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Bouvet Island – L’isola più remota della Terra

23 Mag
Bouvet Island – L’isola più remota della Terra

Come abbiamo già detto e mostrato in molti dei nostri video, la Terra è disseminata da luoghi tanto affascinanti quanto enigmatici, tanto macabri quanto misteriosi e il posto di cui vi stiamo per parlare non non ha nulla da invidiare, ha tutti gli ingredienti che mischiati insieme lo rendono uno dei posti più inquietanti del nostro pianeta, nonché uno dei più remoti. Si tratta di un’isola: Bouvet Island.

Bouvet Island si trova nell’emisfero australe, in uno degli angoli più remoti e devastati dalle tempeste dell’Oceano Atlantico, all’estremo sud dei Quaranta Ruggenti, due fasce di latitudini australi caratterizzate da forti venti. Si tratta di un granello di ghiaccio nel bel mezzo di una vastità congelata priva di vegetazione, rifugi, luoghi di atterraggio o qualsiasi forma di vita e che comprende migliaia di miglia quadrate di vulcani sottomarini. Bouvet è spaventosamente isolata; la terra più vicina è la costa dell’Antartide, a più di 1750 km a Sud. Questo piccolo pezzo di ghiaccio ha una superficie di circa 50km quadrati, eppure, nonostante queste sue particolari caratteristiche, l’isola ha una storia piuttosto interessante. Venne scoperta in un periodo straordinariamente precoce: il 1° gennaio 1739 dall’esploratore Jean-Baptiste Bouvet de Lozier, da cui prende il nome. Dopodiché l’isola si perse nuovamente per i successivi sessantanove anni in quanto Bouvet aveva fissato la sua posizione in modo non proprio corretto in un epoca in cui tutta quella zona di mare era praticamente sconosciuta. Venne scoperta di nuovo nel 1808 a centinaia di miglia dal luogo dove era stata segnata. La cosa strana è che tutte le altre isole scoperte tra il 1739 e il 1808 erano rimaste, per così dire, al loro posto sulla mappa, ma questo probabilmente perché la zona di Bouvet Island è avvolta da uno strato semi permanente di nebbia e colpita da tempeste 300 giorni l’anno. L’isola venne fissata definitivamente sulle carte nautiche nel 1898 dal capitano Adalbert Krech della nave oceanografica tedesca Valdivia.

I tedeschi furono i primi a circumnavigare l’isola, prima si credeva che fosse il promontorio settentrionale della Terra Australis, un continente ipotetico illustrato sulle mappe risalenti al periodo compreso fra il XV e il XVIII secolo. Venne riferito che l’isola non era più grande di 5 miglia di lunghezza e che per almeno nove decimi fosse sepolta dal ghiaccio. Non era accessibile in quanto completamente circondata da scogliere di ghiaccio alte fino a 500 metri. Dunque gli uomini della Valdivia non riuscirono a sbarcare. I primi esploratori a mettere i loro piedi a riva furono norvegesi, provenienti dalla nave di esplorazione Norvegia nel 1927 e guidati dal capitano Harald Horntvedt. Essi furono anche i primi ad avventurarsi nell’altopiano centrale di Bouvet che arriva a 780 metri sul livello del mare ed è composto da una coppia di ghiacciai che coprono i resti di un vulcano ancora attivo. Lo rinominarono Nyrøysa, in italiano “Nuovo Mondo”. Il capitano Horntvedt rivendicò l’isola in nome del re Haakon VII e la rinominò Bouvetøya che significa semplicemente “Isola di Bouvet” in norvegese. Lasciò inoltre in un piccolo nascondiglio dei viveri per eventuali naufraghi. Tornarono un paio di anni più tardi e scoprirono che i loro approvvigionamenti erano stati spazzati via dal clima locale incessantemente ostile, dopodiché nessuno si interessò più di Bouvet Island fino al 1955, anno in cui il governo sudafricano espresse il suo interesse per la possibilità di stabilire una stazione meteorologica, dunque venne inviata la fregata Transvaal che raggiunse l’isola il 30 gennaio. Una volta arrivati però, l’altopiano su cui i norvegesi avevano camminato 30 anni prima, era svanito nel nulla, dunque non si poté costruire nessuna stazione meteorologica. Tre anni dopo, la rompighiaccio americana Westwind scoprì che era avvenuta una piccola eruzione vulcanica nel 1955 che aveva cambiato leggermente la morfologia dell’isola.

Sei anni più tardi, nel 1964, i sudafricani trovarono di nuovo il tempo e le risorse per l’invio di una nuova spedizione e verificare l’altopiano dell’isola. Vennero inviate due navi che si sarebbero incontrate nei mari intorno a Bouvet la domenica di Pasqua. La spedizione aspettò per tre lunghi giorni a causa di venti gelidi che ululavano attraverso l’altopiano Nyrøysa fino a quando arrivò il 2 aprile, giorno che venne considerato sicuro per un atterraggio in elicottero. Proprio quel giorno venne fatta una bizzarra scoperta, in una piccola laguna e sorvegliata da una colonia di foche, vi era una scialuppa di salvataggio, abbandonata, piena di provviste e per metà immersa nell’acqua, ma ancora in condizioni abbastanza buone da permettere di essere usata ancora. Questo fu un vero mistero e tra i marinai si fecero subito strada le teoria più strane. L’imbarcazione doveva sicuramente provenire da una nave più grande, ma non esisteva nessuna rotta commerciale nel raggio di molte miglia, ma se davvero era una scialuppa di salvataggio, quali spettacolari prodezze di navigazione l’avrebbero condotta in quella laguna? Come avrebbe potuto sopravvivere a un attraversamento dell’Oceano Sud Atlantico? Non vi erano segni che la scialuppa avesse avuto un qualche tipo di motore o un albero maestro, ma la domanda che terrorizzata i marinai fu: che fine fece l’equipaggio? Dalle ispezioni fatte in elicottero precedentemente, non c’era nessun segno di un qualche accampamento, tuttavia non vi era tempo per effettuare indagini più minuziose dato che i marinai dovevano occuparsi del sondaggio del terreno in quella piccola finestra temporale che concedeva loro condizioni meteorologiche ottimali. Due anni dopo, nel 1966, un gruppo di ricerca biologica, tornò sull’isola e analizzò con cura quella laguna stabilendo che era poco profonda e densa di alghe, ma se la barca era ancora li, nessuno la menzionò nei rapporti. Nessuno si interessò più di quella barca, vennero avanzate alcune ipotesi ma ognuna di esse aveva sempre una grossa lacuna. Questo è di certo un mistero desinato a durare per sempre.

Come avete potuto già capire, Bouvet Island ha tutte le caratteristiche che la rendono uno dei posti più misteriosi del pianeta: una terra desolata di ghiaccio immersa in una nebbia perenne, condizioni meteo estreme, una nave abbandonata, eppure qualcosa di ancora più misterioso aleggia intorno a quest’isola e ciò che vi stiamo per raccontare è noto oggi come Vela Incident. Il 22 settembre 1979, intorno alle 3:00 ora locale, un satellite degli Stati Uniti registra degli intensi lampi in una porzione remota del Sud Atlantico. Pochi istanti dopo venne rilevato dall’osservatorio di Arecibo di Porto Rico un insolito e rapido disturbo della ionosfera e più o meno nello stesso istante, venne sentito un pesante tonfo dal sottomarino della marina statunitense. Evidentemente qualcosa di violento era accaduto in mare in quei frangenti al largo della punta meridionale dell’Africa. Un esame successivo dei dati raccolti dal satellite Vela 6911 suggerì quasi senza ombra di dubbio che la causa di questi disturbi è stata l’esplosione di un ordigno nucleare. Il modello dei flash registrati corrispondeva esattamente a quello di rilevamenti nucleari precedenti e nessun altro fenomeno naturale noto è in grado di produrre la stessa firma. Purtroppo però le agenzie di intelligence degli Stati Uniti erano incerte su chi fosse realmente il responsabile di quella detonazione che non sarebbe mai dovuta avvenire. I primi indiziati furono senza dubbio le grandi superpotenze nucleari Unione Sovietica e Cina anche se alcuni rapporti additarono che il colpevole più probabile fosse Israele, possibilmente in cooperazione con il Sud Africa, entrambi allora alleati degli Stati Uniti. Ovviamente né uno, né l’altro stato rivendicò nessun test nucleare.

Gli Stati Uniti istituirono la rete satellitare Vela negli anni 60 a seguito del Trattato sulla messa al bando parziale dei test, ossia quel trattato internazionale sulla messa al bando parziale degli esperimenti nucleari, del 1963. Anche se la durata prevista per ogni satellite era solo di diciotto mesi, molti di essi hanno continuato a rilevare detonazioni per gli anni successivi. Prima del misterioso evento del settembre del 1979, il sistema di sorveglianza orbitale aveva registrato con successo quarantuno detonazioni atomiche, dodici dei quali sono state avvistate dal satellite Vela 6911. Purtroppo a causa delle limitazioni tecnologiche di quei satelliti, i tecnici non riuscirono mai a determinare la posizione esatta del presunto evento nucleare. I sensori restrinsero il campo nel raggio di 3000 miglia e in questo raggio vi era solo acqua, eccetto per un minuscolo puntino di ghiaccio: Bouvet Island.

Negli anni a seguire si cercarono altre ipotesi per spiegare un’ipotetica ragione extra atomica dell’evento ma non si venne a capo mai di nulla. C’è chi avanzò la teoria dell’impatto di un meteorite, ipotesi subito scartata perché venne determinato che la probabilità che un impatto produca la stessa firma di un’esplosione nucleare, quella rilevata dal satellite, è di una su cento miliardi. C’è anche chi azzardò teorie fantascientifiche che vedevano coinvolte astronavi aliene, ma nulla di concreto fu mai raggiunto. Con il crollo dello stato sudafricano nei primi anni 90, gran parte delle informazioni per quanto riguardava i loro programmi di armi nucleari venne reso pubblico. Tra queste rivelazioni vi erano documenti che indicavano che la loro prima arma nucleare funzionale non venne costruita prima del novembre del 1979, due mesi dopo l’incidente Vela. Dunque l’ipotesi più probabile si sgretolò definitivamente sancendo così un altro mistero destinato a perdurare probabilmente per sempre.

 

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