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Taman Shud: La misteriosa morte dell’uomo di Somerton

23 Mar
Taman Shud: La misteriosa morte dell’uomo di Somerton

La maggior parte dei delitti non è così difficile da risolvere. È stato il marito, la moglie, il fidanzato o l’ex-fidanzata. I crimini seguono quasi sempre uno schema ben preciso e i motivi sono generalmente chiari. Naturalmente, ci sono anche una manciata di casi che non rientrano in quegli schemi così chiari, dove il killer rimane sconosciuto o la ragione per cui ha ucciso è particolarmente contorta. Oggi parleremo di un caso, in particolare un assassinio, considerato ai tempi “uno dei più profondi misteri dell’Australia”, che nel corso degli anni è stato oggetto di numerose illazioni riguardo all’identità della vittima e il come e il perché della sua morte. A rendere questo caso particolarmente affascinante è il fatto che sia avvenuto in un periodo particolarmente teso della Guerra fredda, quello che sembrava essere un codice segreto ritrovato in una delle sue tasche, l’uso di veleno non rintracciabile, la mancanza di identificazione e un possibile amore non ricambiato. Ecco il Il caso Taman Shud, anche noto come mistero dell’uomo di Somerton.

Cominciamo descrivendo il poco che è noto con certezza. Sono le 7 di una tiepida sera di martedì 30 novembre 1948. Il gioielliere John Bain Lyons e sua moglie stanno passeggiando lungo la spiaggia di Somerton a pochi chilometri a sud di Adelaide, la capitale dello stato dell’Australia Meridionale. Mentre camminano notano un uomo vestito elegantemente sdraiato sulla sabbia, con la testa appoggiata contro un muro, le gambe tese e i piedi incrociati. Come riferì la coppia, l’uomo stese il suo braccio destro verso l’alto, poi lo lasciò cadere di nuovo a terra. Lyons pensò che l’uomo fosse ubriaco. Mezz’ora più tardi, un’altra coppia notò lo stesso uomo giacere nella medesima posizione. Guardandolo dall’alto, la donna vide che era vestito in maniere impeccabile, con eleganti scarpe nuove e lucide. Era immobile con il braccio sinistro disteso sulla sabbia. Il suo volto era circondato dalle zanzare e la coppia era convinta che stesse dormendo. Bisognerà attendere la mattina seguente per scoprire che l’uomo notato dalle due coppie giaceva morto. John Lyons, tornato da una nuotata mattutina, avvicinandosi al luogo dove aveva notato l’uomo, vide ancora una figura accasciata sulla sabbia. Ora, però, il corpo è freddo. Non c’è nessun segno di violenza e una sigaretta fumata a metà poggiava sul colletto della camicia dell’uomo, come se fosse caduta dalla sua bocca. Venne così chiamata la polizia.

Il corpo venne trasportato al Royal Adelaide Hospital tre ore più tardi. Li il Dr. John Barkley Bennett constatò che la morte avvenne non prima delle 2 di notte e dichiarò che la probabile causa fu scompenso cardiaco con sospetto di avvelenamento in quanto nello stomaco dell’uomo, oltre che al suo ultimo pasto, fu trovata un ingente quantità di sangue. Ma i ripetuti test effettuati da chimici esperti non riuscirono a rivelare la minima traccia di un qualche tipo di veleno non trovando così nessuna causa di morte. Molti interrogativi aleggiavano su questo misterioso cadavere a partire dal contenuto delle tasche. Nel giubbotto infatti vennero rinvenuti dei biglietti del treno da Adelaide alla spiaggia, un pacchetto di gomme da masticare, alcuni fiammiferi, due pettini e un pacchetto di sigarette Army Club contenente sette sigarette di un’altra marca. Non c’era nessun portafogli ne contanti e naturalmente nessun identificativo. Nessuno dei vestiti dell’uomo aveva un’etichetta, anzi, in tutti i casi tranne uno l’etichetta del produttore era stata accuratamente tagliata via. Inoltre il cadavere presentava delle peculiarità insolite come le pupille stranamente più piccole del solito e della saliva lungo un lato della bocca il che suggerì che non fu in grado di ingoiare nei suoi ultimi istanti di vita. Infine la sua milza era sorprendentemente grande. Le autorità si trovavano così un vero e proprio puzzle tra le mani. L’unica spiegazione della morte rimaneva l’uso di veleni molto rari che non lasciano nessuna traccia subito dopo la morte. Veleni così potenti che al tempo i nomi non furono nemmeno dichiarati al pubblico: il digitalis e lo strophanthin. Più andavano avanti le indagini e più il quadro si complicava. Vennero prese le impronte digitali dell’uomo e diffuse dapprima in tutta l’Australia poi nel mondo ma nessuno fu in grado di identificarle. I residenti di Adelaide vennero accompagnati nella camera mortuaria con la speranza che potessero identificare il cadavere e foto del corpo vennero stampate su tutti i giornali australiani, ma nessuno riconobbe il corpo.

Le indagini si ampliarono nel tentativo di individuare eventuali effetti personali abbandonati, forse in qualche deposito bagagli, che potrebbero suggerire che il morto era uno straniero. Questo significava controllare ogni hotel, tintoria, uffici oggetti smarriti e stazioni ferroviarie. Dopo settimane di indagini il personale della stazione ferroviaria di Adelaide mostrarono agli investigatori una valigia marrone che era stata depositata il 30 novembre, proprio il giorno della morte dell’uomo. Ma il contenuto non portò nuova luce alle indagini anche se si constatò che la valigia apparteneva obbligatoriamente al misterioso cadavere in quanto fu trovata una bobina di fio arancione, lo stesso filo ritrovato nella cucitura dei pantaloni. Nella valigia erano anche presenti tre capi di abbigliamento che riportavano il nome nome “Kean” o “T. Keane” ma non venne rintracciato nessuno con quel nome e la polizia concluse che qualcuno ha deliberatamente lasciato quella valigia nella stazione per depistare le indagini. Quattro mesi dopo, ulteriori ricerche sul corpo rivelarono un indizio alquanto sconcertante. Venne scoperta una piccola tasca nascosta nella cintura dei pantaloni. All’interno vi era un piccolo foglietto di carta strettamente arrotolato che una volta aperto mostrò la seguente frase “Tamám Shud”. Frank Kennedy, il cronista giudiziario per il Adelaide Advertiser, riconobbe che quelle parole erano in persiano e telefonò alla polizia per suggerire un libro, il Rubaiyat di Omar Khayyam poiché questo lavoro, scritto nel XII secolo in persiano, era diventato popolare in Australia durante gli anni della guerra. Esisteva in numerose edizioni, ma le indagini non riuscirono a trovare il libro a cui erano state tagliate quelle parole. Fu possibile, tuttavia, dire che le parole “Tamam Shud” provenivano dalle Riflessioni romantiche di Khayyam sulla vita e la mortalità. Erano proprio le ultime parole nella maggior parte delle traduzioni inglesi e il significato è  “Si è concluso”. Si è trattato forse di un caso di suicidio dunque? La polizia non aveva ancora nessuna prova tra le mani e nel frattempo il corpo stava cominciando a decomporsi. Venne dunque imbalsamato, per prevenire la decomposizione al fine di effettuare ulteriori indagini, e sepolto al West Terrace Cemetery di Adelaide. Anni dopo la sepoltura vennero trovati dei fiori sulla tomba, quindi la polizia interrogò una donna che era stata vista lasciare il cimitero la quale dichiarò di non sapere nulla dell’uomo lì sepolto. Anche la strada del suicidio venne bruscamente interrotta quando un uomo si presenta con una copia del libro e una storia strana. Raccontò che dopo una passeggiata sulla spiaggia di Somerton, quando entrò in macchina trovò una copia del Rubaiyat poggiata sui sedili posteriori. Avendo visto sui giornali l’articolo relativo a quel libro, lo aprì e scopri che la pagina finale era stata strappata. Dunque qualcuno aveva deliberatmente gettato quel libro dopo la morte dell’uomo!

Tramite analisi al microscopio, venne accertato che il pezzo di carta era stato strappato proprio da quel libro. Inoltre sul retro c’erano delle leggere annotazioni a matita, annotazioni apparentemente in codice che state osservando ora. Non è chiaro se la prima e la terza riga comincino per “M” o per “W”, ma in genere si tende a considerarla una W, data la differenza con le M della seconda e della quarta riga. Si nota inoltre una piccola “X” sopra la ultima “O” del codice, il cui significato non è però interpretabile. Inizialmente, si pensò ad un testo in qualche lingua straniera, ma poi l’ipotesi del codice acquisì più spessore ma i crittografi convocati per decifrarlo non vi riuscirono. Oltre al misterioso codice è stato trovato un numero di telefono scritto a matita sulla copertina posteriore. Tale numero non era nell’elenco telefonico ma si è rivelato appartenere a una giovane infermiera che abitava vicino Somerton Beach: Jessica “Jestyn” Thomson. Durante l’interrogatorio, l’infermiera ammise di aver effettivamente presentato una copia del Rubaiyat a un uomo che aveva conosciuto durante la guerra e diede il suo nome al detective: Alfred Boxall. Con quel nome si era finalmente aperta una pista concreta e la polizia era sicura di essere vicina alla risoluzione del mistero. In pochi giorni venne rintracciata la casa di Alfred a Maroubra, nel Nuovo Galles del Sud, ma l’entusiasmo degli investigatori era destinato a svanire presto: scoprirono infatti che Alfred era vivo e possedeva ancora la sua copia del Rubaiyat con l’ultima pagina completamente intatta. Si diffusero alcune voci secondo le quali Boxall avrebbe svolto attività di intelligence durante la guerra, e l’uomo di Somerton sarebbe stato una spia russa avvelenata da ignoti avversari. A diffondere queste voci contribuì anche il fatto che l’uomo era morto ad Adelaide, la capitale più vicina a Woomera, una base missilistica e centro d’intelligence top-secret. Tre mesi prima della morte dell’uomo di Somerton, il 16 agosto 1948, era inoltre morto per avvelenamento da digitale Harry Dexter White, membro del Dipartimento del tesoro statunitense, che era stato accusato di essere una spia sovietica nelle indagini del Progetto Venona.

Nel marzo 2009 il team dell’Università di Adelaide cercò di risolvere il caso tentando di decifrare il codice e proponendo di riesumare il corpo per verificare DNA, ma non si venne a capo di nulla e ad oggi questo rimane un caso ancora irrisolto.

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