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Ciao a tutti. Dopo tre anni di onorato servizio, questo BLOG andrà in pensione e al suo posto troverete un NUOVO BLOG completamente ridisegnato e più semplice da consultare dove potrete trovare tutti i nostri casi in forma scritta e anche:

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La lista è lunga e per scoprire tutte le novità non vi resta che visitare il nostro NUOVO BLOG!

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Buona lettura

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Pubblicato da su 16 gennaio 2018 in Casi macabri e misteriosi

 

Madeleine McCann – Una bambina scomparsa nel nulla

Madeleine McCann –  Una bambina scomparsa nel nulla

Sono trascorsi più di dieci anni e molti ricordano ancora questa vicenda con molta chiarezza, soprattutto perché sono davvero tanti gli elementi discordanti delle testimonianze fornite dai personaggi di questa tragedia. Madeleine McCann, una bambina di soli tre anni, si trovava in vacanza nel sud del Portogallo insieme alla sua famiglia a partire dal 28 aprile 2007. La famiglia della piccola era allora composta dai suoi genitori Kate e Gerry McCann, entrambi medici, e dai suoi fratelli Amelie e Sean. Madeleine era la primogenita e, come i suoi fratelli, era nata grazie alla fecondazione in vitro. I McCann trascorrevano le loro vacanze insieme ad altre tre famiglie. La loro era una vacanza molto spensierata e tranquilla… fino al 3 maggio, giorno nel quale i McCann avevano deciso di fare una cena solo tra adulti e quindi avevano lasciato i bambini nelle camere. Quella fatidica sera, infatti, Madeleine si trovava nella camera da letto dell’appartamento 5A insieme ai suoi fratelli, completamente incustoditi e con le porte scorrevoli aperte. I McCann si trovavano nel ristorante chiamato Tapas all’interno del complesso che distava pochi metri dal loro appartamento, perciò secondo la ricostruzione, i padri di famiglia ogni tanto andavano a visionare la situazione nelle rispettive camere. Quindi, ogni venti o trenta minuti, uno dei due coniugi si alzava dal tavolo e andava a controllare se i loro figli stessero ancora dormendo. Secondo la versione data alle autorità, l’ultimo a vedere la bambina ancora sana e salva è stato il padre di Madeleine, il quale si era recato intorno alle 21.05 in camera. Un’ora dopo, verso le 22, Kate McCann, sotto shock e in preda ad un attacco di panico, era tornata nel ristorante urlando “Maddie non è più qui, l’hanno portato via!”.

A quanto pare Kate recandosi nell’appartamento aveva trovato le porte e le finestre aperte e Madeleine era sparita. Immediatamente dopo l’inquietante scoperta, i due genitori cercarono disperatamente la piccola in tutto il complesso. Cercarono sotto le macchine, tra i cespugli, nella piscina e anche nei cassonetti, ma niente. Quindi vennero contattate le autorità britanniche e portoghesi. Quella stessa notte centinaia di poliziotti e cani rastrellarono tutta l’area, nel frattempo gli investigatori interrogarono i genitori della bambina e gli amici dei McCann. Frutto di nervosismo o per qualche altra ragione tutti caddero in notevoli contraddizioni che portarono gli investigatori a seguire diverse piste che poi negli anni si rivelarono del tutto false. Una delle contraddizioni più strane di questa vicenda proviene proprio dalla testimonianza della madre di Madeleine, che disse di aver visto sia la porta che la finestra aperte, cosa che invece venne smentita da un altro testimone il quale disse di aver visto solo la porta aperta. Nei giorni seguenti ai fatti, questo caso divenne internazionale, in particolar modo perché nel complesso si trovavano diversi turisti di varie nazioni e perché molte delle persone della zona stessa erano francesi, olandesi, tedeschi e altri inglesi, persone che si erano trasferite dopo la pensione a Praia da Luz.  L’Interpol emise un avviso internazionale per la scomparsa il 9 maggio 2007 e da quel giorno le foto di Madeleine con la faccia sorridente e con i suoi occhi rotondi e verdastri continuano a fare il giro del mondo.

A circa ottanta metri dall’appartamento 5A dell’Ocean Club si trova la villa di Robert Murat, che fu il primo e principale sospettato della scomparsa della bambina. A quel tempo Robert aveva 34 anni ed era separato, aveva una figlia della stessa età di Madeleine e fin dall’inizio si offrì ai McCann come traduttore nelle conversazioni con la polizia portoghese. Secondo il Sunday Mirror è apparso diverse volte anche davanti alla stampa addirittura come portavoce della famiglia. Questo suo “strano interesse” lo mise immediatamente sotto i riflettori e fu il primo sospettato ufficiale nelle indagini. Gli investigatori portoghesi lo hanno interrogato diverse volte, perquisito la sua residenza e sono addirittura stati fatti degli scavi nel suo giardino, ma non hanno mai trovato prove del suo coinvolgimento. Il procuratore portoghese cancellò il suo nome dalla lista dei sospetti circa un anno dopo la scomparsa della bambina. I giornali britannici, che diverse volte lo hanno chiaramente indicato come il colpevole della scomparsa di Maddie, hanno dovuto risarcirlo con 715.000 € per diffamazione nei suoi confronti.

Nel 2007 più di mille agenti portoghesi furono coinvolti nella ricerca. Quella notte e per alcune settimane il confine con la Spagna era stato chiuso e la sorveglianza dei porti e degli aeroporti del paese vennero intensificati. Il Regno Unito trasferì anche cani in Portogallo, specializzati nel rilevamento di resti di sangue e odore di cadavere. Il 6 luglio 2007, due mesi dopo la scomparsa della ragazza, gli investigatori iniziarono a so spettare dei genitori perché i cani avevano identificato tracce di sangue e altri fluidi di Maddie nell’appartamento dell’Ocean Club in cui alloggiavano e anche in una macchina che i McCann avevano affittato due settimane dopo la scomparsa della loro figlia. Dopo i risultati degli esami, gli investigatori britannici e portoghesi ammisero per la prima volta che Maddie potrebbe essere stata uccisa. L’ipotesi fatta allora sarebbe quella della “morte accidentale”, ma dopo sedici ore di interrogatorio, la polizia portoghese non riuscì a ricavare altre informazioni dalla coppia i quali non diedero nemmeno una giustificazione plausibile sul perché quelle tracce di sangue furono rinvenute diversi giorni dopo la scomparsa di Maddie. Qualche giorno dopo i McCann decisero di lasciare il Portogallo insieme ai loro gemelli e si stabilirono in Inghilterra. Il procuratore portoghese dovette chiudere il caso un anno dopo per mancanza di ulteriori prove per incriminarli. Gonçalo Amaral fu il commissario che si occupò dell’indagine dal primo minuto e ha sempre sostenuto che la bambina fosse morta e che la polizia britannica aveva collaborato con i McCann per nascondere l’omicidio. Quando lasciò la polizia del suo paese, Amaral pubblicò il suo libro “Maddie: la verità della menzogna”, un best seller in Portogallo e nel Regno Unito. In questo libro l’ex agente punta direttamente il dito contro i genitori della piccola. Dice che Maddie è morta in maniera accidentale per colpa dei genitori quella stessa notte, la prova sarebbe il sangue umano trovato dietro un divano, Gerry avrebbe poi nascosto il corpo di sua figlia in una spiaggia vicina e pochi giorni dopo la sua morte l’avrebbe spostata in un altro luogo, di cui nessuno conosce la posizione. Nel 2013, la polizia britannica riaprì il caso su insistenza della coppia McCann, quindi Scotland Yard decise di stanziare undici milioni di sterline annunciando anche quattro nuove linee di ricerca.

Diverse sono le teorie sorte negli anni, dal rapimento su commissione da parte di una banda di zingari, fino alla teoria del furto fallito secondo la quale dei ladri sarebbero entrati nell’appartamento credendo che non ci fosse nessuno e quando videro Madeleine decisero di prenderla. Questa teoria è supportata dal fatto che c’erano stati diversi tentativi di furto nell’appartamento 5L e 5G nei giorni precedenti, che si trovano nello stesso blocco in cui risiedevano i McCann. Durante questi anni ci sono state molte segnalazioni di persone che avrebbero visto Madeleine in Spagna, Francia, Marocco, Malta e Stati Uniti, ma tutte risultarono puntualmente infruttuose. Addirittura qualche settimana fa una studentessa inglese di nome Harriet Brookes avrebbe confessato di essere Madeleine McCann. Sui suoi social network, infatti, questa ragazza aveva postato diverse foto dichiarando non soltanto l’incredibile somiglianza con Madeleine, ma di avere anche la caratteristica macchia marrone intorno all’iride degli occhi e un neo sulla coscia descritti dai genitori della bambina. Ovviamente si tratta solo di una strana coincidenza dato che, se fosse ancora in vita, Madeleine avrebbe 14 anni mentre Harriet Brookes è una studentessa universitaria di Manchester.

La polizia prosegue con le ricerche, ma i fondi stanziati stanno per finire e probabilmente il caso, a meno di risvolti inaspettati, verrà chiuso nel 2018 senza un colpevole e i fatti accaduti quel maledetto 3 di maggio resteranno per sempre un mistero…. Questo caso sembrerebbe una storia tratta da un romanzo di Agatha Christie, solo che questa è la realtà… e la realtà il più delle volte è molto più crudele di qualunque racconto di fantasia.

 
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Pubblicato da su 11 dicembre 2017 in Casi macabri e misteriosi

 

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Cindy James – Una persecuzione paranormale

Cindy James – Una persecuzione paranormale

L’8 giugno 1989, un’infermiera canadese di 44 anni di nome Cindy James è stata trovata morta a Richmond, un sobborgo di Vancouver, Canada. Era stata drogata, strangolata e le mani e i piedi erano legati dietro la schiena. È stata trovata in un cortile di una casa abbandonata a un chilometro e mezzo da un piccolo centro commerciale dove era parcheggiata la sua auto rinvenuta il 25 maggio, giorno della sua scomparsa. C’era sangue sulla portiera del conducente e il suo portafogli era sotto l’auto. Quando il suo corpo fu scoperto nel cortile, sembrava che Cindy fosse stata uccisa brutalmente. Una calza di nylon era stata legata stretta intorno al collo e l’autopsia scoprì che nel corpo della donna vi erano ingenti quantità di morfina e altri farmaci. La Royal Canadian Mounted Police, credeva che la sua morte fosse stata un incidente o un suicidio, tuttavia il coroner di Vancouver stabilì che la morte di Cindy non era dovuta da suicidio, incidente o omicidio… piuttosto sostenne che morì a causa di un “evento sconosciuto”. In ogni caso la storia di Cindy James inizia sette anni prima quando cominciò a segnalare diversi incidenti e molestie nei suoi confronti dopo quattro mesi il divorzio da suo marito.

Cindy era la maggiore di sei fratelli. All’età di 19 anni si sposò con il dottor Roy Makepeace, diciotto anni più grande di lei. Grazie all’aiuto del marito trovò impiego come infermiera e aiutava spesso i bambini che avevano dei problemi emotivi, cosa che amava fare. La sua vita pareva perfetta, ma quando decise di divorziare nel 1982, tutto le crollò addosso e la sua vita divenne un inferno. La donna aveva un rapporto abbastanza buono con i suoi genitori e proprio a loro cominciò a confidare le prime storie di molestie nei suoi confronti, dopodiché si rivolse alla polizia quando ricevette vere e proprie minacce di morte via telefono o per posta da parte di un’entità sconosciuta. Molestia dopo molestia, la salute mentale e fisica di Cindy si sgretolava sempre di più. Un giorno quando tornò a casa trovò tre gatti morti appesi nel suo giardino, le luci del portico frantumate e la linea telefonica tagliata. Strani biglietti venivano trovati quotidianamente davanti alla sua porta e quasi ogni giorno Cindy segnalava alla polizia violenti attacchi fisici. Una notte, un’amica di Cindy, decise di andare a trovarla, ma quando bussò alla porta non ricevette risposta. Preoccupata cominciò a fare il giro della casa per raggiungere la porta sul retro e di certo non si sarebbe mai immaginata a cosa avrebbe assistito. Cindy era accovacciata a terra nel suo garage aperto con una calza di nylon legata intorno al collo. Alla richiesta di spiegazioni da parte dell’amica, Cindy affermò che qualcuno l’aveva tramortita per poi fuggire quando sentì l’amica bussare.

Per Cindy il terrore non era che all’inizio. Vennero lasciate foto sul parabrezza della sua auto ritraenti cadaveri in obitorio. Della carne cruda veniva consegnata a casa sua e un giorno Cindy trovò il suo cane in evidente stato di terrore seduto accanto alle proprie feci con un cordone legato stretto al collo. Nel frattempo la polizia intensificò i controlli direttamente fuori casa della donna dopo le sue numerose segnalazioni, ma non riuscì mai a identificare nulla degno di nota, cominciando a pensare che Cindy fosse semplicemente pazza e che fosse proprio lei ad architettare tutte quelle terribili cose, forse in preda alla depressione a causa del divorzio. Cindy, ormai stremata e con l’accusa di essere semplicemente una matta, decise di trasferirsi in una nuova casa, ridipingere l’auto e cambiare addirittura il cognome. Assunse anche Ozzie Kaban, un investigatore privato, che a aveva spesso problemi nel comunicare con Cindy in quanto rifiutava di fornire informazioni dettagliate riguardo i suoi incidenti ed era sempre vaga, tuttavia la famiglia giustificava questo comportamento perché pensava che Cindy fosse direttamente minacciata di morte nel caso avesse riferito qualsiasi qualcosa.

L’investigatore privato installò diverse luci nella residenza della donna, le diede anche una radio e un pulsante che se premuto avrebbe chiamato direttamente la polizia che regolarmente sorvegliava la sua nuova casa. Una notte Ozzie sentì strani suoni provenire dalla radio e si precipitò a casa di Cindy. Quando arrivò la trovò distesa sul pavimento con un coltello conficcato nella sua mano, con accanto un biglietto che diceva “Sei morta, stronza”. La donna venne immediatamente ricoverata in ospedale, mentre la polizia non fece nulla stanca di tutte queste storie che circondavano Cindy, tuttavia Ozzie era convinto che mai nessuno avrebbe potuto auto-infliggersi una cosa del genere. Le donna venne sottoposta a diverse sessioni di ipnosi regressiva per cercare di andare più a fondo, tuttavia la mente di Cindy era troppo “traumatizzata” per considerare quei test attendibili. Una volta tornata a casa, il terrore per Cindy non era ancora finito: telefonate minatorie continuavano a perpetrarsi a ogni ora del giorno senza che si riuscisse mai a rintracciarle perché troppo brevi. Una cosa strana è che la polizia, quando era impegnata a sorvegliare la casa di Cindy ventiquattr’ore su ventiquattro, non sentiva mai squillare il telefono e non riusciva mai ad assistere a qualcosa di strano, un motivo in più per loro per credere che Cindy si stava semplicemente inventando tutto, ma un giorno, come se non bastasse, Cindy venne trovata distesa in un fosso a dieci chilometri da casa sua, indossando un indumento da lavoro e un guanto di un uomo. Stava soffrendo di ipotermia e aveva tagli e contusioni su tutto il corpo e ancora una volta aveva una calza di nylon nera intorno al collo, ormai divenuto un marchio dei suoi presunti attacchi.

Tutta questa vicenda stava assumendo una sfumatura quasi paranormale fin quando un giorno scoppiò un incendio nel seminterrato della casa della povera donna. Dopo aver capito che il telefono non funzionava, Cindy corse si fuori per avvisare i vicini e vide un uomo al quale chiese di chiamare i vigili del fuoco, ma l’uomo, invece di prestare aiuto, fuggì. La polizia stabilì che il fuoco era stato avviato dall’interno della casa perché non fu rinvenuto niente che potesse far intendere a un’effrazione, dunque si pensò che Cindy stessa avesse messo in scena l’incidente. La salute mentale e fisica di Cindy si stava deteriorando sempre di più e i genitori erano molto preoccupati. Spaventati dall’idea che potesse commettere qualcosa di molto più strano, il suo medico la portò in un reparto psichiatrico da dove uscì dieci settimane dopo senza che venne riscontrato nulla di particolare. La domanda che si stavano ponendo tutti era: Cindy era veramente perseguitata da qualcuno o stava inscenando tutto perché impazzita? Cindy era convinta che la figura dietro tutte queste molestie non fosse altri che il suo ex marito, ma ovviamente quest’ultimo negò ogni cosa. La svolta definitiva alla storia avvenne il 25 maggio quando Cindy andò al centro commerciale per fare la spesa e quella fu l’ultima cosa che fece… ora c’è da chiedersi, se fosse stato veramente un suicidio, come mai inscenare una cosa tanto elaborata? Perché non morire semplicemente nel suo letto di casa e dare alla sua famiglia meno dolore?

L’ipotesi del suicidio non regge molto anche per la posizione in cui venne rinvenuta Cindy, con mani e piedi legati… come avrebbe potuto da sola? Ci sono tante cose che non tornano. Il suo ex marito credeva che Cindy fosse affetta dal disturbo di personalità multipla e che a causare tutte quelle terribili cose fosse una sua personalità di cui la vera Cindy non ne era a conoscenza, d’altronde abbiamo già dimostrato nel nostro video dedicato a Billy Milligan, come in questi casi la mente umana sia in grado di fare cose straordinarie e all’apparenza impossibili, ad ogni modo questa fu solo una teoria non tanto accreditata, l’unica cosa certa in questa storia è che Cindy soffrì immensamente durante i suoi ultimi sette anni di vita, venne torturata sia fisicamente che mentalmente, o da un sadico pazzo assassino, oppure dalla sua stessa mano. Il padre di Cindy morì nel 2010 e sua madre nel 2012 ed entrambi, fino al loro ultimo respiro, erano convinti che Cindy non avrebbe mai e poi mai potuto commettere suicidio. L’unica persona che ad oggi sta ancora cercando la verità è la sorella Melanie che ha scritto un libro al riguardo, intitolato “Who Killed My Sister, My Friend”. In quelle pagine si può percepire lo strazio di una famiglia e di una sorella che sicuramente non scoprirà mai la verità…

 
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Pubblicato da su 20 novembre 2017 in Casi macabri e misteriosi

 

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Kenneka Jenkins – Caso chiuso e risolto?

Kenneka Jenkins – Caso chiuso e risolto?

Questo caso è un vero e proprio giallo pieno di strani dettagli e incognite. Secondo la ricostruzione della polizia, Kenneka Jenkins, una ragazza del west side di Chicago, si sarebbe recata con delle amiche in un hotel chiamato Crowne Plaza Chicago O’Hare Hotel & Conference Center, a Rosemont nell’Illinois, la notte dell’8 settembre del 2017 verso le 23:30.

A quanto pare lei e le sue amiche si erano recate in quell’edificio per partecipare a una festa al nono piano con altri coetanei. La festa si svolgeva sotto fiumi di alcool e marijuana, fatto confermato anche dagli interrogatori svolti dalla polizia e dalle stesse immagini pubblicate da molti ragazzi che avevano postato diversi video nei vari social network. In molti di questi filmati si può vedere Kenneka insieme alle sue amiche mentre si divertono. Verso le 2:20 la stessa Kenneka aveva postato un video su Snapchat in cui si vede lei con alcune amiche in bagno. Sembra abbastanza euforica, ma è ben lontana dallo stato in cui si troverà un’ora dopo, verso le 3:25. In altro video, ripreso dalle videocamere dell’hotel verso le 3:05, vengono riprese le amiche di Kenneka nella lobby del Crowne Plaza ormai pronte ad andare via, ma non si vede Kenneka anche se una delle sue amiche dichiara che fosse presente anche lei nella lobby dell’hotel a quell’ora. Successivamente le ragazze tornano su, nelle stanze della festa, alla ricerca delle chiavi e di un cellulare che avevano smarrito e dopo venti minuti circa viene ripresa Kenneka che prende un ascensore e scende a un piano di sotto. Le immagini riprese fuori dall’ascensore e nei corridoi, mostrano Kenneka completamente sola, in uno stato di evidente difficoltà, barcollante e che fa fatica a coordinare così tanto i suoi movimenti che deve aggrapparsi ai muri e alle scalette e sembra girovagare senza una meta precisa aprendo e chiudendo le porte senza alcuna logica.  Già a questo punto sorgono alcune domande… perché si trova da sola in quello stato? Dove erano finite le sue amiche e soprattutto dove si dirigeva Kenneka o credeva di dirigersi? Qualche minuto dopo e per qualche ragione Kenneka era riuscita a raggiungere la cucina dell’hotel e, sempre in quello stato di forte disorientamento, continua a camminare verso quella che sarà la sua tomba: il freezer della cucina… Durante le ore seguenti, le sue amiche allarmate dalla sua scomparsa la cercano in tutto l’hotel ma non la trovano, quindi chiamano la sua famiglia per avvisare della situazione. Teresa Martin, la madre della ragazza, si reca all’Hotel e comunica alla polizia la scomparsa di sua figlia. Per questioni ancora non chiare la ragazza viene ufficialmente inserita nel database delle persone scomparse solo verso le ore 13 del 9 Settembre e quindi la polizia interviene con una squadra di ricerca dentro l’Hotel solo dopo svariate ore. Iniziano così gli interrogatori sia dei suoi amici che del personale e vengono visionate ore e ore di filmati ripresi dalle più di quaranta telecamere dell’impianto, ma senza risultati immediati. Solo dopo la mezzanotte, casualmente, una delle persone dello staff dell’hotel si reca in cucina e fa la macabra scoperta, così avverte immediatamente le autorità, più di ventuno ore dopo l’ultima volta che è stata vista. Sono state fatte diverse analisi sul corpo di Kenneka e dopo l’autopsia le autorità dichiararono che la ragazza è morta di ipotermia dentro la cella frigorifera nella quale si era introdotta da sola per ragioni ancora sconosciute. Secondo il referto scientifico la giovane aveva nel suo sangue ingenti quantità di alcol e farmaci anti epilettici, fattori che avrebbero contribuito alla sua morte. Inoltre dalle analisi non sono state trovate tracce di violenza sulla ragazza.

Nel referto dei medici viene esplicitamente specificato: “Kenneka aveva bevuto, ma la causa principale della sua morte è stata il freddo. L’effetto combinato dei farmaci che prendeva Kenneka, insieme all’alcol, causano vertigini, stordimento e confusione.”. Tale spiegazione non è bastata per placare l’ondata di proteste degli afroamericani che si sono riversati nei giorni seguenti alla sua morte di fronte al Crowne Plaza, proteste che chiedevano la verità e sul perché la polizia sia intervenuta così tardi, per non parlare dei migliaia di filmati e teorie sorte su internet in cui viene dichiarato che Kenneka sia stata uccisa da qualcuno e le domande che tutti si pongono sono: com’è possibile che non ci sia neanche un filmato in cui si vede Kenneka entrare nella cella frigorifera e per quale motivo si sarebbe introdotta da sola? La polizia sotto pressione fece ancora diversi interrogatori, analizzando anche i telefoni e i messaggi di tutti gli invitati alla festa e svolse altre analisi sul corpo della giovane, ma i risultati ottenuti erano sempre gli stessi. Andrew Holmes, attivista per i diritti civili che collabora con la polizia di Chicago, dopo aver visionato i diversi filmati, diede una conferenza stampa dove dichiarava che Kenneka non è stata uccisa, ma è morta per un insieme di fattori sfortunati, provocati principalmente dal alcol combinato ai farmaci e da una negligenza della struttura. Non si è trattato di un omicidio ma di un incidente. Solo questa conferenza fece smorzare le tensioni createsi dopo la morte di Kenneka, ma molti interrogativi rimangono ancora aperti.

Dalle immagini della Lobby dell’hotel si può osservare che verso l’ora in cui la ragazza girava nei corridoi c’era molta gente, com’è possibile che nessuno dello staff l’abbia vista? Anche in cucina non c’era proprio nessuno nel momento in cui Kenneka raggiungeva la cella frigorifera? Durante la seconda settimana di ottobre, la polizia rilasciò nuove informazioni su questo caso, in particolare vennero pubblicate delle fotografie del cadavere dentro la cella frigorifera… ATTENZIONE! Sono immagini che potrebbero urtare la vostra sensibilità. In alcune fotografie si vede la ragazza accasciata a terra senza una scarpa, con un piccolo taglio su un piede e le mani contorte sopra lo stomaco. Secondo la descrizione della polizia, la maglietta sotto la giacca era stata tolta esponendo in questo modo i seni e teneva gli occhi chiusi in una smorfia. L’avvocato Larry Rogers Jr.  della famiglia Jenkins disse che tali fotografie non fanno altro che gettare altri dubbi su questo caso. In rete circolano altri video dove si cerca di analizzare tutti i filmati degli amici durante la festa e delle videocamere. Alcune di queste teorie sostengono che i filmati stessi in cui si vede la ragazza sono stati modificati, inoltre in alcuni dei video della festa, Kenneka avrebbe chiesto aiuto, ma sembrerebbero solo delle conversazioni del tutto casuali. Dalle analisi delle fotografie post mortem emergono dettagli più interessanti, dalle fotografie si vede infatti che la ragazza aveva cercato di aprire la cella dall’interno, probabilmente dando anche dei calci, ragion per cui la maniglia bianca si era rotta da una parte e si vedono perfino degli schizzi di sangue, forse è così come aveva perso la scarpa e si era fatta quel taglio alla caviglia. Il fatto che la ragazza fosse stata trovata in quella particolare posizione e quasi svestita può essere causato proprio dall’ipotermia che, negli ultimi stadi soprattutto quando i soggetti ingeriscono significative quantità di alcol, genera nel corpo umano un fenomeno noto come “paradoxal undressing”, ovvero una sensazione di caldo estremo che spinge soggetti a togliersi i vestiti. La madre della ragazza, Teresa, all’indomani della morte della figlia, aveva accusato il personale del Crowne Plaza dichiarando: “È come se avessero contribuito alla morte della mia bambina” e molti sono d’accordo nell’accusare la direzione dell’albergo per non aver reso inaccessibile al pubblico una parte “a rischio” della struttura, la zona delle celle frigorifere.

Il caso è stato dichiarato chiuso dalla polizia nella perplessità generale, classificato come uno sfortunato incidente. Ad ogni modo, sebbene la dinamica sulla sua morte sia chiara e non siano stati trovati elementi che facciano pensare ad un omicidio, l’interrogativo più importante rimane ancora irrisolto, ovvero il motivo per cui Kenneka si sia recata in cucina e sia entrata nella cella frigorifera. Resta da capire inoltre come sia stato possibile che il personale dell’albergo non si sia accorto di niente, non abbia controllato o non abbia aperto la cella per più di ventuno ore. Tutte domande che forse non troveranno mai una risposta. Come ultimo e macabro dettaglio di questo caso, in un particolare filmato molti sostengono addirittura di vedere una mano che trascina Kenneka fuori dall’inquadratura della telecamera, forse qualcuno che conosceva dove erano posizionate le telecamere. Chissà…

 
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Pubblicato da su 15 novembre 2017 in Casi macabri e misteriosi

 

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Storie reali di telefonate e mail dall’aldilà | SPECIAL DI HALLOWEEN

Storie reali di telefonate e mail dall’aldilà | SPECIAL DI HALLOWEEN

Da millenni l’uomo ha cercato di comprendere le ragioni della propria esistenza in modo tale da dare un significato alla propria vita… e anche alla propria morte. Cercare di scoprire cosa ci sia dopo la morte sembrerebbe una cosa impossibile, ma forse alcuni dei casi che vi verranno proposti in questo video potrebbero fornirvi una pista in più per svelare questo mistero.

35 TELEFONATE

Los Angeles. 12 settembre 2008 ore 16.22. In questa data indicata un treno pendolare con 225 anime si scontrò con un treno merci gestito da un equipaggio di tre persone in quello è conosciuto come “Chatsworth crash”. 135 persone furono ferite, di cui 87 vennero portate in ospedale. Metà di loro erano in condizioni critiche e 25 morirono successivamente. Le cause dell’incidente vennero attribuite principalmente a un’inadempienza professionale del personale sommata a un inefficienza ingegneristica dei sistemi.  Una delle persone che non sopravvisse è Charles E. Peck di 49 anni, agente di assistenza al cliente per la Delta Air Lines all’aeroporto internazionale di Salt Lake City. Stava andando a Los Angeles per un colloquio all’aeroporto di Van Nuys e ottenere così un lavoro nel “Golden State” che gli avrebbe permesso di sposare la sua fidanzata, Andrea Katz, del Westlake Village. Questo sarebbe stato il suo secondo matrimonio; Peck, infatti, aveva tre figli cresciuti da una precedente unione. Il corpo senza vita dell’uomo è stato recuperato dalle lamiere dodici ore dopo lo scontro dei mezzi, eppure, durante le prime undici ore dopo l’incidente, il suo telefono cellulare aveva fatto diverse telefonate. Si potrebbe ovviamente pensare ad un malfunzionamento del dispositivo causato da un impatto violento, però la cosa più strana è che sono stati composti i numeri delle persone più vicine a lui. I suoi figli, la sua fidanzata, suo fratello, la sorella e la matrigna. In totale il suo telefono aveva effettuato trentacinque telefonate quel maledetto giorno. I testimoni raccontano che è stato veramente crudele scoprire che in realtà era morto perché nelle telefonate si poteva sentire solo rumore di fondo e sembrava chiedesse aiuto dando loro una speranza che fosse ancora in vita. Le indagini forensi successive dichiararono che Charles Peck era morto sul colpo e qualunque cosa fosse successa dopo la sua morte non era più per la sua volontà fisica. Come ultimo dettaglio di questa strana storia è che gli investigatori non sono mai riusciti a ritrovare il cellulare di Peck.

LE EMAIL DI JACK

La morte improvvisa di Jack Froese, avvenuta a giugno nel 2011, è stato un vero shock per i suoi amici e familiari, non soltanto perché Jack aveva solo 32 anni quando è giunta per lui l’ora finale, ma anche perché la causa della sua morte è stata un’aritmia cardiaca improvvisa. Circa cinque mesi dopo al sua morte, si sono verificati dei fenomeni strani che ancora oggi rimangono senza spiegazione. L’amico di infanzia Tim Hart disse che nella sua posta elettronica iniziò a ricevere dei messaggi provenienti dalla mail personale di Jack. Inizialmente pensava si trattasse di qualche scherzo macabro fatto da qualcuno, ma quello che diceva e le informazioni che dimostrava di conoscere la persona con cui scambiava i messaggi erano così precise e personali che poteva conoscerle solo il suo amico Jack. Per esempio in una di queste mail l’oggetto recitava la frase: “Ti sto osservando” e il messaggio era “Mi hai sentito? Sono a casa tua. Pulisci il tuo attico!”. Tim impallidì dinanzi a tale messaggio perché proprio qualche giorno prima di morire gli aveva detto che il suo attico era un disastro. Turbato da questa storia Tim iniziò a cercare fra gli amici e familiari di Jack altre persone che, come lui, avevano ricevuto questi messaggi strani e scoprì non soltanto di non essere l’unico, ma anche che c’erano messaggi ancor più inquietanti di quelli giunti a lui. Per esempio suo cugino Jimmy Mcgraw disse di aver ricevuto mail in cui Jack gli diceva “Hey Jim, come va? Sapevo che stavi per romperti una caviglia. Ho cercato di avvertirti. Fai Attenzione.”. Effettivamente Jimmy si era rotto una caviglia dopo la morte di Jack. A differenza di Tim però Jim non dubitò mai sull’origine di questi messaggi dichiarando di essere completamente sicuro che si tratti di suo cugino. Jimmy inoltre raccontò ai giornali di sentirsi felice di ricevere queste mail da suo cugino, che in qualche modo, cercava ancora di vegliare su di lui e forse voleva solo aiutarlo a superare questo momento. I suoi amici non pensarono neanche lontanamente che Jack avesse dato la sua password a qualcun altro perché era una persona molto gelosa delle sue cose e solo lui conosceva le credenziali. Patty, la madre di Jack, in un’intervista per il New York Daily disse di accettare queste mail come un dono del figlio e che sicuramente, in qualche modo, si trova ancora vicino a tutti loro che gli volevano bene. La vera fonte di queste mail rimane un mistero. Molti credono che davvero si tratti dello spirito di Jack che comunica con loro dall’aldilà. Tim ha invece più volte raccontato di essere veramente spaventato da questa storia e per paura decise di pulire totalmente il suo attico… eppure ogni tanto nella notte, si sentono rumori provenire da lì.

EMILY È ANCORA ONLINE

Nel 2014 l’utente Nathan scrisse un post su Reddit sulla sua ex fidanzata Emily. Secondo il suo racconto questa ragazza era morta in un incidente stradale nell’agosto del 2012 provocato da un’altra auto che era passata con il rosso. Lui e la madre della ragazza decisero di non chiudere l’account di Facebook e mantenerlo online in sua memoria. Qualche mese dopo la sua morte però, Nathan ricevette uno strano messaggio dall’account di Emily, fu come ricevere un colpo al cuore, ma cercò di processare il tutto in modo razionale… sicuramente era stata Susan, la madre di Emily, ad aver sbagliato account e aveva probabilmente usato quello di sua figlia. Nathan chiese quindi alla madre di Emily, ma lei disse di non aver più eseguito l’accesso da qualche settimana dopo la sua morte. Nathan, a questo punto, arrabbiato e distrutto, credette che qualcuno si stesse prendendo gioco di lui per puro sadismo. I suoi amici gli consigliarono di non modificare la password e di cercare di rintracciare i messaggi così da prendere il responsabile di tutto questo. Quindi il ragazzo replicava a questi messaggi chiedendo solo: “Perché stai facendo questo?”, ma le risposte che riceveva dall’account di Emily non avevano alcun senso, o meglio, le frasi scritte nei messaggi in realtà erano delle vecchie conversazioni. Questo lo fece rallegrare in qualche modo perché significava che era solo un errore del social network, un semplice malfunzionamento. Nathan allora scrisse agli amministratori di Facebook segnalando questa anomalia, ma gli dissero che non si è mai verificato nulla di simile e sembrava una cosa davvero strana e unica. Nel frattempo i messaggi continuavano ad arrivare. Due o tre volte a settimana riceveva frasi di vecchie conversazioni e per Nathan era una tortura crudele continuare a chattare con qualcosa che non era più Emily. A un certo punto però non si trattava solo di semplici messaggi, Emily, o chi stava usando il suo account, iniziò a taggarsi nelle fotografie in cui compariva il ragazzo negli spazi vuoti in cui non c’era nessuno… Facebook rispose che chiunque stesse usando il suo account, effettuava l’accesso da casa sua, ossia dalla casa di Nathan. Questa cosa lo spaventò a morte e a quel punto decise di chiedere aiuto, credeva di essere preda di qualche scherzo architettato dalla propria mente e dal dolore provocato dalla perdita della sua ragazza. Credeva di impazzire, non riusciva più a dormire durante le notti. I messaggi poi divennero ancor più inquietanti, e un giorno arrivò la stessa conversazione avuta il giorno della sua morte, giorno nel quale Nathan continuava a inviarle messaggi chiedendo dove si trovasse e di fare attenzione… solo che Emily adesso rispondeva dicendo di avere freddo perché si sentiva congelare. Nathan disse che nei suoi incubi vedeva Emily in macchina, fredda grigio-pallida, completamente morta, che gli chiedeva aiuto… poi un giorno ricevette via messaggio una fotografia inquietante, come se qualcuno facesse delle fotografie fuori dalla sua stanza, solo che lui si trova rinchiuso da qualche parte! Fu decisamente troppo, dopo questo chiuse il profilo di Emily e non sapendo più a chi rivolgersi decise di postare la sua storia su Reddit in cerca di aiuto per non impazzire. Molti dichiarano che si tratti solo di un racconto falso ben elaborato e potrebbe anche essere… oppure Nathan viene veramente inseguito dallo spirito della sua ragazza. Tuttavia, l’ipotesi più inquietante di tutte è che la storia sia reale e Nathan probabilmente non è mai riuscito a superare la morte di Emily e manda a se stesso questi messaggi senza nemmeno rendersi conto, tormentando se stesso addossandosi la colpa della morte di Emily.

Ci sono ancora altri racconti di persone che sono state dichiarate morte per qualche minuto e durante questo tempo loro avrebbero visto cose incredibili! Paesaggi infernali, demoni, angeli e delle volte il nulla più assoluto, ma queste sono storie per un video futuro… nel frattempo vi auguriamo di fare dei sogni tranquilli e di trascorrere un felice Halloween!

 
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Pubblicato da su 30 ottobre 2017 in Casi macabri e misteriosi

 

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Orrore a Krasnodar – Cannibali massacrano e divorano più di 30 persone

Orrore a Krasnodar – Cannibali massacrano e divorano più di 30 persone

Nel mondo spariscono ogni giorno mediamente 27.000 persone, molte di esse non verranno mai più ritrovate… questo è un dato che rende la storia che state per sentire ancor più inquietante. Krasnodar è una città russa che si trova a sud, vicino alle coste del Mar Nero. Conta quasi un milione di abitanti ed è diventata tristemente famosa in tutto il mondo per alcuni avvenimenti inverosimili.

Un giorno di fine estate a Krasnodar –  Settembre 2017

Sembra una giornata qualsiasi, le case che si affacciano sulla strada sembrano vecchie e logorate da qualunque direzione le si osservino e si diramano su direzioni parallele alla lunga lingua nera di asfalto che Roman Khomyakov e suoi colleghi stanno faticosamente costruendo. Roman è stanco e pensa solo che presto tornerà a casa a mangiare insieme alla sua famiglia. La giornata è quella tipica di fine estate a Krasnodar: buia e ormai quasi fredda dopo il tramonto. Immerso nei suoi pensieri osserva in lontananza lo strato di usura appena costruito e a un certo punto i suoi occhi senza volere si concentrano su di un oggetto molto piccolo e dalla superficie piatta che si trova ai bordi dell’asfalto. Inizialmente pensa che si tratti di uno specchietto, ma la curiosità lo attrae come una calamita all’oggetto misterioso. Quindi interrompe il macchinario e chiede ai suoi colleghi se anche loro vedessero l’oggetto, così tutti incuriositi decidono di avvicinarsi con calma all’artefatto. Roman per primo e con sua grande sorpresa scopre che si tratta di un cellulare e spinto dai colleghi inizia a cercare delle informazioni sul suo proprietario: Nomi, indirizzi, ma non c’era la sim inserita… Dato che loro avevano lavorato su quella strada praticamente tutta l’estate, conoscevano alcuni dei cittadini del posto e sicuramente avrebbero riconosciuto il proprietario da una fotografia, quindi decisero di aprire l’album delle foto… decisione che condannerà a soffrire notti insonne a più di uno di loro. Le immagini scattate con il telefono mostravano per lo più la figura di un uomo magro sulla trentina che avevano già visto aggirarsi in quella strada, ma l’album di fotografie era pieno di altre immagini che avevano fatto impallidire i presenti. In queste foto si vedeva lo stesso uomo mentre si faceva dei selfie con la testa mozzata di una donna, mani e piedi umani, maschere di pelle umana e altri abominevoli ritratti digitali. A quel punto Roman, insieme ai suoi colleghi, portò il cellulare alla stazione di polizia più vicina e raccontò l’accaduto.

Qualche giorno dopo…

La rivista russa Life diede per prima la notizia dell’arresto di una coppia indagata per cannibalismo i quali corrisponderebbero a Dmitri Baksheev e Natalia Shaporenko, rispettivamente di 35 e 42 anni. Dmitri fino al giorno del suo arresto lavorava come operaio e lei come infermiera e cuoca. Entrambi vivevano nella stanza degli ospiti dell’istituto superiore dell’aeronautica militare di Krasnodar, ma anche se non lavoravano più lì da anni i due avrebbero continuavano ad occupare la stanza in maniera abusiva. Dmitri, dopo essere stato arrestato dalle autorità, cercò inizialmente di giustificarsi dichiarando di aver solo commesso una “piccola stupidaggine, una leggerezza” e che lui non aveva ucciso la persona che si vedeva nelle fotografie, ma aveva trovato il suo cadavere nei boschi già decapitato e squartato portando poi a casa sua i resti per farsi dei selfie. Dopo essere stato torchiato dalla polizia, rivelò la verità e confessò l’omicidio della donna. L’indomani venne arrestata anche la sua compagna Natalia, probabile complice di altri omicidi. L’orrore vero e le più cruenti ipotesi divennero realtà quando le autorità iniziarono a perquisire l’appartamento dove la coppia di assassini conviveva.

Vennero rinvenute diverse parti di corpi umani, molte delle quali erano tenute in bottiglie di vetro. Altre parti erano tenute in sacchi dentro il freezer pronte per poter essere scongelate e consumate… pezzi di carne umana in cesti insieme alla frutta, pelle umana dentro barattoli, pezzi di carne conservati con acqua e sale. In mezzo alla sporcizia giacevano un po’ ovunque diverse fotografie che ritraevano la coppia in posa con resti umani sui loro piatti a cena e lumi di candela, come se si trattasse di qualcosa di romantico. La polizia in particolare vi trovò la fotografia di una ragazza scomparsa nel 1999. I due  poi confessarono di coltivare queste orrende pratiche da molto tempo. Le indagini portarono a scoprire che l’ultima delle loro vittime è stata uccisa probabilmente agli inizi di settembre del 2017, e che effettivamente alcune persone avevano dichiarato di aver visto questa coppia discutere con una ragazza per strada. Poco tempo dopo Dmitri e sua moglie l’avrebbero brutalmente assassinata, squartata e successivamente mangiata a pezzettini. Natalia Smyatskaya, assistente capo delle forze investigative di Krasnodar, comunicò che la fotografia della persona uccisa a settembre sarebbe Elena Vashrusheva, una ragazza di 35 anni proveniente da Omutninsk, una cittadina che si trova nella regione di Kirov. Oggi le autorità russe stanno raccogliendo altre informazioni riaprendo vecchi casi di persone scomparse e data la quantità incredibile di carne, ossa e altre prove, si pensa che sarebbero una trentina circa le vittime dei due carnefici. Per adesso ci sono ben otto omicidi confermati, ma il caso è ancora sotto inchiesta e purtroppo tale numero sarà destinato ad aumentare.

Altre macabre scoperte sono state portate alla luce grazie alle ricerche nei dintorni dell’abitazione di Dmitri, infatti le autorità trovarono quello che sembrava il cuoio capelluto appartenuto ad una persona dai capelli rossi, inoltre c’erano molte macchie di sangue nelle scale antincendio, come se qualcuno, già ferito e in gravi condizioni, avesse tentato di scappare per poi essere stato brutalmente ucciso sul posto. Proprio qualche giorno fa una fonte della polizia avrebbe riferito che dentro quella casa degli orrori c’erano tantissimi cellulari, presumibilmente delle vittime e anche dei video tutorial su come cucinare la carne umana… Molti pensano che Natalia cucinasse spezzatino di carne umana per i cadetti dell’accademia militare a loro insaputa e vendesse torte ripiene nel quartiere fatte anch’esse con la carne delle loro vittime. Secondo una prima ricostruzione, il modus operandi dei due serial killer era molto semplice: Mettevano online, sui siti di incontri, degli annunci per adescare le ignare vittime e poi davano loro un appuntamento in un luogo abbastanza transitato che non dava molti sospetti. Una volta giunta la persona nel luogo concordato veniva fatta ubriacare, forse anche drogata, e poi portata in un posto abbandonato. In questo luogo uccidevano brutalmente la persona e iniziavano il processo di smembramento. Infine trasportavano la carne già preparata in sacchi e zaini nella loro abitazione. Non sono ancora ben chiare le motivazioni di tale orrore, ma la coppia sicuramente soffre di una forma grave di antropofagia mischiata a qualche parafilia, secondo gli psicologi infatti, Dmitri e Natalia probabilmente provano piacere sessuale nell’uccidere e mangiare le persone.

Nell’immediato futuro emergeranno altri dettagli raccapriccianti su questa vicenda e sicuramente qualcuno sta già pensando di produrre un film horror a riguardo… una storia terribile, malata, infernale e soprattutto reale. Ricordando la frase iniziale di questo video, immaginate quante di quelle persone, che non sono mai più state ritrovate, hanno fatto una fine come quella di coloro che si sono imbattuti in questa coppia, solo che nessuno lo scoprirà mai… chissà quante…

 
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Pubblicato da su 19 ottobre 2017 in Casi macabri e misteriosi

 

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Kayelyn Louder – Ultimi istanti di vita in diretta

Kayelyn Louder – Ultimi istanti di vita in diretta

Il primo video caricato sul canale Fuoco di Prometeo parlava di Elisa Lam, una giovane ragazza scomparsa e trovata morta in una cisterna d’acqua sul tetto del Cecil Hotel a Los Angeles. La ragazza venne ritratta nei suoi ultimi istanti di vita da una telecamera di sorveglianza dell’ascensore dell’hotel in cui sembra assumere comportamenti parecchio strani e inquietanti. Con il video di oggi andremo a trattare un caso sicuramente meno famoso ma non per questo meno inquietante la cui vittima è Kayelyn Louder, una trentenne americana scomparsa in circostanze dai risvolti misteriosi.

Kayelyn Louder nacque il 21 gennaio 1984 insieme a suo fratello gemello Colton dai genitori Leland Louder e Suzanne Ackerman-Louder. Nel 2006 si laureò presso la Utah State University alla facoltà di Assistenza Sociale e gli anni successivi lottò duramente per trovare un posto di lavoro passando un lungo periodo di disoccupazione per tutto il 2013 e 2014. La vità di Kayelyn venne sconvolta dalla morte dello zio per mano di suo fratello gemello che a quel tempo stava lottando con un problema di droga. Colton, dichiarandosi colpevole il 17 novembre dello stesso anno, venne condannato a cinque anni di reclusione. A metà del 2014, Kayelyn trovò finalmente lavoro in una scuola privata, ma a settembre venne licenziata. Non si conoscono i motivi della perdita del posto di lavoro, ma a quanto pare in quel periodo la ragazza stava prestando servizio come dog-sitter per rover.com, un sito web che funziona da motore di ricerca per chiunque offra servizi di dog-sitting. Kayelyn aveva anche un proprio cane, un Carlino di nome Phyllis a cui era molto affezionata e questo renderà la scomparsa della ragazza ancora più misteriosa perché quando grazie a una telecamera di sorveglianza si vede Kayelyn lasciare il condominio in cui viveva, non portò con sé il proprio fedele amico a quattro zampe.

Durante le 24 ore che portarono alla sua scomparsa, Kayelyn cominciò a mostrare un comportamento inusuale. Il 26 settembre 2014 alle ore 21, la ragazza chiamò il 911 dal suo cellulare per segnalare quella che definì come una “Lotta molto violenta” insieme a una sparatoria proveniente apparentemente dal condominio in cui viveva. Quando la polizia arrivò venne semplicemente accolta da un ricevimento nuziale dove tutti gli invitati insistettero nel dire di non aver assistito a nessuna lotta o tanto meno aver udito alcuno sparo. Dai tabulati telefonici risultò che circa un’ora più tardi Kayelyn contattò nuovamente la polizia riattaccando però prima che qualcuno potesse rispondere. Il giorno successivo, il 27 settembre alle 8.18 di mattina, Kayelyn fece ancora una chiamata al 911 dove spiega che secondo lei qualcuno stava cercando di entrare e rubare nel condominio. Durante la telefonata si può sentire chiaramente la ragazza intimare ad altre persone di andarsene. La sua compagna di stanza Carol era presente durante la chiamata e negava categoricamente la presenza di altre persone nel condominio, cosa che confermerà anche direttamente alla polizia che quando raggiunse il condominio effettivamente non trovò nessun segno di effrazione.

Oltre alle registrazioni rese pubbliche dalla polizia anni dopo, esistono anche tre video ritraenti Kayelyn mentre assume dei comportamenti strani! I video in questione sono stati ripresi da una telecamera di sicurezza fuori il condominio della ragazza. Il primo risale alle ore 15:30 e si vede Kayelyn addentrarsi in un boschetto dietro il condominio, come se fosse incuriosita da qualcosa. Il secondo video è di due ore più tardi. Subito un particolare salta all’occhio, ossia che la ragazza non ha un abbigliamento adatto alle condizioni meteo esterne, infatti piove e lei è in giro a piedi nudi con dei pantaolncini e un top leggeri, inoltre anche il comportamento pare inusuale, infatti nel secondo filmato la si vede correre, ma non con una ritmo che ci si dovrebbe aspettare se si fosse inseguiti da qualcuno, bensì sembra che stia facendo jogging. Nel terzo video si vede Kayelyn che torna nello stesso posto, come se ne fosse ossessionata, e questa volta lo fa con il suo cane Phyllis, poi lo posa mentre sembra guardarsi intorno freneticamente come se stesse cercando di capire se li, oltre a lei, ci fosse qualcun altro. Poi sembra parlare con qualcuno, anche se probabilmente lo sta facendo con il suo cane e infine è in attesa di qualcosa. Tutti e tre i video sono datati 27 settembre, giorno in cui Kayelyn scomparve senza che più nessuno la vedesse… viva!

La notizia della sua scomparsa fece subito il giro di Murray, un comune della contea di Salt Lake City dove Kayelyn  viveva, nello Utah. Suo padre riferì che la ragazza non aveva assolutamente malattie o disturbi mentali, tuttavia era un po’ depressa a causa della sua situazione di disoccupazione. A quanto pare la madre di Kayelyn, la mattina del giorno della sua scomparsa, aveva parlato con sua figlia proprio riguardo a questa situazione e la ragazza rassicurò la madre dicendo che aveva appena aggiornato il suo curriculum e che avrebbe presto fatto domanda per un nuovo posto di lavoro. Ci sono voci che molti datori di lavori non avrebbero assunto Kayelyn per via di suo fratello gemello in prigione causando alla ragazza forte stress e sconforto. Purtroppo il 2 dicembre 2014, i resti di Kayelyn vennero rinvenuti da una squadra che stava esaminando un tubo di drenaggio bloccato, quasi completamente sommersi e parzialmente nascosti dalle alghe nel mezzo del fiume Jordon sotto un ponte distante 8 km dall’appartamento dove la ragazza viveva. Subito gli inquirenti vagliarono numerose ipotesi, dall’omicidio al suicidio e come soprattutto il corpo sia potuto finire lì. Si scoprì che proprio nel punto in cui Kayelyn era stata ripresa dalle telecamere di sicurezza c’era un’insenatura, forse era scivolata all’interno del torrente che poi l’avrebbe trasportata fino al fiume Jordan e infine si sia incastrata dove poi è stata rinvenuta, una spiegazione plausibile considerando anche il fatto che il giorno in cui la ragazza scomparve pioveva molto e potrebbe aver innalzato il livello del torrente portando a qualche cedimento del terreno nei pressi dell’insenatura, tuttavia l’autopsia non evidenziò alcun livido o graffio sui resti di Kayelyn ed è altamente improbabile che fosse riuscita a percorrere un tragitto così lungo senza procurarsi alcun danno al corpo. Sempre dall’autopsia si constatò che nel corpo non c’erano residui di alcun tipo di sostanze stupefacenti o alcol e il referto finale riportò: “Causa di morte indeterminata a causa dell’esposizione all’acqua”.

A seguito del referto dell’autopsia e di giorni di indagini, si escluse infine la causa di morte accidentale e si passò al suicidio considerando anche il fatto che la ragazza stava passando un periodo non troppo felice a causa del fatto che non riusciva a trovare lavoro, ma la sua famiglia si sentì di escludere categoricamente questa opzione, per loro Kayelyn non avrebbe mai osato tanto. Cercando di andare più a fondo assunsero anche un investigatore privato che non scoprì mai nulla di concreto e fecero eseguire anche un’altra autopsia sempre privatamente senza ottenere però risultati diversi. Restava l’ipotesi dell’omicidio corroborata anche dalle ripetute chiamate al 911 della ragazza, forse c’era veramente qualcuno di pericoloso nei dintorni che stava cercando di arrivare a Kayelyn? Chi era e cosa voleva? Non si sa con certezza, la polizia non ha mai trovato nulla di concreto e si sa per certo che la giovane vittima non aveva nemici quando era ancora in vita. Forse ci troviamo ancora una volta davanti a una povera ragazza la cui vita si è spezzata troppo presto a causa della negligenza della polizia che non ha saputo dare il giusto peso alle richieste di soccorso, oppure siamo davanti a un caso di estrema paranoia finita in tragedia… le domande ancora oggi sono tante e la famiglia di Kayelin probabilmente non avrà mai modo di sapere cosa è realmente successo.

 

 
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Pubblicato da su 25 settembre 2017 in Casi macabri e misteriosi

 

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