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Archivio mensile:novembre 2015

Il prezzo della sopravvivenza | P2 – I cannibali delle Ande

Il prezzo della sopravvivenza | P2 – I cannibali delle Ande

Quando si dice che la paura sia il sentimento primordiale che qualunque animale abbia mai provato compreso l’uomo stesso è senz’altro un dato di fatto. Noi tutti siamo la testimonianza vivente di un processo iniziato 3.5 miliardi di anni fa, da quando le prime forme di vita comparvero sulla Terra. Ogni creatura vivente di questo mondo ha dovuto combattere per raggiungere la sua posizione attualmente occupata e niente come la paura di morire risveglia in tutti noi quell’istinto che ci ha permesso da millenni di regnare sulla Terra. La paura della morte è probabilmente tra le forze più potenti in grado di modificare radicalmente il comportamento di ognuno di noi… Quando ci troviamo in situazioni estreme spesso la ragione e l’umanità stessa scompaiono e fanno spazio all’istinto perché conta una sola cosa: sopravvivere.

Esistono centinaia di avvenimenti come questi, ma la storia che vi stiamo per raccontare è forse la più famosa e anche una delle più incredibili mai raccontate.

  • I CANNIBALI DELLE ANDE

Il 12 ottobre del 1972, un Fairchild Hiller FH-227 appartenente alla Fuerza Aérea Uruguaya, partì dall’Aeroporto Internazionale di Carrasco con destinazione Santiago de Chile. A bordo del mezzo c’erano 45 persone e la maggior parte di esse erano membri appartenenti ad una squadra di Rugby chiamata Old Christians i quali dovevano giocare una partita contro gli Old Boys di Santiago. Oltre ai giocatori c’erano anche molti dei loro familiari. Dopo qualche ora, mentre erano in volo, il tempo peggiorò in modo drastico e così il Fairchild si trovo in mezzo ad una tormenta. I piloti però riuscirono ad atterrare all’aeroporto El Plumerillo che si trova a Mendoza in Argentina, in attesa che il tempo migliorasse. Ripartirono il giorno seguente, venerdì 13 ottobre. Il viaggio anche in questo caso si era dimostrato più complicato del previsto perché il tempo non era dei migliori, il pilota decise di viaggiare ad un’altezza di 6.000 metri, sotto di loro si estendeva una folta cortina di nubi bianche che coprivano tutto. Dopo alcune difficoltà iniziali, il viaggio sembrava procedere nel verso giusto, purtroppo però nessuno si accorse che la velocità di crociera si era ridotta di circa il 20%. Infatti i forti venti causarono un rallentamento rilevante e soprattutto provocò anche una variazione di volo che li portò su una rotta più a nordest di quello che credevano. I piloti in base ai tempi abituali comunicavano alle torri di controllo tempi e soprattutto posizioni sbagliate. La torre di controllo di Santiago, fidandosi delle posizioni segnalate dal copilota Dante Lagurara, diede l’autorizzazione a scendere… Una discesa che sia per il Fairchild che per il suo equipaggio risulterà tragica perché l’aereo non si trovava nelle vicinanze di Santiago come pensavano i piloti, ma stava sorvolando la possente Cordigliera delle Ande le cui vette raggiungono mediamente i 4.000 metri.

Vi furono forti scosse e turbolenze a causa delle correnti di vento e in poco tempo l’aereo perse quota. Il pilota Julio Ferradas insieme al copilota lottò cercando di stabilizzare il velivolo e riuscirono a portare l’aereo in posizione orizzontale. Quando finalmente oltrepassarono il banco di nuvole si accorsero dell’errore… Ma era già troppo tardi perché volavano a pochi metri dalle spigolose vette rocciose e per pochissimo non si schiantarono frontalmente contro una di queste. Quando i passeggeri osservarono fuori dai finestrini ci fu il caos, molti iniziarono ad abbracciarsi mentre altri pregavano. A partire da questo punto esistono diverse ipotesi per cercare di spiegare quello è successo con esattezza. Una di queste afferma che probabilmente i piloti, ormai consapevoli di non poter più riprendere quota, cercarono un atterraggio miracoloso sulla neve. Durante la manovra però l’aereo colpì la cima di una montagna con l’ala destra che finì per staccarsi dal velivolo. Successivamente l’aereo perse anche l’ala sinistra dopo un violento impatto su una roccia e infine si staccò anche la coda. Ciò che rimase fu unicamente la fusoliera la quale come una pallottola scivolò sulla neve. L’impatto frontale infine causò il distacco dei sedili e i passeggeri vennero scaraventati e schiacciati in avanti. Il primo bilancio fu terribile, tredici persone morirono istantaneamente a causa del violento impatto, inoltre molti dei sopravvissuti erano in condizioni gravi: emorragie interne, ossa rotte, traumi cranici e altre disgrazie attanagliavano costoro mentre pochi fortunati erano rimasti quasi illesi. Ricordiamo che la Cordigliera delle Ande è fra i posti più inospitali del mondo, si tratta di una catena montuosa dove le temperature raggiungono anche 40 gradi sotto zero durante la notte con dei venti che superano i 100 km/h… Durante la prima notte morirono altre tre persone.

Nonostante il colpo e lo shock, la serenità prevalse nel gruppo di persone sopravvissute, consapevoli che la chiave per rimanere in vita era quella di non perdere la calma e di rimanere uniti.  Ricordiamo che i passeggeri erano prevalentemente giocatori di rugby e quindi, fiduciosi che con il lavoro di squadra si possano raggiungere tutti gli obiettivi, iniziano ad organizzarsi in questa partita per la vita. Dopo aver razionato il poco cibo rimasto si dividono in gruppi, uno era composto da coloro che avevano conoscenze mediche come lo studente di medicina Roberto Jorge Canessa e altre due persone incaricati dei feriti. Un altro gruppo si occupava di trovare acqua pulita e infine un terzo gruppo era incaricato di mantenere la fusoliera in ordine e più al sicuro possibile. Con un po’ di fortuna riuscirono anche a riparare una radio che si trovava dentro la fusoliera attraverso la quale potevano sentire le notizie riguardanti le ricerche. Successivamente Canessa costruì delle amache per i feriti e Adolfo Strach detto “Fito” trovò un modo abbastanza ingegnoso per trasformare la neve in acqua con le lamine dell’aereo. Costruì anche delle racchette da neve con dei mezzi di fortuna in modo tale da poter esplorare con relativa sicurezza il luogo del disastro. Ben presto si organizzarono le prime escursioni in cerca della coda dell’aereo e per osservare cosa c’era al di là della montagna. Nonostante l’entusiasmo iniziale la fortuna non era dalla loro parte, infatti le esplorazioni furono infruttuose e servirono solo a rafforzare la convinzione che lì fra quelle montagne non c’era niente da mangiare. La stanchezza, la disperazione e soprattutto la fame iniziarono a farsi largo nelle menti dei sopravvissuti mentre i morti aumentavano. La sera del 22 ottobre erano tutti riuniti all’interno della fusoliera quando ascoltarono inorriditi le notizie alla radio: “Le ricerche del Fairchild FH-227 sono state inutili e verranno sospese”. Quelle parole uscite da quella fredda scatolina lanciarono una bomba di silenzio che lasciò attoniti i sopravvissuti mentre fuori il vento e la neve sembravano avere l’ultima parola. A quel punto tutti presero insieme l’unica decisione e purtroppo anche la più drastica per poter sopravvivere, decisero di mangiare i corpi dei morti, i corpi dei loro coetanei, dei loro amici e in alcuni casi anche dei loro familiari. La disperazione e la voglia di vivere li aveva spinti lì e il metodo con cui abbiano scelto chi mangia chi è un segreto che si porteranno tutti nella loro tomba perché esiste un codice inviolabile fra di loro.  Una delle poche cose certe è che il primo a rompere il tabù fu proprio Roberto Canessa. Consapevoli che non sarebbero mai venuti a prenderli, iniziarono le nuove spedizioni sperando di trovare la coda dell’aereo e con essa qualche cosa utile per la loro sopravvivenza, ma furono tutti sforzi inutili e una settimana dopo, il 29 ottobre, accadde un’altra tragedia: una valanga si abbatté con tutta la sua furia sulla fusoliera… Ancora un volta la sorte non sembrava dalla loro parte. Otto persone furono sepolte dalla neve per sempre quella notte, solo 16 riuscirono ad uscirne vivi da quella valanga e uno di questi era Fernando Parrado il quale insieme a Canessa diventerà determinante nel resto di questa storia.

Venerdì 17 Novembre. Dopo una ricerca interminabile, un gruppo composto da Canessa , Parrado e Antonio Vizintín riuscì finalmente a trovare la coda dell’aereo. C’erano alcune valige contenti cibo, sigarette, fiammiferi e batterie per la radio ma quest’ultime purtroppo risulteranno inutili perché la radio nel frattempo era diventata inutilizzabile. Il resto perà fu di enorme importanza per dare una scossa psicologica e una speranza ai pochi rimasti in vita. Dopo le fruttuose ricerche condotte dai tre prescelti, il gruppo decise che dovevano andare verso ovest alla ricerca di civiltà e dare l’allarme. Il 12 dicembre Canessa, Parrado e Vizintin partirono nell’ultima e definitiva spedizione verso il Cile . Le condizioni erano terribili… Il freddo, la tempesta e la fame erano come un enorme mostro al quale erano esposti costantemente. Dopo essere saliti sulla montagna e aver visto ciò che li attendeva decisero che Vizintin doveva tornare nella fusoliera perché le razioni non sarebbero bastate per tutti e tre in quel viaggio. Tutte le speranze erano dunque riposte in Parrado e Canessa, in particolare Parrado disse: 

Quel giorno ci incamminammo verso Ovest senza una meta precisa… Eravamo certi solo di una cosa, non saremmo mai più tornati in quella fusoliera. Tra morire di fame dentro quell’aereo e morire là fuori preferivamo morire cercando di arrivare da qualche parte

I due camminarono per cinque giorni soffrendo e sperando di trovare la fine di quel labirinto di neve. Come un raggio di sole dopo una tempesta al sesto giorno i due scorgono qualcosa di incredibile. Dopo aver camminato per circa 60km arrivarono alla “Precordillera de San Fernando”, una valle verde dove non c’era più neve ed entusiasti dalla scoperta i due si mettono a correre. Trovano un fiume, dei fiori, erbe, muschi e animali selvaggi, tutte cose che non vedevano da mesi! Sembrava un paradiso rispetto a quell’inferno bianco in cui si erano trovati. Dopo aver riposato tutta la notte si mettono in marcia di prima mattina e mano a mano che proseguivano, trovavano altri segni di civiltà come lattine di sughi, mucche e alberi tagliati. Canessa ad un certo punto si sentì male, così Parrado portò tutti e due gli zaini come sforzo finale di quest’odissea. Ormai erano vicini alla salvezza e il 21 dicembre come un miraggio, scorgono un uomo a cavallo che si trovava dall’altra parte del fiume, così i due si misero a urlare, ma la forza delle lori voci venne sovrastata dal fragore del fiume. Il contadino però vedendoli in quello stato pietoso capì che li era capitato qualcosa di grave, quindi ingegnosamente lanciò dall’altra parte del fiume una sasso con un foglio e una matita legati ad esso. Questo è il foglio originale dove Parrado e Canessa emozionati scrissero quanto accaduto. Dopo aver ricevuto la risposta il brav’uomo lancio dall’altra parte del fiume pane e formaggio e insieme ad altri curiosi giunti a cavallo chiamò la polizia. Senz’altro in quel momento i due sventurati avrebbero voluto abbracciare quel contadino che rispondeva al nome di Sergio Catalan Marinez. Nessuno dei 16 sopravvissuti scorderà mai quel nome. Il giorno seguente, venerdì 22 Dicembre, iniziano i soccorsi in elicottero dei restanti 14 sventurati e dissero che il motivo per cui non riuscivano a trovarli era perché gli ultimi dati dei piloti riguardanti le posizioni erano del tutto errate. Due dei sopravvissuti tornarono immediatamente a Montevideo mentre gli altri 14 festeggiarono insieme il più bel Natale della loro vita, consapevoli che il miglior regalo che si può avere… È la vita.

Avete mai ripensato alla vostra scelta di mangiare i cadaveri?

Ho rivisto milioni di volte quei giorni, non faccio altro. Ma noi non avevamo scelta. Noi eravamo morti per tutti. Per tornare alla vita non avevamo altra scelta che resistere a qualsiasi costo. La nostra è una vicenda esemplare e unica, insegna agli altri esseri umani che pur di sopravvivere siamo capaci di superare qualsiasi ORRORE.

 – Carlos Paez, uno dei sopravvissuti.

 
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Pubblicato da su 30 novembre 2015 in Casi macabri e misteriosi

 

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Il prezzo della sopravvivenza | P1 – La storia di Aron Ralston

Il prezzo della sopravvivenza | P1 – La storia di Aron Ralston

Richard Pinzetti è un chirurgo di New York con il vizio del gioco e siccome doveva dei soldi a delle persone sbagliate si è trovato a fare il trafficante di eroina dall’Asia all’America, ma la sorte non è mai stata dalla parte del povero Pinzetti e durante un viaggio di lavoro accade una disgrazia. La sua nave affondò. Con molta fortuna riuscì a mettersi in salvo e si trovò da solo su un’isola deserta nell’Oceano Pacifico dove c’era più eroina che cibo da mangiare, il resto beh… Potete immaginare che cosa può fare un chirurgo, affamato, da solo e con tanta tanta voglia di sopravvivere.

Fino a che punto una persona vuole sopravvivere?

17 febbraio… Mi sono staccato la gamba destra all’altezza del ginocchio, ho perso molto sangue e il dolore è atroce nonostante l’eroina, ma sopravvivrò… Sapete una cosa? Durante l’operazione avevo l’acquolina in bocca, sbavavo, sbavavo dalla fame. Lo shock traumatico avrebbe ucciso un uomo meno determinato… Fino a che punto una persona vuole sopravvivere?? Beh, lasciatemi rispondere con un’altra domanda: fino a che punto, fino a che punto una persona vuole… VIVERE?!

4 giorni dopo

Mi sono tolto l’altra gamba all’altezza del ginocchio e mi sono specchiato nell’acqua oggi, ormai sono un mostro. Sono un fenomeno da baraccone. Sono una testa con un busto che si trascina nella sabbia rossa scarlatta su un isola deserta e dispersa nel nulla più assoluto. Ho fame, molta fame… Meglio farmi una sniffata che mi passa…

Alcuni giorni più tardi

Dicono che sei ciò che mangi, hahaha! Mai come in questi ultimi giorni è diventata vera questa frase, ahaahaha! Ieri mi sono tagliato i lobi delle orecchie, non sono un granché, forse dovevo lavarle prima… E oggi, beh, oggi non ho più niente da tagliare con queste mani… con queste… DITA!” Trenta minuti dopo il povero Richard Pinzetti mentre si mangiava le sue dita pensava a voce alta: “Immagina che siano patatine fritte… Immagina che siano patatine fritte!

  • L’arte di sopravvivere Stephen King.

Questo racconto per quanto intrigante e impressionante rimane un racconto e su ammissione dello stesso scrittore Stephen King, non c’è niente di più spaventoso della realtà, niente di più passionale, emozionante e incredibile della pura e cruda realtà.  Non a caso sono tante le storie che sono giunte a noi riguardanti episodi incredibili in cui la morte si era presentata sotto diverse forme a degli sventurati e quest’ultimi pur di evitarla hanno commesso delle azioni che potremo definire anche raccapriccianti. Abbiamo visto ad esempio come durante il naufragio della nave Medusa, diverse persone praticarono cannibalismo pur di non soccombere. Questo orrido episodio purtroppo non è stato l’unico che si sia verificato in mare. Una fine simile la fece la baleniera Essex. Questa terribile vicenda accaduta nel 1820 è stata la musa ispiratrice di Herman Melville quando scrisse il suo celebre romanzo Moby Dick. La baleniera Essex partì nell’agosto del 1819 dal celebre porto Nantucket nel Massachussets verso l’Oceano Pacifico del sud e aveva un unico obiettivo: dare la caccia ai mammiferi mastodontici dei mari perché il loro olio valeva molto di più del loro sangue. I cacciatori impavidi e un po’ inesperti raggiunsero le coste occidentali del Sud America nel 1820 nel periodo di accoppiamento di questi magnifici cetacei, ma quando fu l’ora di impugnare gli arpioni e le balestre passarono da predatori a prede. Infatti vennero duramente attaccati da una balena descritta dai superstiti come un mostro furioso pieno di cicatrici, solo 21 membri dell’equipaggio riuscirono a sfuggire alla furia del cetaceo salvandosi, almeno momentaneamente, su tre scialuppe diverse. Non si sanno con esattezza le motivazioni, ma invece di dirigersi nelle terre più vicine continuarono a navigare verso sud, una scelta che determinerà in modo drastico la loro fine. 78 giorni dopo vennero salvati da delle navi inglesi di passaggio… 78 giorni di paura, delirio, fame e canibalismo. Di quelle 21 persone solo 5 tornarono a Nantucket e quelli che vi tornarono raccontarono che in quei 3 mesi dovettero mangiare i cadaveri in decomposizione dei loro compagni per sopravvivere, ma non solo. Ad un certo punto iniziarono a uccidersi a vicenda per poter nutrirsi di carne fresca. Quindi in modo fortuito sceglievano chi doveva essere ucciso per dare la possibilità agli altri di tornare a casa vivi..

LA STORIA DI ARON RALSTON

Questa è una delle storie che ci possono far comprendere come l’essere umano, quando si trova in condizioni estreme e prossimo alla morte, viene smosso da una forza sovrumana e incredibile che lo spinge a commettere azioni inimmaginabili.

Tra le gelide montagne del Colorado ad Aspen nel 2003 viveva l’allora 27enne Aron Ralston, un ingegnere meccanico la cui passione per l’alpinismo l’aveva spinto a lasciare un lavoro alla Intel. Di certo Aron era una persona ambiziosa e decisa, infatti era intenzionato a diventare istruttore di alpinismo prefiggendosi come meta personale quella di scalare tutte le vette del Colorado oltre i 4.000 metri. Aron era una persona solare e da vero amante della natura il 25 di aprile decise di avventurarsi nel parco Nazionale delle Cannyonlands, nello Utah. Una volta arrivato nel parco, zaino in spalla e armato di bicicletta, decise di intraprendere un sentiero di trekking. Per comprendere bene le ragioni delle scelte di Aron bisogna fare una piccola premessa: le persone come lui hanno bisogno di stare da soli con la natura e di staccare completamente da tutto e da tutti. Ragion per cui Aron decise di non portare con se il cellulare e soprattutto non disse a nessuno, nemmeno ai familiari, la sua destinazione. Di certo questi momenti di pura solitudine sono fondamentali per poter ampliare la visione personale che si ha di se stessi e del mondo, ma si sa, al destino non manca di certo l’ironia e di li a poche ore il suo modo di vedere se stesso e di concepire la realtà sarebbero radicalmente cambiate per sempre, ma non per le ragioni da lui desiderate. Il nostro impavido protagonista proseguì per qualche chilometro in bici e una volta arrivato al Blue John Canyon lasciò le due ruote per continuare a piedi. Andava tutto come programmato e stando alle sue parole era una giornata bellissima, cosa poteva andare storto? Mai parole e pensieri furono più errati. Infatti Aron mentre si muoveva in una stretta gola del Canyon fece un movimento sbagliato e cadde giù. Durante la sua caduta una grossa roccia si staccò dalla parete e gli piombò proprio sul braccio. Mano e polso vennero schiacciati dal masso che pesava più di 80 kili. Nonostante i ripetuti tentativi non c’era verso di liberare l’arto. Il povero Aron era completamente bloccato in quello spazio ristretto e quel giorno durante il tramonto, mentre il sole calava bagnando con i suoi ultimi raggi le formazioni rocciose e accendeva le caverne di un colore rosso intenso, di sottofondo Aron a squarciagola urlava per il dolore e la disperazione, ma quelle urla nessuno le ascolterà mai. Aron cercò in tutti i modi di liberarsi da quel peso. Strattonava, tirava, sfregava, spingeva in ogni direzione possibile ma tutto fu inutile. Dentro lo zaino aveva una borraccia piena d’acqua, una videocamera e un coltellino con la quale inizialmente cercò di fare a pezzi la roccia riuscendo però solo a scalfirla. Più passavano le ore e più la roccia sembrava fondersi con il braccio e il suo braccio al resto del canyon, insomma non c’era via di uscita.

Stanco, al freddo ma ancora con la mente lucida capì che la sua unica speranza era che qualcuno, per pura casualità, lo trovasse. Quindi iniziò a razionare cibo e acqua per sopravvivere il più a lungo possibile. Ogni giorno si riprendeva con la videocamera come testimonianza di ciò che potevano essere i suoi ultimi momenti e i suoi ultimi pensieri. Nei filmati parlava con sua famiglia, ricordava la sua ex fidanzata, i suoi amici e sua sorella che stava per sposarsi. Alla fine di ogni video  con gli occhi rossi e gonfi chiedeva a chi trovasse questi filmati di portarli ai suoi familiari nel Colorado. Aron riuscì a sopravvivere per 5 lunghi e agonizzanti giorni, quando finì l’acqua bevve anche la sua stessa urina. Dopo 127 ore era ormai consapevole che nessuno sarebbe mai passato di lì e si rassegnò alla morte così tanto che intaglio sulla roccia la scritta “Aron Ralston, RIP 1975-2003” e decise di farla finita tagliandosi le vene per morire dissanguato, voleva solo porre fine a quest’ultimo orribile capitolo della sua vita. Proprio quando era pronto a tagliarsi le vene accade qualcosa… Sulla rassegnazione, sulla tristezza e su ogni pensiero negativo prevalse l’istinto di sopravvivenza e come una belva selvaggia capace di qualunque atto pur di sfuggire alla morte, all’improvviso  fece quello che la sua mente razionale non gli avrebbe mai permesso di fare: decise di tagliarsi il braccio. Capì che era quella la soluzione. L’unica rimasta. Fece i dovuti preparativi quindi ingegnosamente prese il tubo di gomma che usava per bere acqua e se lo legò attorno al braccio usandolo come laccio emostatico, prese il coltellino e a quel punto dopo un respiro profondo spinto da quella forza mistica che si trova dentro ogni creatura di questo mondo Aron iniziò a tagliarsi il braccio. Pelle, tendini, nervi, muscoli e legamenti… Spinto da continue scariche di adrenalina tagliava senza sosta ciò che non considerava più parte di se. Una volta raggiunto l’osso fece leva con tutte le sue forze sulla roccia stessa fino a spezzarlo. Probabilmente mai nessun’altra persona fu così felice di rompersi il braccio, a quel punto dovette tirare e tagliare l’ultimo pezzo di carne che lo legava a quella trappola mortale. Quando fu libero era così contento che si fece anche una foto con la videocamera. Incredulo, emozionato ma soprattutto vivo, uscì da quella voragine, ma la lotta per la sopravvivenza non era ancora finita. Uscito da quella che credeva la sua tomba di roccia, camminò per 12 chilometri fino a imbattersi con una famiglia di turisti olandesi. Insieme a loro aspettò l’elicottero che l’avrebbe portato in ospedale. Oggi Aron è così, la sua impresa e la sua lotta sono state immortalate in diversi film e libri. Senz’altro è stata una testimonianza cruda di ciò che si è in grado di fare pur di sopravvivere.

[FINE PARTE 1]

 

 
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Pubblicato da su 23 novembre 2015 in Casi macabri e misteriosi

 

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UFO in Turchia – Inquietanti primi piani

UFO in Turchia – Inquietanti primi piani

24 giugno 1947. L’aviatore statunitense Kenneth Arnold stava svolgendo un’attività di ricerca di un velivolo militare andato disperso, quando osservò nove insoliti oggetti volanti volare in schieramento vicino al Monte Rainier. Questi oggetti verranno descritti dallo stesso Kenneth come luci intermittenti che sembravano riflettere i raggi del Sole, il loro procedere era “irregolare” e volavano ad una velocità molto elevata. Questo fu niente meno che il primo avvisamento UFO ampiamente pubblicizzato dagli Stati Uniti che diede origine al termine popolare “disco volante”. Dopo tale evento gli avvistamenti UFO si moltiplicarono esponenzialmente dapprima negli Stati Uniti e poi in tutto il mondo. Ad oggi se ne contano a migliaia ma la maggiorparte di essi sono stati classificati come fenomeni naturali o bufale. Eppure esistono degli avvistamenti a cui, nonostante numerosi studi, persino la comunità scientifica non ha saputo dare spiegazione.

Uno di questi straordinari avvistamenti ha avuto origine a Kumburgaz, una località turca, tra gli anni 2007 e 2009. La Turchia ha una lunga storia che riguardano fenomeni aerei inspiegabili ed è considerata da molti ufologi un punto caldo, ma tra tutti gli avvistamenti avvenuti in questo paese, spicca quello di Yalcin Yalman, una guardia notturna che operava vicino alla costa. Durante il suo servizio di ronda ha registrato diversi video in cui vengono mostrati strani oggetti che apparivano sempre al sorgere del sole sopra il Mar di Marmara. Tuttavia la singolarità di questi avvistamenti è che sono stati tutti ripresi con una macchina fotografica ad altissima risoluzione che aveva un adattatore per i primi piani di 200X ottico, riuscendo così a raggiungere una grande quantità di dettagli degli oggetti. Il primo video è stato girato il 20 giugno del 2007 e per diversi giorni, fino al 31 agosto, durante quel periodo furono filmati oggetti volanti misteriosi compiere strane manovre sul mare. La stessa cosa accadde nel 2008 e 2009, gli oggetti rimangono non identificati e nessuno era in grado di fornire una spiegazione. Come avete potuto già capire, questi avvistamenti hanno dello straordinario e non comprendono il classico video di un oggetto sfuggente girato a bassissima risoluzione. Inizialmente si credeva che l’oggetto avvistato non era nient’altro che una nave da crociera all’orizzonte, questo perché le riprese di notte non delineavano in modo chiaro le linee del mare, ci si dovette ricredere però quando arrivarono nei giorni successivi le prime riprese di giorno. Con l’avanzare del tempo furono molti i residenti che dichiararono di vedere oggetti metallici di forma ovale o discoidali a volte accompagnati da strane luci arancioni che aleggiavano in maniera molto strana nel cielo. Tutto ciò cominciò a far scalpore prima in Turchia e poi negli altri paesi, così si aprì un grande dibattito tra i membri della comunità scientifica turca. Al giorno d’oggi sono molte le persone che con pochi mezzi riescono a realizzare video apparentemente reali di UFO, dunque questi avvenimenti vengono sempre accolti con ampio scetticismo. I video di Yalcin vennero analizzati dal TUBITAK, il consiglio nazionale per lo studio della scienza e della tecnologia, convinto di poter dimostrare che si trattava dell’ennesima bufala. Una volta concluse le analisi, fu dato il seguente rapporto ufficiale:

Gli oggetti osservati sulle immagini hanno una struttura fatta di un materiale specifico e non ci risulta che ci sia un qualche tipo di manomissione dei video o un qualche tipo di effetti speciali utilizzati per la simulazione in uno studio per effetti grafici. Quindi la conclusione è che le osservazioni non risultano appartenere ad un modellino giocattolo o una frode … questi oggetti osservati hanno una struttura fisica e sono realizzati con materiali che non appartengono a nessuna categoria a noi conosciuta adattandosi soprattutto alla categoria UFO

Nei mesi successivi vennero eseguite altre analisi da specialisti di montaggio video e immagini, e aziende che si occupano di effetti speciali provenienti da tutto il mondo. Un video che in particolare venne analizzato fu quello che riprendeva l’UFO al sorgere del sole e che per la prima volta determinò la posizione precisa dell’oggetto. Per una ragione sconosciuta quando l’UFO viene colpito dai primi raggi di sole, diventa da quello che era un oggetto metallico a semplicemente quattro luci rosse pulsanti e quando si combinano queste luci alla forma metallica, le due forme combaciano perfettamente. Nessuno riusciva a capire la vera natura del velivolo e tutti giungevano alla stessa conclusione del TUBITAK. Ad oggi ancora nessuno è stato in grado di dimostrare che le registrazioni sono frutto di trucchi o qualche tipo di manipolazione, pertanto il dibattito si è concentrato più sulla natura e l’origine degli oggetti ripresi da Yalcin Yalman. I video della guardia notturna sono facilmente reperibili in internet e la prima cosa che si nota è il lavoro che ha svolto l’uomo durante le riprese. Ha fatto il possibile per riuscire a mettere sempre a fuoco e lo si può notare dall’immagine dello zoom che diventa scura e chiara a seconda delle impostazioni di luce. La cosa più impressionante però sono i potenti primi piani dell’oggetto in cui si possono notare dettagli alquanto inquietanti. Diversi minuti dei video sono concentrati principalmente nella zona centrale dell’oggetto, che è dove, secondo molte persone che hanno analizzato quei fotogrammi, c’era “qualcuno”, successivamente interpretato come gli occupanti del velivolo. Secondo diverse analisi, nel centro dell’oggetto era presente un qualche tipo di apertura, a volte chiusa e altre aperta, dove è stato possibile intravedere delle “teste”, che corrisponderebbero agli occupanti. Analizzando fotogramma per fotogramma si riescono ad intravedere delle figure non statiche dalle fattezze umanoidi, con rispettive teste, occhi neri abbastanza grandi e un piccolo tronco, rispetto alla grandezza della testa. Nel primo fotogramma la figura comincia ad alzare la testa. Nel secondo, ha la testa dritta come se stesse guardando in avanti. Nel terzo mantiene la sua posizione. Infine, nel quarto fotogramma, ritorna alla sua posizione originale. Esistono altri fotogrammi che supportano l’ipotesi che la figura è davvero nella registrazione e non è frutto di giochi di luci e sfumature o di una cattiva interpretazione di un qualsiasi altro elemento. Questa figura umanoide è in costante movimento e andando avanti con le indagini si scopre che esiste un’altra figura oltre a quella in movimento. In questa immagine si può chiaramente vederene una seconda con le stesse proporzioni dell’altra e in una posizione leggermente inclinata verso il basso. Sono chiaramente visibili la forma della testa e due occhi scuri, di forma assolutamente simmetrica. Ma qualcos’altro si muove in primo piano… Una terza figura. Questa ha caratteristiche diverse da quelle precedenti. In concreto, si tratta di una silhouette con un aspetto “insettoide”. Ha un colore marrone, la testa non è così grande come quella dei precedenti ed è di forma triangolare. Ha due occhi molto scuri e grandi situati ai lati della testa. Sembra avere un collo lungo e un corpo molto sottile e da diversi fotogrammi è possibile distinguere le braccia che si estendono. La sua posizione all’interno della scena è di profilo orientata verso il lato sinistro dell’immagine, il suo corpo rimane inclinato o curvo. Le tre figure si muovono in modo estremamente veloce, come se il video venisse riprodotto alla velocità massima. Solo abbassando la velocità di riproduzione è possibile cominciare a individuare questi esseri e i loro movimenti. Infatti, la sequenza in cui la figura centrale alza la testa accade in solo un ottavo di secondo. Uno dei dettagli controversi del caso è che, secondo la dichiarazione del testimone, nella parte superiore, dove sono stati visti i presunti occupanti, ci sarebbe una specie di finestra o portello. Solo quando questa finestra era aperta è stato possibile vedere le figure, mentre quando era chiusa erano ben visibili i rilievi dell’apertura.

Dopo la comparsa di queste immagini su internet la gente ha cominciato a chiedersi cosa siano quelle figure e cosa stanno facendo e perché si muovono così velocemente. Le tre figure infatti sembrano interagire tra di loro. Apparentemente, sono occupati in qualche azione concreta, situata in particolare nella metà inferiore della scena, in quanto i tre esseri sembrano guardare verso il basso. In particolare la figura “insettoide” sposta le braccia ripetutamente verso questa zona dell’immagine. Le tre figure sembrano manipolare qualcosa nella zona menzionata. Si possono notare quelle che sembrano essere delle mani e dopo qualche analisi si cominciarono a fare delle speculazioni inquietanti su quello che questi tre esseri stanno facendo. Nella metà inferiore della sequenza di immagini è possibile notare un’altra figura sdraiata di cui si possono chiaramente distinguere i lineamenti facciali dalle fattezze umane. Un segmento del video composto da due fotogrammi consecutivi mostra dei movimenti nella zona dove si trovano le mani delle figure centrali. Sebbene la qualità del video sia molto bassa, è possibile vedere che le teste dei due esseri rimangono immobili, mentre si può osservare del movimento nella zona in cui si trovano le mani e la figura sdraiata. La conclusione che molti trarranno dopo aver visto queste sequenze è facile, secondo voi qual’è la più plausibile?

 
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Pubblicato da su 16 novembre 2015 in Contatti exraterrestri

 

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Casa Matusita – La casa più infestata del mondo

Casa Matusita – La casa più infestata del mondo

Esistono molte leggende metropolitane che raccontano macabri eventi riguardanti case abbandonate e disabitate. Vicende che si vestono di mistero a causa di testimoni i quali affermano di aver visto ombre dietro le finestre, sentito urla terrificanti o nel peggiore dei casi addirittura visto fantasmi vagare per i corridoi o nelle stanze della residenza. Esiste un luogo in Perù noto per tutte queste vicende e quella che vi stiamo per raccontare è una delle leggende più note di tutto il Sud America, ossia la storia della casa Matusita, un’abitazione nel cuore di Lima che ancora oggi terrorizza gli abitanti della città al solo sentirne parlare. L’edificio prende il nome da un ex negozio che si trovava al pian terreno il quale si chiamava appunto Matusita. È composto da due piani, al primo si trovano gli uffici di una banca, mentre il secondo piano risulta inabitato, ed è proprio qui che molti residenti affermano di assistere ogni giorno a inquietanti fenomeni paranormali. Le persone che abitano nelle vicinanze credono che questi eventi siano prodotti dai crimini violenti e sanguinosi avvenuti proprio in quella casa nel corso della storia e ciò l’avrebbe resa non solo stregata, ma anche maledetta. Molti scettici d’altro canto ritengono che le voci riguardo fantasmi siano state create durante la Guerra Fredda dai membri dell’ex ambasciata degli Stati Uniti, posta proprio di fianco alla Casa Matusita, per evitare che qualsiasi governo o entità nemica si insediasse in quella casa per poter spiare all’interno dell’ambasciata.

Mentre un mito può avere molteplici ragioni per la sua origine, per molti scettici è precisamente la posizione della Casa Matusita che ha scaturito le numerose storie che aleggiano su di essa e che spaventano gli abitanti di Lima. Difatti la casa si trova all’incrocio tra Avenida Garcilaso de la Vega  (una delle vie più importanti delle città) e corso Spagna, proprio dove in tempi antichi, secondo le cronache e le mappe di quei tempi, vi era un’area dedita al culto religioso. Quando Lima era ancora una colonia, proprio in quel punto sorgeva un muro per la difesa militare della capitale che serviva per separare i cittadini tra spagnoli, indiani e schiavi. Questo però non è tutto. Nel 1860 venne costruito, proprio di fronte a Casa Matusita, il Panòptico de Lima, ossia il carcere principale della città, tenuto attivo fino al 1970. Nel corso dei suoi oltre 100 anni di attività questo carcere ospitò criminali provenienti da tutto il mondo, inoltre si dice che tanto la Casa Matusita quanto gli edifici intorno, servirono come centri di interrogatorio e tortura per i carcerati nel periodo della Guerra del Pacifico tra il 1879 e il 1884. Nonostante tutto ciò, sono due le origini più popolari che avrebbero reso Casa Matusita un edificio stregato, entrambe riguardano crimini di sangue, uno legato alla passione, l’altro alla vendetta e alla giustizia. Di questi due avvenimenti non si conosce la data certa, ma presumibilmente hanno avuto origine agli inizi del XX secolo.

  • TRAGEDIA ORIENTALE

C’era un tempo in cui la Casa Matusita era abitata da un uomo di origine giapponese, sua moglie e i suoi due figli. Un giorno, tornato a casa dal lavoro, trovò la moglie a letto con un altro uomo e scioccato da tale scena, prese un coltello e rapidamente accoltellò la moglie e l’altra persona ponendo immediatamente fine alla loro vita. Tuttavia questi non furono gli unici omicidi commessi poiché il marito, ormai disperato e non sapendo cosa fare con i resti dei corpi, attese l’arrivo dei figli da scuola e una volta arrivati uccise anche loro a coltellate. Infine, imprigionato nella propria follia, l’uomo decise di praticare il Seppuku, ossia un rituale giapponese che prevede il suicidio. Quel giorno ben cinque vite furono spezzate in modo atroce all’interno di Casa Matusita.

  • L’ULTIMO PRANZO

In un periodo imprecisato agli inizi del XX secolo la Casa Matusita era abitata da uomo malvagio che maltrattava i suoi servitori. Un giorno, quando questo proprietario invitò a pranzo alcuni parenti, i servitori decisero di vendicarsi in un modo abbastanza subdolo. Negli alimenti desinati al sontuoso banchetto organizzato venne messa una sostanza allucinogena non letale, ma che provoca seri disturbi mentali. Dopo aver servito i piatti, i servi aspettarono in cucina che la sostanza facesse il suo effetto quando improvvisamente cominciarono a sentire strani rumori e forti urla provenire dalla sala da pranzo. Credendo poi che l’effetto fosse finito, i servitori tornarono, ma quando aprirono la porta si trovarono dinnanzi una scena a dir poco raccapricciante. C’erano vetri frantumati ovunque, sangue sulle pareti, corpi accasciati sul tavolo e sul pavimento. Tutti gli ospiti compreso il padrone di casa morirono di una morte tragica, sanguinosa e orribile. I servi, vedendo quella scena, si sconvolsero talmente tanto che finirono i loro giorni nell’ospedale della capitale.

La cosa curiosa di queste due versioni è che a causa dell’oltraggiosa violenza di questi crimini, ci si aspetterebbe di trovarli registrati da qualche parte in città, tuttavia non vi è alcuna traccia che nella Casa Matusita o in qualsiasi altra si siano effettuati questi efferati omicidi e ciò ha portato a credere che tutte queste storie facciano parte dell’immaginario collettivo. D’altro canto, la Casa Matusita non è solo circondata da leggende, ma anche da vittime. In più di un occasione molti sostengono che diversi personaggi sono entrati nella casa per conto proprio al fine di sperimentare quegli strani fenomeni di cui si vociferava tanto. Uno dei primi a entrare fu un sacerdote che andò nel secondo piano con l’intento di esorcizzare i demoni presenti. Tuttavia il parroco non poté compiere la sua missione. Secondo alcune storie gli venne un attacco di panico che lo portò alla morte, altri affermano di aver udito molteplici grida di persone differenti provenire dalla casa mentre il parroco era dentro, dopodiché lo videro uscire urlando, lanciando insulti e sputando bava dalla bocca. Secondo molte testimonianze da parte di chi ha assistito alla scena, una volta che il parroco aveva abbandonato la casa, si poteva intravedere una figura di un monaco in piedi dietro una finestra.

Un altro dei casi più noti è quello di Humberto Vera Vilchez, un conduttore televisivo che alla fine degli anni sessanta per una scommessa decise di trascorrere sette notti all’interno della casa. Humberto entrò munito solo di una videocamera, ma come con il parroco, non passo solo che qualche ora quando uscì dalla casa in preda a grida di terrore sputando bava dalla bocca. Humberto subì gravi complicazioni psicologiche e fu posto in un istituto psichiatrico per un periodo di tredici mesi nel quale nessuno seppe più nulla di lui. Fino ad oggi, nonostante Casa Matusita sia molto vecchia e affondi le sue origini all’interno della mentalità popolare di Lima, è stato fatto molto poco per scoprire e far conoscere il vero mistero che aleggia intorno a questa struttura. Nessuno si è mai preso la briga di effettuare un qualche studio serio, né i mezzi di comunicazione, né i ricercatori indipendenti. Di certo la cosa più strana è che chiunque a Lima chieda dove si trovi quella casa, incappa in uno sguardo spaventato e attonito e molte sono le persone che fissandola si chiedono se sarebbero in grado di trascorrere una notte tra quelle stanze del secondo piano…

 
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Pubblicato da su 9 novembre 2015 in Maledizioni

 

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Peste Nera – L’inferno sulla Terra

Peste Nera – L’inferno sulla Terra

La Prima guerra mondiale ha causato un numero di morti fra militari e civili di 20 milioni. La Seconda guerra mondiale ha fatto un numero di vittime totali di circa 60 milioni di persone. La peste nera fra il 1347 e il 1353 è stata la causa di più di 70 milioni di morti in tutto l’allora mondo conosciuto. Nota anche come morte nera, quest’epidemia si è diffusa nel XIV secolo a partire dall’Asia arrivando nei porti commerciali d’Europa e in breve tempo sterminò circa il 35% della popolazione del vecchio continente. In questo periodo storico in Europa e soprattutto nelle città commerciali d’Italia vi era un commercio molto sviluppato con i popoli dell’Asia. Molti storici ancora oggi discutono su dove precisamente ebbe l’origine questa pandemia, alcuni ritengono dal nord dell’India. Di fatto però le prime testimonianze scritte di questo male vennero trovate presso le comunità cristiane che abitavano il lago di Ysykköl, nell’attuale Kirghizistan, nel 1338. Quindi a partire da qualche luogo sperduto dell’Asia Centrale la peste iniziò a diffondersi attraverso i percorsi commerciali e proprio come la morte che cavalca il suo cavallo portatore di tenebre e orrore, arrivò fino ai confini dei domini mongoli bussando alle porte dell’Europa un decennio dopo. Infatti nel 1346 presso la città di Caffa, che ai tempi era una delle colonie genovesi più importanti del Mar Nero, iniziò una delle prime guerre batteriologiche della storia in quanto la cosiddetta Orda D’Oro, guidata da Ganī Bek, assediava questa città e pur di conquistarla ad un certo punto gettò addirittura i cadaveri delle persone morte di peste con le catapulte oltre le mura della città allo scopo di ammalare i cittadini e farli fuggire. In poco tempo la peste s’introdusse nelle venature delle reti commerciali genovesi, quindi si diffuse in tutte le città del Mediterraneo e in particolare arrivò in Italia nei porti di Genova, Venezia e Messina. La rapidità con cui quest’epidemia si diffonderà a partire dal 1347 e la forza con cui flagellerà tutta l’Europa, seppur ad intermittenza per diversi secoli, sarà veramente inaudita.

  • I SINTOMI DELLA PESTE

Pensate che solo nel 1894, durante un’epidemia a Hong Kong, si è scoperto il bacillo della peste. Alexandre E.J. Yersin, un medico svizzero, riuscì a isolare il bacillo Yersinia Pestis mettendo a punto un siero. Questo agente patogeno si annida nei roditori in particolare nei ratti dato che essi ospitano i Xenopsylla Cheopis ovvero le pulci del ratto. Quindi questo bacillo viene trasmesso da ratto a ratto e da ratto a uomo tramite le pulci. La peste si può manifestare in tre modi con diversi sintomi: la bubbonica, la polmonare e la setticemia. La prima è la più comune e viene trasmessa direttamente dalla pulce all’uomo dopo 2 o 3 giorni dalla puntura, inizia in modo brusco con febbre alta, vomito, nausea,diarrea, bava, vesciche e tumefazione dei linfonodi adiacenti all’area della puntura con bubboni di colore blu tendente al nero e di circa 4 o 5 centimetri di diametro; viene chiamata in questo modo proprio perché il principale segno caratteristico è il bubbone ovoidale che si sviluppa normalmente nella regione dell’inguine, nelle ascelle e sul collo. Non curata ha un tasso di mortalità di circa il 60%. La peste polmonare invece si diffonde da persona a persona. Può accadere infatti che in alcuni casi i bacilli creino delle metastasi nei polmoni, causando la peste polmonare i cui sintomi sono quelli di una gravissima polmonite, con tosse, febbre e difficoltà respiratorie  gravi. La vittima tossisce e sputa sangue così il virus si diffonde per via aerea. Questa forma è terribilmente letale, non curata raggiunge un tasso di mortalità prossimo al 90%. Ma la più letale di tutte è la peste setticemica perché non dà scampo. Il bacillo delle peste entra direttamente nel sangue creando condizioni di gravissima tossicità. Quando si instaura l’infezione setticemica non sono presenti bubboni o sintomi polmonari, il malato presenta invece forti disturbi di diarrea, sindrome emorragica grave, ipertermia, delirio, allucinazioni e manifestazioni di demenza. La morte può avvenire nel giro di poche ore dai primi sintomi portando l’infetto inesorabilmente al collasso cardiaco.

  • UN PAESAGGIO APOCALITTICO

Secondo le cronache dell’epoca in tutta Europa la gente moriva per le case, nei palazzi, per le strade, sulle navi in viaggio e nelle chiese in cerca di una salvezza divina. Dovunque l’occhio posasse il suo sguardo vi era presente il segno della morte e della desolazione. Morirono contadini e cittadini di ogni estrazione sociale. Morirono accattoni e miserabili così come re, giudici e vescovi. Morirono perfino i medici che tentavano di curarli. Le persone reagivano in modi diversi dinanzi all’incalzare della peste e i rapporti tra persone andarono imbarbarendosi, specialmente all’interno delle famiglie. I padri, di fronte ai figli ammalati si rifiutavano di restare vicino a loro e chi aveva il coraggio di avvicinarsi ai parenti ammalati, veniva colpito dal morbo egli stesso. Nelle città italiane diverse furono le testimonianze dirette giunte fino ad oggi di tale orrido spettacolo. A Firenze la testimonianza più celebre di questa catastrofe è quella del Boccaccio il quale attraverso il Decameron fece una descrizione cupa, lucida, distaccata e realistica della peste – vista come un fenomeno non solo di corruzione fisica ma di disgregazione morale e sociale. Egli stesso subì delle perdite importanti a causa di questa terribile epidemia, infatti la peste causò la morte di molti dei suoi amici e familiari, in particolare quella di suo padre e la sua matrigna. Venezia prima del 1347 vantava insieme a Parigi una popolazione di oltre 100.000 abitanti e pensate che in poco più di 18 mesi morirono di peste i tre quinti dei veneziani, tanto che vennero incaricati degli addetti affinché passassero per le strade e nelle case a raccogliere i moribondi per essere trasportati presso i monasteri di San Leonardo in Fossa mala e San Marco in Boccalama dove i corpi degli sciagurati venivano seppelliti in grandi fosse comuni, ma quando la situazione divenne ancor più critica venne utilizzata anche l’isola di Sant’Erasmo e la località di San Martino De Strata. A Parigi, durante la fase più acuta della peste nera, morivano dalle ottocento alle mille persone al giorno. Morivano perfino i gatti e gli animali domestici quali polli, conigli e uccellini.

La medicina del tempo era impotente di fronte alla peste dato che non conoscevano le cause. I medici credevano che la salute era condizionata dall’equilibrio nel corpo umano dei suoi quattro elementi costitutivi e si pensava che la peste si trovasse nell’aria. Così i medici del tempo iniziarono ad utilizzare una maschera simile alla testa di un pellicano. Nel lungo becco venivano poste erbe profumate che avrebbero dovuto contrastare gli effetti dei miasmi. Successivamente l’indumento è stato arricchito di altri particolari da Charles de Lorme nel XVI secolo e reso purtroppo famoso durante la peste del 1630 a Venezia. Infatti Charles, ispirandosi alle armature dei soldati, aggiunse anche una tunica cerata lunga, dei guanti per non entrare in contatto diretto e un bastone per poter sollevare le coperte dei malati. Quindi negli anni della peste nera, come degli uccelli del malaugurio, gli uomini di scienza vagavano per le strade con un aspetto cupo e inquietante. Nell’immaginario comune il fallimento della scienza rafforzava la convinzione di trovarsi di fronte a qualcosa di divino e, come tale, inaffrontabile. Man mano che si dimostrava l’inefficacia di ogni metodo per scongiurare il diffondersi dell’epidemia, aumentava al contrario a dismisura l’insicurezza delle persone, cimentando in tal modo una certezza: nulla di concreto si poteva contro la peste I sintomi terrificanti con cui si manifestava la pestilenza contribuirono in maniera determinante a destabilizzare l’equilibrio mentale della società  del tempo, infatti, in questo panorama surreale e apocalittico il popolo in preda all’isteria religiosa credeva che questo male fosse stato causato dagli uomini stessi che avevano provocato l’ira di Dio su tutta l’Europa. Alcuni cercarono di placare l’ira divina attraverso metodi non convenzionali. La confraternita dei flagellanti durante la peste nera crebbe in maniera vertiginosa sfiorando il milione di aderenti. Questo movimento aveva delle regole molto rigide che proibivano di parlare con le donne, di lavarsi o di cambiarsi d’abito. I membri dovevano flagellarsi due volte al giorno, quindi con una croce sulle spalle e un cappuccio in testa si riversavano nelle strade e si flagellavano fino allo svenimento cercando di pagare con sofferenza tutti i mali dell’umanità. I flagellanti iniziarono ad additare le istituzioni religiose come una delle responsabili di questo castigo divino a causa della corruzione e dell’avarizia, così la chiesa comincio a perseguitarli e il movimento venne sciolto. Ben presto però venne trovato un altro capro espiatorio come causa di questa pandemia: gli ebrei i quali vennero accusati di avvelenare i pozzi. Secondo molti furono la causa principale della peste perché usurai e non riconoscevano Cristo come figlio del Creatore, quindi offendevano Dio e i valori cristiani. Quest’etnia fu duramente perseguitata, i suoi membri in preda ad atroci torture confessarono di essere i responsabili di tutto, quindi migliaia di ebrei vennero giustiziati a fil di spada o bruciati nei roghi delle piazze. Solo l’intervento di papa Clemente VI riuscì a placare l’ira del popolo. Persone infette che vagavano disdegnate anche dai propri familiari, corpi senza vita accatastati come spazzatura nelle strade, persone che si flagellavano senza sosta pregando nel perdono divino mentre altre venivano arse vive, il tutto immerso in un sottofondo di lamenti, lacrime e grida. In tutti gli aspetti questo è stato il trionfo della morte. Senz’altro la fine del mondo non è mai stata così vicina come nel 1348.

Come ogni storia di Halloween che si rispetti vogliamo finire raccontarvi una breve storia.

In un paese imprecisato e in un tempo lontano e indefinito, una terribile epidemia si diffonde, portando morte e devastazione. Il principe Prospero è però convinto che la sua ricchezza e il suo potere lo rendano invulnerabile. Si rinchiude quindi in un sontuoso castello con una compagnia di mille amici scelti, sicuro di essere più forte del male. Ma la morte è ovunque e giunge inaspettata anche all’interno di quello splendido rifugio, proprio quando maggiormente serena e gioiosa sembra essere la festa. A mezzanotte quando iniziano i dodici rintocchi di questa festa speciale, fece la sua comparsa una figura tetra che causò prima disgusto e poi orrore puro. La figura era avvolta nel funebre lenzuolo della tomba dalla testa ai piedi. La maschera che nascondeva il volto era oltremodo simile alle fattezze  di un cadavere, quella maschera s’era spinta tanto oltre da assumere l’immagine propria della Morte Rossa. Il costume era chiazzato di sangue, l’ampia fronte e i lineamenti del volto erano spruzzati di quell’orrore scarlatto. Quando lo sguardo del principe Prospero cadde su quell’immagine spettrale un brivido violento lo assalì, fosse terrore o disgusto; ma, dopo un istante, la fronte gli si arrossò di furore. “Chi osa?” domandò roco ai cortigiani che gli stavano dappresso, “Chi osa insultarci con tale beffa blasfema? Prendetelo, strappategli la maschera affinché possiamo sapere chi faremo impiccare sugli spalti, al levar del sole!”

Il principe Prospero, folle di rabbia e di vergogna per la propria momentanea codardia, attraversò di gran furia le stanze in direzione dell’intruso, ma nessuno osò seguirlo, poiché un mortale terrore si era impadronito di tutti. Il principe levava alta la spada sguainata e con veloce impeto aveva ormai raggiunto la figura, quando a un certo punto trovandosi faccia faccia con la Morte Rossa udì un alto urlo che echeggio in tutte le stanze e nei cuori dei presenti, poi sfavillando, la spada cadde sul tappeto color tenebra, sul quale, dopo un attimo, cadde anche il principe Prospero, prostrato nella morte. Nel furore della disperazione, una folla si precipitò verso l’intruso e stese le mani sull’alta figura mascherata dritta e immobile all’ombra del pendolo d’ebano. La folla inorridita, senza fiato, scoprì che le funebri bende e la maschera cadaverica erano deserte di qualsiasi forma tangibile. Così si seppe che quella era la Morte Rossa, giunta come un ladro nella notte e ad una ad una caddero le maschere festose nelle sanguinose sale della festa e la vita di tutti i presenti si estinse con l’ultimo rintocco della mezzanotte. Il Buio, il disfacimento e La Morte Rossa dominarono indisturbati sopra ogni cosa. Edgar Allan Poe – La maschera della morte rossa.

 
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Pubblicato da su 2 novembre 2015 in Casi macabri e misteriosi

 

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