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Archivio mensile:settembre 2014

La spedizione più terrificante della storia: Spedizione Dyatlov

La spedizione più terrificante della storia: Spedizione Dyatlov

I Monti Urali, le più antiche catene montuose esistenti al mondo. Nella storia, sono stati luogo di eventi bizzarri, misteriosi e raccapriccianti. Ricordiamo infatti il recente episodio avvenuto nel febbraio del 2013 quando quasi 1.000 persone sono rimaste ferite a causa di un meteorite esploso da qualche parte proprio negli Urali. Ma l’episodio più terrificante è avvenuto nel 1959, sempre a febbraio ed è un enigma irrisolto tutt’oggi, stiamo parlando del caso dell’incidente della spedizione Dyatlov.

Tutto inizia nel gennaio del 1959 quando un gruppo di giovani sciatori intraprese un’escursione sul Kholat Syakhl, uno dei monti degli Urali settentrionali, comunemente noto come la “Montagna Morta” per la totale assenza di vegetazione. Il gruppo, guidato da Igor Dyatlov, era composto da sette uomini e due donne. La maggior parte di loro erano studenti e neolaureati dell’Istituto Politecnico degli Urali e tutti avevano alle spalle esperienza sia di lunghe escursioni sugli sci che di spedizioni di montagna, e questo renderà ancora più misterioso ciò che accadrà di li a poco.

Il loro obiettivo era quello di raggiungere a piedi le pendici dell’Otorten e grazie ai diari e alle macchine fotografiche ritrovati attorno al loro ultimo campo è stato possibile ricostruire il percorso della spedizione.

  • 27 gennaio: Il gruppo si mette in marcia da Vižaj verso l’Otorten.
  • 31 gennaio: Arrivano sul bordo di un altopiano e iniziano a prepararsi per la salita.
  • 1° febbraio: Gli escursionisti cominciano a percorrere il passo e pare che avessero progettato di valicarlo accampandosi per la notte successiva dall’altro lato, ma a causa del peggioramento delle condizioni climatiche, che scaturì nell’inizio di una tempesta di neve, la visibilità calò di molto e fece loro perdere l’orientamento. Essi quindi deviano verso ovest, verso la cima del Kholat Syakhl. Quando capiscono che stavano sbagliando strada, decidono di fermarsi e accamparsi per la notte sul pendio della montagna che avevano raggiunto, in attesa che le condizioni climatiche migliorassero. Ed è proprio in questa notte che per la spedizione inizierà un’avventura agghiacciante, un’avventura che ancora oggi non si conosce con precisione, ma a giudicare dalle conseguenze, qualunque cosa fosse, si scatenò il delirio.

Il gruppo aveva concordato che non appena fossero rientrati a Vižaj, Djatlov avrebbe comunicato via telegrafo con la loro associazione sportiva. La data prevista era il 12 febbraio, ma quando passò quel giorno, nessuno reagì alla mancata comunicazione, dato che i ritardi nelle spedizioni sono una cosa piuttosto normale. Ma i giorni passarono e la preoccupazione dei parenti si faceva sempre più pressante fino a quando arriva il 20 Febbraio, giorno in cui si organizza una prima spedizione di soccorso composta da studenti e insegnanti volontari. Solo in un secondo momento vennero coinvolti anche la polizia e l’esercito che avevano a disposizione aeroplani ed elicotteri per ricerche più efficaci.

Passarono sei giorni dalla partenza dei soccorritori quando, il 26 febbraio, fu trovato il campo dei giovani escursionisti. I soccorritori si trovarono davanti ad una scena inquietante: la tenda ad un primo sguardo sembrava intatta nella sua struttura, ma la stoffa aveva dei grossi squarci fatti dall’interno, come se ci fosse stata una fuga repentina. Dentro infatti non c’era nessuno, ma la cosa più strana erano le attrezzature e le scarpe del gruppo presenti ancora nella tenda. Mano a mano i soccorritori si guardavano intorno, le cose che scoprivano si facevano sempre più inquietanti, difatti trovarono una serie di impronte nella neve e presto ci si rese conto che le tracce erano state lasciate da almeno 8 persone in fuga a piedi nudi o con una sola scarpa. Cosa ha potuto spingere gli occupanti della tenda ad avventurarsi senza scarpe nella neve ad una temperatura di -24° C?

Le ricerche si facevano sempre più serrate e si scoprirono due serie di orme che si dirigevano giù per un pendio, verso una zona densamente boscosa. I soccorritori le seguirono fino a quando si imbatterono in una scena a dir poco raccapricciante: i corpi congelati di due membri del team, entrambi nudi e scalzi. Le successive indagini forensi rivelarono brandelli di pelle nella corteccia degli alberi circostanti i corpi, indicando che i due avevano tentato freneticamente di scalare l’albero, come se volessero fuggire da qualche imminente pericolo. Gli investigatori pensarono subito ad un attacco di qualche bestia ma il fatto che non ci fossero tracce evidenti di animali, unito al fatto che i corpi erano praticamente intatti, non ha fatto altro che aumentare lo sconcerto.

Ma per i soccorritori gli orrori non erano ancora finiti. Infatti tra gli alberi e la tenda furono trovati i corpi di altri tre escursionisti, tra cui quello di Dyatlov. I corpi erano lontani l’uno dall’altro e quello di Dyatlov fu trovato sulla schiena: con una mano si era aggrappato ad un ramo, mentre con l’altro braccio sembrava proteggersi la testa da un qualche aggressore sconosciuto. Gli ultimi quattro escursionisti furono cercati per più di due mesi e vennero infine ritrovati il 4 maggio, sepolti sotto quattro metri di neve in una gola scavata da un torrente all’interno del bosco.

Dunque tutti i membri della spedizione erano morti per ipotermia, ma le indagini successive sollevarono una serie di domande. Perché i ragazzi avevano lasciato il calore e la sicurezza del loro rifugio? Perché si sono avventurati all’esterno nudi? E ancora, perché non hanno tentato di recuperare la loro attrezzatura dopo aver lasciato il campo? A complicare un quadro già contorto, furono le autopsie sui cadaveri che rilevarono le seguenti stranezze:

  • Due dei membri del gruppo avevano i crani fratturati.
  • Altri due, tra cui una delle donne, avevano la gabbia toracica gravemente fratturata, come se fossero stati travolti da qualcosa, senza però presentare ferite esterne.
  • Una delle due donne era priva della lingua.
  • E il fatto più sconcertante di tutti: l’abbigliamento degli escursionisti presentava un altissimo livello di contaminazione radioattiva.

A fronte di tutto ciò, il verdetto finale fu che tutti i membri del gruppo erano morti a causa di una potente “forza sconosciuta”. L’inchiesta fu ufficialmente chiusa nel maggio 1959 per assenza di colpevoli. Secondo alcune fonti i fascicoli furono mandati in un archivio segreto e le fotocopie del caso furono rese disponibili solo negli anni novanta seppur con qualche parte mancante. Probabilmente nessuno verrà mai a conoscenza della verità, ne noi, ne i parenti delle vittime.

Infine, c’è una curiosità che riguarda un altro gruppo di escursionisti che si trovava a circa 50 km a sud del luogo dell’incidente. Il gruppo riferì che quella notte avvistarono delle strane sfere arancioni verso nord, proprio dove si trovava il gruppo di Dyatlov. Ma il fatto ancor più strano è che sfere simili furono osservate anche nelle zone limitrofe nel periodo tra febbraio e marzo 1959 da vari testimoni, tra cui il servizio meteorologico e membri dell’esercito. Alcuni resoconti infine suggeriscono che nella zona si trovavano molti rottami di metallo. Tutto ciò porta a sospettare che l’esercito avesse utilizzato l’area per manovre segrete e che sia stato interessato a un insabbiamento?

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Pubblicato da su 28 settembre 2014 in Casi macabri e misteriosi

 

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CASO 27: Spedizione Dyatlov – Orrore tra le montagne

Questa storia è reale e di forte impatto visivo, ecco una delle spedizioni più tragiche e misteriose della storia ancora oggi senza spiegazione

 
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Pubblicato da su 28 settembre 2014 in Casi macabri e misteriosi

 

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La maledizione della sedia del Busby Stoop Inn

La maledizione della sedia del Busby Stoop Inn

Sappiamo che al mondo esistono molti oggetti e luoghi che portano sfortuna. In particolare oggetti dai quali molte persone si tengono lontane, come biasimarle dato che alcuni di essi hanno causato stragi e decimato intere famiglie. Tutti questi oggetti considerati maledetti hanno dietro una storia inquietante, di solito legata ai suoi legittimi proprietari i quali, in qualche modo, hanno lasciato parte del loro dolore in essi facendoli diventare fonti di sciagure e sventura per coloro che vi entrano in contatto. Oggi vi parleremo di uno degli oggetti più misteriosi e paurosi di questa categoria non solo per la quantità di persone “uccise” dalla sua maledizione ma anche per l’oscura storia che si cela dietro. Questa è la Storia di Thomas Busby e la sua sedia maledetta.

Inghilterra. Appena ad ovest della graziosa cittadina di Thirsk, nel North Yorkshire, c’è il Busby Stoop Inn, una taverna con una storia oscura e una maledizione che dall’estate del 1702 provoca panico e terrore. La nostra storia inizia verso la fine del 17° secolo con una persona di nome Daniel Awety. Daniel è un falsario professionista e siccome all’epoca le monete erano fatte d’argento e oro egli si dedicava anche al “coin clipping”, ossia a tagliare i bordi alle monete per intascarsi le parti preziose. Daniel aveva una figlia di nome Elizabeth la quale si sposò con un uomo del posto di nome Thomas Busby, il proprietario della taverna Busby Stoop Inn.

Thomas era un ubriacone sempre in cerca di guai ed era diventato anche partner del suocero Daniel, infatti erano insieme nel business illecito della contraffazione di monete. Sembrava tutto perfetto ma i guai erano in arrivo, difatti le sere che Busby tornava ubriaco a casa picchiava Elizabeth e ciò provocò enormi screzi fra i due criminali fino a quando una notte, tornando a casa come sempre ubriaco, si trovò di fronte Daniel seduto sulla sedia preferita di Busby, quella sedia di legno che non permetteva mai a nessuno di utilizzare. Fra i due iniziò una furiosa discussione e alla fine Busby cacciò via il suocero il quale disse che avrebbe presto portato via sua figlia da quella casa che e i loro affari potevano definirsi conclusi.

Più tardi, quella notte, Busby, furioso dall’idea di perdere la moglie e dall’insolenza del suocero che si sedette sulla sua sedia preferita, andò fino alla residenza di Daniel, il Danotty Hall, e con un’inumana freddezza colpì il suocero a morte con un martello. Alcune versioni di questa storia raccontano che Daniel venne strangolato. Dopo averlo ucciso, Busby nascose il cadavere nelle vicinanze di un bosco. In paese la scomparsa di Daniel provocò sospetti e la polizia iniziò a setacciare i boschi vicini scoprendo dopo pochi giorni il corpo inerme di Daniel, le successive indagini portarono ad arrestare Busby il quale era conosciuto nella cittadina come una persona violenta e senza scrupoli.

Busby fu processato a York Assizes nell’estate del 1702 e condannato alla forca, venne così impiccato su un patibolo messo di fronte alla locanda, proprio ad un incrocio sulla vecchia grande strada a nord che conduce a Thirsk. Ed è proprio qui che inizia la maledizione dato che il suo ultimo desiderio prima di essere giustiziato fu quello di mangiare nella sua locanda, ma quando ebbe finito di saziarsi e di bere si alzò e disse: “Chiunque osi sedersi su questa sedia morirà di una morte improvvisa e violenta“.

Negli anni successivi la locanda venne ribattezzata Busby Stoop Inn. Il nuovo proprietario, in un primo momento, non credeva affatto in questa maledizione così tenne la sedia per l’uso dei clienti come qualunque altra e quando la notizia della maledizione si diffuse, visitatori curiosi cominciarono ad affluire alla locanda. Da qui in avanti iniziano a succedere cose strane, infatti ci sono tante storie che parlano di diversi temerari che hanno osato sedersi su questa sedia e che poco tempo dopo hanno perso la vita in incidenti definiti come “sfortunati” o “bizzarri”.

Fra le tante storie c’è ne una in particolare che è rimasta ben impressa nella mente dei cittadini del posto: Nel 1894, uno spazzacamino insieme ad un amico avevano bevuto nel Busby Stoop Inn e lo spazzacamino si era seduto proprio sulla sedia di Busby. Ormai ubriachi lasciarono la locanda nel mezzo della notte, grande fu la sorpresa quanto la mattina seguente venne trovato lo spazzacamino impiccato proprio vicino al luogo in cui era stato giustiziato Bubsy. Non trovando un colpevole la polizia concluse il caso dichiarando che si era trattato di suicidio.

Un altro fatto curioso è che durante la seconda guerra mondiale, c’era un campo di aviazione della Royal Canadian Air Force non molto distante dalla locanda, per cui molti soldati venivano a bere regolarmente al Busby Stoop Inn. Si dice che gli aviatori che si sono seduti sulla sedia di Busby non siano mai più tornati.

Uno dei tanti proprietari della locanda è stato Tony Earnshaw. Tony  non era un uomo superstizioso quando comprò il Busby Stoop Inn nel 1968, anzi inizialmente definì la maledizione di Busby come una sciocchezza, ma in seguito a numerosi incidenti mortali iniziò a cambiare idea sulla sedia e sulla maledizione che essa porta. Il signor Earnshaw riferì la storia di un gruppo di muratori che frequenta la locanda durante la pausa pranzo. Fra loro c’era un giovane coraggioso il quale, spinto anche dagli altri, si sedette sulla famosa sedia maledetta. Più tardi sul posto di lavoro il ragazzo perse la vita cadendo dal tetto. Dopo la morte di questo giovane ragazzo il signor Earnshaw decise di spostare la sedia in cantina per evitare altre stragi. Nel 1978 però, un uomo che lavorava nella locanda, osservando questa sedia in cantina, decise di provarla e addirittura disse al signor Earnshaw quanto fosse confortevole sedersi su di essa e che non avrebbe dovuto lasciarla in un luogo così buio e umido, poche ore dopo l’impiegato doveva compiere una consegna ma ebbe un incidente in macchina, inspiegabilmente uscì fuori strada e si schianto contro un muro. Morì sul colpo. Questa fu la goccia che fece traboccare il vaso, così Tony Earnshaw decise di sbarazzarsi definitivamente della sedia donandola al museo di Thirsk a condizione però che non venga permesso mai a nessuno di sedercisi sopra. La sedia ora si trova sulla parete lontano dalle persone di modo che nessuno osi utilizzarla, sono passati più di 30 anni e da allora nessuno si è più seduto in quella sedia. Cooper Harding, direttore del piccolo museo di Thirsk durante un intervista disse:

Il museo farebbe una fortuna se lasciassimo ai visitatori il permesso di sedersi sulla sedia, ma una promessa è una promessa

Da allora non ci sono più stati morti o incidenti legati alla sedia ma sembrerebbe che la maledizione sia tutt’altro che finita, infatti testimoni affidabili hanno annunciato di aver visto il fantasma di Busby vagare intorno al secondo piano. Karen Rowley, ex padrona del Busby Stoop Inn ha detto:

Sono stata qui durante gli ultimi 7 anni e la gente del posto ha ancora paura della sedia e della sua maledizione. Io ho visto una figura sul pianerottolo al piano di sopra, era un uomo molto alto, senza braccia e senza volto. Si è mosso lateralmente per poi scomparire attraverso un muro. Ero assolutamente terrorizzata

Infine diversi testimoni raccontano che se ti siedi nel punto in cui Busby era solito starvi per bere e guardi fuori dalla finestra, puoi vedere il suo spettro impiccato che ti osserva. Forse è solo una storia inventata dalla gente del posto frutto di coincidenze e storie tramandate, o forse c’è qualcosa di macabro e maledetto in quella città

 
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Pubblicato da su 22 settembre 2014 in Maledizioni e possessioni

 

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CASO 26: Thomas Busby – La maledizione della sedia

Al mondo esiste una lista infinita di oggetti ritenuti maledetti e la sedia di Thomas Busby è di certo uno di quelli che ha causato più vittime!

 
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Pubblicato da su 22 settembre 2014 in Maledizioni e possessioni

 

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La foresta Aokigahara, il luogo con il più alto tasso di suicidi in Giappone!

La foresta Aokigahara, il luogo con il più alto tasso di suicidi in Giappone!

Esiste una  foresta ai piedi del Monte Fuji, in Giappone, nella quale in alcuni punti, i rami s’intrecciano in maniera talmente intricata da impedire persino la penetrazione dei raggi solari. Una foresta in cui nei mesi invernali una fitta nebbia si riversa tra gli alberi riducendo talmente tanto la visibilità che viene proibito l’accesso a molti dei sentieri presenti sul luogo a causa del forte rischio di perdere la via. Stiamo parlando della foresta Aokigahara.

E’ conosciuta anche col nome Jukai, che significa “Mare di alberi” per via della sua conformazione atipica: la vegetazione è difatti cresciuta sui resti d’una eruzione vulcanica avvenuta nell’864 d.C., motivo per il quale l’aspetto, da una certa altezza, ricorda un oceano. Inoltre si estende per oltre 35 km² ed è composta in gran parte da rocce laviche, caverne di ghiaccio, fitti alberi e arbusti, che frenando l’azione del vento, danno a Aokigahara un’atmosfera spaventosamente silenziosa. La struttura di questo luogo è talmente labirintica che chiunque abbia il coraggio di addentrarsi, per non rischiare di non uscirne mai più, è costretto ad usare il metodo del “filo d’Arianna”: con l’ausilio di lunghi nastri colorati si segna la strada percorsa per poi poter rintracciare velocemente l’uscita in caso di necessità.

Ma c’è una storia che riguarda Aokigahara che va ben oltre l’aspetto inquietante che possiede, infatti la foresta è tristemente famosa in tutto il mondo per essere luogo di numerosi suicidi soprattutto a partire dagli anni 50, non a caso ci sono disseminati numerosi cartelli che invitano le persone a riconsiderare le proprie azioni: “La tua vita è un prezioso dono ricevuto dai tuoi genitori”, “Per favore, rivolgiti alla polizia o ad un medico prima di commettere suicidio“

Ma facciamo un passo indietro, già dal sedicesimo secolo si hanno testimonianze piuttosto macabre di questo luogo. Infatti diverse famiglie sceglievano Aokigahara come territorio dove abbandonare i membri più anziani al loro destino ultimo. Questo “rituale”, seppur infinitamente crudele, veniva messo in atto con l’esplicito consenso di quest’ultimi, i quali volontariamente si lasciavano morire nella foresta per non pesare economicamente alla propria famiglia. Dunque, in quegli anni, nacquero numerose storie e credenze popolari che parlano di spiriti e demoni. Si credeva infatti che in quel posto risiedessero i Kodama, ovvero spiriti degli alberi che amavano imitare le voci dei defunti, difatti gli arbusti non venivano abbattuti per non ricevere sfortune da parte di queste entità. Altri invece ritenevano che la zona fosse infestata dai Jubokko: alberi malvagi capaci di catturare ignari passanti e succhiare loro il sangue per nutrirsi e rimanere sempre verdi. Non mancavano naturalmente, e non mancano tutt’oggi, leggende riguardo la presenza dei fantasmi di coloro che morirono precocemente o coloro che non conobbero mai una sepoltura appropriata.

Con l’avanzare dei secoli e con la modernizzazione del Giappone, molte di queste credenze popolari vennero considerate delle semplici leggende e la foresta tornò ad essere un posto tranquillo. Ma questa tranquillità venne bruscamente interrotta a partire dagli anni 50 del secolo scorso quando decine di uomini d’affari cominciarono ad addentrarsi nel “Mare d’alberi” senza far mai più ritorno. Dal 1970 la percentuale di dispersi e morti divenne altissima e la probabilità d’imbattersi in corpi putrefatti, scheletri, carcasse ancora appese alle corde e rimasugli di vario tipo era alquanto elevata, per non parlare del terribile fetore sprigionato dalle membra in decomposizione. Dunque il governo decise di effettuare delle pulizie annuali dei corpi senza vita trovati impiccati o accasciati al suolo. Tra il 1988 ed il 2003 il sempre crescente numero di suicidi arrivò a toccare anche i 100 l’anno. Ultimamente la cifra ha oltrepassato di gran lunga i 100, arrivando a picchi di 250 tentativi nel 2010, tuttavia dobbiamo considerare che ad oggi non si è sicuri della reale stima dei deceduti e dei cadaveri presenti.

Questa foresta, dunque, è il luogo con il più alto tasso di suicidi in Giappone, ma cosa porti le persone a scegliere questo luogo è tutt’oggi un mistero. Un’ulteriore elemento che contribuisce a donare un’aspetto ancor più tetro e misterioso a questo caso è la presenza di feticci voodoo appesi agli alberi e tavolette riportanti maledizioni contro la società, il lavoro, il governo, le tasse o contro qualsiasi altra entità che probabilmente spinge queste povere anime al gesto estremo. Che sia questo il motivo secondo la quale le persone inconsciamente scelgono questo luogo per togliersi la vita? Una maledizione dunque? Alcuni spiritisti giapponesi credono che la struttura labirintica sia in realtà dovuta agli spiriti dei deceduti che, non trovando pace, modellano la conformazione degli alberi e dei rami per impedire ai visitatori d’uscirne. Da recenti studi si è potuto verificare che nella zona ci sarebbe un giacimento di ferro talmente massiccio da provocare malfunzionamenti a qualsiasi bussola, motivo per il quale molte persone si sarebbero perse nella foresta e sarebbero morte di stenti.

Di tutta questa storia l’unica cosa certa è l’elevatissimo numero di suicidi nel paese del Sol Levante, e Aokigahara ne è il simbolo supremo.

 
 

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CASO 25: Aokigahara – Il bosco dei suicidi

Ecco il luogo con il più alto tasso di suicidi in tutto il Giappone : la foresta Aokigahara  ..cosa si nasconde all’interno di questo misterioso luogo?

 
 

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MK-ULTRA: Verità scomode dietro un progetto per il dominio della mente

MK-ULTRA: Verità scomode dietro un progetto per il dominio della mente

La scienza e il progresso tecnologico presentano una parte oscura che spesso viene dimenticata. Infatti le ricerche compiute attraverso metodi orrendi, senza il ben che minimo riguardo per i diritti umani, sono infinite e ben più atroci rispetto a qualunque film che abbiate mai visto.

Nell’arco degli anni sono venute alla luce storie di sperimentazioni sugli esseri umani molto raccapriccianti. Per esempio nei campi di concentramento nazisti venivano svolte ricerche di ogni tipo; dalle sperimentazioni di congelamento alla sterilizzazione di uomini e donne, dall’amputazione di arti e inserimento di parti meccaniche alle castrazioni chirurgiche e ustioni provocate attraverso sostanze chimiche. Chiaramente la lista è ancora molto lunga ma questo ci fa capire come nei lager le persone venivano usate come cavie e le loro vite valevano veramente poco. Purtroppo però non sono solo i nazisti ad aver effettuato questi esperimenti così spaventosi. L’unità 731 giapponese è stata protagonista fra il 1942 e il 1945 di gravi crimini di guerra. Infatti migliaia di prigionieri di ogni nazionalità, di ogni sesso e di ogni età, furono usati come cavie in diversi esperimenti portati avanti dal generale Shiro Ishii il quale, per le sue ideologie ma soprattutto per la sua malvagità, viene considerato il gemello di Josef Mengele, l’angelo della morte nazista. L’unità 731 ha sperimentato persino su donne in gravidanza, anziani e bambini facendo loro delle vivisezioni senza anestesia, iniezioni di bolle d’aria nel flusso sanguigno ed esperimenti di armi chimiche sui prigionieri e anche in questo caso la lista è veramente lunga e orribile.

Ma la nostra storia si concentra negli Stati Uniti d’America e indagheremo su uno dei fascicoli più macabri della storia: il progetto MK-ULTRA. Tutto inizia negli anni 50, siamo agli inizi della guerra fredda e la competizione tra Unione Sovietica. La minaccia e la paura iniziano a sentirsi a Washington quando nei tribunali di Mosca venivano processati coloro che cercavano di opporsi al regime, ma la cosa strana di questi processi è che tutti si dichiaravano colpevoli e chiedevano di essere condannati a morte. In qualche modo i sovietici avevano trovato il modo di far confessare a chiunque ciò che loro volevano. Per correre ai ripari la CIA, l’ente governativo che si occupa di spionaggio appena creata, inizia degli esperimenti di ipnosi e di farmaci i quali potevano essere usati per creare dei falsi testimoni nei tribunali, ma soprattutto si inizia a vedere una possibilità di creare delle spie cercando ci modellare una nuova personalità all’interno dei soggetti e utilizzare quest’ultimi per fare degli attentati, compiere missioni e persino degli omicidi. Inoltre, nel caso in cui queste spie venissero scoperte, non potrebbero confessare nulla dato che le loro azioni sono frutto del loro inconscio. Insomma, la creazione di una spia perfetta e la realizzazione di metodi per far confessare i prigionieri erano i due principali obiettivi. Nel 1953 il direttore della CIA, Allen Welsh Dulles, tenne una conferenza in cui dichiarava che gli Stati Uniti erano in guerra con l’Unione Sovietica nel campo del controllo della mente. Di li a poco ottenne il permesso di instaurare un nuovo programma di ricerca in questo campo e sotto il nome in codice MK-ULTRA nasce il progetto più vasto e ambizioso mai svolto prima negli Stati Uniti per il controllo della mente.

Dobbiamo sottolineare un fatto molto importante: pochi anni prima era iniziata l’operazione Paperclip per reclutare i migliori scienziati fra i criminali di guerra nazisti ai quali veniva garantita l’immunità ai processi in cambio di collaborazione nel campo scientifico. Gli Americani misero dunque le mani su una quantità enorme di ricerche ed esperimenti fatti su cavie umane nei campi di concentramento, perquisendo così anche tutti i documenti sulle sperimentazioni del lavaggio del cervello svolto dai nazisti. Inoltre dopo la seconda guerra mondiale gli scienziati giapponesi, in particolare quelli dell’unita 731, ottennero l’immunità da parte degli Stati Uniti, anche in questo caso, in cambio di tutti i documenti e i dati ricavati dagli esperimenti svolti. Dunque, in un colpo solo il governo americano aveva racimolato una quantità enorme di dati scientifici derivanti dagli esperimenti svolti su cavie umane.

Il cuore pulsante del progetto MK-ULTRA è la divisione TSS (Technical Services Staff) ovvero il personale dei servizi tecnici che si occupa di produrre sostanze chimiche per il supporto dell’intero progetto e il direttore di tale divisione è il biochimico Sidney Gottlieb. La maggior parte degli esperimenti relativi a MK-ULTRA hanno a che fare con le sostanze chimiche che alterano la percezione della realtà, ovvero con le droghe. Si ricercano sostanze che alterino la mente in tutti i modi possibili: dalle sostanze più innocue che favoriscono la concentrazione dei soggetti, fino alle sostanze chimiche che creano confusione, depressione, paranoia e shock prolungati, dunque si era alla continua ricerca di sostanze per inibire le menzogne, per creare uno stato di ipnosi, per indurre lo svenimento istantaneo o la paralisi degli arti. Durante gli esperimenti, Gottlieb approva l’uso di un allucinogeno non molto noto in quel tempo chiamato LSD dato che questa sostanza sembrava in grado di poter aprire i segreti della mente e rendere i soggetti più controllabili. Proprio a partire da questo momento inizia l’arruolamento volontario di ogni fascia sociale nella popolazione americana. Gli individui che fungono da banco di prova per LSD sono innumerevoli, tuttavia la CIA non era contenta dei risultati ottenuti dato che secondo loro i soggetti erano consapevoli di assumere sostanze allucinogene. I ricercatori dunque comprendono fin da subito che per ottenere delle analisi precise e dei risultati veramente rilevanti servono soggetti ignari, persone che non sappiano di prendere parte all’esperimento. Ed è da questo momento che inizia la parte più cupa di tutta questa faccenda dato che ora il progetto violava direttamente il codice di Norimberga in cui vi è esplicitamente scritto che per poter sperimentare su una persona è necessario il consenso volontario dell’interessato. Quindi l’intero progetto oltre che folle diventa anche illegale e ovviamente il tutto era coperto dal massimo segreto.

Nonostante tutto il progetto avanza e gli esperimenti ora vengono fatti su individui completamente ignari, in particolar modo su prigionieri, tossicodipendenti ricoverati in strutture di riabilitazione e internati nei manicomi. Tutta gente che difficilmente avrebbe protestato e ancor più difficilmente sarebbe stata creduta. Fra i dossier che vennero a galla molti anni dopo, si parla di uno in particolare chiamato Operazione Midnight Climax; un’operazione in cui gli agenti della CIA installarono dei finti specchi in alcuni bordelli di San Francisco, Marin e New York, e che con la complicità delle prostitute facevano in modo che ai clienti venisse servito un drink in cui era stata disciolta una potente dose di LSD. I clienti cominciavano così ad essere preda di violente e incontrollabili allucinazioni, con effetti che ad alti dosaggi possono spingersi ben oltre le 12 ore. I clienti, ignari di tutto si ritrovavano di colpo con una realtà del tutto deformata e molti di loro impazzivano completamente in preda a crisi psicotiche. Una volta esauriti gli effetti della droga, gli agenti minacciavano le vittime di non rivelare nulla di quanto era successo altrimenti avrebbero raccontato ai familiari che frequentavano i bordelli. Alcuni di questi soggetti non si ripresero mai del tutto e finirono in ospedale. Molti inoltre ritengono che diversi suicidi avvenuti a quei tempi siano imputabili proprio a questi esperimenti senza scrupoli.

Gli scienziati, non contenti dei risultati ottenuti su individui normali, iniziarono a sperimentare su soggetti preparati sia mentalmente che fisicamente a ogni tipo di tortura. Dunque il passo successivo fu quello di sperimentare sugli agenti governativi, quindi in segreto alcuni agenti della CIA iniziano a fornire delle dosi di LSD ad altri agenti, si dice che abbiano messo alcune dosi persino nelle macchinette del caffè. Tutto ciò che vi stiamo raccontando emerge da uno scandalo dovuto alla morte di un agente della CIA, il biochimico Frank Olson.

Olson aveva iniziato a lavorare presso la divisione delle operazioni speciali, detta SOP, del laboratorio biologico dell’esercito a Fort Detrick nel Maryland nel 1950. La CIA aveva iniziato a collaborare con la SOP per la ricerca di agenti biologici e armi chimiche e in particolare fra il 1952 e il 1953 si era concentrata su armi biologiche che possono essere trasmesse per via aerea. Olson nel 1953 visita Porton Down, un centro di ricerca biologico e chimico del Regno Unito, visita anche le basi di Parigi, Norvegia e Germania Ovest. Durante questi viaggi, aveva assistito a interrogatori estremi da parte della CIA in cui venivano impiegati gli agenti biologici che egli stesso aveva sviluppato. La famiglia di Olson afferma che era stato turbato da ciò che aveva visto in questi interrogatori e disse a sua moglie, Alice, che voleva smettere. Il 19 novembre 1953, è stato portato in una riunione segreta a Deep Creek Lake, nel Maryland, dove a sua insaputa gli è stata data una bevanda contenente una forte dose di LSD, lo shock fu tale che Olson non ne venne mai fuori e non tornò mai più come prima. Il 24 novembre confessò a un collega che voleva dare le dimissioni, ma durante il weekend del Ringraziamento, venne portato a New York per una valutazione psichiatrica nell’hotel Pennsylvania, allora noto come Statler Hotel. Proprio qui nelle prime ore del 28 novembre infranse i vetri della finestra e si gettò dal 13° piano, dalla stanza che divideva con un medico della CIA.

Quella che vi abbiamo appena raccontato è la versione ufficiale, ossia suicidio indotto dallo stato di alterazione causato dall’assunzione ignara di LSD e per questo la CIA ha dovuto pagare alla famiglia Olson danni per 750.000 dollari. Ma dopo decenni di lotta della famiglia Olson per poter far luce sulla morte di Frank, l’autopsia condotta ben quarant’anni dopo ha svelato che non c’erano tracce di impatto contro i vetri mentre aveva una lesione al cranio non provocata dall’impatto. Insomma per i familiari non ci sono dubbi, Frank è stato ucciso dalla CIA probabilmente perché non voleva più farne parte ma ormai sapeva troppo. La CIA infine ha dovuto rendere noti molti documenti legati alla vicenda Olson richiamando l’attenzione dell’opinione pubblica, ma il progetto MK-ULTRA venne portato comunque avanti.

Dal 1977 oltre 20.000 documenti sono stati ufficialmente declassificati grazie al Freedom of Information Act; tra questi, anche alcuni relativi al Progetto MK-ULTRA. Grazie a queste documentazioni veniamo a conoscenza di tanti altri sotto-progetti atroci che facevano parte di MK-ULTRA. Per esempio, alcuni di questi esperimenti furono portati avanti dal dottor Ewen Cameron il quale sosteneva che per poter guarire un malato di mente bisognava cancellare la sua memoria e ricostruirla completamente. Cameron portò avanti esperimenti che consistevano in periodi di uno o due mesi di elettroshock, LSD, messaggi registrati che venivano fatti ascoltare per 16 ore al giorno e infine l’utilizzo massiccio di barbiturici che inducevano il sonno per gran parte della giornata. In pratica i pazienti venivano portati in un coma indotto e poi indottrinati attraverso l’uso di registrazioni audio in maniera ossessiva, in questo modo si cercava di ricostruire una nuova personalità nei soggetti, insomma, una vera e propria spersonalizzazione e riprogrammazione del cervello. Le cavie umane di questo sotto-progetto erano per lo più pazienti psichiatrici non consenzienti, sofferenti di disturbi minori come problemi di ansia o depressione, ma si fece ricorso anche a bambini rimasti orfani e donne. In quel tempo si verificarono molti decessi e la CIA, per non richiamare troppo l’attenzione, decise di svolgere questi esperimenti in Canada. Da notare che il dottor Cameron fu eletto più volte presidente dell’Associazione Psichiatrica Americana Canadese e Mondiale, nonché della Società di Psichiatria Biologica, segno che i suoi colleghi approvavano ed ammiravano le sue “ricerche”.

Tutto ciò rappresenta solo la punta del iceberg, molti dettagli e molti metodi di questo progetto non sono ancora stati svelati, si parla di oltre 149 sotto-progetti il cui scopo è quello del lavaggio del cervello dei pazienti con altri tipi di droghe, deprivazione sensoriale, ipnosi, privazione del sonno e altro ancora. Ufficialmente le sperimentazioni si sono fermate a metà degli anni 60 ma probabilmente esse sono andate avanti fino ai giorni nostri, forse ancora oggi potrebbe essere in atto un controllo mentale globale magari più subdolo e noi non ce ne rendiamo nemmeno conto.

 
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Pubblicato da su 8 settembre 2014 in Casi macabri e misteriosi

 

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