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Archivio mensile:marzo 2015

Erzsébet Báthory – Una spietata serial killer

Se dovessimo fare una classifica delle persone più sanguinarie e violente della storia umana senz’altro sarebbe dominata da personaggi maschili, ma la corona di questa infame classifica verrebbe assegnata a una donna le cui ignobili gesta hanno ispirato molti film, libri e leggende. Stiamo parlando della contessa Erzsébet Báthory, sicuramente la Serial Killer più spietata di tutti i tempi con oltre 600 vittime confermate. Erzsébet Báthory nacque a Nyírbátor in Ungheria nel 1560, in una nobile famiglia fra le più potenti dell’epoca, infatti era parente diretta dei regnanti della Polonia e discendente del generale Steven Bathory che aiutò Vlad Tepes a riconquistare la Valacchia con sanguinosi e violenti massacri. Da giovane la Bathory soffriva di convulsioni, di scatti d’ira e attacchi di epilessia, inoltre la morte prematura del padre avvenuta quando lei aveva solo dieci anni non fece che peggiorare la sua infanzia, senza contare che la balia, alla quale era stata affidata quando era ancora una bambina, era dedita alla magia nera e si dice che usasse sangue e ossa di bambini per fare degli incantesimi.

A 15 anni sposa Ferenc Nadasdy, questo matrimonio combinato porta la contessa a ricevere come dono di nozze il castello di Cachtice e i diciassette villaggi circostanti. Dopo dieci anni di matrimonio aveva già dato alla luce quattro figli senza però mai dimostrarsi una madre molto premurosa. Ferenc, suo marito detto “L’eroe nero d’Ungheria”, era un guerriero ed era spesso assente a causa delle campagne militari, per questo motivo raccomandava alla consorte che si trovava nel castello di Sarvar di portare avanti il compito di disciplinare la servitù, ma Erzsébet prende troppo sul serio queste parole e presto inizia a dare segni di violenza squilibrata, infatti procurare dolore, soprattutto alle povere serve, divenne il suo passatempo preferito. Di frequente faceva svestire le ragazze davanti agli altri servi per il puro piacere di umiliarle. Molte volte le violenze sfociavano nell’omicidio, di certo venne influenzata anche da suo marito il quale come ogni aristocratico era molto violento con la servitù: il suo metodo punitivo preferito era quello di cospargere i servi di miele, e di lasciarli legati a un muro mentre venivano assaliti dalle api. Un altro tipo di tortura che l’uomo insegnerà alla moglie è quello di congelare una persona, tenendola nuda all’aperto d’inverno e versandogli continuamente dell’acqua fredda addosso.

Come se non bastasse Erzsébet si circondò di persone poco raccomandabili formando un entourage di stregoni, alchimisti ed esperti dell’occulto. Erzsébet infatti sceglie con abile cura fra i personaggi più deplorevoli del regno, tutti uniti dallo stesso comune interesse: la tortura e la magia nera. Di questa compagnia maledetta spiccavano il suo fedele valletto Ficzko. un nano pervertito e pedofilo, Helena Jo la balia esperta di magia nera, Dorothea Szentes e infine il suo leggendario servo e maestro dell’occulto Thorko.

Con l’aiuto dei suoi più crudeli servi Erzsébet adescava le ragazze con la scusa di prenderle in servitù al castello, poi le sbatteva nelle celle dei sotterranei. Le sventurate venivano picchiate ripetutamente fino a che i loro corpi non si gonfiano. Spesso la Contessa non si limitava ad assistere, ma era lei stessa ad infierire sulle giovani vittime e le torture che riservava a queste povere sventurate erano disumane: ad alcune vittime veniva cucita la bocca, altre erano costrette a mangiare la propria carne, inoltre cicatrizzava le ferite con il fuoco allungando così le loro sofferenze per molti altri giorni. La contessa aveva delle esigenze particolare, per esempio quando viaggiava pretendeva che una delle sue prigioniere venisse al suo fianco sulla carrozza seduta sopra un sedile di aghi.

Per dimostrare il suo amore, Nádasdy, mandava alla moglie incantesimi e magie che egli imparava quando si trovava in battaglia in terre lontane e la Contessa, in cambio gli confidava tutti i rituali e le nefandezze che compiva nel castello in sua assenza, in particolare gli confessava nei minimi particolari i rituali che praticava e la magia nera che imparava dal suo più fedele servo Thorko, ecco un famoso estratto di una di quelle lettere:

Thorko mi ha insegnato un nuovo incantesimo. Prendi una gallina nera e colpiscila con un bastone bianco, fino alla morte. Raccogli il sangue della gallina e cerca di imbrattare con esso un abito del tuo nemico. Gli capiterà presto una disgrazia.

Thorko è un essere quasi mistico in questa storia e secondo alcuni racconti egli era uno spettro che accompagnava la contessa, altri invece dicono che fosse un demone o un essere di pura magia nera. Uno dei tanti incantesimi che Thorko insegnò alla contessa era quello scritto su una pergamena fatta di amnio, ovvero la membrana che protegge i bambini nell’addome della madre, sulla quale c’era scritto con il sangue un incantesimo del dio Isten che prometteva salute, lunga vita e protezione, mentre ai nemici di colui che portava tale pergamena era augurata una morte violenta per le grinfie di 99 gatti. Fra i tanti rituali che la contessa faceva, ce n’era uno particolarmente atroce, ovvero si racconta che faceva il bagno nel sangue delle giovani vergini per tenere la pelle giovane e beveva anche il sangue delle sue vittime sempre per lo stesso motivo.

Nel 1601 Nádasdy si ammala e dopo 3 anni passati nel proprio letto muore, lasciando vedova la Contessa 44enne. La donna si trasferisce nei possedimenti di Vienna ma, colta dalla noia, decide di tornare alle sue torture in Ungheria. In questo periodo giovani donne e bambini cominciano a scomparire dai villaggi. I poveri contadini avevano dei forti sospetti su chi fosse la responsabile ma puntare il dito contro un nobile poteva essere molto pericoloso.

Comunemente a tutti i Serial Killer, anche Erzsébet Báthory, con il tempo diventa più arrogante e inizia a commettere degli errori fatali cominciando a rapire le figlie di altre famiglie nobili. Dopo un omicidio che la Báthory cerca di far passare come un suicidio, le autorità decidono di muoversi, così nel 1610, in una notte fredda di dicembre i poliziotti, come una vera e propria squadra d’assalto, entrano di nascosto nel castello della contessa e guidati dall’odore rancido di carne in putrefazione e dalle urla delle povere ragazze torturate scoprono un vero e proprio show degli orrori: centinaia di corpi di ragazze torturate e uccise giacenti per terra, alcune arse vive altre fatte a pezzi altre ancora pugnalate e lasciate morire dissanguate. Quando Erzsébet Báthory venne arrestata dichiarò che quelle avvenute nel castello erano tutte morti naturali e che lei non poteva esserne ritenuta responsabile, ma non ci vollero molti sforzi per raccogliere tutte le prove necessarie anche perché nella camera della Contessa c’erano i vestiti e gli effetti personali di alcune delle ragazze nobili scomparse. Insieme alla contessa vennero processati anche i suoi servi che raccontarono forse solo il 10% di quello che successe davvero in quel castello.

Per la “Legge del taglione” i complici della Contessa vengono sottoposti a torture non molto differenti da quelle inflitte alle giovani vittime: ad alcuni vengono strappati gli occhi, ad altri le dita, alcuni vengono seppelliti vivi, altri ancora vengono decapitati o bruciati vivi. Ben più difficoltosa sarà la scelta della pena per la Contessa poiché aveva amicizie molto importanti senza contare che godeva dell’immunità regia. Il Primo Ministro Thurzo che è anche il cugino di Erzsébet, insiste nel sostenere che la donna non fosse capace di intendere e di volere e che non avesse la capacità di controllare la propria rabbia. Così Erzsébet Báthory venne imprigionata a vita in un’ala del suo castello, dove tre anni dopo, nell’estate del 1614, muore all’età di 54 anni.

Ma come si spiega tutta questa follia? Molti storici ritengono che la Bathory subì delle violenze sessuali durante l’infanzia, forse da parte del nonno. Altri invece dicono che sia stata la balia ad introdurla nella magia nera squilibrando la psiche della povera contessa. Va considerato anche il fatto che la malattia mentale non è una rarità tra i Báthory. Di certo in questa famiglia le personalità particolari non mancavano come il fratello di Erzsébet il quale è ricordato come maniaco sessuale e ubriacone, sua zia è stata incarcerata perché strega e lesbica e un altro zio era un alchimista e adoratore del demonio. Ciò che sappiamo è che sicuramente è stata la serial killer più prolifica della storia e anche una delle pochissime donne che ha praticato vampirismo e cannibalismo.

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Pubblicato da su 31 marzo 2015 in Personaggi sinistri

 

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Taman Shud: La misteriosa morte dell’uomo di Somerton

Taman Shud: La misteriosa morte dell’uomo di Somerton

La maggior parte dei delitti non è così difficile da risolvere. È stato il marito, la moglie, il fidanzato o l’ex-fidanzata. I crimini seguono quasi sempre uno schema ben preciso e i motivi sono generalmente chiari. Naturalmente, ci sono anche una manciata di casi che non rientrano in quegli schemi così chiari, dove il killer rimane sconosciuto o la ragione per cui ha ucciso è particolarmente contorta. Oggi parleremo di un caso, in particolare un assassinio, considerato ai tempi “uno dei più profondi misteri dell’Australia”, che nel corso degli anni è stato oggetto di numerose illazioni riguardo all’identità della vittima e il come e il perché della sua morte. A rendere questo caso particolarmente affascinante è il fatto che sia avvenuto in un periodo particolarmente teso della Guerra fredda, quello che sembrava essere un codice segreto ritrovato in una delle sue tasche, l’uso di veleno non rintracciabile, la mancanza di identificazione e un possibile amore non ricambiato. Ecco il Il caso Taman Shud, anche noto come mistero dell’uomo di Somerton.

Cominciamo descrivendo il poco che è noto con certezza. Sono le 7 di una tiepida sera di martedì 30 novembre 1948. Il gioielliere John Bain Lyons e sua moglie stanno passeggiando lungo la spiaggia di Somerton a pochi chilometri a sud di Adelaide, la capitale dello stato dell’Australia Meridionale. Mentre camminano notano un uomo vestito elegantemente sdraiato sulla sabbia, con la testa appoggiata contro un muro, le gambe tese e i piedi incrociati. Come riferì la coppia, l’uomo stese il suo braccio destro verso l’alto, poi lo lasciò cadere di nuovo a terra. Lyons pensò che l’uomo fosse ubriaco. Mezz’ora più tardi, un’altra coppia notò lo stesso uomo giacere nella medesima posizione. Guardandolo dall’alto, la donna vide che era vestito in maniere impeccabile, con eleganti scarpe nuove e lucide. Era immobile con il braccio sinistro disteso sulla sabbia. Il suo volto era circondato dalle zanzare e la coppia era convinta che stesse dormendo. Bisognerà attendere la mattina seguente per scoprire che l’uomo notato dalle due coppie giaceva morto. John Lyons, tornato da una nuotata mattutina, avvicinandosi al luogo dove aveva notato l’uomo, vide ancora una figura accasciata sulla sabbia. Ora, però, il corpo è freddo. Non c’è nessun segno di violenza e una sigaretta fumata a metà poggiava sul colletto della camicia dell’uomo, come se fosse caduta dalla sua bocca. Venne così chiamata la polizia.

Il corpo venne trasportato al Royal Adelaide Hospital tre ore più tardi. Li il Dr. John Barkley Bennett constatò che la morte avvenne non prima delle 2 di notte e dichiarò che la probabile causa fu scompenso cardiaco con sospetto di avvelenamento in quanto nello stomaco dell’uomo, oltre che al suo ultimo pasto, fu trovata un ingente quantità di sangue. Ma i ripetuti test effettuati da chimici esperti non riuscirono a rivelare la minima traccia di un qualche tipo di veleno non trovando così nessuna causa di morte. Molti interrogativi aleggiavano su questo misterioso cadavere a partire dal contenuto delle tasche. Nel giubbotto infatti vennero rinvenuti dei biglietti del treno da Adelaide alla spiaggia, un pacchetto di gomme da masticare, alcuni fiammiferi, due pettini e un pacchetto di sigarette Army Club contenente sette sigarette di un’altra marca. Non c’era nessun portafogli ne contanti e naturalmente nessun identificativo. Nessuno dei vestiti dell’uomo aveva un’etichetta, anzi, in tutti i casi tranne uno l’etichetta del produttore era stata accuratamente tagliata via. Inoltre il cadavere presentava delle peculiarità insolite come le pupille stranamente più piccole del solito e della saliva lungo un lato della bocca il che suggerì che non fu in grado di ingoiare nei suoi ultimi istanti di vita. Infine la sua milza era sorprendentemente grande. Le autorità si trovavano così un vero e proprio puzzle tra le mani. L’unica spiegazione della morte rimaneva l’uso di veleni molto rari che non lasciano nessuna traccia subito dopo la morte. Veleni così potenti che al tempo i nomi non furono nemmeno dichiarati al pubblico: il digitalis e lo strophanthin. Più andavano avanti le indagini e più il quadro si complicava. Vennero prese le impronte digitali dell’uomo e diffuse dapprima in tutta l’Australia poi nel mondo ma nessuno fu in grado di identificarle. I residenti di Adelaide vennero accompagnati nella camera mortuaria con la speranza che potessero identificare il cadavere e foto del corpo vennero stampate su tutti i giornali australiani, ma nessuno riconobbe il corpo.

Le indagini si ampliarono nel tentativo di individuare eventuali effetti personali abbandonati, forse in qualche deposito bagagli, che potrebbero suggerire che il morto era uno straniero. Questo significava controllare ogni hotel, tintoria, uffici oggetti smarriti e stazioni ferroviarie. Dopo settimane di indagini il personale della stazione ferroviaria di Adelaide mostrarono agli investigatori una valigia marrone che era stata depositata il 30 novembre, proprio il giorno della morte dell’uomo. Ma il contenuto non portò nuova luce alle indagini anche se si constatò che la valigia apparteneva obbligatoriamente al misterioso cadavere in quanto fu trovata una bobina di fio arancione, lo stesso filo ritrovato nella cucitura dei pantaloni. Nella valigia erano anche presenti tre capi di abbigliamento che riportavano il nome nome “Kean” o “T. Keane” ma non venne rintracciato nessuno con quel nome e la polizia concluse che qualcuno ha deliberatamente lasciato quella valigia nella stazione per depistare le indagini. Quattro mesi dopo, ulteriori ricerche sul corpo rivelarono un indizio alquanto sconcertante. Venne scoperta una piccola tasca nascosta nella cintura dei pantaloni. All’interno vi era un piccolo foglietto di carta strettamente arrotolato che una volta aperto mostrò la seguente frase “Tamám Shud”. Frank Kennedy, il cronista giudiziario per il Adelaide Advertiser, riconobbe che quelle parole erano in persiano e telefonò alla polizia per suggerire un libro, il Rubaiyat di Omar Khayyam poiché questo lavoro, scritto nel XII secolo in persiano, era diventato popolare in Australia durante gli anni della guerra. Esisteva in numerose edizioni, ma le indagini non riuscirono a trovare il libro a cui erano state tagliate quelle parole. Fu possibile, tuttavia, dire che le parole “Tamam Shud” provenivano dalle Riflessioni romantiche di Khayyam sulla vita e la mortalità. Erano proprio le ultime parole nella maggior parte delle traduzioni inglesi e il significato è  “Si è concluso”. Si è trattato forse di un caso di suicidio dunque? La polizia non aveva ancora nessuna prova tra le mani e nel frattempo il corpo stava cominciando a decomporsi. Venne dunque imbalsamato, per prevenire la decomposizione al fine di effettuare ulteriori indagini, e sepolto al West Terrace Cemetery di Adelaide. Anni dopo la sepoltura vennero trovati dei fiori sulla tomba, quindi la polizia interrogò una donna che era stata vista lasciare il cimitero la quale dichiarò di non sapere nulla dell’uomo lì sepolto. Anche la strada del suicidio venne bruscamente interrotta quando un uomo si presenta con una copia del libro e una storia strana. Raccontò che dopo una passeggiata sulla spiaggia di Somerton, quando entrò in macchina trovò una copia del Rubaiyat poggiata sui sedili posteriori. Avendo visto sui giornali l’articolo relativo a quel libro, lo aprì e scopri che la pagina finale era stata strappata. Dunque qualcuno aveva deliberatmente gettato quel libro dopo la morte dell’uomo!

Tramite analisi al microscopio, venne accertato che il pezzo di carta era stato strappato proprio da quel libro. Inoltre sul retro c’erano delle leggere annotazioni a matita, annotazioni apparentemente in codice che state osservando ora. Non è chiaro se la prima e la terza riga comincino per “M” o per “W”, ma in genere si tende a considerarla una W, data la differenza con le M della seconda e della quarta riga. Si nota inoltre una piccola “X” sopra la ultima “O” del codice, il cui significato non è però interpretabile. Inizialmente, si pensò ad un testo in qualche lingua straniera, ma poi l’ipotesi del codice acquisì più spessore ma i crittografi convocati per decifrarlo non vi riuscirono. Oltre al misterioso codice è stato trovato un numero di telefono scritto a matita sulla copertina posteriore. Tale numero non era nell’elenco telefonico ma si è rivelato appartenere a una giovane infermiera che abitava vicino Somerton Beach: Jessica “Jestyn” Thomson. Durante l’interrogatorio, l’infermiera ammise di aver effettivamente presentato una copia del Rubaiyat a un uomo che aveva conosciuto durante la guerra e diede il suo nome al detective: Alfred Boxall. Con quel nome si era finalmente aperta una pista concreta e la polizia era sicura di essere vicina alla risoluzione del mistero. In pochi giorni venne rintracciata la casa di Alfred a Maroubra, nel Nuovo Galles del Sud, ma l’entusiasmo degli investigatori era destinato a svanire presto: scoprirono infatti che Alfred era vivo e possedeva ancora la sua copia del Rubaiyat con l’ultima pagina completamente intatta. Si diffusero alcune voci secondo le quali Boxall avrebbe svolto attività di intelligence durante la guerra, e l’uomo di Somerton sarebbe stato una spia russa avvelenata da ignoti avversari. A diffondere queste voci contribuì anche il fatto che l’uomo era morto ad Adelaide, la capitale più vicina a Woomera, una base missilistica e centro d’intelligence top-secret. Tre mesi prima della morte dell’uomo di Somerton, il 16 agosto 1948, era inoltre morto per avvelenamento da digitale Harry Dexter White, membro del Dipartimento del tesoro statunitense, che era stato accusato di essere una spia sovietica nelle indagini del Progetto Venona.

Nel marzo 2009 il team dell’Università di Adelaide cercò di risolvere il caso tentando di decifrare il codice e proponendo di riesumare il corpo per verificare DNA, ma non si venne a capo di nulla e ad oggi questo rimane un caso ancora irrisolto.

 
 

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Taman Shud – Il mistero dell’uomo di Somerton

Ecco uno dei più profondi misteri dell’Australia: il caso Taman Shud, il mistero dell’uomo di Somerton

 
 

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Quali oscuri segreti si nascondono sotto l’aeroporto di Denver?

Quali oscuri segreti si nascondono sotto l’aeroporto di Denver?

Quanti di noi almeno una volta nella vita non sono stati affascinati da una qualche teoria del complotto? Di solito queste teorie attribuiscono la causa di un evento all’azione di cospiratori che spesso offrirebbero una ricostruzione falsa degli avvenimenti. Sono tantissimi gli episodi nel corso della storia dove ha agito la cospirazione e oggi parleremo di un luogo in particolare che affascina per l’enorme quantità di speculazioni che aleggiano su di esso: l’aeroporto di Denver.

Sul sito internet “TravelChannel.com” è presente una serie di teorie del complotto che catturano l’attenzione di tutto il mondo, ma forse la teoria più intrigante per coloro che vivono negli Stati Uniti, è la presenza di un ipotetico bunker segreto situato sotto l’aeroporto di Denver. Ma cosa c’è di vero dietro tutto ciò? Diamo ora uno sguardo più da vicino all’ipotesi di questo bunker la cui presenza sembra essere confermata dall’abbondanza di simboli occulti che si possono trovare in tutto l’aeroporto. L’aeroporto internazionale di Denver, spesso abbreviato come DIA, si trova a Denver, in Colorado ed è il più grande aeroporto degli Stati Uniti. La superficie totale è di 53 chilometri quadrati il che lo rende il secondo aeroporto più grande del mondo dietro al King Fahd International Airport in Arabia Saudita. La costruzione dell’aeroporto di Denver è iniziata nei primi anni ‘80, ma a seguito di ritardi anche dovuti alla costruzione della metropolitana che lo collega alla città, la fine dei lavori è avvenuta il 28 febbraio 1995 e il costo di tutto il complesso è stato di oltre 4 miliardi di dollari. Alcuni dicono che la ragione per cui è stato costruito senza nessuna interruzione, nessun risparmio e con tempi tanto lunghi, è perché l’aeroporto, in realtà, è la parte visibile di una gigantesca base sotterranea segreta. Ma come mai esistono cosi tante teorie cospiratorie riguardo questo luoghi? Vediamo ora che cosa ha di strano l’aeroporto di Denver.

  • Le piste di atterraggio. Un punto molto evidente che è stato ripetutamente portato alla luce è la particolare conformazione delle piste, infatti la forma delle sei piste attuali forma una specie di svastica modificata.
  • Le opere d’arte. Una delle caratteristiche più evidenti e discutibili sono le inusuali opere d’arte che adornano le pareti dell’aeroporto. Per esempio i murales nella zona ritiro bagagli rappresenterebbero, secondo alcuni, caratteristiche di un futuro governato dall’oppressione militare e un unico governo mondiale. Il più memorabile di questi pezzi è un dipinto che rappresenta un grande soldato verde con un simbolo di un’aquila sul cappello, una baionetta e una grande spada ricurva nell’altra mano. Sotto il soldato sono presenti segni di povertà e disagio: una donna che stringe suo figlio e dei bambini che dormono vicino a delle rovine. L’autore, Leo Tanguma, sostiene tuttavia che i murales rappresentano i genocidi e la distruzione dell’ambiente da parte dell’uomo mentre la gente di tutto il mondo si riunisce per vivere in pace. I titoli dei due grandi murales sono: “In pace e in armonia con la natura” e “I Bambini del Sogno Mondiale della Pace”. Infine la presenza del quadro che state guardando ora sembra raffigurare qualcosa di… Alieno. Inoltre tra tutte le decorazioni più assurde dell’aeroporto, quella che spicca è sicuramente un piedistallo su cui vi è la statua di un demone molto inquietante.
  • Il ‘Cavallo Blu dell’Apocalisse’. Ad accogliere i viaggiatori che si accingono a varcare i cancelli dell’aeroporto di Denver troneggia un enorme statua alta 10 metri di un cavallo blu con degli occhi rossi infuocati, quasi demoniaci. I teorici della cospirazione non hanno dubbi nel collegare questa statua con il cavallo descritto nel libro dell’Apocalisse nella Bibbia. Sembra un simbolismo piuttosto forte per chi si sta per prendere un aereo e chi ha visto il cavallo da vicino lo definisce a dir poco “terrificante”!
  • Pietra angolare. All’interno dell’aeroporto vi è quella che può essere definita la ‘Pietra Angolare’, cioè la prima pietra simbolica su cui si è costruita tutta la struttura, su cui compare anche il simbolo di un compasso e una squadra, simbolo spesso associato alla Massoneria. Inoltre vengono indicate due grandi logge massoniche situate in Colorado e nel dettaglio si può leggere: “Commissione aeroportuale del Nuovo Mondo” e di seguito i nomi dei vari collaboratori. È interessante notare che, secondo più fonti questa commissione non esiste affatto.
  • I bunker. La cosa che più incuriosisce i teorici della cospirazione sull’aeroporto di Denver è la presenza di cinque edifici, dei bunker, sotto l’aeroporto. Le carte di costruzione infatti mostrano la presenza di queste costruzioni che poi sono state sepolte agli inizi della fase di realizzazione dell’aeroporto. Ognuno dei cinque edifici era stato costruito completamente, ma poi si è deciso di seppellirli perché erano stati posizionati in modo scorretto. I teorici della cospirazione si chiedono perché questi edifici sono stati sepolti piuttosto che demoliti come sarebbe stato più logico fare. Alle domande circa queste costruzioni sotterranee, le autorità aeroportuali sostengono che ad oggi gli edifici vengono utilizzati per lo stoccaggio e mentre questo possa essere vero, ci sono due cose interessanti su tutto ciò. In primo luogo, nessuno nega l’esistenza di questi edifici sotterranei. In secondo luogo, abbondano rumors che questi “edifici di deposito” clandestini sono stati realizzati come bunker. Dunque a cosa servono questi bunker? I teorici della cospirazione credono con tutto il cuore che il bunker di 360.000 metri quadrati è stato costruito dal “New World Order” per ospitare le élite della società quando ci sarà un collasso dell’economia oppure un olocausto nucleare. Naturalmente non vi è alcuna prova concreta, ma ci sono un certo numero di punti interessanti, uno di essi è che l’aeroporto dispone di una rete in fibra ottica per le comunicazioni composta da 8.500 chilometri di cavi. Per fare un confronto la distanza tra la costa orientale e quella occidentale degli Stati Uniti è pari a 4.800 chilometri. Il sistema di rifornimento, inoltre, è in grado di pompare 3.800 litri di carburante al minuto, attraverso una rete di pompe lunga 28 chilometri; l’aeroporto custodisce 6 serbatoi di carburante con una capacità ciascuno di circa 10 milioni di litri. Chi mai potrà avere bisogno di tanto carburante? Infine il progetto originale ha previsto la costruzione di numerosi tunnel sotterranei nei quali possono viaggiare agevolmente dei camion e anche la possibilità di costruire un sistema interno metropolitano, ma la maggior parte dei tunnel al momento non è utilizzata.

Ci sono ancora moltissimi simboli e raffigurazioni a dir poco bizzarri come il dio Anubi, una divinità dell’antico Egitto che proteggeva il mondo dei morti, la statua è alta 8 metri e rende l’aeroporto ancor più macabro. Infine una curiosità riguardante la costruzione è che da lontano la struttura sembra una catena di montagne innevate, d’altronde le montagne sono proprio il simbolo del Colorado, ma allo stesso tempo sembrano anche delle tende indiane. Questa somiglianza non è casuale dato che ci sono numerose simbologie indiane all’interno dell’aeroporto tra cui anche una scritta che in lingua Navajo che significa “Montagna bianca”. Tutto ciò può essere casuale oppure c’è veramente qualcosa di misterioso nascosto in quell’aeroporto?

 

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L’aeroporto di Denver – Un’opera massonica?

Cosa si nasconde sotto il misterioso aeroporto di Denver? Molti addirittura chiamano in causa il Nuovo Ordine Mondiale!

 

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