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Archivio mensile:luglio 2015

The Hands Resist Him – Il quadro maledetto di eBay

The Hands Resist Him – Il quadro maledetto di eBay

Il sito di aste online eBay, da quando è stato fondato nel 1995 da Pierre Omidyar è diventato la più grande piattaforma di compravendita di oggetti online nel mondo. Ogni giorno infatti su questo sito si vendono migliaia di oggetti e probabilmente anche voi avete avuto l’occasione di usufruire dei suoi servizi. Alcuni degli articoli che si trovano in vendita però sono a dir poco bizzarri e verrebbe da chiedersi se siano più strampalati coloro che li mettono in vendita o coloro che li acquistano, tant’è che eBay ha dovuto cambiare le regole per non trovarsi più di fronte a questo tipo di cose: “ragazza vende verginità”, “vendo la mia anima”, “vendo il significato della vita (venduta per 3 dollari e 26 cents)”. Un altro esempio che su eBay esiste una parte macabra e morbosa è la vendita nel febbraio del 2007 della finestra dalla quale Lee Harvey Oswald sparò all’allora presidente degli Stati Uniti d’America John Fitzgerald Kennedy. La finestra è stata venduta per più 3 milioni di dollari. In questa parte strana di eBay potete trovare una miriade di articoli di questo tipo, ma nel 2000 fece il giro del mondo la vendita di un oggetto molto particolare, un oggetto che dopo molti anni avrebbe portato con se una storia terribile quanto inquietante….l’oggetto in questione è questo dipinto, intitolato “The hands resist him”, ossia “Le mani lo resistono”. Ad un primo sguardo il dipinto sembrerebbe raffigurare una semplice coppia di bambini davanti ad una porta, ma osservando più attentamente iniziamo ad accorgerci di particolari strani e più lo guardiamo più ci sembra tutto fuori posto. Ad esempio la bambina a sinistra in realtà è una bambola triste che si trova in piedi a cui sono stati cavati gli occhi e sembra avere in mano un oggetto strano. Il bambino invece presenta uno sguardo diretto e profondo a chi osserva il quadro, ma più lo guardiamo e meno ci sembra un bambino, ha un espressione da adulto e anche i suoi capelli sembra che stiano subendo una trasformazione. Questo però è solo l’inizio perché i particolari macabri si trovano dietro di loro, infatti possiamo osservare che ci sono tante mani in uno sfondo completamente nero. Queste mani disperate sembrano immerse in una notte molto buia con tanto di luna calante, mentre i protagonisti del quadro si trovano illuminati dalla luce solare, e più lo si analizza, più particolari inquietanti vengono a galla.

L’autore dell’opera è l’artista americano Bill Stoneham il quale racconta di averlo dipinto nel 1972 e due anni dopo nel 1974 fece la sua comparsa al pubblico per la prima volta presso la galleria d’arte “Feingarten” a Beverly Hills, Los Angeles dove fu acquistata da John Marley,  il quale è ricordato per aver interpretato Jack Woltz nel film Il Padrino. Forse era stata una macabra coincidenza o solo l’inizio di una lunga scia di fatti paranormali legati direttamente a questo quadro, ad ogni modo sia colui che fece la recensione del dipinto per il Los Angeles Times, ossia il critico d’arte Henry Seldis, sia il proprietario della galleria d’arte Charles Feingarten morirono qualche anno dopo essere entrati in contatto con esso. Seldis si suicidò nel 1978, mentre Feingarten morì nel 1981 e potete immaginare che cosa sia capitato al proprietario del dipinto. John Marley morì nel 1984 durante un intervento a cuore aperto. Probabilmente il quadro non piaceva alla famiglia di John Marley o forse c’era una motivazione più macabra, ma decisero di disfarsene abbandonandolo. 26 anni dopo questo maledetto oggetto riemerge dal buio assoluto.

Febbraio, 2000. Su eBay l’artico lo numero “251789217” fa scalpore fra gli internauti e in pochi giorni viene visitato da migliaia di persone. Questa è la descrizione originale che accompagnava il dipinto in vendita a partire da 199 dollari:

Quando siamo entrati in possesso di questo dipinto credevamo si trattasse di un eccellente opera d’arte. Lo trovammo abbandonato nel retro di una vecchia fabbrica di birra. Inizialmente ci eravamo chiesti quale fosse il motivo per cui avessero deciso di disfarsi di tale pezzo d’arte (ma ora, purtroppo, sappiamo con certezza il motivo). Una mattina la nostra figlia di 4 anni e mezzo ci disse che i ba mbini della pittura litigano e che entrano nella sua stanza durante le notti. Ora noi non siamo gente superstiziosa che crede negli UFO o a quelle teorie complotistiche, ma mio marito si era allarmato e decise di mettere nel nostro salotto, proprio di fronte al dipinto, una fotocamera con sensore di movimento durante la notte e dopo 3 notti sono state scattate queste immagini. Dopo aver visto l’ultima fotografia del bambino in cui sembra fuori dal dipinto, decidemmo che era arrivata l’ora di disfarcene. Attenzione: non fare offerte per questo dipinto se sei soggetto a disturbi da stress o se sei malato di cuore o se non hai familiarità con il paranormale. Se dopo tutto questo vuoi ancora fare un’offerta, i venditori sono esenti da ogni responsabilità per le vicende legate al quadro che potrebbero verificarsi durante o dopo la vendita.

Durante l’asta la persona che aveva messo il dipinto in vendita scrisse che iniziò a ricevere diverse mail dove le persone lamentavano dei malori psicofisici dopo aver guardato a lungo il quadro. In pochi giorni la notizia del quadro maledetto fa il giro del mondo e in modo proporzionale anche le offerte per aggiudicarsi il dipinto aumentarono fino a raggiungere la cifra di 1.025 dollari. Kim Smith, il proprietario di una galleria d’arte, riuscì a strappare il prezzo più alto e si aggiudicò il dipinto. Nei giorni successivi iniziarono a comparire nuove immagini del quadro, in particolare alcuni utenti notarono che nelle fotografie scattate di notte l’oggetto che tiene in mano la bambola sembra assumere le sembianze di una pistola puntata contro il ragazzo, ma questo è solo l’ultimo dettaglio macabro di tutta questa vicenda. Questa storia fece così scalpore che intervistarono anche l’autore del dipinto cercando di capire la sua vera natura. Stoneham, meravigliato da tutte queste storie, disse semplicemente che il quadro rappresenta se stesso all’età di 5 anni e che la porta è la raffigurazione della soglia che divide il mondo reale dal mondo dei sogni, mentre la bambola era la sua guida e che non aveva in mano una pistola ma una batteria rotta, inoltre durante l’intervista disse anche che non voleva in alcun modo creare niente di malefico tant’è che nel 2004, su richiesta, dipinse un seguito di tale dipinto chiamato “Resistance at the threshold” o in italiano “Resistenza sulla soglia”, che rappresenta se stesso all’età di 40 anni. Nel 2012 completò la sequenza con “Threshold of revelation”, “Soglia della rivelazione”. Se volete scoprire se si è trattato solo di una mossa astuta per cercare di vendere il quadro oppure se siete convinti che ci sia qualcosa di soprannaturale, potete andare nella città Grand Rapids nel Michigan ed entrare nella galleria chiamata Perception, lì vi troverete di fronte al dipinto originale e chissà che guardandolo dal vivo riuscirete a scorgere qualcosa di… Rivelatore.
Concludiamo raccontandovi una storia reale. Il 5 luglio del 1816 la nave francese di nome Medusè, diretta verso una colonia in Senegal, s’incagliò sul fondale sabbioso per negligenza del capitano. A bordo vi erano molti soldati e civili, quindi dopo la perdita della nave molte di quelle persone pur di salvarsi si ammassarono su una zattera di fortuna che andò alla deriva per parecchi giorni prima di essere salvata dalla Argus, ma ciò che accadde su quella zattera fu davvero terribile. Le persone ormai deteriorate sia fisicamente e soprattutto mentalmente dalla fame decisero di uccidere i più deboli e mangiare la loro carne. Delle 150 persone salite su quella zattera solo 13 sopravvisero. Il quadro che state osservando si chiama “La zattera della medusa” dipinto da Théodore Géricault e rappresenta questo tragico episodio di cannibalismo in mare, questo solo per dirvi che l’arte non deve raffigurare qualcosa di mistico o soprannaturale per farci paura, ma basta che rappresenti la cruda realtà dell’essere umano.

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Pubblicato da su 27 luglio 2015 in Maledizioni e possessioni

 

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SS Baychimo – La nave fantasma tra i ghiacci

SS Baychimo – La nave fantasma tra i ghiacci

Uno dei casi più bizzarri di nave fantasma mai registrati è sicuramente quello della SS Baychimo che ha in realtà superato la semplice denominazione di nave fantasma diventando uno dei misteri marittimi più grandi e duraturi del mondo moderno. La SS Baychimo era una nave a vapore composta da 1.322 tonnellate di acciaio. Ha iniziato la sua vita in Svezia dove venne costruita nel 1914. La sua carriera da nave da cargo è iniziata sotto il nome “Ångermanelfven” per conto di una compagnia di navigazione tedesca, dove ha trascorso anche qualche breve periodo come nave commerciale tra Amburgo e la Svezia, questo fino a quando scoppiò la prima guerra mondiale. Nel periodo successivo il conflitto, venne trasferita in Gran Bretagna come indennità di guerra per le perdite che i tedeschi avevano causato alla marina inglese. Qui fu ribattezzata SS Baychimo, acquistata dalla Hudson’s Bay Company e posizionata in Scozia dove prestò il suo servizio come nave cargo tra le coste inglesi e quelle del Canada. La nave doveva inoltre attraversare le gelide e pericolose acque dell’Artico perché venne in gran parte usata per il commercio delle pellicce con gli insediamenti Inuit. Il Baychimo e il suo equipaggio hanno sempre svolto egregiamente i loro compiti, sfidando le impervie condizioni meteo nei mari ghiacciati del nord, eseguendo anche un totale di nove viaggi da e verso l’Alaska, ma il primo ottobre del 1931 la fortuna per la nave e il suo equipaggio si esaurì. Il Baychimo stava effettuando un traporto di routine verso Vancouver con un carico di pellicce pregiate, tuttavia l’equipaggio non aveva tenuto in considerazione che quell’anno l’inverno era arrivato prima  del solito. La nave venne sballottata dalle gelide raffiche di vento, l’equipaggio era stremato da temperature di congelamento ma non si dettero per vinti e decisi di consegnare il prezioso carico a tutti i costi proseguirono la loro rotta verso la città canadese. All’improvviso una bufera di neve di abbatté su di loro portando con se pesanti e grosse lastre di ghiaccio che presto intrappolarono la nave e il suo equipaggio terrorizzato. Il Baychimo dunque venne stretto in una gabbia di ghiaccio senza possibilità di uscita mentre l’equi paggio non poteva far altro che guardare impotente.

Incapace di proseguire il viaggio e di fronte a un possibile affondamento, il capitano ordinò di abbandonare la nave dirigendosi a piedi verso la città di Barrow, solo che tra l’equipaggio e la città c’era circa un chilometro di infide lastre di ghiaccio da superare, ma con grande coraggio arrivarono sani e salvi in città, dove stazionarono per due giorni, dopodiché tornarono per controllare lo stato della loro nave abbandonata. Quando arrivarono, furono sorpresi di scoprire che il Baychimo si era liberato dal ghiaccio in loro assenza ed era andata alla deriva. L’equipaggio aspettò prima di poter recuperare la nave e costruirono un accampamento nelle vicinanze per poter tenere d’occhio il vascello, ma il cattivo tempo non stava dando tregua agli uomini e l’8 ottobre la nave si impiantò nuovamente nel ghiaccio. Questa volta però le lastre erano riluttanti a lasciare andare la nave che rimase intrappolata in questo carcere di ghiaccio ancora una volta. Il 15 ottobre, con la tormenta che continuava a flagellare il campo, intervenne la Hudson’s Bay Company inviando degli aerei con una squadra di salvataggio per recuperare dal loro accampamento l’equipaggio del Baychimo. Anche se 22 membri vennero tratti in salvo, il capitano e altri 14 membri si rifiutarono di seguire la squadra di salvataggio, essi non volevano perdere di vista la nave e il suo carico, dunque decisero di rimanere accampati sul ghiaccio nonostante la tempesta. Il 24 novembre una bufera di neve particolarmente feroce si abbatté sull’equipaggio rimasto e la visibilità si era ridotta praticamente a zero, dunque gli uomini persero completamente di vista la nave in mezzo a quelle raffiche di neve. Il giorno successivo il Baychimo era svanito nel nulla. Considerata la gravità della tempesta il capitano pensò che la nave fosse affondata nel buio delle profondità glaciali, dunque con il suo equipaggio decise di ritornare alla civiltà.

Immaginate la sorpresa dell’equipaggio quando, una settimana dopo, un cacciatore di foche Inuit disse di aver visto la nave galleggiare nei dintorni pochi giorni prima a circa 45 chilometri da dove era rimasta intrappolata l’ultima volta. L’equipaggio eccitato racimolò le proprie cose e si diress sul luogo per vedere se poteva recuperare la nave perduta. Quel giorno la fortuna era dalla loro parte, infatti riuscirono a rintracciare il Baychimo esattamente dove il cacciatore aveva detto che sarebbe stato e si imbarcarono entusiasti. La nave però era gravemente danneggiata ed era alquanto improbabile che potesse navigare ancora per tutto l’inverno. Per paura che potesse affondare di li a poco, l’equipaggio recuperò alcune delle pellicce più pregiate e se ne andò abbandonando per sempre la nave. Forse il capitano si sbagliava sulle condizione del Baychimo perché apparentemente sopravvisse all’inverno e qui inizia la sua ascesa negli annali delle leggende del mare. La gente cominciò a riferire di vedere la nave che solcava le fredde acque dell’Atlantico completamente intatta e apparentmente senza equipaggio. Il primo di questi avvistamenti è avvenuto quando un  uomo su una slitta che si stava dirigendo a Nome, Alaska, individuò la nave alla deriva. Da quel momento il numero di avvistamenti decollò vertiginosamente. Il percorso del Baychimo era imprevedibile e irregolare: molte volte venne visto vicino a riva, navigare al largo, intrappolato nel ghiaccio in luoghi molto distanti tra di loro e altre volte addirittura in fondo al mare. C’era anche chi cercava di avvicinarsi alla nave solo per capire come potesse navigare senza un equipaggio, ma quando si tentava di farlo misteriosamente il Baychimo scompariva dalla vista prima che potesse essere raggiunto. Ogni tentativo di salire a bordo del relitto veniva sempre in qualche modo contrastato e ogni volta l’equipaggio che ha tentato l’impresa si è visto costretto a lasciarlo andare per un motivo o per l’altro. Si dice anche che alcune persone abbiano perso la vita tentando l’impresa. Si racconta che nel 1933 un gruppo di Inuit, in cerca di un riparo dalla tempesta, salì per caso sul relitto, ma essi rimasero poi intrappolati per 10 giorni tra le mura di ghiaccio formatesi improvvisamente. In altre occasioni, quando le persone sono riuscite a salirvi a bordo, banchi di ghiaccio appirirebbero nelle acque circostanti la nave come squali attirati dal sangue, rendendo ogni speranza di recupero impossibile. Inoltre il cavo da traino spesso si staccava, questo dava la netta e inquietante impressione che il Baychimo non volesse essere abbordato!

A causa delle difficoltà che tutti coloro i quali hanno cercato invano di recuperare il Baychimo sono andati in contro, la nave negli anni ha maturato la reputazione di essere maledetta e nel 1939 ci sono state molte navi che fuggirono piuttosto che cercare di recuperare il relitto. Quello stesso anno, dopo l’ennesimo tentativo fallito, il Baychimo scomparve nei mari gelidi dell’Artico per 23 anni. Nel corso di tutto questo tempo si pensò che la nave fosse affondata, ma nel marzo del 1962 un gruppo di Inuit la vide nuovamente alla deriva. Successivamente venne avvistata più volte fino al 1969, l’ultima volta intrappolata tra i ghiacci, ma quando una spedizione di soccorso arrivò sul luogo la nave era scomparsa e non fu mai più rivista. Da quel momento molti pensarono che finalmente il mare avesse inghiottito il Baychimo anche se nessuna traccia del relitto venne mai trovata. Nel 2006 ci fu un rinnovato interesse riguardo il misterioso destino della nave e il governo dell’Alaska annunciò la sua intenzione di individuarla, ma ad oggi non hanno trovato ancora nulla, nemmeno un rottame, come se fosse scomparsa senza lasciare la minima traccia sulla faccia della Terra. Il destino del Baychimo e del suo carico, probabilmente ancora intatto nella stiva, resta sconosciuto. Nessuno sa se questa nave è affondata o magari recuperata in segreto. Se per caso vi ritrovaste a navigare i mari del nord, buttate un occhio all’orizzonte, magari scorgerete proprio il Baychimo che naviga ancora tra quelle gelide acque.

 
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Pubblicato da su 20 luglio 2015 in Casi macabri e misteriosi

 

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Incidente di Chernobyl – Una città fantasma

Incidente di Chernobyl – Una città fantasma

Molti luoghi del nostro mondo una volta erano teatro di una vita tranquilla e normale, ma oggi per fatalità del destino o pura sfortuna si trovano abbandonati e dimenticati anche da chi una volta ci abitava. Uno di questi posti è l’Isola di Hashima.

Hashima è una piccola isola situata circa a 20 km dal porto di Niggasaki (Africa-cinese). Per via delle sue fortificazioni, costruite per proteggerla dai tifoni e dalle interperie, da lontano ha l’aspetto di un enorme corazzata. Infatti è nota dai giapponesi con il nome di Gunkanjima (ossia isola nave da guerra). La storia di quest’isola inizia nel 1810, anno in cui è stata trovata una miniera di carbone, e negli anni successivi venne acquistata della Mitsubishi corporation, da qui in poi ha avuto un espansione incredibile e pensate che nel suo periodo più produttivo ospitava più di 5.000 abitanti distribuiti su una superficie di 480 metri per 150 registrando all’epoca la densità di popolazione più alta della storia. Nel 1974 però finì il carbone e con esso finirono anche tutti i sogni dei suoi abitanti, i quali rimasti senza un lavoro dovettero abbandonare l’isola. Oggi Hashima è completamente disabitata e si presenta come un museo a cielo aperto degli anni 70 con edifici in rovina e le strade colme di detriti. Fino al 2009 era stata chiusa al pubblico e per via del suo aspetto macabro nacquero diverse leggende e racconti soprattutto per un dettaglio oscuro di quest’isola di cui non vi abbiamo ancora parlato. Hashima durante le guerre venne utilizzata come un campo di lavoro, infatti molti prigionieri soprattutto cinesi e coreani furono costretti a lavorare in condizioni disumane nelle miniere e quando non erano più in grado di lavorare venivano uccisi. Se siete interessati ad osservare con i vostri occhi quest’isola, poterete farlo con Google Maps.
Ora vi parleremo di uno degli eventi più catastrofici del XX secolo e di una città dimenticata da tutti tranne che da coloro che hanno vissuto sulla propria pelle le conseguenze terribili delle radiazioni. Venerdì 25 Aprile 1986. Era una giornata bella e soleggiata di primavera per gli abitanti della città di Pripyat ignari che da li a poche ore tutto ciò che conoscevano, la loro città,  i loro amici, la loro scuola, il loro posto di lavoro, insomma tutto, sarebbe scomparso per sempre. La centrale nucleare Vladimir Ilich Lenin di Chernobyl si trova a soli 3 km di distanza da Pripyat. L’impianto era stato costruito a partire dal 1970 ed era in costante sviluppo, infatti nel 1986 era composta da 4 reattori e la costruzione di altri 2 era in corso. Trattandosi della centrale nucleare più potente del mondo all’epoca, Pripyat era nota anche col nome di “città del futuro” e contava circa 50.000 abitanti, molti dei quali erano lavoratori della centrale nucleare e molti vi si trasverivano perché il tenore di vita era più elevato rispetto al resto delle città dell’allora Unione Sovietica. Nella notte fra il 25 e il 26 aprile nella centrale nucleare si faceva una simulazione che consisteva nel ridurre il livello di potenza elettrica nel reattore 4. Un esperimento controllato per verificare se, nel caso di un repentino calo elettrico, le turbine anche se decelerate erano in grado di erogare energia a sufficienza per continuare il raffreddamento dell’acqua del circuito principale di refrigerazione e quindi permettere al generatore diesel d’emergenza di mettersi in moto. Purtroppo, durante la simulazione vennero violati praticamente tutti i protocolli di sicurezza e le regole di buon senso, a questo si aggiunse anche l’inadeguata costruzione della struttura stessa e delle barre di controllo. All’1:23, a causa di diverse anomalie, il combustibile nucleare disintegrandosi entrò in contatto con l’acqua utilizzata per il raffreddamento del nocciolo del reattore. Ci fu una prima esplosione e pochi secondi più tardi una seconda esplosione potentissima che distrusse gran parte del reattore e fece saltare in aria il disco di copertura che chiudeva il nocciolo pesante oltre mille tonnellate. Vennero lanciati frammenti di grafite e combustibile nucleare fuori dalla centrale portando le polveri radioattive nell’atmosfera e provocando una pesante contaminazione. Youri Korneev era l’unico superstite  che lavorava nel reattore 4 quella maledetta notte e disse che l’esplosione fu incredibile e nel cielo si spargeva una luce tanto brillante da bruciargli gli occhi. Successivamente scoppiò un incendio causato dalle temperature elevatissime e venne spento solo 13 giorni dopo. L’incidente venne classificato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica di livello 7, che corrisponde a quello più grave mai registrato nella storia. Per comprendere l’entità devastante dell’incidente basti pensare che le radiazioni emesse nell’atmosfera superavano di centina ia di volte quelle delle bombe sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Nelle ore successive iniziò l’operazione di contegno delle radiazioni e di evacuazione della popolazione delle città. A Pripyat il 27 di Aprile, dopo 36 ore dall’incidente, da Kiev arrivarono oltre 1.000 autobus per trasportare le persone ed evacuare la città, le autorità dicevano ai cittadini che non era nulla di grave e che si trattava di un trasferimento temporaneo, ma come sappiamo, molti di loro non rividero mai più la propria casa. Mentre i cittadini abbandonavano la città, s’incrementava l’afflusso in senso contrario di quelle persone che verranno ricordate come eroi: vigili del fuoco, medici, militari, operatori tecnici e volontari che da quel momento avrebbero delimitato un’area intorno alla centrale nucleare che verrà poi conosciuta come “Zona di esclusione di Chernobyl”. Questi eroi chiamati “Liquidatori”, con una protezione pressoché nulla, lottarono per più di 7 mesi contro un mostro invisibile capace di distruggere chiunque osasse avvicinarsi. I liquidatori avevano il compito di decontaminare le strade, gli edifici e le aree rurali circostanti che si trovavano nella zona di esclusione ma soprattutto si occuparono della costruzione del sarcofago per sigillare il reattore. Queste sono le immagini crude che testimoniano il loro coraggio. Dopo 8 mesi di inst ancabile lavoro i liquidatori costruirono attorno al reattore il sarcofago di cemento armato composto da oltre 7.000 tonnellate di acciaio e 400.000 metri cubi. Molti liquidatori negli anni seguenti avranno una morte lenta e dolorosa, tumori e leucemie e disabilità provocate da radiazioni . Questo è stato il triste destino per la maggior parte dei 600.000 liquidatori.

Oggi Pripyat non è accessibile a nessuno se non a coloro che hanno un permesso speciale e per poter uscire bisogna sottoporsi a procedure di decontaminazione. La città si presenta come lo scenario di un film post-apocalittico, una città fantasma, logorata dal tempo e soprattutto dalle radiazioni. Gli ospedali, le scuole, gli hotel, i ristoranti, tutto inghiottito dalla penombra e dalla natura, ma anche quest’ultima è stata radicalmente modificata. Questa fotografia scattata nel 1986 testimonia come il bosco che si estendeva vicino alla città, a causa delle polveri radioattive, assunse un colore rossastro e non si hanno ancora dei dati certi sulle mutazioni che potrebbero aver subito gli animali. Uno dei simboli che contraddistinguono la città è il parco divertimenti mai stato utilizzato perché doveva essere inaugurato il primo maggio del 1986 e rappresenta anche il luogo più radioattivo alla città a causa delle nubi radioattive spostate dal vento e depositate proprio li. Prypiat come una Pompei moderna è la testimonianza più cruda di una catastrofe preannunciata.

Si possono fare mille riflessioni su questa storia, forse quella più semplice ma anche quella più preziosa è che spesso ci dimentichiamo che la nostra esistenza si trova appesa ad un filo e dovremmo imparare ad apprezzare quel che si ha, anche se è poco perché da un momento all’altro tutto ciò che conosciamo potrebbe sparire per sempre.

 

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Coniugi Hill – Il primo rapimento alieno documentato

Coniugi Hill – Il primo rapimento alieno documentato

Quanti di noi hanno sentito storie su rapimenti di esseri umani da parte di entità extraterrestri. Molto spesso queste storie si rivelano false, ma esiste una piccola percentuale che non trova una spiegazione, in particolare quello che vi stiamo per raccontare è il caso più convincente del suo genere, nonché il primo documentato della storia moderna. Questa storia parla anche di esami medici da parte di alieni su corpi umani e anticipa le sempre più frequenti e traumatiche visite da parte dei cosiddetti grigi avvenute dagli anni 70 in poi. Ecco la storia di Barney e Betty Hill.

Il loro viaggio verso l’ignoto inizia nella notte tra il 19 e il 20 settembre 1961 nel New Hampshire. Tutto ciò cambierà per sempre il mondo dell’ufologia. Gli Hill erano una coppia interrazziale, molto inusuale per l’epoca. Barney era un 39enne di colore che lavorava presso il servizio postale, mentre Betty, la moglie 41enne, era un’assistente sociale. A causa di alcuni problemi dovuti all’ulcera di Barney, i due avevano intrapreso una vacanza in Canada con il loro cane Desley. Il 19 settembre cominciarono il loro viaggio di ritorno a casa, un viaggio che avrebbe cambiato per sempre le loro vite. Verso le 22, Barney che era alla guida, vide una stella che sembrava muoversi in modo irregolare. L’uomo fece notare alla moglie lo strano astro e i due lo tennero sotto controllo. Erano a nord di Woodstock e quella stella si muoveva ancora in modo insolito, così Barney decise di fermarsi per scendere dalla macchina e osservare meglio quello che stava accadendo. Con l’uso di un binocolo, Barney ingrandì quello che pensava fosse una stella, ma così non era! Egli riuscì a distinguere diversi colori oltre che mol teplici file di finestre! L’oggetto si avvicinò e Barney terrorizzato vide quelli che sembravano degli esseri all’interno della nave, dopodiché, in preda a una strana sensazione quasi ipnotica, corse verso la macchina dove Betty lo stava aspettando. Alle domande della moglie Barney non disse nulla e si limitò ad accendere il motore e percorrere l’autostrada a tutta velocità. Guardando in cielo si accorsero che l’oggetto era sparito, tuttavia cominciarono a sentire un ronzio assordante. Da quel momento la loro memoria si offuscò e ripresero conoscenza esattamente a 60 km a sud da dove avvertirono quello strano rumore. Dopo aver visto l’UFO, il resto del loro viaggio di ritorno fu essenzialmente tranquillo. Arrivati finalmente a casa si accorsero che la loro macchina aveva degli strani segni sulla carrozzeria, ma stanchi per il viaggio andarono subito a letto. Quando Betty si svegliò il giorno dopo, telefonò a Janet, la sorella, e le raccontò della strana esperienza vissuta la notte prima. Janet la esortò a chiamare la Pease Air National Guard Base, la base aerea di Portsmouth, e dire loro ciò che lei e Barney avevano visto. La donna seguì il consiglio e parlò con il maggiore Paul W. Henderson che dopo aver ascoltato il racconto disse che un oggetto volante non identificato venne confermato dai radar proprio quella notte.

I giorni passavano e gli Hill stavano cercando di lasciare questa brutta esperienza alle spalle, ma presto Betty cominciò ad avere gli incubi. Nei suoi sogni vedeva lei e suo marito essere costretti con la forza a entrare in un misterioso veicolo. In poco tempo due scrittori sentirono parlare della storia degli Hill che vennero subito contattati. La coppia, con l’aiuto degli scrittori, stilò una scaletta degli eventi trascorsi quella notte e incredibilmente si accorsero che avevano perso due ore della loro vita lungo il tragitto! La notizia dell’avvistamento UFO stava cominciando a fare il giro del mondo e gli Hill per lungo tempo furono costretti a nascondersi dai giornalisti, per quanto possibile. Ma a causa del fattore “tempo mancante” e il desiderio di sapere cosa era successo durante quelle ore, decisero di contattare uno psichiatra. La loro scelta cadde sul dottor Benjamin Simon, uno psichiatra molto noto nel suo campo. Proprio questa persona giocherà un ruolo fondamentale nella storia del sequestro degli Hill. Sotto suo suggerimento infatti cominciarono le sedute di ipnosi regressiva, metodo molto usato nei casi di abduction, sperando di poter sbloccare i ricordi delle due ore mancanti. Prima iniziò con Betty per proseguire poi con Barney. Dopo sei mesi di trattamento, la conclusione del dottor Simon fu che gli Hill vennero rapiti da esseri non meglio identificati e portati a bordo di un velivolo sconosciuto. Alcuni dei ricordi affiorati dalle loro menti dissero che l’automobile si era bloccata nel bel mezzo della strada e l’UFO era atterrato vicino a loro. Dopodiché esseri alieni si avvicinarono all’auto per prelevare sia Betty che Barney e portarli sul loro velivolo. I due poi vennero sottoposti a prove mediche ed esami scientifici e prima di rilasciarli vennero ipnotizzati ricevendo l’ordine di mantenere la loro cattura un segreto. Durante queste intensive regressioni, gli Hill descrissero i loro rapitori come esseri calvi alti circa 1 metro e mezzo con pelle grigiastra, testa sproporzionata a forma di pera con occhi neri e obliqui e che comunicavano col loro attraverso la telepatia. Questa è la descrizione degli alieni che diventeranno noti come “i grigi” che noi tutti conosciamo. Gli Hill rilasciarono anche dettagli sugli esperimenti fisici e mentali condotti da questi esseri: vennero prelevati campioni della loro pelle, capelli e unghie. Betty venne sottoposta a test ginecologici e Barney disse che gli vennero prelevati campioni di sperma. Gli alieni, racconta Betty, furono stupiti dal fatto di trovare una protesi dentaria nella bocca del marito, dunque spiegò a uno di loro che quella protesi sostituiva i denti persi in seguito a un incidente e che comunque i terrestri li perdevano con il giungere della vecchiaia. A quest’affermazione l’alieno sostenne di non sapere cosa fosse la vecchiaia.

Tuttavia, l’elemento forse più intrigante della vicenda è costituito da una mappa che uno dei “Grigi” mostrò a Betty Hill: ella la riprodusse in stato post-ipnotico e raccontò che le fu comunicato che le linee rappresentavano rotte astronautiche. Un anno dopo questa vicenda, il New York Times riportava la notizia della scoperta, nella costellazione di Pegaso, di un oggetto astronomico ignoto, denominato CTA-102 che, secondo alcuni radioastronomi, avrebbe potuto essere artificiale: la somiglianza tra le mappe era fortissima. Parallelamente a questo, un’insegnante dell’Ohio, Marjorie Fish, incuriosita dalla mappa della Hill, fece una accurata ricerca allo scopo di verificare, in un raggio di 10 parsec intorno al sole, quale sistema solare potesse presentare forme di vita. Dopo aver costruito un modello tridimensionale, partendo dal presupposto che la mappa mostrasse una porzione di cielo visibile dal pianeta d’origine dei visitatori, la Fish giunse alla conclusione che il luogo dove essi provenivano doveva trovarsi nei pressi di Zeta Reticuli, a 37 anni luce da noi. Ad oggi molti contestano la ricostruzione della Marjorie e la vera natura di quella mappa rimane un mistero.

Come per ogni caso che riguarda gli alieni, esistono anche alcune ipotesi per spiegare ciò che è venuto fuori dalle ipnosi regressive. In particolare l’ufologo Martin Kottmeyer notò che gli alieni descritti dagli Hill assomigliavano a quelli apparsi in un episodio della serie televisiva di fantascienza The Outer Limits, trasmesso due settimane prima del presunto rapimento, che potrebbe essere affiorato nella memoria dei coniugi durante l’ipnosi. Inoltre il giornalista scientifico Robert Sheaffern ipotizzò che Betty Hill abbia inconsciamente disegnato un gruppo di stelle osservato tempo prima in un planetario. Ad oggi il caso di Betty e Barney Hill è ancora molto studiato e discusso. Verità o no è stato di sicuro un caso che ha cambiato il mondo dell’ufologia moderna.

 
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Pubblicato da su 7 luglio 2015 in Contatti exraterrestri

 

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