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L’esperimento carcerario di Stanford. Follia nel finto carcere

17 Dic
L’esperimento carcerario di Stanford. Follia nel finto carcere

Nel corso degli anni l’uomo è stato protagonista di innumerevoli atti cruenti e spietati, ci basti pensare al nazismo, all’unità 731 giapponese o alle tante dittature della storia. La particolarità delle persone protagoniste di questi atti disumani è che agivano come un unica entità, erano identici fra di loro per il modo di pensare, di agire e perfino nel modo di vestirsi, quindi individualmente erano annullati ed erano considerati come uno strumento di potere, non a caso loro si dichiaravano degli innocenti che eseguivano semplicemente degli ordini. La convinzione delle persone di essere completamente innocenti ed estranei ai loro atti cruenti portò negli anni diversi interrogativi in ambito sociologico e psicologico. In particolare lo paicologo Philip Zimbardo si pose la seguente domanda: “Come può una persona essenzialmente buona, considerata normale trasformarsi in un mostro capace degli atti più disumani?” La risposta a questa domanda secondo Philip è il cosiddetto Effetto Lucifero!

Questo fenomeno non si concentra sulla crudeltà delle persone, ma sulla malvagità che può introdursi in esse in determinate circostanze e in particolare la base di questa trasformazione è il potere. Il male è l’esercizio del potere. Il potere di far male intenzionalmente alle persone sia psicologicamente, che fisicamente fino al punto di commettere crimini contro l’umanità senza dover rispondere in prima persona delle proprie azioni. Infatti gli individui che credono che la loro responsabilità sia distribuita tra i membri del proprio gruppo e che esercitano un certo potere sono più disinibiti e li porta a compiere anche ciò che da soli non si penserebbe mai di fare. Per avere dei dati scientifici e quindi anche dei riscontri sperimentali dell’effetto Lucifero, nel corso degli anni una grande quantità di persone è stata sottoposta a degli esperimenti efferati che hanno dato dei risultati incredibili. Due di questi esperimenti sono “the third wave” o “La Terza Onda”, condotta nel 1967 in California, e il famigerato “Esperimento carcerario di Stanford”.

1971, Palo Alto, California. Philip Zimbardo con il suo gruppo di ricercatori tra cui Craig Haney, Curtis Banks e David Jaffe, presso la Stanford University, decisero di effettuare un esperimento con il fine analizzare la psiche delle persone quando si trovano ad affrontare un forte potere sia dal punto di vista di coloro che agiscono come strumento di esso che per coloro che lo subiscono. Quindi attraverso lo Stanford Daily, il quotidiano degli studenti distribuito nel campus dell’università di Stanford viene diffuso il seguente annuncio

Studenti maschi che frequentano il college richiesti per uno studio psicologico sulla vita carceraria. 15$ al giorno per 1-2 settimane.

In poco tempo più di 70 persone rispondono all’annuncio. Dopo aver sottoposto i 70 volontari a una serie di test della personalità, vengono selezionati 24 ragazzi bianchi che non avevano mai avuto problemi con la giustizia e non avevano problemi di instabilità o fragilità psicologica. Successivamente assegnarono casualmente a ciascuno di loro il ruolo di “prigioniero” o di “guardia” e perfino il dottor Zimbardo vestì i panni di un ruolo, ovvero quello di responsabile del carcere, così ebbe inizio ciò che diventerà il più celebre esperimento di psicologia sociale della storia.

Per rendere l’esperimento il più reale possibile coloro che vestivano il ruolo di prigioniero vengono arrestati e schedati proprio come si fa con un criminale nella realtà. Diverse auto della  polizia arrivarono a casa degli studenti del college e notificarono a ciascuno l’arresto per furto con scasso e rapina a mano armata e li trascinarono fuori di casa perquisendoli in strada prima di farli salire in macchina, tutto questo sotto lo sguardo attonito dei parenti e dei vicini. A sirene spiegate gli arrestati vennero portati in caserma e una volta giunti lì furono nuovamente informati dei loro diritti e schedati prelevando le loro impronte digitali, successivamente furono bendati e trasferiti nel “Carcere della contea di Stanford”. Una volta arrivati in questo “carcere”, i “prigionieri” furono accolti uno alla volta dal “direttore” ossia dal professor Zimbardo, che comunicò loro lo stato di arresto e la gravità del reato commesso. Successivamente ogni detenuto venne perquisito, denudato e spruzzato dalle guardie con uno spray contro germi e pidocchi, imitando così le normali pratiche carcerarie. Al prigioniero veniva a questo punto consegnata un’uniforme di colore bianco che doveva indossare senza biancheria sotto. Davanti e dietro c’era stampato un numero identificativo che dovevano imparare a memoria. Alla caviglia destra inoltre avevano una pesante catena chiusa con un lucchetto per ricordare loro di quanto quel posto fosse deprimente mentre ai piedi portavano dei sandali di gomma e in testa un copricapo ricavato da una calza di nylon. Le guardie invece indossavano uniformi color cachi, portavano un fischietto al collo, manganelli di ordinanza e occhiali scuri per evitare di mostrare qualsiasi emozione ai prigionieri. Si alternavano in 3 turni da 8 ore e non era stata data nessuna indicazione specifica su come comportarsi, ma era stato detto loro che, per mantenere l’ordine nella prigione, potevano fare qualsiasi cosa che non attentasse all’integrità fisica dei detenuti. Il carcere fittizio si trovava nel seminterrato del Dipartimento di Psicologia di Stanford. Dentro le improvvisate “celle” destinate a contenere 3 persone vennero istallati dei citofoni per poter fare degli annunci pubblici ai prigionieri e microfoni nascosti per spiare i loro discorsi. Non c’erano orologi o finestre che potessero dare una cognizione del tempo, le porte erano fatte con sbarre d’acciaio e al di sopra di queste era posto un numero. Inoltre c’era uno sgabuzzino di sessanta centimetri per sessanta, denominato dai prigionieri successivamente come “la buca” destinato a coloro che venivano puniti con l’isolamento. Il bagno poteva essere raggiunto solo se accompagnati da una guardia e con gli occhi bendati per impedire loro di capire come fuggire dal carcere. L’esperimento doveva durare 2 settimane ma in realtà venne sospeso dopo soli 6 giorni perché presto la situazione precipitò.

La mattina del secondo giorno i detenuti iniziarono una rivolta. Si tolsero il copricapo dalla testa, spinsero i materassi contro le porte e iniziarono a prendere in giro le guardie con pesanti insulti. Per sedare la rivolta le guardie decisero di risolvere la situazione usando gli estintori allontanando così i prigionieri dalle porte. Poi entrarono nelle celle, denudarono i detenuti, portarono fuori i letti e misero quelli che credevano i capi della rivolta in isolamento nella “buca” senza cibo. A partire da cui la situazione precipitò ancora di più e le guardie iniziarono ad abusare del loro potere, cominciarono a negare il diritto di andare in bagno ai prigionieri dopo lo spegnimento delle luci costringendoli ad usare dei secchi, così l’ambiente iniziò a diventare oltreché deprimente anche sgradevole. Dopo solo 36 ore il detenuto 8612 abbandonò l’esperimento perché manifestava dei disturbi emotivi acuti e pensieri disorganizzati insieme al pianto incontrollato ed accessi d’ira. La situazione divenne veramente complicata per i prigionieri che venivano sempre più umiliati e castigati anche per banalità come per non aver imparato a memoria il loro numero identificativo o semplicemente per non aver finito la cena. Quindi, dopo la prima visita dei parenti, fra i detenuti iniziarono a nascere dei complotti per cercare di fuggire.

Il direttore, il dottor Zimbardo, il quale si era calato perfettamente nel ruolo di direttore, si preoccupò della sicurezza della sua prigione e inviò una spia fra i prigionieri per cercare di scoprire quante più notizie possibili sul complotto in corso. Il direttore aveva perfino architettato un piano abbastanza diabolico per castigare in modo esemplare coloro che volevano fuggire. Ma in realtà non accadde nulla! incredibilmente sia le guardie che il direttore reagirono in modo violento dato che si aspettavano una fuga o una rivolta ma non successe nulla, quindi sentendosi presi in giro intensificarono il grado di umiliazione costringendoli a pulire a mani nude i water. I prigionieri diventarono molto silenziosi e per poter raccogliere dei dati rilevanti il direttore decise di introdurre una figura con la quale i detenuti potessero confidarsi e che fosse estraneo al carcere, ossia un prete il quale fece visita a ognuno di loro. Il risultato fu che metà dei carcerati si presentò con il numero e non con il nome avevano idee confuse perfino sulle motivazioni per cui si trovavano in quel posto dicendo che avevano commesso dei reati e uno di loro, il numero 819, iniziò a crollare emotivamente con pianti isterici. Le guardie come castigo fecero cantare a tutti gli altri prigionieri il seguente coro: “819 è un pessimo prigioniero. A causa di quello che 819 ha fatto, la mia cella è un letamaio” umiliandolo ulteriormente. I detenuti ormai erano a pezzi, sia come gruppo sia a livello individuale. Non c’era più alcuna unità ma solo un mucchio di individui somiglianti a prigionieri di guerra o pazienti di un ospedale psichiatrico. Le guardie avevano il controllo totale della situazione e potevano contare sulla cieca obbedienza di ciascun carcerato. Divenne chiaro a questo punto che lo studio doveva essere terminato, si era creata una situazione in cui i prigionieri, uno dopo l’altro, stavano mollando o comunque manifestando una serie di comportamenti patologici, mentre le guardie diventavano sempre più sadiche. Un contributo importante per porre fine all’esperimento venne dato da Christina Maslach, una dottoranda di Stanford venuta ad intervistare guardie e detenuti. Ella mostrò tutto il suo dissenso e fu l’unica a contestare l’eticità dell’esperimento.

La conclusione più cruda di quest’esperienza, che è anche il concetto fondamentale dell’effetto Lucifero, è che la maggior parte delle persone, se si trovano in determinate circostanze e che esercitano un certo potere, possono subire un processo di spersonalizzazione compiendo così atti violenti e impensabili. Il professor Zimbardo dichiarò che egli stesso stava subendo una trasformazione durante questo periodo e ne fu sconvolto per sempre.

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Pubblicato da su 17 dicembre 2014 in Casi macabri e misteriosi

 

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