della Corona Francese, il diamante comparì nei registri ma durò poco perché il sovrano lo diede come regalo a Françoise “Athénaïs” de Rochechouart meglio nota come madame de Montespan, una delle sue numerose amanti, con la quale ebbe sette figli. Madame de Montespan qualche anno dopo cadde in disgrazia e morì nell’estrema miseria, inoltre pare che sia stata anche coinvolta in diverse messe nere insieme ad altre cerimonie di magia nera ed è nominata nell’Affare dei veleni che sconvolse parigi. Anche la fine che fecero Luigi XIV e Luigi XV non fu di certo migliore. Il primo nel 1715 si dimise in modo assolutamente inaspettato. I registri dell’epoca dichiarano che il monarca francese iniziò ad accusare un forte dolore alla gamba sinistra e la diagnosi dei medici fu disarmante: cancrena in stato avanzato. Luigi XV invece morì nel 1774 a causa di un vaiolo. In entrambi i casi gli sfortunati nobili soffrirono in modo disumano prima di esalare l’ultimo respiro. Dopo la morte di Luigi XV la corona e le proprietà reali passarono nelle mani di Luigi Augusto, noto come Luigi XVI, quindi il meraviglioso gioiello fece di nuovo comparsa nella storia. Esso fu donato a Maria Antonietta nel 1774 come dono di nozze. Maria Antonietta d’Austria, che non credeva alle leggende del diamante maledetto, lo esibì diverse volte senza ritegno e lo diede in prestito anche anche alla principessa di Lamballe.

Quindici anni dopo, nel 1789, scoppiò la rivoluzione Francese e come ben saprete al culmine della rivoluzione venne proclamata la Repubblica. Il re venne processato per alto tradimento e condannato a morte. Entrambi i nobili furono decapitati in piazza nel 1793 mentre la principessa di Lamballe venne torturata e decapitata con un coltello e successivamente squartata. Il diamante della speranza durante gli atti di insurrezione scomparve dalla scena, probabilmente rubato durante il conflitto, poi nel 1830 comparve di nuovo nelle mani di un gioielliere a Londra dove aveva cambiato forma e dimensioni, ma la sua bellezza era rimasta intatta quanto la sua pericolosa maledizione. Diverse furono le sue vittime oltremanica, dai gioiellieri che la vendettero fino all’intagliatore stesso che la ridimensionò. Nel 1823, Il prezioso giunse fino alle mani di Daniel Eliason, un commerciante di diamanti il quale venuto a sapere della maledizione, cercò di disfarsene in fretta e lo offrì al re Giorgio IV. Non occorre di certo dire che anche in questo caso il proprietario è stato protagonista di una serie di sfortunati eventi che lo portarono alla morte. Re Giorgio IV soffrì di gotta, arteriosclerosi, obesità e alterazioni mentali, aveva una malattia che i suoi medici chiamavano “gotta informe” ma che deve certamente essere stata porfiria. Dopo la sua morte nel 1830, il diamante blu è stato venduto per aiutare a coprire gli enormi debiti del re. Successivamente, questa maledizione in formato carbonio, è stata acquistata da Sir Henry Philip Hope, un ereditiero olandese figlio di banchieri, nel 1839. Sir Henry superstizioso com’era, fece una grande cerimonia magica per esorcizzare il gioiello e da quel momento fino ai giorni nostri l’oggetto venne ribattezzato come “Hope Diamond”. Dopo la morte di Henry un susseguirsi di tragici eventi causarono la perdita della sua fortuna e la sua famiglia non dubitò di attribuire tale sfortuna alla maledizione del diamante .

La gemma fece un viaggio attraverso l’Europa lasciando dietro di sé una scia di morte e tragedie e nel 1908 il sultano turco Abdul Hamid II acquisì il diamante e lo diede a una delle sue mogli, Subaya Hamid, la quale venne uccisa a pugnalate. L’anno successivo il sultano perse il trono a favore del fratello e impazzì. Il diamante Hope a quel punto, quasi stanco di causare tragedie nel vecchio continente, si spostò in quello nuovo. Nel 1910 il gioielliere americano Simon Frenkel acquisì il diamante e lo portò con sé negli Stati Uniti. Successivamente il famigerato gioiello finì nelle mani di Pierre Cartier e nel 1918 lo diede al magnate Edward Beale McLean, il proprietario del Washington Post, uno degli uomini più ricchi e potenti dell’America di allora. Edward McLean morì nel 1941 a causa di un infarto in un ospedale psichiatrico, completamente rovinato e distrutto dall’alcool e dagli scandali, non senza prima perdere due dei suoi figli in circostanze misteriose. Suo figlio morì a soli 9 anni in uno strano incidente automobilistico, mentre sua figlia morì a causa di un’overdose di barbiturici a 25 anni. Sembrava che tutti coloro che si trovavano vicino alla famiglia McLean finivano colpiti dalla maledizione. Dopo la tragica morte del marito e dei suoi figli, la signora Mclean morì di polmonite nel 1947 a 60 anni. Anche in questo caso la famiglia dovette vendere il gioiello per cercare di risanare ai danni della sfortuna e delle tragedie.

Nel 1949, Harry Winston, un gioielliere americano esperto di diamanti, ebbe “l’onore” di ospitare  il diamante Hope a casa sua per alcuni anni fino a quando decise di disfarsene non attraverso una vendita, ma una donazione. Harry infatti il 10 novembre 1958 inviò il diamante alla Smithsonian Institution di Washington via posta, dentro una busta di carta marrone. Inizialmente il museo non era così convinto di accettare il dono perché aveva ricevuto diverse lettere di persone che imploravano l’ente di rifiutarlo o la sfortuna si sarebbe abbattuta sulla nazione. Ad ogni modo oggi la gemma viene custodita dalla Smithsonian Institution in una sofisticata teca. Come avrete sentito il diamante Hope presenta un elenco molto lungo di ex proprietari, molti di essi erano re, regine, signori nobili e ricche personalità della società americana, fino a trafficanti e ladri… tutti morti in circostanze violente e incredibili e ora questo elegante gioiello bluastro racchiude nella sua brillante luce tutte le loro storie… per sempre.

 
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Pubblicato da su 2 ottobre 2017 in Maledizioni e possessioni

 

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Poltergeist di Rosenheim – Fantasmi o poteri psichici?

Poltergeist di Rosenheim – Fantasmi o poteri psichici?

Uno dei fenomeni più affascinanti e di certo controversi che riguarda il mondo dei fenomeni psichici e paranormali è quello del “Poltergeist”. La traduzione letterale dal tedesco di questa parola è “Fantasma rumoroso” e consisterebbe in energia cinetica che si manifesta da una fonte fisicamente sconosciuta. I testimoni di tali attività parlano spesso di oggetti che volano per la stanza, mobili che si spostano da soli, luci che vanno e vengono, suoni da fonti non determinate, come il bussare a una porta senza la presenza di nessuno, e persino attacchi fisici reali! Da quale fonte questa energia si manifesti è ancora oggi motivo di leggende e dibattiti tra i ricercatori paranormali e non e nel corso della storia sono numerose le storie di Poltergeist, alcune ritenute quasi sicuramente bufale, altre invece senza una spiegazione razionale.

Uno dei casi che ha sconvolto l’opinione pubblica per la sua particolarità e stranezza, nonché uno dei più documentati e conosciuti, è quello che è avvenuto negli anni 60 a Rosenheim, una cittadina dell’Alta Baviera, in Germania. Per svariati mesi, gli uffici dell’avvocato Sigmund Adam segnalarono bizzarri incidenti come oggetti che si spostavano da soli, chiamate misteriose e altre stranezze, un caso molto simile a quello del poltergeist di Enfield che sarebbe avvenuto solo dieci anni più tardi gli eventi di Rosenheim in Inghilterra e di cui abbiamo già ampiamente parlato in uno dei nostri video. Quest’ultimo caso è ancora oggi additato dai critici come una delle più grandi bufale mai create, altra storia invece per il Poltergeist di Rosenheim che avrebbe alcune prove schiaccianti che dimostrerebbero la sua veridicità.

Tutto iniziò nel luglio del 1967, quando i telefoni degli uffici dell’avvocato Sigmund Adam, ognuno dei quali aveva una sua linea telefonica, cominciarono a squillare insistentemente, centinaia di telefonate venivano registrate dalla centrale sebbene, apparentemente, nessuno usasse il telefono. In un primo momento si pensò ad un pessimo scherzo, ma più il fenomeno aumentava di intensità, più Adam si chiedeva se tutto ciò non fosse dovuto in realtà a un guasto tecnico. L’avvocato spazientito allora chiamò un tecnico che sostituì tutti i telefoni constatando anche che non c’era nessun problema sulle linee telefoniche degli uffici, tuttavia le misteriose chiamate continuarono incessantemente fino a quando, nel mese di ottobre, cominciarono ad affiancarsi altri fenomeni ancor più strani: Le valvole elettriche saltavano, le luci si accendevano e si spegnevano spontaneamente, le lampade al neon si bruciavano o si svitavano. A questo punto Adam si vide costretto a chiamare ancora una volta un tecnico e quando gli elettricisti vennero a controllare cavi e fusibili sembrava tutto nella norma finché non usarono un misuratore di tensione per determinare se ci fossero sbalzi di corrente. Vennero registrati enormi picchi di potenza che avrebbero dovuto spazzare via ogni singolo apparecchio elettronico nell’edificio, eppure nessun fusibile era stato bruciato o compromesso. Successivamente l’intero impianto venne sostituito con un generatore autonomo, ma sorprendentemente gli sbalzi continuarono anche dopo, a quel punto l’avvocato e tutto il personale che lavorava in quegli uffici letteralmente impazziti, erano con le spalle al muro dopo aver provato ogni genere di soluzione invano.

Gli strani fenomeni divennero noti in città fino ad arrivare all’orecchio del dott. Hans Bender, un noto parapsicologo che nel 1941 fondò a Strasburgo l'”Istituto di Psicologia Clinica” e nel 1950 a Friburgo in Brisgovia l'”Istituto per i territori di confine della psicologia e dell’igiene mentale”, che è tuttora il più grande istituto privato di ricerca in parapsicologia. Bender, insieme a due fisici, durante le sue indagini potè assistere ai lampadari che si muovevano da soli e alle rotazioni di quadri appesi alle pareti che a volte cadevano addirittura a terra. Con l’avanzare delle indagini fu installato un videoregistratore e si poté fotografare il dondolio delle lampade. Sorprendentemente per la prima volta nella storia si era riusciti a filmare un fenomeno di poltergeist. Durante le indagini i fenomeni non cessavano affatto: i cassetti si aprivano da soli, i soprammobili volavano via e una grande libreria del peso di oltre 180 kg si spostò dal muro di circa 10 centimetri. Gli uffici stavano subendo grossi danni, dunque l’avvocato Adam sporse una denuncia “contro ignoti”, dunque la polizia avviò un’ulteriore indagine per capire se qualcuno stesse sabotando gli apparecchi elettronici, ma non trovò nulla di sospetto.

Il dott. Hans Bender continuò le sue indagini fino a quando trovò un filo comune che sembrava collegare tutti gli incidenti che si verificavano in quegli uffici e lo trovò in una ragazza diciannovenne di nome Anne-Marie Schaberl, una dipendente che lavorava per l’avvocato. Sembrava che tutti gli incidenti avvenissero durante i momenti in cui la giovane era presente negli uffici e cessassero quando se ne andava. Durante gli ultimi mesi di “infestazione”, l’attività aumentò e ci furono numerosi avvenimenti che parevano provenire da forze esterne, tutti incredibilmente concentrati intorno ad Anne-Marie. Infine tutto cessò di colpo quando, nel mese di gennaio del 1968, Anne-Marie cambiò posto di lavoro lasciando lo studio dell’avvocato. Naturalmente la prima supposizione che si fece riguardava la proprio la ragazza, era stata forse lei ad orchestrare tutto per attirare l’attenzione? Dopotutto lei era una donna con un passato molto travagliato, con comportamenti isterici e un rapporto difficoltoso con la famiglia e con gli altri, per questo anche malvista dai suoi colleghi. Quasi tutti puntavano il dito contro Anne-Marie, si pensò anche che agì con l’aiuto di qualcuno, tuttavia non furono mai trovate delle prove che la incastrassero ed è proprio a partire da questo punto che alcune controverse teorie piuttosto interessanti prendono il largo.

Alcuni ritengono che il coinvolgimento di Anne-Marie non sia stato intenzionale, ma piuttosto si basa sulla teoria secondo cui un’attività poltergeist come quella di Rosenheim avrebbe una fonte piuttosto umana. Un esame psicologico della ragazza rivelò “labilità psichica, elevata eccitabilità, bassa tolleranza alle frustrazioni”. Si constatò quindi che gli incidenti avvenivano quando Anne-Marie era disturbata emotivamente. La giovane non era contenta del proprio lavoro e nel tardo pomeriggio, proprio quando avveniva la maggior parte delle numerose chiamate telefoniche, era disperatamente ansiosa di tornare a casa. Siamo ancora una volta di fronte agli incredibili poteri nascosti della mente umana? Purtroppo non ci sono le prove certe anche se questa spiegazione potrebbe trovar credito in numerose attività poltergeist documentate. Naturalmente gli scettici ritengono che fu tutto uno scherzo orchestrato da Anne-Marie che aveva un forte desiderio di attirare l’attenzione su di sé. Voci sulla ragazza dicono che ovunque lei andasse causava problemi simili a quelli dello studio dell’avvocato Adam, poi un giorno si sposò e non vennero riportati più incidenti, forse finalmente aveva trovato la pace con se stessa.

I bizzarri eventi accaduti a Rosenheim tra il 1967 e il 1968, di certo sono i più documentati tra le storie di attività paranormale. Sia che sia stata tutta una truffa, un caso di telecinesi o di vero e proprio poltergeist, questo caso ha fatto parlare molto di se e ancora oggi quegli eventi sono sotto esame sia dagli scettici, come prova che l’uomo è capace di architettare vere e proprie bufale a regola d’arte, sia dai sostenitori di teorie controverse, come prova che molto probabilmente il paranormale di oggi è la scienza di domani.

 
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Pubblicato da su 12 giugno 2017 in Maledizioni e possessioni

 

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Robert The Doll – Una bambola indemoniata

Robert The Doll – Una bambola indemoniata

Bambola… Maledizione… Queste due parole nella stessa frase possono far venire in mente solo una cosa: Annabelle, la famosa bambola maledetta che terrorizzò un’intera famiglia e che scomodò persino i demonologi Ed e Lorraine Warren. Questa bambola è stata protagonista già di un nostro video e di ben tre film negli ultimi anni: The Conjuring, il suo spin-off Annabelle e il sequel Annabelle 2 previsto proprio per quest’anno. Tuttavia esiste un’altra bambola la cui storia inquietante non ha proprio nulla da invidiare rispetto a quella di Annabelle. Ecco la storia di Robert la bambola.

Key West, Florida. 1906. È il giorno del quinto compleanno per Eugene Ott, un bambino di cinque anni figlio di genitori benestanti, e in dono riceve una bambola da uno dei suoi servitori. Il primo nome di Eugene era Robert, ma il bambino preferiva usare il suo secondo nome e Robert fu anche il nome scelto per la bambola. Inizialmente nessuno pensò minimamente di mettere in discussione le origini della bambola Robert, ma in seguito a fatti terribilmente inquietanti si arrivò alla seguente conclusione. I genitori di Eugene erano molto severi con il bambino e lo erano molto di più con i loro servi. Li trattavano molto male, il loro salario era molto basso ed erano costretti a praticare lunghissime ore estenuanti di lavoro manuale, per non parlare degli abusi fisici a cui venivano sottoposti. Uno di questi servitori era una donna delle Bahamas che a detta di alcuni praticava le arti Voodoo. Fu proprio lei a donare Robert a Eugene. La donna avrebbe maledetto la bambola prima di darla al bambino e alcune persone sostengono che al suo interno ci fossero degli stracci mescolati con sangue umano di persone che avevano sofferto, oltre al fatto che i capelli della bambola sarebbero capelli umani.

Il giovane Eugene si affezionò rapidamente alla bambola Robert e ovunque lui andasse la portava con sé. Trattava la bambola come se fosse una sorta di fratello minore, a tavola gli dava da mangiare, dormiva con lui durante la notte, ma cosa più inquietante quando il signor e la signora Ott passavano vicino alla camera del figlio, avrebbero sentito in più di un’occasione Eugene conversare con qualcuno che aveva una voce bassa e sinistra… Naturalmente non ci fecero molto caso pensando che Eugene stesse semplicemente giocando con quello che era diventato ormai più che un giocattolo per lui. Non passò molto tempo prima che alcune cose strane cominciarono ad accadere. Eugene si svegliava spesso nel cuore della notte gridando in preda al terrore, e quando i genitori accorrevano nella sua camera per tranquillizzarlo trovavano spesso pesanti mobili spostati e oggetti a terra. Alcune lampade cominciarono a cadere andando in frantumi senza alcuna ragione apparente. Argenteria e bicchieri di vetro venivano scagliati da una parte all’altra della stanza da una forza invisibile. Venivano trovati vestiti strappati e letti disfatti in stanze dove persino i servi non avevano il permesso di accedervi. Ogni volta che accadeva qualcosa di strano, il signor e la signora Ott puntavano sempre il dito verso Eugene chiedendo spiegazione, ma il bambino con occhi innocenti diceva sempre: “Non sono stato io! È stato Robert!”… Ovviamente i genitori si sentivano presi in giro ed Eugene veniva messo in punizioni molto severe.

Nel corso degli anni Eugene e Robert divennero sempre più inseparabili e dopo che i suoi genitori morirono, i due rimasero da soli in casa. Numerosi nuovi servi andavano e venivano a causa dell’atmosfera di terrore che si poteva percepire in quella casa. Sentivano spesso ridacchiare in stanze in cui non c’era nessuno, ad eccezione di Robert naturalmente. Sentivano strane voci e passi risuonare in tutta la casa, il tutto condito con altre attività misteriose. Alcuni servi impazzirono e scappavano dalla casa urlando. Alla fine per Eugene era venuto il tempo di sposarsi. Si sposò con Anne, una ragazza conosciuta durante gli studi a Parigi, ma non passò molto prima che la sua nuova moglie si terrorizzò, non solo per l’attaccamento ossessivo tra Eugene e Robert, ma per i fatti raccapriccianti che continuavano ad accadere intorno a lei. Addirittura Eugene aveva fatto costruire una stanza in miniatura per la bambola. La nuova signora Ott percepiva del male puro in Robert, si sentiva osservata da quei suoi occhi vitrei e inespressivi e spesso aveva l’impressione che la sua espressione cambiasse da una innocente a una di pura malvagità e in qualche modo si sentiva minacciata. Terrorizzata convinse Eugene a rinchiudere la bambola in soffitta tenendola così finalmente lontana dalla sua vista.

Dopo aver relegato Robert in soffitta, i bambini del quartiere e i passanti cominciarono a notare movimenti strani attraverso la finestra che si affacciava sulla soffitta. A detta di alcuni c’era una piccola figura che si divertiva a seguire i passanti attraverso la finestra ridacchiando e fissandoli costantemente, intanto forse in Robert cresceva ogni giorno sempre di più la rabbia per essere stato confinato in quelle quattro mura polverose. Con Robert rinchiuso in soffitta, la salute di Eugene cominciò a risentirne. Spesso litigava con la moglie per far tornare la bambola tra di loro. La sua salute continuò a deteriorarsi fino a quando nel 1974 morì lasciando Anne in casa da sola con Robert… Ma non per molto dato che abbandonò in fretta Key West, andando a vivere a Boston e lasciando la casa Ott in affitto.

Non passò molto tempo prima che una nuova famiglia si insediasse in quella casa e quando i nuovi proprietari andarono per la prima volta in soffitta, la figlia di dieci anni scoprì Robert seduto su una piccola sedia, nascosto accuratamente sotto una coperta. La bambina si innamorò subito della bambola e la portò con sé nella sua camera da letto e da quel momento per la nuova famiglia iniziò un nuovo incubo. Una notte la bambina si mise a urlare a squarciagola terrorizzata sostenendo che Robert si stava muovendo intorno a lei in camera da letto cercando di attaccarla più volte… Cercando di ucciderla. I genitori portarono subito via Robert cercando di scoprire un po’ di più sulla sua storia e quando vennero a conoscenza della sua macabra origine, lo donarono al East Martello Museum a Key West. Ma la storia non finisce qui… Robert venne riposto in una teca di vetro al centro di una stanza e i dipendenti del museo affermarono più volte di aver visto la bambola muoversi all’interno della teca cambiando spesso posizione. Le guardie di sicurezza sono sicure di aver sentito più volte strani rumori e risatine stridule provenire dall’interno del museo in piena notte. Robert divenne ben presto l’attrazione principale del museo, la meta preferita dei turisti nonché la loro maledizione. Molti turisti avrebbero segnalato delle stranezze in foto fatte alla bambola senza averne l’autorizzazione. Da pellicole completamente bianche, senza alcuna immagine, a posizioni che non corrispondevano con quella di Robert al momento dello scatto. Alcuni vedevano l’espressione del male sul suo volto.

Questa storia è tanto assurda quanto inquietante, tanto da aver ispirato un film horror nel 2015. Per quanto possano sembrare già assurdi, fin qui sono stati riportati soltanto dei fatti, avvenimenti documentabili e riferiti da testimoni che non avevano motivo di mentire. Come alcuni ipotizzarono fin dall’inizio, la storia di Robert potrebbe essere spiegata razionalmente con un trauma di qualche genere subito da Eugene, forse dovuto proprio alla presenza inquietante del bambolotto, che lo ha in seguito portato a riconoscere in lui una presenza malvagia e compiere “in suo nome” atti inspiegabili. Per gli ospiti successivi della casa degli Ott, invece, si può pensare che si sia trattato di suggestione, infatti la storia di Robert era ben nota a Key West e i nuovi inquilini, condizionati da questi racconti, potrebbero aver ingigantito piccoli episodi del tutto normali. Verità o leggenda, sfidiamo chiunque a non provare un certo brivido nel fissare quegli occhi vuoti e neri.

 
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Pubblicato da su 23 maggio 2017 in Maledizioni e possessioni

 

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Miniera Jarvis – “Qualcosa ha ucciso il mio cane!”

Miniera Jarvis – “Qualcosa ha ucciso il mio cane!”

Molte persone decidono di fare delle esplorazioni in luoghi abbandonati o addirittura mai esplorati prima e questo si potrebbe dire che è uno degli hobby più rischiosi del mondo perché in questi luoghi non più abitati di solito si trovano ogni genere di cose, da vecchi oggetti lasciati dalle persone che ci abitavano, fino a cadaveri di animali o nei casi più inquietanti, cadaveri umani… ed è proprio per questo genere di cose che su YouTube e su altre piattaforme proliferano questi tipi di video, di persone che si addentrano accompagnati da qualcuno o addirittura da soli nei luoghi più improbabili e pericolosi. Fabbriche, case, cimiteri, catacombe, sono solo alcuni di questi luoghi, non occorre aggiungere che la maggior parte di questi video vengono fatti durante la notte, sia perché spesso le autorità vietano questi tipi di esplorazioni e quindi di giorno è più difficile realizzarli, che per il valore stesso dei filmati i quali, se realizzati di notte, viene aggiunta di certo una componente importante e affascinante: il brivido.

In questo video parleremo di una persona che aveva deciso di fare una di queste esplorazioni e per sua sfortuna è finita in un modo del tutto inaspettato. Il protagonista di questa storia si fa chiamare Stan e spiega nel suo blog, aperto nel 2009, che è una persona a cui piacciono le avventure e stare all’aperto e poche righe dopo aggiunge: “Decisi di aprire questo blog perché la mia cagnolina è stata uccisa in questa miniera…” e prosegue il suo racconto con queste parole: “Non riesco a trovare molta attenzione a riguardo, sto cercando in tutti i modi di far conoscere questa storia. Ho provato a chiamare i ranger forestali, la BLM, lo sceriffo locale ma nulla. Le persone credono che sia pazzo. Non lo faccio per me, lo faccio per tutti voi là fuori. Il mio cane è morto, niente mi riporterà indietro la mia Millie e se qualcuno di voi decidesse di entrare in quella miniera non tornerà mai più, sto cercando di avvertirvi del pericolo.”

Stando alle sue parole, Stan è una persona che solitamente faceva delle passeggiate ed esplorazioni nei dintorni del Colorado. In questo stato americano ci sono una serie di miniere totalmente abbandonate, circa 23.000 secondo le stime svolte dai geologi del Colorado Geological Survey. Una di queste miniere, secondo il suo racconto, sarebbe quella di Jarvis. Con sommo rammarico, Stan, scrive che durante una di queste sue esplorazioni insieme alla sua fidata compagna, un labrador di nome Millie, si imbatté in questa vecchia miniera abbandonata. Padrone e fidato animale, ormai giunti verso la fine di una lunga giornata di escursioni sulle rocce del canyon, erano stanchi e affamati, ma quando l’avventura chiama è difficile resistergli, così i due si addentrarono nelle fauci della miniera. Stan però non si sentiva molto al sicuro e aveva dei brividi in quello spazio ristretto, quindi dopo aver percorso una decina di metri decise di fermarsi e di mangiare qualcosa prima di uscire e riprendere la sua strada, ma mentre cercava di prendere gli snack per nutrirsi, Millie che per tutto il tempo era rimasta insieme a lui iniziò ad innervosirsi. Continuava ad osservare l’oscurità della miniera, come se percepisse qualcuno. Dopo qualche secondo di tensione Millie iniziò a muoversi verso l’oscurità, Stan tentò di attirare l’attenzione dell’animale ma fu tutto inutile. Millie continuò la sua corsa ad una velocità sempre superiore, quindi Stan ormai spaventato iniziò a correre cercando di illuminare con la torcia il percorso e poco a poco vide l’animale allontanarsi sempre di più, fino a perdersi completamente nel buio più assoluto.

A questo punto Stan ammette che per la paura stava andando fuori di testa e per poco non perse il controllo dei suoi nervi. Si fermò di colpo, il tono della sua voce era diventato molto acuto quasi isterico mentre disperatamente chiamava Millie, poi dalle profondità del buio sentì abbaiare la cagnolina e ritrovando il coraggio di proseguire decise di seguire quel suono familiare sperando solo di riprendere Millie e uscire il più in fretta possibile, ma quel suono iniziò ad allontanarsi sempre di più. La sua cagnolina continuava ad addentrarsi in quelle viscere di rocce e Stan con la sua torcia cercava disperatamente di illuminare l’oscuro passaggio. Mentre si avvicinava, ad intermittenza riusciva a scorgere Millie grazie alla luce artificiale, poi di nuovo perse le sue tracce. Ormai in una corsa quasi disperata e alla cieca riuscì a raggiungere un punto dove Millie sembrava essersi distesa per terra dietro un sostegno di legno. Sentiva il suo respiro affannoso e impaurito. Avvicinandosi sempre di più Stan racconta che vide molto sangue per terra e poi successe qualcosa che l’avrebbe tormentato per il resto dei suoi giorni. Iniziò a sentire la presenza di qualcosa che egli stesso definisce non umano, come se si trattasse di una creatura, successivamente sentì un suono orrendo, che si avvicina più ad un grugnito che a qualunque altra cosa e completamente impaurito iniziò a correre con tutte le sue forze, per paura non si voltò mai indietro. Stan scrive sul suo blog che dopo essere fuggito, per la paura montò sul suo camion e guidò fino alla città più vicina che si trovava a 50 miglia. Cercò di richiamare l’attenzione delle persone, sia delle autorità che dei cittadini del posto, ma nessuno sembrava molto contento di sentire il suo racconto. Le poche informazioni che riuscì a ricavare furono che la miniera si chiamava “Jarvis Mine” e conclude il suo post dicendo che non crede nei fantasmi o roba del genere, ma vuole solo scoprire che cosa ci sia là sotto e se qualcuno, specialmente se è della zona, dovesse leggere la sua pubblicazione e sapesse qualcosa è pregato di contattarlo.

Passarono alcuni mesi prima che Stan prese la decisione di pubblicare un nuovo post e questa volta era riuscito a rimediare informazioni più dettagliate sulla miniera Jarvis. Come spesso succede in questi casi però le nuove informazioni raccolte sono così sconfortanti che le probabilità di trovare viva la sua cagnolina sono pressoché nulle… “Ho finalmente trovato prove concrete riguardo l’omicidio nella miniera Jarvis… Scavando negli archivi della contea ho trovato questi due articoli di giornale, scusate per la qualità delle immagini ma ho dovuto fare delle foto con i mezzi a mia disposizione perché non mi era concesso portarli fuori, inoltre i giornali stessi erano già molto deteriorati. Questa storia è veramente pazzesca.“. Nel suo post allega delle immagini molto sfuocate di giornali datati risalenti ai primi del 900, seppur in stato avanzato di deterioramento si possono leggere con molta chiarezza gli inquietanti titoli. Una di quelle fotografie di giornale risale al 27 ottobre 1909 e parla delle origini della miniera Jarvis e di un feroce omicidio.

Stando alle parole scritte direttamente da Stan, William Jarvis era il proprietario della miniera. William inizialmente aveva avuto un accordo con la compagnia mineraria di San Francisco per poter estrarre l’oro. Per circa cinque anni William, le sue figlie e sua moglie riuscirono a vivere una vita modesta ma tranquilla, poi per pura disgrazia egli trovò un vero e proprio tesoro nascosto nelle profondità rocciose. William che era un uomo molto fortunato ma anche molto astuto sapeva dove scavare e il suo fiuto per quelle rocce dorate lo portarono a scoprire una delle vene dorate più ricche di tutto lo stato. Ben presto strane persone si presentarono a casa sua, persone che cercarono in tutti i modi di spaventarlo, speculazioni dell’epoca parlano di veri e propri gangster pagati dalla compagnia per cercare di mandare via la sua famiglia. William però non scappò mai dalla sua terra, così i soggetti loschi decisero che era giunta l’ora di farlo fuori. Un giorno un gruppo di uomini armati giunse a casa sua, quando sua moglie andò ad aprire la porta la uccisero con un colpo violento in testa, poi presero le sue figlie e le portarono insieme a lui dentro la miniera e nella parte più scura e profonda decisero di violentarle obbligando Jarvis a osservare tale aberrazione, poi legarono le sue figlie insieme a lui e fecero esplodere la miniera a colpi di dinamite. William venne sepolto vivo insieme alle sue figlie. Da allora la miniera Jarvis è stata legata a fatti molto strani, leggende popolari tramandate dalla popolazione locale raccontano di diversi episodi funesti accaduti dentro la miniera. La compagnia infatti, dopo aver messo i propri uomini a lavorare dentro la miniera, perse così tanti soldi e vite umane che ha dovuto chiuderla in breve tempo. A testimoniare queste inspiegabili morti sono rimasti pochi giornali. La miniera Jarvis si dice sia fonte di una maledizione e nessuno che vi entra è il benvenuto.

Dopo qualche mese diverse persone iniziarono a scrivere sul blog di Stan, molti dei quali dichiaravano di aver già sentito questa storia ma per lo più si trattava di leggende metropolitane e non sapevano che fosse realmente accaduta una cosa del genere. Altre persone criticavano la sua scelta di abbandonare la miniera lasciando indietro l’animale ferito. Stan cercò in tutti i modi di giustificarsi dichiarando di aver avuto così tanta paura che temette di morire. Uno degli utenti però prese la faccenda seriamente e scrisse che non solo era della zona, ma aveva sempre avuto una certa curiosità riguardo questa miniera e presto sarebbe andato di persona a verificare se fosse tutto reale. Stan cercò in tutti i modi di persuaderlo a lasciar perdere e dopo questo post non si seppe più nulla né di Stan né dell’utente che voleva vedere con i propri occhi l’interno della miniera….

Questo blog rappresenta un mistero, alcuni dicono che sia solo una pubblicità per un film uscito nel 2013 chiamato “miniera abbandonata”, ma se fosse così il filmato sarebbe diventato virale, cosa che invece non è stato e poi per quale motivo fare un intero blog per promuovere un film e poi quattro anni dopo far uscire un film senza nemmeno nominare tale storia? Ci sono parecchie incongruenze qualunque sia l’ipotesi fatta, ma sicuramente visitare di persona la minerà Jarvis non è la soluzione appropriata per scoprirlo. Infatti se cercate di avventurarvi in una qualunque miniera abbandonata, fra serpenti, ragni, dinamite non ancora esplosa e gas tossici… Le entità paranormali saranno gli ultimi dei vostri pensieri….

 
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Pubblicato da su 21 marzo 2017 in Maledizioni e possessioni

 

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Demone Lupo Mannaro – L’incubo di Bill Ramsey

Demone Lupo Mannaro – L’incubo di Bill Ramsey

L’unica ragione per cui forse le storie di lupi mannari non sembrano molto credibili è che sono molto antiche, risalenti tra il 16esimo e 17esimo secolo. Tutti i miti che circolano su questi famosi mostri da cui sono stati tratti anche numerosi film possono essere sfatati considerando due principali fattori chiave: la natura superstiziosa delle persone dell’epoca e lo scarso progresso scientifico. Al giorno d’oggi praticamente nessuno crede nell’esistenza dei lupi mannari, anche te che stai guardando questo video molto probabilmente sei scettico, tuttavia forse dovrai ricrederti dopo aver finito di ascoltare questa incredibile storia. Sorprendentemente esiste un convincente caso di un vero lupo mannaro risalente al 1983 indagato persino dai famosi demonologi Ed e Lorraine Warren. Vi starete chiedendo cosa c’entri la coppia con un caso di licantropia, ebbene fu un caso anche di possessione demoniaca. Ecco il caso di Bill Ramsey, il lupo mannaro demone di Londra, una delle indagini più intriganti dei Warren.

Bill Ramsey nacque nel 1943 a Southend-on-Sea, una contea inglese, e tutto iniziò quando aveva solo 9 anni. Il ragazzo trascorreva ore a giocare nel cortile di casa sua. A Ramsey non mancava di certo la fantasia, infatti quando la madre appendeva i vestiti profumati e appena lavati lungo tutto il cortile, nella mente del ragazzo quei vestiti non erano altro che fanciulle da salvare, dunque si immedesimava nel ruolo del giovane eroe galante che avrebbe sconfitto innumerevoli nemici mortali pur di salvare una vita. In un caldo giorno d’estate si mise di nuovo a giocare nel suo cortile fantasticando le sue avventure. Giocò per oltre un’ora senza sosta fino a quando venne improvvisamente colto da una sensazione di freddo che scese lungo tutto il suo corpo e sentì anche un odore nauseabondo. Poco dopo tornò tutto alla normalità tranne che… C’era qualcosa di diverso. Si rese conto che tutti i suoi giochi erano infantili, come se lui non avesse più 9 anni. Le persone intorno a lui sembravano terribilmente fuori di testa, le madri chiamavano i propri figli nelle case allontanandoli da Ramsey, ma il ragazzo rimase immobile chiedendosi che cosa gli stava accadendo intorno. La sua temperatura corporea scese di nuovo. Immagini di se stesso come un lupo comparivano nella sua mente e sentì una potente rabbia dentro di lui che lo fece stramazzare al suolo, poi si alzò e sfogò tutta la sua ira ringhiando ai passanti. I genitori di Ramsey si precipitarono verso di lui che li accolse in un modo non troppo amichevole, poi strappò brutalmente il filo metallico di un recinto con le mani e i denti combattendo ogni istante con la rabbia che lo aveva sopraffatto. Secondo i testimoni ringhiava come un lupo arrabbiato. I genitori spaventati a morte e non riuscendo ad avvicinarsi scapparono in casa. Poi lentamente la rabbia si spense e Ramsey ritornato quel bambino spensierato di 9 anni bussò alla sua porta e venne accolto con riluttanza dai genitori.

Verso i 12 anni il ragazzo ebbe il primo episodio sconvolgente per la comunità. Mentre andava a scuola con sua madre, Ramsey tutto d’un tratto a quattro zampe si precipitò a scuotere con violenza un palo pubblicitario, sbavando e ringhiando contro chiunque gli si avvicinasse. Ad un certo punto addirittura smosse e dissotterrò il palo che era piantato nel calcestruzzo e poi con una forza inimmaginabile lo piegò più volte davanti agli occhi atterriti della gente. Da allora gli attacchi divennero più frequenti, ma i genitori si affidarono ad alcuni psicologi che seppero insegnare al ragazzo come controllarsi in quei momenti di rabbia improvvisa. Ciò però non distolse Ramsey dall’idea di essere un lupo mannaro: sin dai primi sintomi lui si convinse di essere in realtà un lupo nel corpo di un essere umano e quella convinzione probabilmente lo accompagnò tutta la vita.

Ramsey riprese una vita normale. Si sposò, ebbe una bambina e si guadagnò da vivere come falegname, ma gli orrori vissuti decenni prima si stavano per ripetere. La notte di lunedì 5 dicembre 1983, Ramsey stava tornando a casa dopo una lunga giornata di lavoro quando improvvisamente un dolore tremendo gli pervase il petto. Tutto il suo corpo era ricoperto di sudore freddo e i suoi respiri si fecero irregolari. Si precipitò al più vicino ospedale a Southend. Sentì il dolore lancinante al petto protendersi verso il braccio destro mentre barcollava all’ingresso del pronto soccorso. Due infermiere accorsero subito verso di lui aiutandolo a sdraiarsi su una barella per poi trasportarlo d’urgenza. All’improvviso Ramsey emise un ruggito agghiacciante, poi un’altro così forte che le infermiere fecero un balzo indietro per la paura. In un istante l’uomo si aggrappò al braccio di un’infermiera mordendola vicino al gomito staccandole quasi un pezzo di braccio. Il sangue gocciolava dalle sue mani e l’altra infermiera gridò per chiedere aiuto. Un giovane poliziotto che era di turno vicino al pronto soccorso si precipitò in ospedale, certo non si aspettava di vedere vagare per i corridoi una bestia più che un uomo, l’espressione sul suo volto era disumana e tratteneva saldamente con le mani le due infermiere terrorizzate. Intervenne un infermiere che insieme al poliziotto riuscì a legare la bestia con una cinghia. Ramsey riprese conoscenza all’interno di un’ambulanza che lo stava trasportando al Runwell Mental Hospital. Ovviamente non si ricordava nulla di ciò che era successo poco prima.

Pochi giorni dopo il terribile accaduto, Ramsey si presentò alla stazione di polizia di Southend implorando gli agenti di essere rinchiuso per la sua sicurezza e quella degli altri cittadini, ma sfortunatamente proprio in quel momento l’uomo ebbe un improvviso attacco di rabbia e assalì l’agente sollevandolo da terra e scaraventandolo nel parcheggio come se fosse un bambolotto. Ci vollero sei agenti per immobilizzare Ramsey e tre di loro finirono in ospedale. Ramsey venne chiuso in una cella di detenzione della stazione di polizia e per tutta la notte ringhiò. La polizia fu costretta a chiamare un medico per somministrargli un potente sedativo.

Questa volta non accadde come anni prima, il caso non finì nel dimenticatoio e finì presto sui giornali e TV locali. Ed e Lorraine Warren vennero a conoscenza di questo caso grazie a un episodio dello show televisivo inglese “Incredible Sunday” e rintracciarono Ramsey con l’aiuto della polizia. La coppia di demonologi era convinta che l’uomo fosse posseduto da un’entità malvagia estremamente potente, dunque insieme al ricercatore paranormale John Zaffis e la moglie di Ramsey, Nina, si riunirono presso la chiesa locale per testimoniare l’esorcismo. Erano presenti anche David Alford e John Cleve del giornale “The People”. L’incaricato dell’esorcismo fu invece il vescovo Robert McKenna il quale nella sua lunga carriera ha eseguito molti altri esorcismi, uno tra i più famosi fu quello della Casa Smurl di cui abbiamo già ampiamente parlato in uno dei nostri casi. Il vescovo si assicurò che quattro agenti di polizia fossero pronti nel caso fuoriuscisse quella violenza disumana da Ramsey. L’esorcismo iniziò e il vescovo Mckenna sfiorò la fronte di Ramsey con la sua stola, dopodiché afferrò la testa dell’uomo con decisione ordinando al demone di lasciarlo per sempre. Ramsey tremava in maniera incontrollabile e cercò di attaccare il vescovo il quale stava tenendo impresso un crocifisso sul volto dell’indemoniato. Ramsey ringhiava e si avventò su McKenna, il vescovo fece un balzo indietro per non essere afferrato e protraendo il crocifisso verso l’alto recitò l’esorcismo in latino. Piano piano Ramsey sentì il suo corpo diventare sempre più debole e caldo, un ultimò debole ruggito venne fuori dalla sua bocca e poi svanì insieme a tutta la sua rabbia. Il demone se n’era andato e Ramsey si sentiva purificato.

I Warren non furono in grado di fornire alcuna prova con foto o video, ma la presenza della celebre coppia di demonologi, del ricercatore paranormale John Zaffis e il famoso esorcista McKenna, ne aumenta notevolmente la credibilità. Inoltre non è mai stato riportato un vero cambiamento di forma di Ramsey, sono noti solo i suoi comportamenti simili a quelli che si raccontano siano tipici di un lupo mannaro. Più avanti per spiegare questo caso con un’impronta più scientifica si parlò di demonopatia, ossia una malattia psichiatrica la cui persona colpita è convinta di essere posseduta dal demonio. Si parlò anche di licantropia clinica, una rara sindrome psichiatrica che induce chi ne è affetto a credere di potersi trasformare in un animale. La sindrome costringe chi ne soffre a voler assomigliare ad un animale, spesso ad un lupo, nell’aspetto ma principalmente nel comportamento. Negli stadi più gravi i malati desiderano cibarsi di carne cruda, a volte umana, e di sangue. Tuttavia c’è un punto che cozza con queste spiegazioni, ossia il fatto che Ramsey, in uno dei suoi attacchi quando era più piccolo, sradicò un paletto a mani nude con una forza sovrumana.

Di certo questo è stato uno dei casi più bizzarri tra quelli seguiti dai Warren che sono stati testimoni di molti… fin troppi casi di possessione demoniaca.

 
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Pubblicato da su 31 gennaio 2017 in Maledizioni e possessioni

 

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