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Incidente di Chernobyl – Una città fantasma

13 Lug
Incidente di Chernobyl – Una città fantasma

Molti luoghi del nostro mondo una volta erano teatro di una vita tranquilla e normale, ma oggi per fatalità del destino o pura sfortuna si trovano abbandonati e dimenticati anche da chi una volta ci abitava. Uno di questi posti è l’Isola di Hashima.

Hashima è una piccola isola situata circa a 20 km dal porto di Niggasaki (Africa-cinese). Per via delle sue fortificazioni, costruite per proteggerla dai tifoni e dalle interperie, da lontano ha l’aspetto di un enorme corazzata. Infatti è nota dai giapponesi con il nome di Gunkanjima (ossia isola nave da guerra). La storia di quest’isola inizia nel 1810, anno in cui è stata trovata una miniera di carbone, e negli anni successivi venne acquistata della Mitsubishi corporation, da qui in poi ha avuto un espansione incredibile e pensate che nel suo periodo più produttivo ospitava più di 5.000 abitanti distribuiti su una superficie di 480 metri per 150 registrando all’epoca la densità di popolazione più alta della storia. Nel 1974 però finì il carbone e con esso finirono anche tutti i sogni dei suoi abitanti, i quali rimasti senza un lavoro dovettero abbandonare l’isola. Oggi Hashima è completamente disabitata e si presenta come un museo a cielo aperto degli anni 70 con edifici in rovina e le strade colme di detriti. Fino al 2009 era stata chiusa al pubblico e per via del suo aspetto macabro nacquero diverse leggende e racconti soprattutto per un dettaglio oscuro di quest’isola di cui non vi abbiamo ancora parlato. Hashima durante le guerre venne utilizzata come un campo di lavoro, infatti molti prigionieri soprattutto cinesi e coreani furono costretti a lavorare in condizioni disumane nelle miniere e quando non erano più in grado di lavorare venivano uccisi. Se siete interessati ad osservare con i vostri occhi quest’isola, poterete farlo con Google Maps.
Ora vi parleremo di uno degli eventi più catastrofici del XX secolo e di una città dimenticata da tutti tranne che da coloro che hanno vissuto sulla propria pelle le conseguenze terribili delle radiazioni. Venerdì 25 Aprile 1986. Era una giornata bella e soleggiata di primavera per gli abitanti della città di Pripyat ignari che da li a poche ore tutto ciò che conoscevano, la loro città,  i loro amici, la loro scuola, il loro posto di lavoro, insomma tutto, sarebbe scomparso per sempre. La centrale nucleare Vladimir Ilich Lenin di Chernobyl si trova a soli 3 km di distanza da Pripyat. L’impianto era stato costruito a partire dal 1970 ed era in costante sviluppo, infatti nel 1986 era composta da 4 reattori e la costruzione di altri 2 era in corso. Trattandosi della centrale nucleare più potente del mondo all’epoca, Pripyat era nota anche col nome di “città del futuro” e contava circa 50.000 abitanti, molti dei quali erano lavoratori della centrale nucleare e molti vi si trasverivano perché il tenore di vita era più elevato rispetto al resto delle città dell’allora Unione Sovietica. Nella notte fra il 25 e il 26 aprile nella centrale nucleare si faceva una simulazione che consisteva nel ridurre il livello di potenza elettrica nel reattore 4. Un esperimento controllato per verificare se, nel caso di un repentino calo elettrico, le turbine anche se decelerate erano in grado di erogare energia a sufficienza per continuare il raffreddamento dell’acqua del circuito principale di refrigerazione e quindi permettere al generatore diesel d’emergenza di mettersi in moto. Purtroppo, durante la simulazione vennero violati praticamente tutti i protocolli di sicurezza e le regole di buon senso, a questo si aggiunse anche l’inadeguata costruzione della struttura stessa e delle barre di controllo. All’1:23, a causa di diverse anomalie, il combustibile nucleare disintegrandosi entrò in contatto con l’acqua utilizzata per il raffreddamento del nocciolo del reattore. Ci fu una prima esplosione e pochi secondi più tardi una seconda esplosione potentissima che distrusse gran parte del reattore e fece saltare in aria il disco di copertura che chiudeva il nocciolo pesante oltre mille tonnellate. Vennero lanciati frammenti di grafite e combustibile nucleare fuori dalla centrale portando le polveri radioattive nell’atmosfera e provocando una pesante contaminazione. Youri Korneev era l’unico superstite  che lavorava nel reattore 4 quella maledetta notte e disse che l’esplosione fu incredibile e nel cielo si spargeva una luce tanto brillante da bruciargli gli occhi. Successivamente scoppiò un incendio causato dalle temperature elevatissime e venne spento solo 13 giorni dopo. L’incidente venne classificato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica di livello 7, che corrisponde a quello più grave mai registrato nella storia. Per comprendere l’entità devastante dell’incidente basti pensare che le radiazioni emesse nell’atmosfera superavano di centina ia di volte quelle delle bombe sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Nelle ore successive iniziò l’operazione di contegno delle radiazioni e di evacuazione della popolazione delle città. A Pripyat il 27 di Aprile, dopo 36 ore dall’incidente, da Kiev arrivarono oltre 1.000 autobus per trasportare le persone ed evacuare la città, le autorità dicevano ai cittadini che non era nulla di grave e che si trattava di un trasferimento temporaneo, ma come sappiamo, molti di loro non rividero mai più la propria casa. Mentre i cittadini abbandonavano la città, s’incrementava l’afflusso in senso contrario di quelle persone che verranno ricordate come eroi: vigili del fuoco, medici, militari, operatori tecnici e volontari che da quel momento avrebbero delimitato un’area intorno alla centrale nucleare che verrà poi conosciuta come “Zona di esclusione di Chernobyl”. Questi eroi chiamati “Liquidatori”, con una protezione pressoché nulla, lottarono per più di 7 mesi contro un mostro invisibile capace di distruggere chiunque osasse avvicinarsi. I liquidatori avevano il compito di decontaminare le strade, gli edifici e le aree rurali circostanti che si trovavano nella zona di esclusione ma soprattutto si occuparono della costruzione del sarcofago per sigillare il reattore. Queste sono le immagini crude che testimoniano il loro coraggio. Dopo 8 mesi di inst ancabile lavoro i liquidatori costruirono attorno al reattore il sarcofago di cemento armato composto da oltre 7.000 tonnellate di acciaio e 400.000 metri cubi. Molti liquidatori negli anni seguenti avranno una morte lenta e dolorosa, tumori e leucemie e disabilità provocate da radiazioni . Questo è stato il triste destino per la maggior parte dei 600.000 liquidatori.

Oggi Pripyat non è accessibile a nessuno se non a coloro che hanno un permesso speciale e per poter uscire bisogna sottoporsi a procedure di decontaminazione. La città si presenta come lo scenario di un film post-apocalittico, una città fantasma, logorata dal tempo e soprattutto dalle radiazioni. Gli ospedali, le scuole, gli hotel, i ristoranti, tutto inghiottito dalla penombra e dalla natura, ma anche quest’ultima è stata radicalmente modificata. Questa fotografia scattata nel 1986 testimonia come il bosco che si estendeva vicino alla città, a causa delle polveri radioattive, assunse un colore rossastro e non si hanno ancora dei dati certi sulle mutazioni che potrebbero aver subito gli animali. Uno dei simboli che contraddistinguono la città è il parco divertimenti mai stato utilizzato perché doveva essere inaugurato il primo maggio del 1986 e rappresenta anche il luogo più radioattivo alla città a causa delle nubi radioattive spostate dal vento e depositate proprio li. Prypiat come una Pompei moderna è la testimonianza più cruda di una catastrofe preannunciata.

Si possono fare mille riflessioni su questa storia, forse quella più semplice ma anche quella più preziosa è che spesso ci dimentichiamo che la nostra esistenza si trova appesa ad un filo e dovremmo imparare ad apprezzare quel che si ha, anche se è poco perché da un momento all’altro tutto ciò che conosciamo potrebbe sparire per sempre.

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