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Buona lettura

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Pubblicato da su 16 gennaio 2018 in Casi macabri e misteriosi

 

La Cosa – Il fenomeno più strano mai accaduto il giorno di Natale

La Cosa – Il fenomeno più strano mai accaduto il giorno di Natale

Era il giorno di Natale del 1964 e le case della cittadina di Warminster, nel sud dell’Inghilterra, erano innevate e albergavano famiglie felici in ambienti caldi e affettuosi. Nelle prime ore del mattino si potevano sentire le urla di gioia dei bambini mentre scartavano i regali, ma quella gioia incontenibile e quelle grida a un certo punto sono state sostituite da qualcosa di inquietante… un suono così incredibile che ancora oggi i testimoni lo ricordano come un rumore atroce ed indescrivibile, tanto che i cittadini di Warminster lo nominarono solo come “La cosa”.

I racconti di quello strano Natale sono tutti identici; c’è chi l’ha sentito con più intensità di altri, ma tutti raccontano la stessa cosa. A quanto pare a un certo punto e dal nulla, iniziò a vibrare nell’aria un suono molto profondo e grave. “L’aria sembrava letteralmente spaccarsi, vibrazioni improvvise arrivarono dall’alto con agghiacciante intensità e da diversi punti della città”, sono le parole di Arthur Shuttlewood, un testimone diretto del fenomeno. Secondo il Warminster Journal, nell’articolo stampato nel gennaio 1965, all’alba del giorno di Natale del 1964, la prima persona ad udire questo strano suono fu una casalinga mentre andava in chiesa. Verso le 6:30 sentì un rumore definito da prima “crepitante” per diventare poi sempre più forte e sembrava trovarsi sopra la sua testa, lei però non vide nulla di strano attorno o sopra di lei. La donna, che desiderava rimanere anonima per paura di essere ridicolizzata, disse che il suono iniziale era come quello dei rami che vengono trascinati sulla ghiaia insieme a un debole ronzio e poi via via questo suono era diventato più costante e forte, tanto che sentiva le onde d’urto martellarle la testa, il collo e le spalle. Secondo quanto riportato dal giornale, vi furono altri residenti che udirono un rumore forte e non identificabile; per esempio un soggetto chiamato Roger Rump aveva sentito qualcosa urtare il suo tetto, mentre una donna di nome Mildred Head aveva fatto la seguente dichiarazione: “Strani rumori sferzarono nell’aria e il nostro tetto iniziò a vibrare, inizialmente sembrava che ci fossero dei rametti che colpivano il tetto, poi il rumore crebbe di intensità così tanto che sembrava il rumore di una tempesta di grandine che si stava abbattendo su di noi”. Questo fu solo l’inizio di una serie di strani fenomeni che poi si sono verificati in questa sperduta cittadina.

A partire dal 1965 la frequenza delle segnalazioni di rumori misteriosi e avvistamenti si intensificò in maniera massiccia. Questi sono solo alcuni dei fenomeni riportati dai giornali dell’epoca. Nel giugno del 1965 sarebbero stati visti strani oggetti nei cieli intorno alla città. Il 17 agosto dello stesso anno si sentì un rumore di detonazione che fece tremare le case nella zona residenziale di Boreham Field, prima che una mostruosa fiamma arancione si vedesse nel cielo, scoppiettando e sibilando. Il 20 agosto una coppia che viaggiava su una motocicletta, vide due sfere bianche di luce sorvolare sopra le loro teste e cambiare colore per poi sparire nel nulla. Il 7 settembre, verso le otto di sera, la macchina del maggiore William Hill, dopo essere stata scossa da strane vibrazioni dell’aria, si spense del tutto. L’ 8 ottobre, verso mezzogiorno, una donna che guidava verso Warminster sentì la sua auto perdere potenza fino a spegnersi dopo aver visto una palla arancione brillante nel cielo, e così via… ci sono letteralmente centinaia di segnalazioni di questo genere a partire dal 1965, ovvero di persone che dichiarano di aver visto strane luci luminose nel cielo accompagnate da rumori che producevano malfunzionamenti alle auto. Questi strani avvistamenti sono stati riportati nel Warminster Journal e i cittadini che fino a quel momento non avevano mai sentito parlare di UFO o “dischi volanti” decisero di fare una riunione pubblica per discutere delle strane insinuazioni sorte nei giorni precedenti e dei fenomeni descritti dai giornali. Inoltre i cittadini, non sapendo in che modo riferirsi a questo bizzarro fenomeno,  decisero di  battezzarlo “The Thing”, ovvero “La Cosa”.

In questa riunione partecipò in maniera attiva anche Arthur Shuttlewood, giornalista del Warminster Journal, al quale gli viene attribuito il merito di aver reso famoso questo fenomeno a livello nazionale prima e internazionale in seguito, grazie e soprattutto a una fotografia catturata da un uomo di nome Gordon Faulkner nel 1965. Faulkner condivise l’immagine con Shuttlewood che la diede poi al Daily Mirror. Il Daily Mirror la stampò nel settembre del 1965 e “La Cosa” di Warminster divenne famosa in tutta la nazione. In pochi giorni la piccola cittadina venne invasa da migliaia di curiosi che volevano vedere con i propri occhi il fenomeno. Successivamente la notorietà di Warminster come hotspot degli UFO venne sigillata dalla BBC West che produsse un documentario di mezz’ora sull’intera vicenda nel 1966 intitolato “Pie in the Sky” ossia “Torta nel cielo”. Shuttlewood divenne presto la voce del mistero di Warminster e scrisse anche diversi libri. Il fenomeno poi iniziò a scemare negli anni 70 fino a sparire quasi completamente.

Oggi Sono trascorsi più di cinquant’anni da quando una sonnolenta cittadina del Wiltshire divenne l’improbabile epicentro di un fenomeno UFO e diverse sono le spiegazioni date negli anni per “La Cosa”. C’è chi sostiene che Shuttlewood accentuasse molto queste storie per vendere i giornali e che perfino l’immagine iconica dell’UFO di Warminster sia solo un montaggio, altri invece dicono che sia stato tutto causato da esperimenti militari, infatti Warminster è nota come città militare perché c’è una base situata sulla vicina pianura di Salisbury. Ciò ha dato origine alla teoria secondo cui gli aerei militari potrebbero essere stati scambiati con visitatori provenienti dallo spazio. Ad ogni modo, però, nessuna di queste teorie riesce a fornire una completa spiegazione degli strani suoni e dei malfunzionamenti delle auto dichiarate dalle centinaia di segnalazioni che sono state documentate e che potete consultare voi con i vostri occhi in questo sito che raccoglie i documenti originali e aggiungere le vostre proprie conclusioni. Chissà se quest’anno si verificherà di nuovo, nel giorno di Natale, il fenomeno che diede origine a tutto. Un’ultima curiosità di questo caso è che nei giorni seguenti al Natale del ‘64, stormi interi di volatili furono ritrovati a terra senza vita, come se fossero stati colpiti da un’onda d’urto nei cieli.

Come ogni anno in questo periodo vi facciamo i nostri migliori auguri. Fuoco di Prometeo tornerà la seconda settimana di gennaio. Vi auguriamo un Buon Natale e buone feste!

 
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Pubblicato da su 28 dicembre 2017 in Contatti exraterrestri

 

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Donald Decker – L’uomo che creava la pioggia dal nulla

Donald Decker – L’uomo che creava la pioggia dal nulla

La storia di Don Decker, che divenne noto al mondo con il soprannome “Rain man”, ossia “Uomo della Pioggia”, è senza dubbio uno degli eventi paranormali più documentati della storia moderna. La sua credibilità si basa sui racconti di molti testimoni, alcuni anche appartenenti alle forze dell’ordine. Questa bizzarra storia è iniziata il 24 febbraio 1983 a Stroudsburg in Pennsylvania, dopo che il nonno di Don Decker, James Kishaugh, morì. Mentre in famiglia si piangeva il lutto, Don Decker sentiva dentro di sé un incredibile senso di pace per la prima volta dopo tanto tempo, infatti quello che gli altri non sapevano era che James aveva abusato fisicamente di Don fin da quando era un bambino.

Don Decker era in carcere al momento della morte del nonno, ma gli fu concesso comunque di partecipare al funerale e passare alcuni giorni con la propria famiglia. Quel senso di pace che Don sentiva dentro di sé, tuttavia, non fu destinato a durare a lungo. Alla fine dei funerali, Don fu invitato a passare la notte con Bob e Jeannie Keiffer, due amici molto stretti di famiglia. Più tardi, quella stessa sera, Don cominciò a percepire che qualcosa non andava. Un profondo brivido iniziò ad afferrarlo e l’uomo cadde rapidamente in uno stato di trance. I Keiffer, perplessi da ciò che stava succedendo, improvvisamente notarono che dell’acqua stava gocciolando dal soffitto e dalle pareti del soggiorno. A quel punto chiamarono Ron Van Why, il loro padrone di casa, e l’unico che poteva capire se c’era qualche problema con le condutture dell’acqua. Quando Ron arrivò, anche lui non aveva risposte perché sapeva per certo che non c’erano tubi dell’acqua nella zona da cui si stavano verificando le perdite, che nel frattempo stavano peggiorando sempre di più iniziando a salire attraverso le pareti fino al soffitto. Incerto su cosa fare, Ron chiamò sua moglie spiegando la situazione nella residenza dei Keiffer, successivamente chiamò anche la polizia. Il commissario Richard Wolbert fu il primo ad arrivare sulla scena e ci vollero solo pochi minuti prima che il poliziotto si bagnasse completamente dopo essere entrato in casa e nel referto scrisse le seguenti parole: “Eravamo appena entrati dalla porta principale e abbiamo visto questa goccia d’acqua che viaggiava orizzontalmente, passò tra di noi e andò semplicemente nella stanza accanto”. L’agente John Baujan, che si unì successivamente, fu anch’egli testimone di qualcosa di incredibile: “Ho letteralmente avuto un brivido lungo la schiena che mi ha fatto drizzare i capelli. Ecco come mi sentivo. Stavano accadendo delle cose che non avrei neanche potuto immaginare e non c’era modo di spiegarle”.

Mentre gli ufficiali cercavano di dare un senso a ciò che stavano assistendo, notarono Don che sembrava ancora in trance. Gli ufficiali chiesero ai Keiffers di portare l’uomo fuori casa e di sedersi nella pizzeria a poca distanza dalla residenza. Non appena i Keiffer e Don se ne andarono, tutto nella casa tornò alla normalità. Questa correlazione non passò inosservata e Ron si ritrovò a chiedersi se uno dei Keiffers o Don non fosse responsabile di questo incidente. Pam Scrofano, il proprietario della pizzeria dove si recarono i Keiffer e Don, fu l’ennesimo testimone di quegli incredibili fatti. Qualche istante dopo che si sedettero, notarono che la stessa bizzarra cosa cominciò ad accadere anche lì in pizzeria. L’acqua iniziò a cadere sulle loro teste e si sparse sul pavimento. Pam, un uomo molto religioso, sospettò immediatamente che Don fosse posseduto, quindi prese con sé un piccolo crocifisso e lo mise sulla pelle di Don che reagì con urla di dolore. Il crocifisso aveva lasciato un segno su di lui come se avesse bruciato la carne. A questo punto non era più possibile restare in pizzeria, dunque tornarono tutti a casa. Ovviamente quando se ne andarono i fenomeni nella pizzeria cessarono.

Alla residenza dei Keiffer, il proprietario Ron Van Why e sua moglie Romayne incontrarono i Keiffer e Don mentre tornavano a casa. La pioggia tornò non appena Don entrò nella residenza, ma stavolta anche le pentole e le padelle cominciarono ad assumere comportamenti strani, infatti sbattevano in cucina. Ron e Romayne ne avevano abbastanza e incolparono Don che stava danneggiando la loro proprietà, i due infatti credevano che fosse l’uomo a causare tutto ciò con una specie di scherzo. Dopodiché le cose presero una piega drammatica e violenta. Don si sentì sollevare da terra e fu spinto con forza contro il muro da una forza invisibile. Non molto tempo dopo, gli ufficiali Baujan e Wolbert tornarono alla casa di Keiffer con il loro capo. Incapace di identificare l’origine di un ipotetico scherzo, il capo disse agli ufficiali che si trattava di un problema idraulico e che non c’era bisogno di indagare ulteriormente sulla questione. Forse a causa della curiosità, i due agenti ignorarono queste indicazioni e tornarono il giorno seguente per vedere come andavano le cose. Questa volta si unirono altri due agenti, Bill Davies e il tenente John Rundle. Quando gli ufficiali arrivarono a casa, furono sollevati nel notare che le cose sembravano essersi calmate, quindi Bill Davies condusse un esperimento mettendo una croce d’oro tra le mani di Don. L’agente ricordò che Don sentiva la croce bruciare tra le mani, dunque la riprese con sé e la descrisse come “estremamente calda”. Gli agenti di polizia hanno poi visto Don levitare ancora una volta e scaraventarsi contro un muro. Il tenente John Rundle disse: “Tutto d’un tratto si sollevò da terra e volò attraverso la stanza con una forza come se un autobus lo avesse colpito. C’erano tre segni di artigli sul lato del suo collo che sanguinavano. Non ho nessuna spiegazione per questo ancora oggi”.

Ron Van Why cominciò a pensare che Don non stava causando tutto quello intenzionalmente e decise di aiutarlo chiamando ogni predicatore a Stroudsburg, ma la maggior parte si rifiutò di intervenire. Alla fine solo uno accettò e un giorno arrivò a casa. Mentre pregava insieme a Don, quest’ultimo fu vittima di violente convulsioni, ma più pregavano e più Don si calmava. Quando tutti finì, Don sembrava di nuovo ritornato in sé e Ron dichiarò che quella fu l’ultima volte che piovve in casa. Dopo quegli eventi, il permesso di libertà per Don finì e tornò in prigione. Mentre era nella sua cella, Don Decker si chiese se potesse controllare questa pioggia e non appena iniziò a pensarci, il soffitto e le pareti della cella iniziarono a gocciolare. Dunque la sua domanda ebbe una risposta, Don poteva controllare la pioggia. La guardia della prigione che faceva la ronda non fu affatto felice quando vide dell’acqua che stava allagando la cella e ovviamente non credette a Don quando gli disse che la stava controllando con la sua mente. La guardia sfidò sarcasticamente l’uomo e disse che avrebbe dovuto mostrare questi “poteri” al direttore. La guardia si diresse verso l’ufficio del direttore presidiato temporaneamente dal tenente David Keenhold. Keenhold  non aveva la minima idea di chi fosse Don Decker, né di quello di cui era capace. La guardia si guardò intorno ispezionando la stanza finché non vide il tenente e a quel punto gli disse di guardare la sua maglietta… era fradicia. Il direttore dichiarò: “E proprio dal centro del mio sterno, comparve una macchia d’acqua larga circa dieci centimetri. Ero spaventato. La guardia era spaventata in quel particolare momento e io non avevo nessuna spiegazione del perché fosse successo”.

Il tenente Keenhold credeva di aver capito cosa stava succedendo e chiamò il suo amico reverendo William Blackburn chiedendogli urgentemente di vedere Don Decker. Dopo essere stato informato su tutto ciò che accadde a Don, il reverendo lo accusò di essersi inventato tutto. Ovviamente questa accusa non piacque a Don che si arrabbiò, dunque la sua cella si impregnò di un forte odore acre. Alcuni testimoni lo descrissero come l’odore della morte, ma moltiplicato per cinque. Poi la pioggia riapparve di nuovo. Il reverendo la descrisse come una pioggia nebbiosa… la pioggia del Diavolo e capì finalmente che non si trattava di un’invenzione. Cominciò a pregare per Don e si sedette in quella cella per ore e ore, quando infine la pioggia si fermò e Don scoppiò in lacrime. Qualunque cosa fosse quella che colpiva Don, non si manifestò mai più. Don confessò che suo nonno lo maltrattò una volta e che probabilmente ha avuto la possibilità di farlo anche quando non era più tra loro. Tutto ciò che lui ora vuole è stare in pace.

Questo incidente paranormale è stato trasmesso su Unsolved Mysteries nella puntata del 10 febbraio 1993, ma quella non fu l’ultima volta in cui si parlò di Don Decker. Nell’ottobre del 2012, Don è stato accusato di aver appiccato un incendio al ristorante di Tobyhanna, in Pennsylvania… a questo punto Don Decker probabilmente non ha ancora trovato pace.

 
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Pubblicato da su 18 dicembre 2017 in Maledizioni e possessioni

 

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Madeleine McCann – Una bambina scomparsa nel nulla

Madeleine McCann –  Una bambina scomparsa nel nulla

Sono trascorsi più di dieci anni e molti ricordano ancora questa vicenda con molta chiarezza, soprattutto perché sono davvero tanti gli elementi discordanti delle testimonianze fornite dai personaggi di questa tragedia. Madeleine McCann, una bambina di soli tre anni, si trovava in vacanza nel sud del Portogallo insieme alla sua famiglia a partire dal 28 aprile 2007. La famiglia della piccola era allora composta dai suoi genitori Kate e Gerry McCann, entrambi medici, e dai suoi fratelli Amelie e Sean. Madeleine era la primogenita e, come i suoi fratelli, era nata grazie alla fecondazione in vitro. I McCann trascorrevano le loro vacanze insieme ad altre tre famiglie. La loro era una vacanza molto spensierata e tranquilla… fino al 3 maggio, giorno nel quale i McCann avevano deciso di fare una cena solo tra adulti e quindi avevano lasciato i bambini nelle camere. Quella fatidica sera, infatti, Madeleine si trovava nella camera da letto dell’appartamento 5A insieme ai suoi fratelli, completamente incustoditi e con le porte scorrevoli aperte. I McCann si trovavano nel ristorante chiamato Tapas all’interno del complesso che distava pochi metri dal loro appartamento, perciò secondo la ricostruzione, i padri di famiglia ogni tanto andavano a visionare la situazione nelle rispettive camere. Quindi, ogni venti o trenta minuti, uno dei due coniugi si alzava dal tavolo e andava a controllare se i loro figli stessero ancora dormendo. Secondo la versione data alle autorità, l’ultimo a vedere la bambina ancora sana e salva è stato il padre di Madeleine, il quale si era recato intorno alle 21.05 in camera. Un’ora dopo, verso le 22, Kate McCann, sotto shock e in preda ad un attacco di panico, era tornata nel ristorante urlando “Maddie non è più qui, l’hanno portato via!”.

A quanto pare Kate recandosi nell’appartamento aveva trovato le porte e le finestre aperte e Madeleine era sparita. Immediatamente dopo l’inquietante scoperta, i due genitori cercarono disperatamente la piccola in tutto il complesso. Cercarono sotto le macchine, tra i cespugli, nella piscina e anche nei cassonetti, ma niente. Quindi vennero contattate le autorità britanniche e portoghesi. Quella stessa notte centinaia di poliziotti e cani rastrellarono tutta l’area, nel frattempo gli investigatori interrogarono i genitori della bambina e gli amici dei McCann. Frutto di nervosismo o per qualche altra ragione tutti caddero in notevoli contraddizioni che portarono gli investigatori a seguire diverse piste che poi negli anni si rivelarono del tutto false. Una delle contraddizioni più strane di questa vicenda proviene proprio dalla testimonianza della madre di Madeleine, che disse di aver visto sia la porta che la finestra aperte, cosa che invece venne smentita da un altro testimone il quale disse di aver visto solo la porta aperta. Nei giorni seguenti ai fatti, questo caso divenne internazionale, in particolar modo perché nel complesso si trovavano diversi turisti di varie nazioni e perché molte delle persone della zona stessa erano francesi, olandesi, tedeschi e altri inglesi, persone che si erano trasferite dopo la pensione a Praia da Luz.  L’Interpol emise un avviso internazionale per la scomparsa il 9 maggio 2007 e da quel giorno le foto di Madeleine con la faccia sorridente e con i suoi occhi rotondi e verdastri continuano a fare il giro del mondo.

A circa ottanta metri dall’appartamento 5A dell’Ocean Club si trova la villa di Robert Murat, che fu il primo e principale sospettato della scomparsa della bambina. A quel tempo Robert aveva 34 anni ed era separato, aveva una figlia della stessa età di Madeleine e fin dall’inizio si offrì ai McCann come traduttore nelle conversazioni con la polizia portoghese. Secondo il Sunday Mirror è apparso diverse volte anche davanti alla stampa addirittura come portavoce della famiglia. Questo suo “strano interesse” lo mise immediatamente sotto i riflettori e fu il primo sospettato ufficiale nelle indagini. Gli investigatori portoghesi lo hanno interrogato diverse volte, perquisito la sua residenza e sono addirittura stati fatti degli scavi nel suo giardino, ma non hanno mai trovato prove del suo coinvolgimento. Il procuratore portoghese cancellò il suo nome dalla lista dei sospetti circa un anno dopo la scomparsa della bambina. I giornali britannici, che diverse volte lo hanno chiaramente indicato come il colpevole della scomparsa di Maddie, hanno dovuto risarcirlo con 715.000 € per diffamazione nei suoi confronti.

Nel 2007 più di mille agenti portoghesi furono coinvolti nella ricerca. Quella notte e per alcune settimane il confine con la Spagna era stato chiuso e la sorveglianza dei porti e degli aeroporti del paese vennero intensificati. Il Regno Unito trasferì anche cani in Portogallo, specializzati nel rilevamento di resti di sangue e odore di cadavere. Il 6 luglio 2007, due mesi dopo la scomparsa della ragazza, gli investigatori iniziarono a so spettare dei genitori perché i cani avevano identificato tracce di sangue e altri fluidi di Maddie nell’appartamento dell’Ocean Club in cui alloggiavano e anche in una macchina che i McCann avevano affittato due settimane dopo la scomparsa della loro figlia. Dopo i risultati degli esami, gli investigatori britannici e portoghesi ammisero per la prima volta che Maddie potrebbe essere stata uccisa. L’ipotesi fatta allora sarebbe quella della “morte accidentale”, ma dopo sedici ore di interrogatorio, la polizia portoghese non riuscì a ricavare altre informazioni dalla coppia i quali non diedero nemmeno una giustificazione plausibile sul perché quelle tracce di sangue furono rinvenute diversi giorni dopo la scomparsa di Maddie. Qualche giorno dopo i McCann decisero di lasciare il Portogallo insieme ai loro gemelli e si stabilirono in Inghilterra. Il procuratore portoghese dovette chiudere il caso un anno dopo per mancanza di ulteriori prove per incriminarli. Gonçalo Amaral fu il commissario che si occupò dell’indagine dal primo minuto e ha sempre sostenuto che la bambina fosse morta e che la polizia britannica aveva collaborato con i McCann per nascondere l’omicidio. Quando lasciò la polizia del suo paese, Amaral pubblicò il suo libro “Maddie: la verità della menzogna”, un best seller in Portogallo e nel Regno Unito. In questo libro l’ex agente punta direttamente il dito contro i genitori della piccola. Dice che Maddie è morta in maniera accidentale per colpa dei genitori quella stessa notte, la prova sarebbe il sangue umano trovato dietro un divano, Gerry avrebbe poi nascosto il corpo di sua figlia in una spiaggia vicina e pochi giorni dopo la sua morte l’avrebbe spostata in un altro luogo, di cui nessuno conosce la posizione. Nel 2013, la polizia britannica riaprì il caso su insistenza della coppia McCann, quindi Scotland Yard decise di stanziare undici milioni di sterline annunciando anche quattro nuove linee di ricerca.

Diverse sono le teorie sorte negli anni, dal rapimento su commissione da parte di una banda di zingari, fino alla teoria del furto fallito secondo la quale dei ladri sarebbero entrati nell’appartamento credendo che non ci fosse nessuno e quando videro Madeleine decisero di prenderla. Questa teoria è supportata dal fatto che c’erano stati diversi tentativi di furto nell’appartamento 5L e 5G nei giorni precedenti, che si trovano nello stesso blocco in cui risiedevano i McCann. Durante questi anni ci sono state molte segnalazioni di persone che avrebbero visto Madeleine in Spagna, Francia, Marocco, Malta e Stati Uniti, ma tutte risultarono puntualmente infruttuose. Addirittura qualche settimana fa una studentessa inglese di nome Harriet Brookes avrebbe confessato di essere Madeleine McCann. Sui suoi social network, infatti, questa ragazza aveva postato diverse foto dichiarando non soltanto l’incredibile somiglianza con Madeleine, ma di avere anche la caratteristica macchia marrone intorno all’iride degli occhi e un neo sulla coscia descritti dai genitori della bambina. Ovviamente si tratta solo di una strana coincidenza dato che, se fosse ancora in vita, Madeleine avrebbe 14 anni mentre Harriet Brookes è una studentessa universitaria di Manchester.

La polizia prosegue con le ricerche, ma i fondi stanziati stanno per finire e probabilmente il caso, a meno di risvolti inaspettati, verrà chiuso nel 2018 senza un colpevole e i fatti accaduti quel maledetto 3 di maggio resteranno per sempre un mistero…. Questo caso sembrerebbe una storia tratta da un romanzo di Agatha Christie, solo che questa è la realtà… e la realtà il più delle volte è molto più crudele di qualunque racconto di fantasia.

 
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Pubblicato da su 11 dicembre 2017 in Casi macabri e misteriosi

 

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Anatoly Moskvin – Il collezionista di bambole umane

Anatoly Moskvin – Il collezionista di bambole umane

Olga Chardymova era una vivace ragazzina di dieci anni sempre allegra e sorridente. I suoi genitori erano molto premurosi e non le permettevano mai di uscire di casa se non accompagnata. Un giorno la giovane Olga riuscì a convincere la madre per poter andare da sola a visitare la nonna la cui casa distava solamente un isolato da lei. Dopo svariati minuti di supplica la madre cedette e permise alla figlia di uscire di casa da sola… una decisione che rimpiangerà per il resto dei suoi giorni. Olga prese la sua borsetta verde preferita, il piccolo ombrello blu e si avviò a casa della nonna, ma ironia del destino, proprio durante la sua prima volta fuori casa da sola, venne assassinata. La giovane ragazza venne seppellita nel cimitero locale e nessuno ovviamente si sarebbe immaginato di vederla nuovamente, tanto meno vederla per colpa di un macabro teatrino inscenato da una mente malata… dalla mente di Anatoly Moskvin.

Anatoly Moskvin era uno scrittore e storico ben visto da tutti a Nizhny Novgorod, in Russia, la città dove risiedeva e che gli aveva dato i natali. Anatoly era uno storico esperto di cimiteri, una passione strana che sembrava avere gli albori durante la sua infanzia, quando i suoi genitori lo portavano a fare lunghe passeggiate proprio nel cimitero della città. Egli scrisse tredici libri, parlava fluentemente tredici lingue ed era descritto da molti come un “genio”, un genio però che nascondeva qualcosa di molto macabro. Nonostante la sua vita fu un discreto successo, all’età di 45 anni viveva in un appartamento ancora con la madre Elvira e il padre Yuri, entrambi di 78 anni, nel 2011. I genitori di Anatoly rimanevano nella loro casa di campagna ogni estate lasciando il figlio da solo nell’appartamento a Nizhny Novgorod, ma al loro rientro nell’estate del 2011 ci fu qualcosa di veramente inquietante ad attenderli. Nell’appartamento c’erano i corpi mummificati di ventotto bambine di età compresa tra i tre e i dodici anni, tutte vestite per sembrare delle tipiche bambole russe e sistemate in tutta l’abitazione. Anatoly, per diversi anni, aveva trascorso le sue estati dissotterrando cadaveri in oltre 700 cimiteri in Russia e si stima che abbia profanato oltre 150 tombe durante quegli anni. Le facce di molte ragazze trovate nel suo appartamento erano avvolte in un tessuto beige chiaro per nascondere gli effetti della decomposizione. La maggior parte indossava abiti, calze e stivali fino al ginocchio o abiti invernali. Alcune erano vestite da spose e una era stata abbigliata per sembrare un orsacchiotto. Tutte le “bambole” erano truccate e nelle loro casse toraciche era stato riposto un carillon. Anatoly, ogni volta che profanava un cadavere, annotava dettagliati appunti registrando anche i compleanni sul muro della sua camera da letto, dove per lungo tempo tenne le bambole al di fuori della vista dei genitori e quasi come se volesse sottolineare la sua pazzia, organizzava vere e proprie feste di compleanno per queste ragazze che aveva mummificato con le sue mani e dato loro tutti nuovi nomi.

Una ragazza il cui corpo divenne una delle bambole di Anatoly fu proprio quella Olga Chardymova assassinata all’età di dieci anni. Olga venne uccisa da un tossicodipendente che aspettava nell’atrio dell’appartamento e costrinse la giovane ragazza a salire all’ultimo piano dove la derubò dei suoi orecchini. Olga cercò di scappare ma venne colpita con una sbarra di metallo in testa, colpo che le fu fatale. I suoi resti vennero scoperti cinque mesi dopo incastrati dietro dei tubi nella soffitta dell’edificio. Olga fu sepolta nel cimitero di Nizhny Novgorod il 2 ottobre 2002 dove Natalia e Igor, i suoi genitori, costruirono una recinzione metallica intorno alla tomba della figlia tragicamente scomparsa. Il 7 maggio 2003, Natalia e Igor cominciarono a ri-dipingere questa recinzione e un giorno notarono che la corona che adornava la tomba di Olga era stata spostata, dunque chiesero spiegazioni al custode il quale disse di vedere qualcuno ogni tanto che faceva visita alla tomba della ragazzina. Poco dopo cominciarono a trovare delle note sulla tomba della figlia che si riferivano a lei come “Piccola signora” e si congratulavano per alcuni eventi come se fosse ancora viva. Ciascuno di quei biglietti era consegnato a mano direttamente da Anatoly Moskvin che visitava regolarmente le tombe delle ragazze che sarebbero diventate i suoi soprammobili. Ogni nuovo anno, i genitori di Olga trovavano la tomba della figlia decorata con peluches e giocattoli rubati da altre tombe del cimitero. Natalia Chardymova, la madre di Olga, disse ai giornalisti: “Ogni volta che andiamo a visitare la tomba di nostra figlia la paura ci assale perché non sappiamo cosa aspettarci, prova a immaginare cosa si proverebbe a leggere tutte quelle note rivolte alla nostra figlia assassinata”.

Come se non bastasse, cominciarono a comparire messaggi minacciosi come: “Se non erigi un’imponente tomba come merita, noi dissotterreremo il suo corpo”, ma la pazzia di Anatoly era solo all’inizio e una mattina i genitori di Olga trovarono la sua tomba parzialmente distrutta. Arrivati a questo punto Natalia e Igor contattarono la polizia e furono estremamente sorpresi e inorriditi quando vennero a sapere che il loro non era l’unico caso, ma decine di altri genitori di ragazzine morte prematuramente stavano avendo a che fare con il medesimo macabro problema. Il 5 ottobre 2012, circa dieci anni dopo la sepoltura di Olga, la polizia decise di aprire la sua tomba e quello che si scoprì scioccò tutti… la bara era vuota, i resti di Olga spariti! Dopo mesi di indagini si scoprì il vero colpevole, Anatoly Moskvin, che profanò la tomba di Olga nel 2003, pochi mesi dopo la sepoltura. Durante la sua udienza, la pazzia di Anatoly venne a galla quando accusò tutti i genitori delle ragazze che aveva mummificato di averle abbandonate al freddo e che lui le ha riportate a casa al caldo. Dopo tre anni in un ospedale psichiatrico, Anatoly venne dichiarato mentalmente instabile e gli fu diagnosticata una forma acuta di schizofrenia… a primo impatto può sembrare una persona in tutto e per tutto lucida, ma quando si parla delle “sue ragazze” diventa ossessivo. Tempo prima Anatoly aveva cercato di adottare una bambina, ma l’adozione gli era stata negata perché non era sposato e forse è stato meglio così. Quando gli venne chiesto il motivo di queste sue macabre gesta rispose: “Sto aspettando che la scienza scopra un modo per riportare di nuovo in vita queste ragazze… volevo diventare un esperto di mummificazione… volevo comunicare con queste ragazze.” e spiegò anche come sceglieva queste ragazze: “Mi mettevo vicino alla tomba e cercato di entrare in contatto con lei, ascoltavo ciò che diceva e spesso mi chiedeva di portarla fuori per una passeggiata.”.

Su questa macabra vicenda vennero interrogati anche i genitori di Anatoly, in particolare gli venne chiesto come possano aver trascurato la presenza di ventotto cadaveri in casa loro. La madre di Anatoly, Elvira, sostenne che videro quelle bambole, ma ovviamente non sospettarono mai che all’interno ci fossero dei corpi, ma che quello delle bambole fu semplicemente un hobby innocente e che non c’era nulla di sbagliato in questo. I genitori di Olga scelsero di non vedere mai la “bambola” con i resti, grazie anche al consiglio della polizia che la definirono una visione troppo scioccante per loro, tuttavia videro le immagini di alcune delle altre ragazze e in un’intervista la madre disse: “Io l’ho avuta per dieci anni e lui per nove…”. Per concludere, Anatoly non era un necrofilo, ma solo un malato di mente e la sua ossessione verso le ragazze morte iniziò quando fu costretto a baciare il volto di una ragazza di undici anni al suo funerale. Gli psichiatri ritengono che ci sia poca probabilità che Anatoly raggiunga una completa riabilitazione e che verrà mai liberato dall’istituto psichiatrico dove tutt’oggi risiede.

Come avete appena potuto ascoltare, ancora una volta abbiamo raccontato la macabra storia di una persona all’apparenza normale, ma che dentro di sé racchiude una personalità contorta e con perversioni che vanno al di là dell’immaginario collettivo. Chissà se almeno una delle persone che salutate tranquillamente tutti i giorni, in realtà racchiude un terribile segreto come quello di Anatoly Moskvin…

 
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Pubblicato da su 4 dicembre 2017 in Personaggi sinistri

 

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Mummia del Similaun – 5.000 anni tra i ghiacci

Mummia del Similaun – 5.000 anni tra i ghiacci

Le maledizioni e le mummie sono da sempre state in qualche modo collegate. La più famosa è ovviamente quella di Tutankhamon, ma nell’arco della storia ce ne sono state molte altre altrettanto incredibili e con molti più secoli alle loro spalle rispetto a quella egiziana. Una di queste è la mummia di Ötzi, più nota come “L’uomo venuto dal ghiaccio” o “Mummia del Similaun”. Si crede che questa persona sia vissuta sulla Terra più di 5.000 anni fa e abbia portato molta sfortuna a tutti coloro che hanno avuto a che fare con l’interruzione del suo lungo riposo…

Si tratta di una mummia naturale, un cadavere mummificato quasi perfettamente e conservato fra i ghiacci del Similaun, un monte che si trova fra le alpi Venoste in Alto Adige, e ritrovato solo nel 1991. Si tratta di una scoperta unica e dalle analisi risulterebbe un guerriero dell’età del bronzo, un uomo di circa 46 anni con abiti di pelliccia, scarpe in pelle, arco e frecce. Si pensa sia vissuto tra il 3350 e il 3100 a.C. e probabilmente fu ucciso perché dei segni evidenti sul suo corpo si intuisce che era in fuga da degli aggressori, infatti mostrava tagli sulle mani, ai polsi e al petto, aveva la punta di una freccia conficcata nella spalla e i segni di un colpo sulla nuca. La mummia è stata scoperta e riportata alla luce nel 1991 da due turisti tedeschi Erika e Helmut Simon durante un’escursione. Stavano camminando presso il passo Hauslabjoch, che si trova a circa 3.000 metri di quota, e durante questa escursione notarono la testa e la spalla di una persona che sbucavano dal ghiaccio… incuriositi, ma spaventati dal fatto che poteva trattarsi di qualche escursionista, avvertirono le autorità. Un’analisi del DNA del sangue rinvenuto sui suoi indumenti e sulle sue armi, portarono anche a concludere che si era scontrato con almeno quattro persone prima di morire dato che furono riscontrate tracce di diversi individui, una sul suo coltello, due sulla punta di una freccia e una quarta sul suo mantello. Forse altri quattro cacciatori come lui.

Come ogni maledizione che riguarda una mummia, anche questa iniziò a insinuarsi dopo la morte del suo scopritore, ovvero Helmut Simon. Grande appassionato di montagna, l’uomo scomparve durante una gita su un ghiacciaio nel 2004, probabilmente travolto da una valanga. Otto giorni dopo la sua scomparsa è stato ritrovato senza vita e, dato che al destino non è mai mancata l’ironia tetra, a trovare il suo cadavere è stato un cacciatore vicino a una sorgente perché vide la sua testa e parte del suo corpo emergere dai ghiacci, proprio come la mummia del Similaun. La moglie di Helmut definisce questa morte molto, molto strana… suo marito, un grande esperto con il quale aveva condiviso molte avventure, non avrebbe mai commesso un errore simile a 67 anni e non crede che si tratti solo di un caso anche per il modo in cui è morto. Un’altra particolarità molto strana è che non disse nulla alla moglie sulla sua destinazione, come se un giorno, quasi richiamato dalla montagna, avesse deciso di partire e accettare il suo destino crudele.

Il professor Konrad Spindler è stato il primo a studiare la mummia. I risultati delle sue ricerche gli fecero guadagnare un nome a livello mondiale. L’archeologo scrisse anche un libro chiamato “L’uomo dei ghiacci” e spesso rispondeva con una certa ironia quando gli dicevano che gravava una terribile maledizione sulla mummia Ötzi. Konrad, docente dell’università di Innsbruck, morì a 66 anni vittima di una strana forma di sclerosi multipla. La sua morte arriva nel 2005, un anno dopo quella di Helmut. In realtà ci furono altre vittime prima di loro e tutti avevano avuto a che fare con la mummia, infatti la prima vittima della presunta maledizione sarebbe il dottor Rainer Henn, il medico che spostò a mani nude la mummia dal luogo in cui si trovava da millenni depositandola in un sacco per cadaveri. Rainer, inoltre, è stato anche il capo del gruppo dei medici che esaminarono il cadavere. Morì a 64 anni nel 1992, circa un anno dopo la scoperta di Ötzi, mentre si recava una conferenza per parlare proprio delle analisi, scoperte e ricerche svolte sulla misteriosa mummia. Un’altra vittima sarebbe Kurt Fritz, alpinista scalatore che aveva condotto Helmut, e successivamente anche altre persone, sul luogo del ritrovamento per fare l’ispezione di Ötzi. La sua morte arrivò due anni dopo la scoperta, egli cadde in un crepaccio di un ghiacciaio. Rainer Hölzl, giornalista e operatore di 47 anni della televisione austriaca, che aveva fatto delle riprese sulle operazioni di recupero della mummia e successivamente aveva anche realizzato il primo documentario a riguardo, morì a causa di un fulminante tumore al cervello. Il professor Friedrich Tiefenbrunner, uno degli studiosi che esaminarono il corpo di Ötzi e che faceva parte della squadra di Konrad Spindler, morì a 66 anni nel 2005 a causa di una complicazione durante l’operazione cardiaca. Tom Loy, un altro degli studiosi che era entrato in contatto diretto con la mummia, morì nel 2005 Brisbane, in australia, a 63 anni. Loy, americano e direttore del laboratorio di scienze, che aveva svolto le indagini sul sangue ritrovato su Ötzi, morì per una strana malattia al sangue che gli venne diagnosticata dopo la scoperta di Ötzi e poco prima di morire stava cercando di concludere un libro che trattava proprio della mummia. Dieter Warnecke, che era capo della squadra dei soccorritori di Helmut, morì circa un’ora dopo il funerale dello stesso Helmut a causa di un attacco cardiaco.

Sebbene la storia della presunta maledizione sia alquanto affascinante, in realtà potrebbe essere solo una serie di sfortunate coincidenze, mentre la cosa più curiosa e interessante della Mummia di Ötzi sarebbe la sua stessa storia, ovvero il modo in cui è stato ucciso e anche i diversi segni che furono ritrovati sulla sua pelle. Ötzi infatti è una celebrità del mondo dei tatuaggi perché viene considerato come il primo essere umano a portare sulla sua pelle i segni indelebili che oggi vanno tanto di moda. Ben sessantuno sarebbero i tatuaggi che porta con sé e dagli studi realizzati essi consisterebbero in punti, linee e crocette posizionati maggiormente dietro ginocchio sinistro, nella parte inferiore della colonna vertebrale e sulla caviglia destra. Non è ancora chiaro quale tecnica avesse utilizzato per farsi questi segni o perché avesse scelto quei particolari posti, ma molti ipotizzano che furono realizzati con delle piccole incisioni poi ricoperte con carbone vegetale. Dato che ai tempi i tatuaggi, come ogni segno di distinzione, avevano un significato e una funzionalità pratica, molti storici si chiedono se l’uomo di Similaun fosse uno sciamano e questo spiegherebbe anche la quantità di funghi ritenuti magici che portava nella sua borsa. Altri invece credono che la loro funzionalità fosse solo quella di ricordare i punti di pressione in cui doveva essere praticata un’antica tecnica di agopuntura perché le posizioni dei tatuaggi corrisponderebbero proprio a dei punti in cui ancora oggi viene praticata questa tecnica per correggere alcuni problemi fisici. Ipotesi questa rafforzata dal fatto che dagli esami radiologici gli studiosi trovarono forme di artrosi proprio in quei punti e quindi queste pratiche gli avrebbero permesso di combattere il dolore, ma come faceva ad avere tutte queste conoscenze un uomo di più di 5.000 anni fa?

Questa incredibile mummia nasconde misteri molto interessanti che potrebbero ancora una volta spingerci a dubitare e rivalutare le nostre origini. A proposito… Ötzi ora si trova al museo archeologico dell’Alto Adige a Bolzano, insieme ad altre scoperte fatte nella zona. Se vi capita di essere nelle vicinanze, dovreste andare a trovarlo… non avrete mica paura della sua presunta maledizione, vero?

 
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Pubblicato da su 27 novembre 2017 in Maledizioni e possessioni

 

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Cindy James – Una persecuzione paranormale

Cindy James – Una persecuzione paranormale

L’8 giugno 1989, un’infermiera canadese di 44 anni di nome Cindy James è stata trovata morta a Richmond, un sobborgo di Vancouver, Canada. Era stata drogata, strangolata e le mani e i piedi erano legati dietro la schiena. È stata trovata in un cortile di una casa abbandonata a un chilometro e mezzo da un piccolo centro commerciale dove era parcheggiata la sua auto rinvenuta il 25 maggio, giorno della sua scomparsa. C’era sangue sulla portiera del conducente e il suo portafogli era sotto l’auto. Quando il suo corpo fu scoperto nel cortile, sembrava che Cindy fosse stata uccisa brutalmente. Una calza di nylon era stata legata stretta intorno al collo e l’autopsia scoprì che nel corpo della donna vi erano ingenti quantità di morfina e altri farmaci. La Royal Canadian Mounted Police, credeva che la sua morte fosse stata un incidente o un suicidio, tuttavia il coroner di Vancouver stabilì che la morte di Cindy non era dovuta da suicidio, incidente o omicidio… piuttosto sostenne che morì a causa di un “evento sconosciuto”. In ogni caso la storia di Cindy James inizia sette anni prima quando cominciò a segnalare diversi incidenti e molestie nei suoi confronti dopo quattro mesi il divorzio da suo marito.

Cindy era la maggiore di sei fratelli. All’età di 19 anni si sposò con il dottor Roy Makepeace, diciotto anni più grande di lei. Grazie all’aiuto del marito trovò impiego come infermiera e aiutava spesso i bambini che avevano dei problemi emotivi, cosa che amava fare. La sua vita pareva perfetta, ma quando decise di divorziare nel 1982, tutto le crollò addosso e la sua vita divenne un inferno. La donna aveva un rapporto abbastanza buono con i suoi genitori e proprio a loro cominciò a confidare le prime storie di molestie nei suoi confronti, dopodiché si rivolse alla polizia quando ricevette vere e proprie minacce di morte via telefono o per posta da parte di un’entità sconosciuta. Molestia dopo molestia, la salute mentale e fisica di Cindy si sgretolava sempre di più. Un giorno quando tornò a casa trovò tre gatti morti appesi nel suo giardino, le luci del portico frantumate e la linea telefonica tagliata. Strani biglietti venivano trovati quotidianamente davanti alla sua porta e quasi ogni giorno Cindy segnalava alla polizia violenti attacchi fisici. Una notte, un’amica di Cindy, decise di andare a trovarla, ma quando bussò alla porta non ricevette risposta. Preoccupata cominciò a fare il giro della casa per raggiungere la porta sul retro e di certo non si sarebbe mai immaginata a cosa avrebbe assistito. Cindy era accovacciata a terra nel suo garage aperto con una calza di nylon legata intorno al collo. Alla richiesta di spiegazioni da parte dell’amica, Cindy affermò che qualcuno l’aveva tramortita per poi fuggire quando sentì l’amica bussare.

Per Cindy il terrore non era che all’inizio. Vennero lasciate foto sul parabrezza della sua auto ritraenti cadaveri in obitorio. Della carne cruda veniva consegnata a casa sua e un giorno Cindy trovò il suo cane in evidente stato di terrore seduto accanto alle proprie feci con un cordone legato stretto al collo. Nel frattempo la polizia intensificò i controlli direttamente fuori casa della donna dopo le sue numerose segnalazioni, ma non riuscì mai a identificare nulla degno di nota, cominciando a pensare che Cindy fosse semplicemente pazza e che fosse proprio lei ad architettare tutte quelle terribili cose, forse in preda alla depressione a causa del divorzio. Cindy, ormai stremata e con l’accusa di essere semplicemente una matta, decise di trasferirsi in una nuova casa, ridipingere l’auto e cambiare addirittura il cognome. Assunse anche Ozzie Kaban, un investigatore privato, che a aveva spesso problemi nel comunicare con Cindy in quanto rifiutava di fornire informazioni dettagliate riguardo i suoi incidenti ed era sempre vaga, tuttavia la famiglia giustificava questo comportamento perché pensava che Cindy fosse direttamente minacciata di morte nel caso avesse riferito qualsiasi qualcosa.

L’investigatore privato installò diverse luci nella residenza della donna, le diede anche una radio e un pulsante che se premuto avrebbe chiamato direttamente la polizia che regolarmente sorvegliava la sua nuova casa. Una notte Ozzie sentì strani suoni provenire dalla radio e si precipitò a casa di Cindy. Quando arrivò la trovò distesa sul pavimento con un coltello conficcato nella sua mano, con accanto un biglietto che diceva “Sei morta, stronza”. La donna venne immediatamente ricoverata in ospedale, mentre la polizia non fece nulla stanca di tutte queste storie che circondavano Cindy, tuttavia Ozzie era convinto che mai nessuno avrebbe potuto auto-infliggersi una cosa del genere. Le donna venne sottoposta a diverse sessioni di ipnosi regressiva per cercare di andare più a fondo, tuttavia la mente di Cindy era troppo “traumatizzata” per considerare quei test attendibili. Una volta tornata a casa, il terrore per Cindy non era ancora finito: telefonate minatorie continuavano a perpetrarsi a ogni ora del giorno senza che si riuscisse mai a rintracciarle perché troppo brevi. Una cosa strana è che la polizia, quando era impegnata a sorvegliare la casa di Cindy ventiquattr’ore su ventiquattro, non sentiva mai squillare il telefono e non riusciva mai ad assistere a qualcosa di strano, un motivo in più per loro per credere che Cindy si stava semplicemente inventando tutto, ma un giorno, come se non bastasse, Cindy venne trovata distesa in un fosso a dieci chilometri da casa sua, indossando un indumento da lavoro e un guanto di un uomo. Stava soffrendo di ipotermia e aveva tagli e contusioni su tutto il corpo e ancora una volta aveva una calza di nylon nera intorno al collo, ormai divenuto un marchio dei suoi presunti attacchi.

Tutta questa vicenda stava assumendo una sfumatura quasi paranormale fin quando un giorno scoppiò un incendio nel seminterrato della casa della povera donna. Dopo aver capito che il telefono non funzionava, Cindy corse si fuori per avvisare i vicini e vide un uomo al quale chiese di chiamare i vigili del fuoco, ma l’uomo, invece di prestare aiuto, fuggì. La polizia stabilì che il fuoco era stato avviato dall’interno della casa perché non fu rinvenuto niente che potesse far intendere a un’effrazione, dunque si pensò che Cindy stessa avesse messo in scena l’incidente. La salute mentale e fisica di Cindy si stava deteriorando sempre di più e i genitori erano molto preoccupati. Spaventati dall’idea che potesse commettere qualcosa di molto più strano, il suo medico la portò in un reparto psichiatrico da dove uscì dieci settimane dopo senza che venne riscontrato nulla di particolare. La domanda che si stavano ponendo tutti era: Cindy era veramente perseguitata da qualcuno o stava inscenando tutto perché impazzita? Cindy era convinta che la figura dietro tutte queste molestie non fosse altri che il suo ex marito, ma ovviamente quest’ultimo negò ogni cosa. La svolta definitiva alla storia avvenne il 25 maggio quando Cindy andò al centro commerciale per fare la spesa e quella fu l’ultima cosa che fece… ora c’è da chiedersi, se fosse stato veramente un suicidio, come mai inscenare una cosa tanto elaborata? Perché non morire semplicemente nel suo letto di casa e dare alla sua famiglia meno dolore?

L’ipotesi del suicidio non regge molto anche per la posizione in cui venne rinvenuta Cindy, con mani e piedi legati… come avrebbe potuto da sola? Ci sono tante cose che non tornano. Il suo ex marito credeva che Cindy fosse affetta dal disturbo di personalità multipla e che a causare tutte quelle terribili cose fosse una sua personalità di cui la vera Cindy non ne era a conoscenza, d’altronde abbiamo già dimostrato nel nostro video dedicato a Billy Milligan, come in questi casi la mente umana sia in grado di fare cose straordinarie e all’apparenza impossibili, ad ogni modo questa fu solo una teoria non tanto accreditata, l’unica cosa certa in questa storia è che Cindy soffrì immensamente durante i suoi ultimi sette anni di vita, venne torturata sia fisicamente che mentalmente, o da un sadico pazzo assassino, oppure dalla sua stessa mano. Il padre di Cindy morì nel 2010 e sua madre nel 2012 ed entrambi, fino al loro ultimo respiro, erano convinti che Cindy non avrebbe mai e poi mai potuto commettere suicidio. L’unica persona che ad oggi sta ancora cercando la verità è la sorella Melanie che ha scritto un libro al riguardo, intitolato “Who Killed My Sister, My Friend”. In quelle pagine si può percepire lo strazio di una famiglia e di una sorella che sicuramente non scoprirà mai la verità…

 
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Pubblicato da su 20 novembre 2017 in Casi macabri e misteriosi

 

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