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Archivio mensile:dicembre 2016

Winchester House – Una casa unica al mondo

Winchester House – Una casa unica al mondo

Ci sono case in questo mondo che si dice siano possedute da fantasmi o demoni, altre invece sono state testimoni di crudeli omicidi e di conseguenza sono molte le storie che si raccontano su di loro… ma nel mondo esistono forse due o tre case che trasmettono un brivido non tanto per le storie e le dicerie narrate, ma sono comunque in grado di fare paura a chiunque perché sono incredibili e strane. Esistono case così particolari che una volta entrati, non si hanno garanzie di poterne uscire. Benvenuti alla magione Winchester.

Questa casa, conosciuta come una delle più strane e uniche nel suo genere al mondo, si trova a San Jose in California. Questa magnifica costruzione è stata realizzata grazie alla volontà di Sarah Winchester, forse per cercare di placare il pesante senso di colpa che gravava sulla sua coscienza. Sarah infatti era la moglie di William Wirt Winchester, proprietario della Winchester Repeating Arms Company, uno degli uomini più ricchi del XIX secolo grazie alla commercializzazione del famoso fucile Winchester, il primo fucile a ripetizione completamente affidabile e a buon prezzo. William era l’unico figlio ed erede di Oliver Winchester,  tuttavia nonostante l’incredibile ricchezza, egli non riuscì a giovarne per molto dato che poco tempo dopo aver ereditato l’impero di suo padre, morì per una tubercolosi. Il beffardo destino inoltre si portò via anche l’unica figlia che William e Sarah avessero mai avuto; la piccola Annie Pardee Winchester morì per un marasma infantile, lasciando in questo modo, nel 1881, la vedova Sarah Winchester come unica ereditiera di tutti quei soldi derivanti dalle armi e metà della compagnia.

Sarah aveva tutti i soldi immaginabili di questo mondo, ma a che cosa gli servivano se i suoi amori erano stati portati via per sempre dal destino? Con il cuore totalmente spezzato lei non era in grado di comprare la vita o di far tornare indietro il tempo a quando la sua famiglia era al completo. Molti storici raccontano che la quantità di soldi provenienti dalla vendita di armi ammontasse a circa 1.000 dollari giornalieri che corrispondono a più di 20.000 dollari dei giorni nostri, oltre ai diversi milioni presenti nelle banche. Tale quantità secondo gli esperti, avrebbe fatto impazzire chiunque, soprattutto chi, come Sarah, era una persona scossa e tormentata da un evento così drammatico come la morte dei familiari. Sarah cercando di trovare un senso alla propria esistenza iniziò a frequentare ambienti particolari, molti di essi legati al mondo del paranormale come veggenti e medium. A partire da questo punto la storia si offusca nella leggenda e la versione più diffusa del perché Sarah inizió la costruzione della maestosa residenza Winchester è la seguente.

Un giorno Sarah incontrò una medium, quest’incontro fu voluto da Sarah stessa dato che credeva di essere inseguita da una maledizione. Lei era convinta che tutte le anime delle persone uccise a causa dalle armi Winchester tormentassero la sua famiglia. Secondo lei queste anime avevano fatto ammalare prima sua figlia e poi suo marito, portandoli entrambi via per sempre. La medium confermò la sua teoria e aggiunse anche che Sarah poteva fare qualcosa per poter fermare tutte queste anime in cerca di vendetta, si trattava di uno stratagemma non semplice perché richiedeva uno sforzo economico smisurato per una persona normale, ma dato che lei possedeva metà della compagnia Winchester non vi erano problemi per metterlo in atto. Secondo la medium l’unico modo per poter fermare la maledizione consisteva nel trasferimento di Sarah sulla West Coast e lì iniziare a costruire una casa dove poter intrappolare gli spiriti, inoltre tale casa doveva essere in costante costruzione, quindi Sarah avrebbe dovuto ordinare la costruzione di nuove stanze o in caso contrario la maledizione e gli spiriti l’avrebbero raggiunta.

Un’altra spiegazione sulla motivazione che spinse Sarah a volere questa casa è che l’ereditiera dopo la morte del marito, sconvolta decise di trasferirsi lontano da New Haven, quindi dopo un viaggio coast to coast comprò diversi ettari di territorio in California, lo stato dove le persone decidono di ricominciare una nuova vita e qui diede inizio ad una strana forma di intrattenimento che solo lei poteva permettersi. Qualunque sia la ragione che spinse Sarah in California, la cosa certa è che trascorse il resto dei suoi giorni in quella casa costruendo costantemente nuove stanze.

Per più di 38 anni nella magione Winchester si lavorava 24 ore al giorno per 365 giorni l’anno. Una devota, maniacale e ininterrotta ristrutturazione di proporzioni titaniche. Il tutto realizzato senza progettazioni architetturali, ma solo basate sulla volontà e idee giornaliere di Sarah. La particolarità però sono i modi in cui sono state costruite le nuove stanze, molte di esse per potervi entrare hanno passaggi nascosti per non parlare dell’infinità di porte false. In questa casa ci sono cunicoli interni che danno l’idea di un labirinto, scale che non portano da nessuna parte, pareti false, porte e finestre posizionate sul pavimento, porte che portano ad altre porte, stanze con pareti di vetro e molto altro tra cui il particolarissimo ascensore orizzontale utile negli spostamenti, anche se ci sono diverse fermate che portano a luoghi totalmente vuoti. Ecco alcune delle immagini reali della casa.

Molti dicono che il modo migliore per poter descrivere questa incredibile costruzione sia quello di immaginare la paradossale elaborazione grafica di Maurits Cornelis Escher  trasposta nella realtà. La casa ha attraversato diverse fasi nell’arco degli anni. Molte stanze, balconi e finestre sono state abbattute per fare spazio a nuove costruzioni. Con il passare dei giorni, settimane e anni la casa continuava a crescere sempre di più e nel suo massimo la magione Winchester raggiunse ben sette piani di altezza, ma a causa del terremoto che colpì San Francisco nel 1906 l’edificio venne gravemente danneggiato. Ricostruito in parte ora si dispone solo su quattro piani. Il modo assurdo di costruire e ricostruire senza un masterplan, quindi quasi completamente a caso, ha reso l’edificio una delle strutture più improbabili, non solo da replicare, ma persino da immaginare per la mente umana. Nel 1922, all’età di 83 anni, Sarah Winchester morì nella casa. I servi che avevano lavorato per lei dicevano di aver bisogno di una mappa, realizzata praticamente grazie all’esplorazione della struttura stessa, per poter muoversi all’interno. D’altronde la magione Winchester oggi presenta più di 160 camere conosciute e molte altre da scoprire, infatti proprio quest’anno a ottobre è stato scoperto un nuovo attico arredato da numerosi dipinti, un divano vittoriano, un armonium e delle macchine da cucire.

A quanto pare Sarah Winchester durante la sua realizzazione, nonostante non avesse in mente un piano ben definito, aveva pensato ad alcune particolarità, come per esempio l’uso ricorrente del numero 13, infatti le finestre contengono 13 pannelli di vetro, la serra aveva 13 cupole, ci sono 13 sezioni nel pavimento di legno, perfino alcune delle stanze hanno 13 finestre, candelabri con 13 bracci intrecciati e così via. Di certo l’ossessione con questo numero ha contribuito a fomentare la leggenda che la casa sia stregata e nelle stanze vi siano effettivamente racchiusi i fantasmi e anime delle persone uccise dai fucili Winchester. Molte persone che hanno visitato la casa dicono che si possono sentire rumori strani nelle stanze e hanno anche avvertito la sensazione particolare di essere osservati da qualcuno che si trovava alle loro spalle. Altri addirittura raccontano di aver visto il fantasma di Sarah nelle sue stanze preferite, perfino il programma Ghost Adventures gli ha dedicato un servizio, ma a causa di un evento tragico capitato a Zak Bagans non riuscirono a finire l’episodio.

Casa maledetta o meno oggi è riconosciuta come patrimonio storico della California e potete visitarla pagando 40 dollari all’ingresso. Attenzione però perché se vi allontanate dalle zone segnalate sulla mappa potreste perdervi e rimanere intrappolati in essa. Per sempre…

 
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Pubblicato da su 19 dicembre 2016 in Luoghi inspiegabili e inquietanti

 

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Somosierra – La tragica scomparsa di un bambino

Somosierra – La tragica scomparsa di un bambino

25 giugno 1986. Intorno alle 6:00 del mattino, un camion Volvo F-12 che trasporta 20.000 litri di acido solforico quasi puro inizia la discesa del passo montano di Somosierra a nord-est di Madrid, Spagna. Il conducente aumenta sempre di più la velocità effettuando poi un sorpasso azzardato di un altro camion per poi superarne un altro questa volta passando così vicino che urta lo specchietto laterale dell’altro mezzo rompendolo e facendolo cadere al suolo. Poco dopo si avvicina a un terzo camion senza superarlo e comincia a speronarlo da dietro finché l’altro mezzo esce fuori strada. Gli altri autisti pensarono che quel camion avesse un problema con i freni. Pochi secondi dopo accade l’inevitabile e il Volvo si schianta contro un altro camion proveniente dalla direzione opposta all’incredibile velocità di 140 km/h. Il camion si ribalta e l’incidente provoca la rottura del serbatoio facendo fuoriuscire tutto il suo contenuto sopra l’abitacolo e sul terreno circostante. Una nube tossica ricopre la zona, in pochi secondi si era scatenano l’inferno.

Il soccorso stradale si precipita nel luogo della tragedia. Un giudice di pace di una città vicina identifica un uomo e una donna nella cabina del camion già morti con evidenti segni di corrosione provocati dall’acido solforico. Sono le uniche vittime. Dal momento che per loro non c’è più nulla da fare, i soccorritori concentrano i loro sforzi nel far evacuare gli altri autisti coinvolti nell’incidente e nel versare sabbia e calce sopra l’acido per neutralizzare la fuoriuscita prima che raggiunga il fiume vicino Duratón provocando un disastro ecologico. Tre ore più tardi vengono recuperati i due corpi all’interno dell’abitacolo e identificati come Andrés Martínez, un autista di camion proprietario del veicolo e sua moglie Carmen Gómez, che a volte lo accompagnava nei suoi viaggi. Lo stesso pomeriggio un agente della Guardia Civile comunica la tragica notizia alla madre di Carmen e la sua reazione sconcerta l’agente e tutte le persone che ancora oggi cercano di dare una risposta a questo caso. La madre disse: “Come sta il bambino? Vi prego, ditemi che mio nipote sta bene!”, tuttavia nell’incidente non era stato coinvolto nessun bambino. Il caso più strano d’Europa per la scomparsa di una persona era appena iniziato.

Juan Pedro Martínez aveva 10 anni ed era l’unico figlio della coppia morta nell’incidente. Aveva accompagnato il padre in numerosi altri viaggi ma mai in uno lungo come questo, difatti erano partiti da Cartagena diretti a BiIbao, un viaggio di più di 800km. A Juan erano stati raccontati i luoghi dei Paesi Baschi, luoghi completamente diversi da quelli semi deserti dove vivevano. Mucche al pascolo in verdi prati, boschi lussureggianti e montagne altissime, dunque Juan si ossessionò quando il padre gli promise che un giorno l’avrebbe portato in uno di questi posti se avesse ottenuto dei buoni voti a scuola. Dal momento che l’anno scolastico era appena finito, il padre si sentì in obbligo di portare il proprio figlio alla prossima consegna con il camion nei Paesi Baschi. In questo lungo viaggio prese parte anche la madre per avere un paio di occhi di riguardo in più. Così il 24 giugno Andrés arrivò a Fuente Álamo con la macchina di sua sorella e con moglie e figlio alle 7:00 di sera partì per Cartagena dove il camion venne preparato.

Ma Juan Pedro era ancora sul camion quando ci fu l’incidente? L’esame successivo dell’abitacolo mise alla luce cassette per bambini e vestiti da ragazzo nella parte posteriore, ma nessuna traccia del ragazzo. Il camion venne sollevato con delle gru per vedere se fosse caduto fuori durante l’impatto dato che probabilmente il bambino avrebbe viaggiato senza cintura, ma non venne trovato nulla. Diversi gruppi della polizia e molti volontari setacciarono la zona alla ricerca del bambino o dei suoi resti per i giorni successivi, addirittura scavarono la sabbia e la calce per verificare se fosse stato accidentalmente sepolto, ma l’unica cosa che trovarono fu una scarpa da ginnastica di una misura non compatibile con quella del piede di Juan, probabilmente era lì già prima dell’incidente. Ovviamente, il fatto che il camion trasportasse acido solforico e che la cabina ne fosse stata ricoperta non fu un dettaglio che venne trascurato, tuttavia i chimici negarono assolutamente che il corpo di Juan avesse potuto sciogliersi completamente senza lasciare traccia. Dalle analisi eseguite con resti di animali si confermò che un corpo dovrebbe essere rimanere in ammollo nell’acido per 24 ore affinché il tessuto molle si liquefaccia e fino a cinque giorni per disintegrare quasi completamente le ossa. Ad ogni modo elementi che non reagiscono all’acido come capelli, unghie, denti o parti del suo abbigliamento dovevano essere ancora presenti, ma non c’era nulla, niente di niente, dunque Juan Pedro era ufficialmente scomparso nel nulla.

Il cronotachigrafo del camion ancora intatto permise di ricostruire il tragitto e le fermate effettuate dalla famiglia. La prima tappa fu un luogo chiamato la Venta del Olivo, a pochi chilometri da Cieza, Murcia. La seconda tappa è stata fatta a mezzanotte e dodici nella città di Las Pedroñeras. Alle 3:00 del mattino erano in una stazione di servizio nei pressi di Madrid, infine la loro ultima tappa fu una locanda nei pressi di Cabanillas, una località a oltre 300 km a nord-est dalla capitale. Il cameriere non ebbe difficoltà a ricordare la famiglia perché rimase colpito dal modo in cui era vestito Juan, completamente di rosso. Dopo aver preso due caffè e una torta per il figlio, pagarono e lasciarono la locanda indisturbati. Fino a questo punto il viaggio della famiglia stava procedendo normalmente, poi il cronotachigrafo cominciò a rivelare qualcosa di strano, durante la salita del passo di montagna, il camion ha fatto dodici brevissime soste, la più breve durata meno di un secondo e la più lunga, l’ultima vicino al punto più alto, circa una ventina di secondi. Il padre aveva molta familiarità con quelle strade dunque non si era perso, inoltre non c’era traffico tale da giustificare quelle fermate. Infine un esame del camion rivelò che, contrariamente a quello che tutti avevano pensato al momento dell’incidente, i freni non erano affatto danneggiati.

I fatti strani tuttavia non finiscono qui. Il camionista che era stato speronato da dietro e spinto fuori strada dichiarò che negli istanti immediatamente successivi all’incidente, un furgone bianco, precisamente un Nissan Vanette, si era fermato di fianco al camion ribaltato. L’autista era un uomo baffuto che parlava con un accento straniero ed era accompagnato da una donna bionda. Lo strano individuo gli disse di non preoccuparsi e che la donna, sua moglie, era un’infermiera. La donna controllò brevemente le ferite riportate dal camionista speronato, dopodiché andò a controllare il camion che si era schiantato, infine se ne andarono. Questa testimonianza potrebbe coincidere con quella di due pastori che conferiscono a tutta questa storia una sfumatura alquanto inquietante. Questi due residenti locali hanno testimoniato che, subito dopo l’incidente e nella confusione che ne susseguì, videro due individui di altezza considerevole, dalla carnagione biancastra e con un camice bianco addosso che arrivava fino alle caviglie, scendere da un furgone bianco, avvicinarsi all’abitacolo del camion per poi portarsi via un grosso pacco. Altre persone confermarono di aver visto i due individui scendere dal furgone bianco che probabilmente era inseguito dal camion. Questa strana scomparsa acquisto notorietà e attirò numerose persone tra cui sensitivi, cacciatori di UFO e teorici della cospirazione.

La teoria ad oggi più accreditata è che la famiglia sia stata vittima di un incontro casuale con dei trafficanti di droga. Si dice che quella mattina ci fosse un posto di blocco della polizia a Somosierra e per passare in modo sicuro i trafficanti avrebbero costretto il camion a fermarsi durante la salita in modo da fargli trasportare la droga al posto loro. Andrés probabilmente rifiutò e i trafficanti rapirono il bambino, da qui sarebbe partito l’inseguimento finché non ci fu l’incidente e gli individui visti non sarebbero altro che i corrieri della droga che avrebbero ripreso il loro bottino nel camion. Con tutta probabilità Juan era nel furgone bianco con loro, forse senza vita. Non mancano teorie che vedono come protagonisti pedofili, strani culti, trafficanti di organi, addirittura alieni dato che le sembianze dei due individui scesi dal furgone bianco descritto dai pastori era molto strano, vennero descritti come persone dall’aspetto di uomini nordici. Nei giorni immediatamente successivi alla tragedia arrivarono numerose chiamate di persone che dicevano di aver visto Juan Pedro Martinez in diverse parti del territorio nazionale, in particolare a Bilbao, dove videro il ‘Bambino di Somosierra’, soprannome affibbiatogli dopo l’incidente, vagare attraverso una zona industriale della capitale basca, ma la ricerca da parte della polizia respinse tali testimonianze in quanto non c’era alcuna prova.

Questo è stato marchiato come il caso di sparizione più misterioso mai avvenuto nel vecchio continente e come al solito ci sono tante teorie ma poche risposte…

 
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Pubblicato da su 12 dicembre 2016 in Casi macabri e misteriosi

 

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Timothy Treadwell – L’uomo divorato da una bestia

Timothy Treadwell – L’uomo divorato da una bestia

Ci sono pochi audio al mondo in grado di perturbare così profondamente la psiche di una persona, se siete persone sensibili potreste avere un trauma e incubi notturni dopo averlo sentito, ma se avete deciso di proseguire vi facciamo le solite raccomandazioni…

Per più di dodici anni Timothy Treadwell fuggì dalle spiagge di Malibù per addentrarsi nelle terre più selvagge dell’Alaska dove vi stabilì un accampamento, lì proprio in mezzo ai più grandi e numerosi Ursus Arctos Horribilis, comunemente noti come orsi bruni del Nord America o Grizzlies. Timothy era nato come Timothy Dexter a Long Island nel 1957 e aveva trascorso una vita piena di obiettivi falliti e dipendenze di vario genere, tra cui anche alcool e droghe. Verso la fine degli anni 80 cambiò nome in Timothy Treadwell e dopo aver vissuto in California una vita da aspirante attore fallito decise di intraprendere un viaggio verso l’Alaska, d’altronde fa parte della cultura americana che una persona intraprenda un viaggio per purificare la sua esistenza o per trascorrere con se stessi del tempo e riflettere sulle proprie scelte di vita trascorsa e futura. Gli indiani d’America addirittura credevano che per poter avere una visione o un’illuminazione, le persone dovevano vagare in mezzo al deserto da sole, alla ricerca di se stessi. Timothy quindi, zaino in spalla e fotocamera in una mano, decise di allontanarsi da tutto quel frastuono delle metropoli per poter vivere un’esperienza a 360 gradi in mezzo alla natura più selvaggia. Lì in quelle terre desolate una volta possedute dai russi il silenzio viene interrotto solo da altri rumori della natura glaciale e in quel silenzio Timothy intraprese un altro viaggio, verso la sua psiche più profonda…. Un viaggio nel labirinto della sua mente. Una continua ricerca di un senso alla sua vita e un posto nel mondo l’avevano portato là in mezzo al nulla, o meglio, in mezzo alle bestie.

Timothy per 12 estati, dal 1990 fino al 2002, aveva vissuto a stretto contatto con gli orsi bruni in diverse riserve naturali dell’Alaska, ma il suo preferito senz’altro era Il Katmai National Park, il quale grazie agli oltre 12.000 chilometri quadrati e più di 2.000 orsi bruni, rappresenta una pietra miliare per gli appassionati di natura selvaggia di tutto il mondo. Nelle sue testimonianze scritte racconta di come inizialmente la sua totale inesperienza in fatto di campeggi e tecniche di sopravvivenza gli avessero fatto passare alcuni momenti difficili ma anche comici, infatti sul suo diario scrisse che spesso era in balia del freddo e della fame, inoltre gli insetti tormentavano le sue notti e al suo primo incontro con un orso, la bestia era scappata via impaurita alla sua vista. Il fatto che gli animali lo vedessero come una minaccia lo faceva sentire triste, ma nonostante tutto, racconta, che non si era mai sentito così libero nella sua vita. Piano piano iniziò a relazionarsi con gli orsi, tanto che gli animali non fuggivano più e addirittura si lasciavano avvicinare fino a pochi metri ignorando quasi totalmente la sua presenza, così ebbe l’opportunità di riprendere la vita di questi maestosi animali come mai era stato possibile prima di allora. Grazie alle riprese così vicine e nitide egli iniziò ad acquisire fama proprio nell’ambiente che gli aveva negato così tante opportunità, ossia nello spettacolo.

Quando l’inverno tornava Timothy si recava di nuovo in California a lavorare come barista, durante tutto quel periodo riuscì ad allontanarsi da quella miserevole vita fatta solo di alcool e donne facili e nel 1997 pubblicò il libro che avrebbe cambiato per sempre la sua esistenza: “Tra i Grizzlies, vivere con gli orsi selvatici in Alaska”. In quest’insieme di fogli raccoglie la gran parte della sua esperienza personale di vita insieme agli orsi e gran parte di un’introspezione della sua persona e della sua esistenza. Dopo qualche anno dalla pubblicazione del suo libro divenne una celebrità in tutta la nazione, spesso veniva invitato ai programmi televisivi per poter parlare della sua esperienza e del perché avesse deciso di fare questa scelta di vita. Le persone a lui molto vicine però raccontano che qualcosa in lui iniziò a cambiare, non tanto il suo modo di vedere la vita, ma il suo modo di concepire la realtà stessa. Iniziò ad ossessionarsi sempre di più agli orsi fino al punto di credere di essere egli stesso un orso e parte di un branco speciale. I ranger dei diversi parchi raccontano che spesso rimaneva a soggiornare nei luoghi più del dovuto e inoltre non portava più con sé lo spray anti-orso che è una misura di sicurezza obbligatoria in queste riserve. Timothy quindi era diventato distratto e troppo sicuro di sé, forse questo eccesso di sicurezza è stata la sua inevitabile rovina…

  • L’Estate numero 13

Nel 2003, insieme alla sua ragazza Amie Huguenard, un’assistente medico del Colorado, Timothy si era preparato per un’altra stagione di riprese di vita naturale. La coppia aveva già trascorso le tre estati precedenti insieme in Alaska e il 29 settembre del 2003 si erano recati a Kaflia Bay, una delle tappe obbligatorie per poter raggiungere Kaimi Park, così da poter avere una possibilità in più per stare insieme agli orsi prima della pausa invernale. Il pilota Willy Fulton, che aveva trasportato la coppia fino al parco, ricorda bene il giorno in cui era tornato a riprenderli. Era lunedì 6 ottobre, “Un giorno piovoso e pieno di nebbia” racconta con una voce aspra. “Mi ero avvicinato alla loro tenda ma non c’era nessuno, mi sembrava tutto molto strano, così decisi di fare una perlustrazione lungo il sentiero vicino alla spiaggia, ma sentivo che c’era qualcosa che non andava perché non rispondevano quando li chiamavo a squarciagola. Poi vidi un orso lì vicino. Sembrava nutrirsi di qualcosa, lì per lì pareva una cassa toracica umana, ma non ero certo dato che quando mi avvicinavo l’orso si rannicchiava sopra la sua preda e cercava di mangiarselo più in fretta possibile. Cercai di mandarlo via volteggiandovi sopra con l’aereo per quindici, venti volte, ma l’animale rimaneva lì continuando a nutrirsi”. Non potendo più fare molto Willy decise di avvertire le autorità, quindi i ranger in servizio raggiunsero il luogo circa due ore dopo l’allarme. I corpi senza vita di Amie e Timothy vennero trovati vicino alla riva, gran parte dei loro corpi erano stati divorati dagli orsi. Nell’accampamento vennero trovati alcuni effetti personali, ma soprattutto venne trovata la telecamera con la quale facevano le riprese… La coppia aveva registrato i loro ultimi istanti di vita.

  • 6 Minuti di Terrore

I primi suoni del nastro sono della voce di Amie, la quale si chiede se “sia ancora là fuori “. Pare che Timothy le avesse chiesto di accendere la telecamera, ad ogni modo si capisce che l’attacco era già in corso quando erano iniziate le riprese. La voce che si sente dopo è quella di Timothy che urla “Vattene via, io verrò ucciso qui”. Il rumore di pioggia e di vento fa da sottofondo mentre Amie disperatamente gli urla di fingersi morto. Dopo un momento di pausa nel quale la bestia probabilmente confusa si stava allontanando, si capisce che ritorna ad accanirsi su Timothy, il quale urla disperatamente mentre Amie sembra più lontana dalla scena e piange, probabilmente costretta a fare marcia indietro. Successivamente si sentono i rumori della bestia mentre sbrana Timothy, il quale urla ad Amie di colpire l’orso. Amie gli urla di non mollare e di combattere, poi urla all’orso di andare via, dopodiche un suono metallico si sente distintamente insieme ai lamenti dell’orso, forse Amie aveva trovato qualcosa con cui colpire la bestia, ma Timothy continua a urlare, probabilmente l’attacco non aveva funzionato. Dalla ricostruzione fatta dalla polizia si ritiene che a questo punto l’orso aveva iniziato a mangiare la gamba di Timothy, le urla dei due amanti sovrastano la pioggia e il vento, rumori di ossa che si spezzano. A quel punto si sente Timothy mentre implora Amie di scappare “Scappa Amie, vai via” le urla… sapeva che ormai non c’era più molto da fare per lui e voleva solo salvare Amie dal suo stesso destino. Ovviamente Amie non lo abbandonò e fece la sua stessa fine. Se volete sentire l’audio guarda il video integrato in questo articolo…

Gli stessi ranger in seguito diranno che probabilmente l’attacco è stato realizzato da qualche orso tra quelli inseriti recentemente nella riserva, ma la cosa strana è che non si era limitato ad uccidere Timothy ed Amie, ma si era nutrito anche della loro carne, cosa alquanto inusuale per un orso. La natura ha un modo tutto suo di ricordarci quanto siamo fragili e fisicamente deboli rispetto alla stragrande maggioranza degli animali presenti sulla terra. Rispettare la natura significa anche accettarla per quello che è. Dimenticarci che gli animali rispondono a istinti più primitivi dei nostri può risultare fatale.

 
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Pubblicato da su 5 dicembre 2016 in Casi macabri e misteriosi

 

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